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23330 行
1.3 MiB
Plaintext
23330 行
1.3 MiB
Plaintext
I PROMESSI SPOSI
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INTRODUZIONE
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_L'historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il
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Tempo, perchè togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri, anzi già
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fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera
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di nuovo in battaglia. Ma gl'illustri Campioni che in tal Arringo fanno
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messe di Palme e d'Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più
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sfarzose e brillanti, imbalsamando co' loro inchiostri le Imprese de
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Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggi, e trapuntando coll'ago
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finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta, che formano un perpetuo
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ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito
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solleuarsi a tal'argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra
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Labirinti de' Politici maneggj, et il rimbombo de' bellici Oricalchi:
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solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a
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gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria
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a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto,
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ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose
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Traggedie d'horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezzi
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d'Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi
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diaboliche. E veramente, considerando che questi nostri climi sijno
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sotto l'amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai
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tramonta, e che, sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai
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calante, risplenda l'Heroe di nobil Prosapia che_ pro tempore _ne tiene
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le sue parti, e gl'Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl'altri
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Spettabili Magistrati qual'erranti Pianeti spandino la luce per ogni
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doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale
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trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d'atti tenebrosi,
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malvaggità e sevitie che dagl'huomini temerarij si vanno moltiplicando,
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se non se arte e fattura diabolica, attesochè l'humana malitia per sè
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sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij
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d'Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici
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emolumenti. Per locchè descriuendo questo Racconto auuenuto ne' tempi
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di mia verde staggione, abbenchè la più parte delle persone che vi
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rappresentano le loro parti, sijno sparite dalla Scena del Mondo, con
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rendersi tributarij delle Parche, pure per degni rispetti, si tacerà
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li loro nomi, cioè la parentela, et il medemo si farà de' luochi,
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solo indicando li Territorij_ generaliter. _Nè alcuno dirà questa sij
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imperfettione del Racconto, e defformità di questo mio rozzo Parto,
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a meno questo tale Critico non sij persona affatto diggiuna della
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Filosofia: che quanto agl'huomini in essa versati, ben vederanno nulla
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mancare alla sostanza di detta Narratione. Imperciocchè, essendo cosa
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evidente, e da verun negata non essere i nomi se non puri purissimi
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accidenti...._»
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--Ma, quando io avrò durata l'eroica fatica di trascriver questa storia
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da questo dilavato e graffiato autografo, e l'avrò data, come si suol
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dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?--
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Questa riflessione dubitativa, nata nel travaglio del decifrare uno
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scarabocchio che veniva dopo _accidenti_, mi fece sospender la copia,
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e pensar più seriamente a quello che convenisse di fare.--Ben è vero,
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dicevo tra me, scartabellando il manoscritto, ben è vero che quella
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grandine di concettini e di figure non continua così alla distesa per
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tutta l'opera. Il buon secentista ha voluto sul principio mettere in
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mostra la sua virtù; ma poi, nel corso della narrazione, e talvolta per
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lunghi tratti, lo stile cammina ben più naturale e più piano. Sì; ma
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com'è dozzinale! com'è sguaiato! com'è scorretto! Idiotismi lombardi a
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iosa, frasi della lingua adoperate a sproposito, grammatica arbitraria,
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periodi sgangherati. E poi, qualche eleganza spagnola seminata qua e
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là; e poi, ch'è peggio, ne' luoghi più terribili o più pietosi della
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storia, a ogni occasione d'eccitar maraviglia, o di far pensare, a
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tutti que' passi insomma che richiedono bensì un po' di rettorica,
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ma rettorica discreta, fine, di buon gusto, costui non manca mai di
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metterci di quella sua così fatta del proemio. E allora, accozzando,
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con un'abilità mirabile, le qualità più opposte, trova la maniera di
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riuscir rozzo insieme e affettato, nella stessa pagina, nello stesso
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periodo, nello stesso vocabolo. Ecco qui: declamazioni ampollose,
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composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella
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goffaggine ambiziosa, ch'è il proprio carattere degli scritti di quel
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secolo, in questo paese. In vero, non è cosa da presentare a lettori
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d'oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo
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genere di stravaganze. Meno male, che il buon pensiero m'è venuto sul
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principio di questo sciagurato lavoro: e me ne lavo le mani.--
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Nell'atto però di chiudere lo scartafaccio, per riporlo, mi sapeva
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male che una storia così bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta;
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perchè, in quanto storia, può essere che al lettore ne paia altrimenti,
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ma a me era parsa bella, come dico; molto bella.--Perchè non si
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potrebbe, pensai, prender la serie de' fatti da questo manoscritto,
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e rifarne la dicitura?--Non essendosi presentato alcuna obiezion
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ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco l'origine del
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presente libro, esposta con un'ingenuità pari all'importanza del libro
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medesimo.
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Taluni però di que' fatti, certi costumi descritti dal nostro autore,
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c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che,
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prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e
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ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se
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veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine
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dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose
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consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo,
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abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de' quali non avendo mai
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avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se
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fossero realmente esistiti. E, all'occorrenza, citeremo alcuna di
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quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la
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loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla.
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Ma, rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore, che
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dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto.
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Chiunque, senza esser pregato, s'intromette a rifar l'opera altrui,
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s'espone a rendere uno stretto conto della sua, e ne contrae in certo
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modo l'obbligazione: è questa una regola di fatto e di diritto, alla
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quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa
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di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del
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modo di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine, siamo andati, per
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tutto il tempo del lavoro, cercando d'indovinare le critiche possibili
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e contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente.
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Nè in questo sarebbe stata la difficoltà; giacchè (dobbiam dirlo a
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onor del vero) non ci si presentò alla mente una critica, che non le
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venisse insieme una risposta trionfante, di quelle risposte che, non
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dico risolvon le questioni, ma le mutano. Spesso anche, mettendo due
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critiche alle mani tra loro, le facevam battere l'una dall'altra; o,
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esaminandole ben a fondo, riscontrandole attentamente, riuscivamo
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a scoprire e a mostrare che, così opposte in apparenza, eran però
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d'uno stesso genere, nascevan tutt'e due dal non badare ai fatti e
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ai princípi su cui il giudizio doveva esser fondato; e, messele, con
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loro gran sorpresa, insieme, le mandavamo insieme a spasso. Non ci
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sarebbe mai stato autore che provasse così ad evidenza d'aver fatto
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bene. Ma che? quando siamo stati al punto di raccapezzar tutte le dette
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obiezioni e risposte, per disporle con qualche ordine, misericordia!
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venivano a fare un libro. Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il
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pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la
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prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile
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d'un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri
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basta uno per volta, quando non è d'avanzo.
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I PROMESSI SPOSI
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CAPITOLO PRIMO.
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Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene
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non interrotte di monti, tutte a seni e a golfi, a seconda dello
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sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a
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ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio
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a destra, e un'ampia costiera dall'altra parte; e il ponte, che ivi
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congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio
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questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e
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l'Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive,
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allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in
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nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre
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grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di
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san Martino, l'altro, con voce lombarda, il _Resegone_, dai molti suoi
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cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talchè
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non è chi, al primo vederlo, purchè sia di fronte, come per esempio
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di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna
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tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli
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altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon
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pezzo, la costa sale con un pendio lento e continuo; poi si rompe in
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poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura de'
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due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo, tagliato dalle
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foci de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi
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e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi,
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che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle
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terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla
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riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando
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questo ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina
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a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a
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raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e
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aveva perciò l'onore d'alloggiare un comandante, e il vantaggio di
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possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan
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la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di
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tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul
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finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per
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diradar l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia.
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Dall'una all'altra di quelle terre, dall'alture alla riva, da un poggio
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all'altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men
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ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde,
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alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche
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vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui
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la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e
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sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno
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della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte
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campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo,
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dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio
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dell'acqua; di qua lago, chiuso all'estremità o piuttosto smarrito
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in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più
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allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo,
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e che l'acqua riflette capovolti, co' paesetti posti sulle rive; di
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là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in
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lucido serpeggiamento pur tra' monti che l'accompagnano, degradando
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via via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo stesso
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da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni
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parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra,
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d'intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a
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ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v'era sembrato
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prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si
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rappresentava sulla costa: e l'ameno, il domestico di quelle falde
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tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico
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dell'altre vedute.
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Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata
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verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell'anno 1628, don
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Abbondio, curato d'una delle terre accennate di sopra: il nome di
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questa, nè il casato del personaggio, non si trovan nel manoscritto,
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nè a questo luogo nè altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio,
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e talvolta, tra un salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi
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dentro, per segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa
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nell'altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a
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terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano
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inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli
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occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la luce
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del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si
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dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali
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pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un
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altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov'era solito
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d'alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece
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anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada correva diritta, forse
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un sessanta passi, e poi si divideva in due viottole, a foggia d'un
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ipsilon: quella a destra saliva verso il monte, e menava alla cura:
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l'altra scendeva nella valle fino a un torrente; e da questa parte
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il muro non arrivava che all'anche del passeggiero. I muri interni
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delle due viottole, in vece di riunirsi ad angolo, terminavano in un
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tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti,
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che finivano in punta, e che, nell'intenzion dell'artista, e agli occhi
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degli abitanti del vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le
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fiamme, cert'altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire
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anime del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo
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bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata la
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stradetta, e dirizzando, com'era solito, lo sguardo al tabernacolo,
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vide una cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe voluto vedere.
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Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro, al confluente, per dir
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così, delle due viottole: un di costoro, a cavalcioni sul muricciolo
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basso, con una gamba spenzolata al di fuori, e l'altro piede posato
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sul terreno della strada; il compagno, in piedi, appoggiato al muro,
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con le braccia incrociate sul petto. L'abito, il portamento, e
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quello che, dal luogo ov'era giunto il curato, si poteva distinguer
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dell'aspetto, non lasciavan dubbio intorno alla lor condizione. Avevano
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entrambi intorno al capo una reticella verde, che cadeva sull'omero
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sinistro, terminata in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla
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fronte un enorme ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una
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cintura lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol
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corno ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un
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manico di coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e
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gonfi calzoni, uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine
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d'ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima vista si
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davano a conoscere per individui della specie de' _bravi_.
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Questa specie, ora del tutto perduta, era allora floridissima in
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Lombardia, e già molto antica. Chi non ne avesse idea, ecco alcuni
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squarci autentici, che potranno darne una bastante de' suoi caratteri
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principali, degli sforzi fatti per ispegnerla, e della sua dura e
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rigogliosa vitalità.
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Fino dall'otto aprile dell'anno 1583, l'Illustrissimo ed
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Eccellentissimo signor don Carlo d'Aragon, Principe di Castelvetrano,
|
|
Duca di Terranuova, Marchese d'Avola, Conte di Burgeto, grande
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|
Ammiraglio, e gran Contestabile di Sicilia, Governatore di Milano
|
|
e Capitan Generale di Sua Maestà Cattolica in Italia, _pienamente
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|
informato della intollerabile miseria in che è vivuta e vive questa
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Città di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi_, pubblica un
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bando contro di essi. _Dichiara e diffinisce tutti coloro essere
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compresi in questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi_....
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_i quali, essendo forestieri o del paese, non hanno esercizio
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alcuno, od avendolo, non lo fanno_.... _ma, senza salario, o pur con
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esso, s'appoggiano a qualche cavaliere o gentiluomo, officiale o
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mercante_.... _per fargli spalle e favore, o veramente, come si può
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presumere, per tendere insidie ad altri_.... A tutti costoro ordina
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|
che, nel termine di giorni sei, abbiano a sgomberare il paese, intima
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|
la galera a' renitenti, e dà a tutti gli ufiziali della giustizia
|
|
le più stranamente ampie e indefinite facoltà, per l'esecuzione
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dell'ordine. Ma, nell'anno seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto
|
|
signore, _che questa Città è tuttavia piena di detti bravi_....
|
|
_tornati a vivere come prima vivevano, non punto mutato il costume
|
|
loro, nè scemato il numero_, dà fuori un'altra grida, ancor più
|
|
vigorosa e notabile, nella quale, tra l'altre ordinazioni, prescrive:
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|
_Che qualsivoglia persona, così di questa Città, come forestiera, che
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|
per due testimonj consterà esser tenuto, e comunemente riputato per
|
|
bravo, et aver tal nome, ancorchè non si verifichi aver fatto delitto
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|
alcuno.... per questa sola riputazione di bravo, senza altri indizj,
|
|
possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda et
|
|
al tormento, per processo informativo.... et ancorchè non confessi
|
|
delitto alcuno, tuttavia sia mandato alla galea, per detto triennio,
|
|
per la sola opinione e nome di bravo, come di sopra_. Tutto ciò, e il
|
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di più che si tralascia, perchè _Sua Eccellenza è risoluta di voler
|
|
essere obbedita da ognuno_.
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[Illustrazione: Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar
|
|
qualcheduno, era cosa troppo evidente.... (pag. 11)]
|
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All'udir parole d'un tanto signore, così gagliarde e sicure, e
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|
accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al
|
|
solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma
|
|
la testimonianza d'un signore non meno autorevole, nè meno dotato di
|
|
nomi, ci obbliga a credere tutto il contrario. È questi l'Illustrissimo
|
|
ed Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di
|
|
Castiglia, Cameriero maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias,
|
|
Conte di Haro e Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella
|
|
delli sette Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc.
|
|
Il 5 giugno dell'anno 1593, pienamente informato anche lui _di quanto
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|
danno e rovine sieno_.... _i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto
|
|
che tal sorta di gente fa contra il ben pubblico, et in delusione
|
|
della giustizia_, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni sei,
|
|
abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le prescrizioni
|
|
e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23 maggio poi dell'anno
|
|
1598, _informato, con non poco dispiacere dell'animo suo, che_... _ogni
|
|
dì più in questa Città e Stato va crescendo il numero di questi tali_
|
|
(bravi e vagabondi), _nè di loro, giorno e notte, altro si sente che
|
|
ferite appostatamente date, omicidii e ruberie et ogni altra qualità di
|
|
delitti, ai quali si rendono più facili, confidati essi bravi d'essere
|
|
aiutati dai capi e fautori loro_,.... prescrive di nuovo gli stessi
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|
rimedi, accrescendo la dose, come s'usa nelle malattie ostinate.
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_Ognuno dunque_, conchiude poi, _onninamente si guardi di contravvenire
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|
in parte alcuna alla grida presente, perchè, in luogo di provare
|
|
la clemenza di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l'ira sua_....
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|
_essendo risoluta e determinata che questa sia l'ultima e perentoria
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|
monizione_.
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|
Non fu però di questo parere l'Illustrissimo ed Eccellentissimo
|
|
Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo, Conte di Fuentes,
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Capitano, e Governatore dello Stato di Milano; non fu di questo
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parere, e per buone ragioni. _Pienamente informato della miseria in
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|
che vive questa Città e Stato per cagione del gran numero di bravi
|
|
che in esso abbonda_.... _e risoluto di totalmente estirpare seme
|
|
tanto pernizioso_, dà fuori, il 5 decembre 1600, una nuova grida piena
|
|
anch'essa di severissime comminazioni, _con fermo proponimento che,
|
|
con ogni rigore, e senza speranza di remissione, siano onninamente
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eseguite_.
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Convien credere però che non ci si mettesse con tutta quella buona
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voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale, e nel suscitar nemici al
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suo gran nemico Enrico IV; giacchè, per questa parte, la storia attesta
|
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come riuscisse ad armare contro quel re il duca di Savoia, a cui fece
|
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perder più d'una città; come riuscisse a far congiurare il duca di
|
|
Biron, a cui fece perder la testa; ma, per ciò che riguarda quel seme
|
|
tanto pernizioso de' bravi, certo è che esso continuava a germogliare,
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il 22 settembre dell'anno 1612. In quel giorno l'Illustrissimo ed
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Eccellentissimo Signore, Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la
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Hynojosa, Gentiluomo, etc. Governatore, etc., pensò seriamente ad
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estirparlo. A quest'effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio Malatesti,
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stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed accresciuta,
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perchè la stampassero ad esterminio de' bravi. Ma questi vissero
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ancora per ricevere, il 24 decembre dell'anno 1618, gli stessi e più
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forti colpi dall'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor
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don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria, etc. Governatore, etc.
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Però, non essendo essi morti neppur di quelli, l'Illustrissimo ed
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Eccellentissimo Signore, il Signor Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto
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il cui governo accadde la passeggiata di don Abbondio, s'era trovato
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costretto a ricorreggere e ripubblicare la solita grida contro i bravi,
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il giorno 5 ottobre del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima
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di quel memorabile avvenimento.
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Nè fu questa l'ultima pubblicazione; ma noi delle posteriori non
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crediamo dover far menzione, come di cosa che esce dal periodo della
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nostra storia. Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio dell anno
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1632, nella quale l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, _el Duque
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de Feria_, per la seconda volta governatore, ci avvisa che _le maggiori
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sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi_. Questo basta
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ad assicurarci che, nel tempo di cui noi trattiamo, c'era de' bravi
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tuttavia.
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Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era
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cosa troppo evidente; ma quel che più dispiacque a don Abbondio fu il
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dover accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui. Perchè, al
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suo apparire, coloro s'eran guardati in viso, alzando la testa, con
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un movimento dal quale si scorgeva che tutt'e due a un tratto avevan
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detto: è lui; quello che stava a cavalcioni s'era alzato, tirando la
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sua gamba sulla strada; l'altro s'era staccato dal muro; e tutt'e due
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gli s'avviavano incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto
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dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le
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mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito
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a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a sè stesso,
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se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra
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o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se
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avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma,
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anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo
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rassicurava alquanto: i bravi però s'avvicinavano, guardandolo fisso.
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Mise l'indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per
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raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto
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la faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la
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coda dell'occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non
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vide nessuno. Diede un'occhiata, al di sopra del muricciolo, ne' campi:
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nessuno; un'altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorchè
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i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe,
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era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il
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pericolo, vi corse incontro, perchè i momenti di quell'incertezza erano
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allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d'abbreviarli.
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Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la
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faccia a tutta quella quiete e ilarità che potè, fece ogni sforzo per
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preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini,
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disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi. «Signor curato,»
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disse un di que' due, piantandogli gli occhi in faccia.
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«Cosa comanda?» rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro,
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che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggio.
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«Lei ha intenzione,» proseguì l'altro, con l'atto minaccioso e iracondo
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di chi coglie un suo inferiore sull'intraprendere una ribalderia, «lei
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ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!»
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«Cioè....» rispose, con voce tremolante, don Abbondio: «cioè. Lor
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signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste
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faccende. Il povero curato non c'entra: fanno i loro pasticci tra
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loro, e poi.... e poi, vengon da noi, come s'anderebbe a un banco a
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riscotere: e noi.... noi siamo i servitori del comune.»
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«Or bene,» gli disse il bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di
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comando, «questo matrimonio non s'ha da fare, nè domani, nè mai.»
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«Ma, signori miei,» replicò don Abbondio, con la voce mansueta e
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gentile di chi vuoi persuadere un impaziente, «ma, signori miei, si
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degnino di mettersi ne' miei panni. Se la cosa dipendesse da me,...
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vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca....»
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«Orsù,» interruppe il bravo, «se la cosa avesse a decidersi a ciarle,
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lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, nè vogliam saperne di
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più. Uomo avvertito.... lei c'intende.»
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«Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli....»
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«Ma,» interruppe questa volta l'altro compagnone, che non aveva parlato
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fin allora, «ma il matrimonio non si farà o....» e qui una buona
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bestemmia, «o chi lo farà non se ne pentirà, perchè non ne avrà tempo,
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e....» un'altra bestemmia.
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«Zitto, zitto,» riprese il primo oratore, «il signor curato è un uomo
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che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam
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fargli del male, purchè abbia giudizio. Signor curato, l'illustrissimo
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signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.»
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Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d'un
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temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in
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confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un
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grand'inchino, e disse: «se mi sapessero suggerire....»
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«Oh! suggerire a lei che sa di latino!» interruppe ancora il bravo, con
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un riso tra lo sguaiato e il feroce. «A lei tocca. E sopra tutto, non
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si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene;
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altrimenti.... ehm.... sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio.
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Via, che vuoi che si dica in suo nome all'illustrissimo signor don
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Rodrigo?»
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«Il mio rispetto....»
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«Si spieghi meglio!»
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«....Disposto.... disposto sempre all'ubbidienza.» E, proferendo queste
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parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento.
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I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato più serio.
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«Benissimo, e buona notte, messere,» disse l'un d'essi, in atto di
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partir col compagno. Don Abbondio, che, pochi momenti prima, avrebbe
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dato un occhio per iscansarli, allora avrebbe voluto prolungar la
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conversazione e le trattative. «Signori....» cominciò, chiudendo il
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libro con le due mani; ma quelli, senza più dargli udienza, presero la
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strada dond'era lui venuto, e s'allontanarono, cantando una canzonaccia
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che non voglio trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a
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bocca aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che
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conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo l'altra,
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che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro, s'intenderà meglio,
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quando avrem detto qualche cosa del suo naturale, e de' tempi in cui
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gli era toccato di vivere.
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Don Abbondio (il lettore se n'è già avveduto) non era nato con un
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cuor di leone. Ma fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere
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che la peggior condizione, a que' tempi, era quella d'un animale
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senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione
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d'esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto
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l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far
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paura altrui. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze
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private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati,
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e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente
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esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad
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arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure,
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studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse
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essergli d'impedimento a proferire una condanna: gli squarci che
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abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma
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fedel saggio. Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò,
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quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non
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servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l'impotenza
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de' loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era
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principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e
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i deboli già soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le violenze,
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e l'astuzia di questi. L'impunità era organizzata, e aveva radici che
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le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili,
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tali i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza
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legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane
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proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività
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d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora, quest'impunità minacciata
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e insultata, ma non distrutta dalle gride, doveva naturalmente, a ogni
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minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni,
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per conservarsi. Così accadeva in effetto; e, all'apparire delle gride
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dirette a comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza
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reale i nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le
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gride venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo,
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e molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza
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protezione; perchè, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per
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prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del
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privato al volere arbitrario d'esecutori d'ogni genere. Ma chi, prima
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di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi
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a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai
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osato metter piede; chi, senz'altre precauzioni, portava una livrea
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che impegnasse a difenderlo la vanità e l'interesse d'una famiglia
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potente, di tutto un ceto, era libero nelle sue operazioni, e poteva
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ridersi di tutto quel fracasso delle gride. Di quegli stessi ch'eran
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deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla
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parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni
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e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per
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imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben
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guardati dall'offenderle, per amor d'un pezzo di carta attaccato sulle
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cantonate. Gli uomini poi incaricati dell'esecuzione immediata, quando
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fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e
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pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne
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alla fine, inferiori com'eran di numero a quelli che si trattava di
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sottomettere, e con una gran probabilità d'essere abbandonati da chi,
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in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare. Ma,
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oltre di ciò, costoro eran generalmente de' più abbietti e ribaldi
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soggetti del loro tempo; l'incarico loro era tenuto a vile anche da
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quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio. Era
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quindi ben naturale che costoro, in vece d'arrischiare, anzi di gettar
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la vita in un'impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche
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la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro
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esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni
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dove non c'era pericolo; nell'opprimer cioè, e nel vessare gli uomini
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pacifici e senza difesa.
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L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere offeso,
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cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que' tempi,
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portata al massimo punto la tendenza degl'individui a tenersi collegati
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in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior
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potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere
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e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il
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militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati
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in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega,
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i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie
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aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava
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il vantaggio d'impiegar per sè, a proporzione della sua autorità e
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della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan
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di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi
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ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali
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i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene
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l'impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali;
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e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con
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intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi,
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per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi
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quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a
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cui difficilmente nessun'altra frazione di lega avrebbe ivi potuto
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resistere.
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Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s'era
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dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione,
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d'essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto
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a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai
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di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la
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verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini
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del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con
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qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran
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sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una
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classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che
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fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema
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particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne' pensieri della
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propria quiete, non si curava di que' vantaggi, per ottenere i quali
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facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un poco. Il suo
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sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e
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nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in
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tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora
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frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il
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civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini,
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nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate. Se si
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trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti,
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stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far
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vedere all'altro ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che
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gli dicesse: ma perchè non avete saputo esser voi il più forte? ch'io
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mi sarei messo dalla vostra parte. Stando alla larga da' prepotenti,
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dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose,
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corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un' intenzione
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più seria e più meditata, costringendo, a forza d'inchini e di rispetto
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gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando
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gl'incontrava per la strada, il pover'uomo era riuscito a passare i
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sessant'anni, senza gran burrasche.
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Non è però che non avesse anche lui il suo po' di fiele in corpo; e
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quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli
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altri, que' tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano
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esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli
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un po' di sfogo, la sua salute n'avrebbe certamente sofferto. Ma
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siccome v'eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch'egli
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conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle
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sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi
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anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto.
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Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui,
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quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano,
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pericolo. Il battuto era almeno almeno un imprudente; l'ammazzato era
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sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni
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contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar
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sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto
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non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia
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soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi, declamava contro que'
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suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d'un debole
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oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi
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gl'impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva
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anche severamente, ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno
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della dignità del sacro ministero. E contro questi predicava, sempre
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però a quattrocchi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di
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veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi,
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in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza
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prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie:
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che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia ne' suoi panni, non
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accadon mai brutti incontri.
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Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare
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sull'animo del poveretto, quello che s'è raccontato. Lo spavento
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di que' visacci e di quelle parolacce, la minaccia d'un signore
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noto per non minacciare invano, un sistema di quieto vivere, ch'era
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costato tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto,
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e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne: tutti questi
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pensieri ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don Abbondio.--Se
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Renzo si potesse mandare in pace con un bel no, via; ma vorrà delle
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ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e,
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anche costui è una testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno
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vuol contraddirgli.... ih! E poi, e poi, perduto dietro a quella
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Lucia, innamorato come.... Ragazzacci, che, per non saper che fare,
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s'innamorano, voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno
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carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero
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me! vedete se quelle due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla
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mia strada, e prenderla con me! Che c'entro io? Son io che voglio
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maritarmi? Perchè non son andati piuttosto a parlare.... Oh vedete un
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poco: gran destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre
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in mente un momento dopo l'occasione. Se avessi pensato di suggerir
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loro che andassero a portar la loro ambasciata....--Ma, a questo punto,
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s'accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore
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dell'iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta la stizza de'
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suoi pensieri contro quell'altro che veniva così a togliergli la sua
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pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di fama, nè aveva mai
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avuto che far con lui, altro che di toccare il petto col mento, e la
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terra con la punta del suo cappello, quelle poche volte che l'aveva
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incontrato per la strada. Gli era occorso di difendere, in più
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d'un'occasione, la riputazione di quel signore, contro coloro che, a
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bassa voce, sospirando, e alzando gli occhi al cielo, maledicevano
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qualche suo fatto: aveva detto cento volte ch'era un rispettabile
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cavaliere. Ma, in quel momento, gli diede in cuor suo tutti que' titoli
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che non aveva mai udito applicargli da altri, senza interrompere
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in fretta con un oibò. Giunto, tra il tumulto di questi pensieri,
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alla porta di casa sua, ch'era in fondo del paesello, mise in fretta
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nella toppa la chiave, che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse
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diligentemente; e, ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò
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subito: «Perpetua! Perpetua!», avviandosi pure verso il salotto,
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dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la
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cena. Era Perpetua, come ognun se n'avvede, la serva di don Abbondio:
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serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo
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l'occasione, tollerare a tempo il brontolío e le fantasticaggini del
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padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno
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in giorno più frequenti, da che aveva passata l'età sinodale dei
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quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le
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si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane
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che la volesse, come dicevan le sue amiche.
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«Vengo,» rispose, mettendo sul tavolino, al luogo solito, il
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fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente;
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ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entrò, con
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un passo così legato, con uno sguardo così adombrato, con un viso così
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stravolto, che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di
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Perpetua, per iscoprire a prima vista che gli era accaduto qualche cosa
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di straordinario davvero.
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«Misericordia! cos'ha, signor padrone?»
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«Niente, niente,» rispose don Abbondio, lasciandosi andar tutto ansante
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sul suo seggiolone.
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«Come, niente? La vuol dare ad intendere a me? così brutto com'è?
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Qualche gran caso è avvenuto.»
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«Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o è niente, o è cosa che
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non posso dire.»
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«Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà cura della sua salute?
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Chi le darà un parere?...»
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«Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio
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vino.»
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«E lei mi vorrà sostenere che non ha niente!» disse Perpetua, empiendo
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il bicchiere, e tenendolo poi in mano, come se non volesse darlo che in
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premio della confidenza che si faceva tanto aspettare.
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«Date qui, date qui,» disse don Abbondio, prendendole il bicchiere, con
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la mano non ben ferma, e votandolo poi in fretta, come se fosse una
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medicina.
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«Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar qua e là cosa sia accaduto
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al mio padrone?» disse Perpetua, ritta dinanzi a lui, con le mani
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arrovesciate sui fianchi, e le gomita appuntate davanti, guardandolo
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fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto.
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«Per amor del cielo! non fate pettegolezzi, non fate schiamazzi: ne
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va.... ne va la vita!»
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«La vita!»
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«La vita.»
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«Lei sa bene, che ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente,
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in confidenza, io non ho mai....»
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«Brava! come quando....»
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Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto falso; onde, cambiando subito
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il tono, «signor padrone,» disse, con voce commossa e da commovere,
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«io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per
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premura, perchè vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere,
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sollevarle l'animo....»
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Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia di scaricarsi
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del suo doloroso segreto, quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo:
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onde, dopo aver respinti sempre più debolmente i nuovi e più incalzanti
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assalti di lei, dopo averle fatto più d'una volta giurare che non
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fiaterebbe, finalmente, con molte sospensioni, con molti ohimè, le
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raccontò il miserabile caso. Quando si venne al nome terribile del
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mandante, bisognò che Perpetua proferisse un nuovo e più solenne
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giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla
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spalliera della seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto
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insieme di comando e di supplica, e dicendo: «per amor del cielo!»
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«Delle sue!» esclamò Perpetua. «Oh che birbone! oh che soverchiatore!
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oh che uomo senza timor di Dio!»
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«Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?»
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«Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma come farà, povero signor
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padrone?»
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«Oh vedete,» disse don Abbondio, con voce stizzosa: «vedete che bei
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pareri mi sa dar costei! Viene a domandarmi come farò, come farò; quasi
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fosse lei nell'impiccio, e toccasse a me di levarnela.»
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«Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi....»
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«Ma poi, sentiamo.»
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«Il mio parere sarebbe che, siccome tutti dicono che il nostro
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arcivescovo è un sant'uomo, e un uomo di polso, e che non ha paura di
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nessuno, e, quando può fare star a dovere un di questi prepotenti, per
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sostenere un curato, ci gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse
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una bella lettera, per informarlo come qualmente....»
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«Volete tacere? volete tacere? Son pareri cedesti da dare a un
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pover'uomo? Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena,
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Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe?»
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«Eh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi
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cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano! E io ho sempre
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veduto che a chi sa mostrare i denti, e farsi stimare, gli si porta
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rispetto; e, appunto perchè lei non vuol mai dir la sua ragione, siam
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ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a....»
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«Volete tacere?»
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«Io taccio subito; ma è però certo che, quando il mondo s'accorge che
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uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le....»
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«Volete tacere? È tempo ora di dir codeste baggianate?»
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«Basta: ci penserà questa notte; ma intanto non cominci a farsi male da
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sè, a rovinarsi la salute; mangi un boccone.»
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«Ci penserò io,» rispose, brontolando, don Abbondio: «sicuro; io ci
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penserò, io ci ho da pensare.» E s'alzò, continuando: «non voglio
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prender niente; niente: ho altra voglia: lo so anch'io che tocca a
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pensarci a me. Ma! la doveva accader per l'appunto a me.»
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«Mandi almen giù quest'altro gocciolo,» disse Perpetua, mescendo. «Lei
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sa che questo le rimette sempre lo stomaco.»
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«Eh! ci vuoi altro, ci vuoi altro, ci vuoi altro.»
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Così dicendo, prese il lume, e, brontolando sempre: «una piccola
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bagattella! a un galantuomo par mio! e domani com'andrà?» e altre
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simili lamentazioni, s'avviò per salire in camera. Giunto su la soglia,
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si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con
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tono lento e solenne: «per amor del cielo!» e disparve.
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CAPITOLO II.
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Si racconta che il principe di Condé dormi profondamente la notte
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avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato;
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secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie,
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e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio invece
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non sapeva altro ancora se non che l'indomani sarebbe giorno di
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battaglia; quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte
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angosciose. Non far caso dell'intimazione ribalda, nè delle minacce,
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e fare il matrimonio, era un partito, che non volle neppur mettere in
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deliberazione. Confidare a Renzo l'occorrente, e cercar con lui qualche
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mezzo.... Dio liberi! «Non si lasci scappar parola.... altrimenti....
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_ehm!_» aveva detto un di que' bravi; e, al sentirsi rimbombar
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quell'_ehm!_ nella mente, don Abbondio, non che pensare a trasgredire
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una tal legge, si pentiva anche dell'aver ciarlato con Perpetua.
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|
Fuggire? Dove? E poi! Quant'impicci, e quanti conti da rendere! A
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ogni partito che rifiutava, il pover'uomo si rivoltava nel letto.
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Quello che, per ogni verso, gli parve il meglio o il men male, fu di
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guadagnar tempo, menando Renzo per le lunghe. Si rammentò a proposito,
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che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze;--e, se posso
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tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho poi due
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mesi di respiro; e, in due mesi, può nascer di gran cose.--Ruminò
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pretesti da metter in campo; e, benchè gli paressero un po' leggieri,
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pur s'andava rassicurando col pensiero che la sua autorità gli avrebbe
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fatti parer di giusto peso, e che la sua antica esperienza gli darebbe
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gran vantaggio sur un giovanotto ignorante.--Vedremo,--diceva tra
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sè:--egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato
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son io, lasciando stare che sono il più accorto. Figliuol caro, se tu
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ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne
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di mezzo.--Fermato così un poco l'animo a una deliberazione, potè
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finalmente chiuder occhio: ma che sonno! che sogni! Bravi, don Rodrigo,
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Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate.
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Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio, è un momento
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molto amaro. La mente, appena risentita, ricorre all'idee abituali
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della vita tranquilla antecedente; ma il pensiero del nuovo stato di
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cose le si affaccia subito sgarbatamente; e il dispiacere ne è più vivo
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in quel paragone istantaneo. Assaporato dolorosamente questo momento,
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don Abbondio ricapitolò subito i suoi disegni della notte, si confermò
|
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in essi, gli ordinò meglio, s'alzò, e stette aspettando Renzo con
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timore e, ad un tempo, con impazienza.
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Lorenzo o, come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare.
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Appena gli parve ora di poter, senza indiscrezione, presentarsi al
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curato, v'andò, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve in
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quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, rimasto
|
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privo de' parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta,
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ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni
|
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indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno
|
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che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il
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lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l'emigrazione continua
|
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de' lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi
|
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e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che
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rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che
|
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faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo;
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di modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato. E quantunque
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quell'annata fosse ancor più scarsa delle antecedenti, e già si
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cominciasse a provare una vera carestia, pure il nostro giovine, che,
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da quando aveva messi gli occhi addosso a Lucia, era divenuto massaio,
|
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si trovava provvisto bastantemente, e non aveva a contrastar con la
|
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fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario
|
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colore al cappello, col suo pugnale del manico bello, nel taschino de'
|
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calzoni, con una cert'aria di festa e nello stesso tempo di bravería,
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comune allora anche agli uomini più quieti. L'accoglimento incerto
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e misterioso di don Abbondio fece un contrapposto singolare ai modi
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gioviali e risoluti del giovinotto.
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--Che abbia qualche pensiero per la testa,--argomentò Renzo tra sè, poi
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disse: «son venuto, signor curato, per sapere a che ora le comoda che
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ci troviamo in chiesa.»
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«Di che giorno volete parlare?»
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«Come, di che giorno? non si ricorda che s'è fissato per oggi?»
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«Oggi?» replicò don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima
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volta. «Oggi, oggi.... abbiate pazienza, ma oggi non posso.»
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«Oggi non può! Cos'è nato?»
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«Prima di tutto, non mi sento bene, vedete.»
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«Mi dispiace; ma quello che ha da fare è cosa di così poco tempo, e di
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così poca fatica....»
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«E poi, e poi, e poi....»
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«E poi che cosa?»
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«E poi c'è degli imbrogli.»
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«Degl'imbrogli? Che imbrogli ci può essere?»
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«Bisognerebbe trovarsi nei nostri piedi, per conoscer quanti impicci
|
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nascono in queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io son
|
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troppo dolce di cuore, non penso che a levar di mezzo gli ostacoli, a
|
|
facilitar tutto, a far le cose secondo il piacere altrui, e trascuro il
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mio dovere; e poi mi toccan de' rimproveri, e peggio.»
|
|
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«Ma, col nome del cielo, non mi tenga così sulla corda, e mi dica
|
|
chiaro e netto cosa c'è.»
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«Sapete voi quante e quante formalità ci vogliono per fare un
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matrimonio in regola?»
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«Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa,» disse Renzo, cominciando ad
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alterarsi, «poichè me ne ha già rotta bastantemente la testa, questi
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giorni addietro. Ma ora non s'è sbrigato ogni cosa? non s'è fatto tutto
|
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ciò che s'aveva a fare?»
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«Tutto, tutto, pare a voi: perchè, abbiate pazienza, la bestia son io,
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che trascuro il mio dovere, per non far penare la gente. Ma ora....
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|
basta, so quel che dico. Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e
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il martello: voi impaziente; vi compatisco, povero giovine; e i
|
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superiori.... basta, non si può dir tutto. E noi siam quelli che ne
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andiam di mezzo.»
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«Ma mi spieghi una volta cos'è quest'altra formalità che s'ha a fare,
|
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come dice; e sarà subito fatta.»
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|
«Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?»
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|
|
«Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?»
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|
|
«_Error_, _conditio_, _votum_, _cognatio_, _crimen_, _Cultus
|
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disparitas_, _vis_, _ordo_, _ligamen_, _honestas_, _Si sis affinis_,...»
|
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|
|
cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
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|
|
|
«Si piglia gioco di me?» interruppe il giovine. «Che vuol ch'io faccia
|
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del suo _latinorum_?»
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|
«Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza, e rimettetevi a chi
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le sa.»
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«Orsù!...»
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|
«Via, caro Renzo, non andate in collera, che son pronto a fare....
|
|
tutto quello che dipende da me. Io, io vorrei vedervi contento; vi
|
|
voglio bene io. Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi
|
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mancava? V'è saltato il grillo di maritarvi....»
|
|
|
|
«Che discorsi son questi, signor mio?» proruppe Renzo, con un volto tra
|
|
l'attonito e l'adirato.
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«Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire. Vorrei vedervi
|
|
contento.»
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|
[Illustrazione: RENZO (pag. 22)]
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|
«In somma....»
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|
«In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa; la legge non l'ho fatta
|
|
io. E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati
|
|
a far molte e molte ricerche, per assicurarci che non ci siano
|
|
impedimenti.»
|
|
|
|
«Ma via, mi dica una volta che impedimento è sopravvenuto?»
|
|
|
|
«Abbiate pazienza, non son cose da potersi decifrare così su due piedi.
|
|
Non ci sarà niente, così spero; ma, non ostante, queste ricerche noi
|
|
le dobbiam fare. Il testo è chiaro e lampante: _antequam matrimonium
|
|
denunciet_....»
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|
|
«Le ho detto che non voglio latino.»
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|
«Ma bisogna pur che vi spieghi....»
|
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|
|
«Ma non le ha già fatte queste ricerche?»
|
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|
|
«Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico.»
|
|
|
|
«Perchè non le ha fatte a tempo? perchè dirmi che tutto era finito?
|
|
perchè aspettare....»
|
|
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|
«Ecco! mi rimproverate la mia troppa bontà. Ho facilitato ogni cosa per
|
|
servirvi più presto: ma.... ma ora mi son venute.... basta, so io.»
|
|
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|
«E che vorrebbe ch'io facessi?»
|
|
|
|
«Che aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno
|
|
non è poi l'eternità: abbiate pazienza.»
|
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|
|
«Per quanto?»
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--Siamo a buon porto,--pensò tra sè don Abbondio; e, con un fare più
|
|
manieroso che mai, «via,» disse: «in quindici giorni cercherò,...
|
|
procurerò....»
|
|
|
|
«Quindici giorni! oh questa sì ch'è nuova! S'è fatto tutto ciò che
|
|
ha voluto lei; s'è fissato il giorno; il giorno arriva; e ora lei mi
|
|
viene a dire che aspetti quindici giorni! Quindici....» riprese poi,
|
|
con voce più alta e stizzosa, stendendo il braccio e battendo il pugno
|
|
nell'aria; e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel numero, se
|
|
don Abbondio non l'avesse interrotto, prendendogli l'altra mano, con
|
|
un'amorevolezza timida e premurosa: «via, via, non v'alterate, per amor
|
|
del cielo. Vedrò, cercherò se, in una settimana....»
|
|
|
|
«E a Lucia che devo dire?»
|
|
|
|
«Ch'è stato un mio sbaglio.»
|
|
|
|
«E i discorsi del mondo?»
|
|
|
|
«Dite pure a tutti, che ho sbagliato io, per troppa furia, per troppo
|
|
buon cuore: gettate tutta la colpa addosso a me. Posso parlar meglio?
|
|
via, per una settimana.»
|
|
|
|
«E poi, non ci sarà più altri impedimenti?»
|
|
|
|
«Quando vi dico....»
|
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|
«Ebbene: avrò pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata
|
|
questa, non m'appagherò più di chiacchiere. Intanto la riverisco.» E
|
|
così detto, se n'andò, facendo a don Abbondio un inchino men profondo
|
|
del solito, e dandogli un'occhiata più espressiva che riverente.
|
|
|
|
Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta, verso la
|
|
casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su
|
|
quel colloquio; e sempre più lo trovava strano. L'accoglienza fredda
|
|
e impicciata di don Abbondio, quel suo parlare stentato insieme e
|
|
impaziente, que' due occhi grigi che, mentre parlava, eran sempre
|
|
andati scappando qua e là, come se avesser avuto paura d'incontrarsi
|
|
con le parole che gli uscivan di bocca, quel farsi quasi nuovo del
|
|
matrimonio così espressamente concertato, e sopra tutto quell'accennar
|
|
sempre qualche gran cosa, non dicendo mai nulla di chiaro; tutte queste
|
|
circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci fosse sotto un
|
|
mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far credere.
|
|
Stette il giovine in forse un momento di tornare indietro, per metterlo
|
|
alle strette, e farlo parlar più chiaro; ma, alzando gli occhi, vide
|
|
Perpetua che camminava dinanzi a lui, ed entrava in un orticello pochi
|
|
passi distante dalla casa. Le diede una voce, mentre essa apriva
|
|
l'uscio; studiò il passo, la raggiunse, la ritenne sulla soglia, e, col
|
|
disegno di scovar qualche cosa di più positivo, si fermò ad attaccar
|
|
discorso con essa.
|
|
|
|
«Buon giorno, Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati allegri
|
|
insieme.»
|
|
|
|
«Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo.»
|
|
|
|
«Fatemi un piacere: quel benedett'uomo del signor curato m'ha
|
|
impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire: spiegatemi
|
|
voi meglio perchè non può o non vuole maritarci oggi.»
|
|
|
|
«Oh! vi par egli ch'io sappia i segreti del mio padrone?»
|
|
|
|
--L'ho detto io, che c'era mistero sotto,--pensò Renzo; e, per tirarlo
|
|
in luce, continuò: «via, Perpetua; siamo amici; ditemi quel che sapete,
|
|
aiutate un povero figliuolo.»
|
|
|
|
«Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo.»
|
|
|
|
«È vero,» riprese questo, sempre più confermandosi ne' suoi sospetti;
|
|
e, cercando d'accostarsi più alla questione, «è vero,» soggiunse, «ma
|
|
tocca ai preti a trattar male co' poveri?»
|
|
|
|
«Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perchè.... non so niente; ma
|
|
quello che vi posso assicurare è che il mio padrone non vuol far torto,
|
|
nè a voi nè a nessuno; e lui non ci ha colpa.»
|
|
|
|
«Chi è dunque che ci ha colpa?» domandò Renzo, con un cert'atto
|
|
trascurato, ma col cuor sospeso, e con l'orecchio all'erta.
|
|
|
|
«Quando vi dico che non so niente.... In difesa del mio padrone, posso
|
|
parlare; perchè mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far
|
|
dispiacere a qualcheduno. Pover'uomo! se pecca, è per troppa bontà. C'è
|
|
bene a questo mondo de' birboni, de' prepotenti, degli uomini senza
|
|
timor di Dio....»
|
|
|
|
--Prepotenti! birboni!--pensò Renzo:--questi non sono i superiori.
|
|
«Via,» disse poi, nascondendo a stento l'agitazione crescente, «via,
|
|
ditemi chi è.»
|
|
|
|
«Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perchè.... non
|
|
so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere.
|
|
Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; è
|
|
tempo perduto per tutt'e due.» Così dicendo, entrò in fretta nell'orto,
|
|
e chiuse l'uscio. Renzo, rispostole con un saluto, tornò indietro pian
|
|
piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu
|
|
fuor del tiro dell'orecchio della buona donna, allungò il passo; in un
|
|
momento fu all'uscio di don Abbondio; entrò, andò diviato al salotto
|
|
dove l'aveva lasciato, ve lo trovò, e corse verso lui, con un fare
|
|
ardito, e con gli occhi stralunati.
|
|
|
|
«Eh! eh! che novità è questa?» disse don Abbondio.
|
|
|
|
«Chi è quel prepotente,» disse Renzo, con la voce d'un uomo ch'è
|
|
risoluto d'ottenere una risposta precisa, «chi è quel prepotente che
|
|
non vuol ch'io sposi Lucia?»
|
|
|
|
«Che? che? che?» balbettò il povero sorpreso, con un volto fatto in
|
|
un istante bianco e floscio, come un cencio che esca del bucato. E,
|
|
pur brontolando, spiccò un salto dal suo seggiolone, per lanciarsi
|
|
all'uscio. Ma Renzo, che doveva aspettarsi quella mossa, e stava
|
|
all'erta, vi balzò prima di lui, girò la chiave, e se la mise in tasca.
|
|
|
|
«Ah! ah! parlerà ora, signor curato? Tutti sanno i fatti miei, fuori di
|
|
me. Voglio saperli, per bacco, anch'io. Come si chiama colui?»
|
|
|
|
«Renzo! Renzo! per carità, badate a quel che fate; pensate all'anima
|
|
vostra.»
|
|
|
|
«Penso che lo voglio saper subito, sul momento.» E, così dicendo, mise,
|
|
forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli usciva
|
|
dal taschino.
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|
|
|
«Misericordia!» esclamò con voce fioca don Abbondio.
|
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|
«Lo voglio sapere.»
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«Chi v'ha detto....»
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«No, no; non più fandonie. Parli chiaro e subito.»
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«Mi volete morto?»
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«Voglio sapere ciò che ho ragion di sapere.»
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«Ma se parlo, son morto. Non m'ha da premere la mia vita?»
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«Dunque parli.»
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Quel «dunque» fu proferito con una tale energia, l'aspetto di Renzo
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divenne così minaccioso, che don Abbondio non potè più nemmen supporre
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la possibilità di disubbidire.
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«Mi promettete, mi giurate,» disse «di non parlarne con nessuno, di non
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dir mai...?»
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«Le prometto che fo uno sproposito, se lei non mi dice subito subito il
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nome di colui.»
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A quel nuovo scongiuro, don Abbondio, col volto, e con lo sguardo di
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chi ha in bocca le tenaglie del cavadenti, proferì: «don....»
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«Don?» ripetè Renzo, come per aiutare il paziente a buttar fuori il
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resto; e stava curvo, con l'orecchio chino sulla bocca di lui, con le
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braccia tese, e i pugni stretti all'indietro.
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«Don Rodrigo!» pronunziò in fretta il forzato, precipitando quelle
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poche sillabe, e strisciando le consonanti, parte per il turbamento,
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parte perchè, rivolgendo pure quella poca attenzione che gli rimaneva
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libera, a fare una transazione tra le due paure, pareva che volesse
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sottrarre e fare scomparir la parola, nel punto stesso ch'era costretto
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a metterla fuori.
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«Ah cane!» urlò Renzo. «E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?»
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«Come eh? come?» rispose, con voce quasi sdegnosa, don Abbondio, il
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quale, dopo un così gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto
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creditore. «Come eh? Vorrei che la fosse toccata a voi, come è toccata
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a me, che non c'entro per nulla; che certamente non vi sarebber rimasti
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tanti grilli in capo.» E qui si fece a dipinger con colori terribili
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il brutto incontro; e, nel discorrere, accorgendosi sempre più d'una
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gran collera che aveva in corpo, e che fin allora era stata nascosta
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e involta nella paura, e vedendo nello stesso tempo che Renzo, tra
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la rabbia e la confusione, stava immobile, col capo basso, continuò
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allegramente: «avete fatta una bella azione! M'avete reso un bel
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servizio! Un tiro di questa sorte a un galantuomo, al vostro curato! in
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casa sua! in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza! Per cavarmi
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di bocca il mio malanno, il vostro malanno! ciò ch'io vi nascondevo per
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prudenza, per vostro bene! E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi
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faceste...! Per amor del ciclo! Non si scherza. Non si tratta di torto
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o di ragione; si tratta di forza. E quando, questa mattina, vi davo un
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buon parere.... eh! subito nelle furie. Io avevo giudizio per me e per
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voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia chiave.»
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«Posso aver fallato,» rispose Renzo, con voce raddolcita verso don
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Abbondio, ma nella quale si sentiva il furore contro il nemico
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scoperto: «posso aver fallato; ma si metta la mano al petto, e pensi se
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nel mio caso....»
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Così dicendo, s'era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire.
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Don Abbondio gli andò dietro, e, mentre quegli girava la chiave nella
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toppa, se gli accostò, e, con volto serio e ansioso, alzandogli davanti
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agli occhi le tre prime dita della destra, come per aiutarlo anche lui
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dal canto suo, «giurate almeno....» gli disse.
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«Posso aver fallato; e mi scusi,» rispose Renzo, aprendo, e
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disponendosi ad uscire.
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«Giurate....» replicò don Abbondio, afferrandogli il braccio con la
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mano tremante.
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«Posso aver fallato,» ripetè Renzo, sprigionandosi da lui; e partì in
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furia, troncando così la questione, che, al pari d'una questione di
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letteratura o di filosofia o d'altro, avrebbe potuto durar dei secoli,
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giacchè ognuna delle parti non faceva che replicare il suo proprio
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argomento.
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«Perpetua! Perpetua!» gridò don Abbondio, dopo avere invano richiamato
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il fuggitivo. Perpetua non risponde: don Abbondio non sapeva più in che
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mondo si fosse.
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È accaduto più d'una volta a personaggi di ben più alto affare che don
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Abbondio, di trovarsi in frangenti così fastidiosi, in tanta incertezza
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di partiti, che parve loro un ottimo ripiego mettersi a letto con la
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febbre. Questo ripiego, egli non lo dovette andare a cercare, perchè
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gli si offerse da sè. La paura del giorno avanti, la veglia angosciosa
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della notte, la paura avuta in quel momento, l'ansietà dell'avvenire,
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fecero l'effetto. Affannato e balordo, si ripose sul suo seggiolone,
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cominciò a sentirsi qualche brivido nell'ossa, si guardava le unghie
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sospirando, e chiamava di tempo in tempo, con voce tremolante e
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stizzosa: «Perpetua!» La venne finalmente, con un gran cavolo sotto il
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braccio, e con la faccia tosta, come se nulla fosse stato. Risparmio al
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lettore i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, i «voi sola
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potete aver parlato,» e i «non ho parlato,» tutti i pasticci insomma di
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quel colloquio. Basti dire che don Abbondio ordinò a Perpetua di metter
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la stanga all'uscio, di non aprir più per nessuna cagione, e, se alcun
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bussasse, risponder dalla finestra che il curato era andato a letto con
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la febbre. Salì poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini,
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«son servito;» e si mise davvero a letto, dove lo lasceremo.
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Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver
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determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di far
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qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori,
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tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei,
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non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui
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portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno
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dal sangue, un giovine schietto e nemico d'ogni insidia; ma, in que'
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momenti, il suo cuore non batteva che per l'omicidio, la sua mente non
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era occupata che a fantasticare un tradimento. Avrebbe voluto correre
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alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e.... ma gli veniva
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in mente ch'era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro,
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e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti
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v'entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che
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un artigianello sconosciuto non vi potrebb'entrare senza un esame,
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e ch'egli sopra tutto.... egli vi sarebbe forse troppo conosciuto.
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Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d'appiattarsi dietro
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una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e,
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internandosi, con feroce compiacenza, in quell'immaginazione, si
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figurava di sentire una pedata, quella pedata, d'alzar chetamente
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la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva
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la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava
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una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in
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salvo.--E Lucia?--Appena questa parola si fu gettata a traverso di
|
|
quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente
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di Renzo, v'entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de'
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suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de' santi, pensò alla
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consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti,
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all'orrore che aveva tante volte provato al racconto d'un omicidio; e
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si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e
|
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insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare.
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Ma il pensiero di Lucia, quanti pensieri tirava seco! Tante speranze,
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tante promesse, un avvenire così vagheggiato, e così tenuto sicuro,
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e quel giorno così sospirato! E come, con che parole annunziarle una
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tal nuova? E poi, che partito prendere? Come farla sua, a dispetto
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della forza di quell'iniquo potente? E insieme a tutto questo, non un
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sospetto formato, ma un'ombra tormentosa gli passava per la mente.
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Quella soverchieria di don Rodrigo non poteva esser mossa che da una
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brutale passione per Lucia. E Lucia? Che avesse data a colui la più
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piccola occasione, la più leggiera lusinga, non era un pensiero che
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potesse fermarsi un momento nella testa di Renzo. Ma n'era informata?
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Poteva colui aver concepita quell'infame passione, senza che lei se
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n'avvedesse? Avrebbe spinte le cose tanto in là, prima d'averla tentata
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in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta una parola a lui! al
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suo promesso!
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Dominato da questi pensieri, passò davanti a casa sua, ch'era nel mezzo
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del villaggio, e, attraversatolo, s'avviò a quella di Lucia, ch'era
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in fondo, anzi un po' fuori. Aveva quella casetta un piccolo cortile
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dinanzi, che la separava dalla strada, ed era cinto da un murettino.
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Renzo entrò nel cortile, e sentì un misto e continuo ronzío che veniva
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da una stanza di sopra. S'immaginò che sarebbero amiche e comari,
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venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel mercato,
|
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con quella nuova in corpo e sul volto. Una fanciulletta che si trovava
|
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nel cortile, gli corse incontro gridando: «lo sposo! lo sposo!»
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«Zitta, Bettina, zitta!» disse Renzo. «Vien qua; va su da Lucia, tirala
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in disparte, e dille all'orecchio.... ma che nessun senta, nè sospetti
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di nulla, ve'.... dille che ho da parlarle, che l'aspetto nella stanza
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terrena, e che venga subito.» La fanciulletta salì in fretta le scale,
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lieta e superba d'avere una commission segreta da eseguire.
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Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre.
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Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perchè si lasciasse
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vedere; e lei s'andava schermendo, con quella modestia un po' guerriera
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delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola
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sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la
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bocca s'apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra
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la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro
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il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli
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d'argento, che si dividevano all'intorno, quasi a guisa de' raggi
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d'un'aureola, come ancora usano le contadine nel Milanese. Intorno
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al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a
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filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche
|
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separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio
|
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di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle,
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di seta anch'esse, a ricami. Oltre a questo, ch'era l'ornamento
|
|
particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano
|
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d'una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie
|
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affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un
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turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand'in
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|
quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un
|
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carattere particolare. La piccola Bettina si cacciò nel crocchio,
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s'accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da
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comunicarle, e le disse la sua parolina all'orecchio.
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«Vo un momento, e torno,» disse Lucia alle donne; e scese in fretta. Al
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veder la faccia mutata, e il portamento inquieto di Renzo, «cosa c'è?»
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disse, non senza un presentimento di terrore.
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«Lucia!» rispose Renzo, «per oggi, tutto è a monte; e Dio sa quando
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potremo esser marito e moglie.»
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«Che?» disse Lucia tutta smarrita. Renzo le raccontò brevemente la
|
|
storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando udì
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|
il nome di don Rodrigo, «ah!» esclamò, arrossendo e tremando, «fino a
|
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questo segno!»
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[Illustrazione: LUCIA (pag. 32)]
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«Dunque voi sapevate...?» disse Renzo.
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«Pur troppo!» rispose Lucia; «ma a questo segno!»
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«Che cosa sapevate?»
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«Non mi fate ora parlare, non mi fate piangere. Corro a chiamar mia
|
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madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli.»
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Mentre ella partiva, Renzo susurrò: «non m'avete mai detto niente.»
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«Ah, Renzo!» rispose Lucia, rivolgendosi un momento, senza fermarsi.
|
|
Renzo intese benissimo che il suo nome pronunziato in quel momento,
|
|
con quel tono, da Lucia, voleva dire: potete voi dubitare ch'io abbia
|
|
taciuto se non per motivi giusti e puri?
|
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|
Intanto la buona Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in
|
|
sospetto e in curiosità dalla parolina all'orecchio, e dallo sparir
|
|
della figlia, era discesa a veder cosa c'era di nuovo. La figlia la
|
|
lasciò con Renzo, tornò alle donne radunate, e, accomodando l'aspetto
|
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e la voce, come potè meglio, disse: «il signor curato è ammalato; e
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|
oggi non si fa nulla.» Ciò detto, le salutò tutte in fretta, e scese di
|
|
nuovo.
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Le donne sfilarono, e si sparsero a raccontar l'accaduto. Due o tre
|
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andaron fin all'uscio del curato, per verificar se era ammalato davvero.
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«Un febbrone,» rispose Perpetua dalla finestra; e la trista parola,
|
|
riportata all'altre, troncò le congetture che già cominciavano a
|
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brulicar ne' loro cervelli, e ad annunziarsi tronche e misteriose ne'
|
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loro discorsi.
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|
CAPITOLO III.
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Lucia entrò nella stanza terrena, mentre Renzo stava angosciosamente
|
|
informando Agnese, la quale angosciosamente lo ascoltava. Tutt'e due
|
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si volsero a chi ne sapeva più di loro, e da cui aspettavano uno
|
|
schiarimento, il quale non poteva essere che doloroso: tutt'e due,
|
|
lasciando travedere, in mezzo al dolore, e con l'amore diverso che
|
|
ognun d'essi portava a Lucia, un cruccio pur diverso perchè avesse
|
|
taciuto loro qualche cosa, e una tal cosa. Agnese, benchè ansiosa di
|
|
sentir parlare la figlia, non potè tenersi di non farle un rimprovero.
|
|
«A tua madre non dir niente d'una cosa simile!»
|
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|
«Ora vi dirò tutto,» rispose Lucia, asciugandosi gli occhi col
|
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grembiule.
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|
«Parla, parla!--Parlate, parlate!» gridarono a un tratto la madre e lo
|
|
sposo.
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«Santissima Vergine!» esclamò Lucia: «chi avrebbe creduto che le cose
|
|
potessero arrivare a questo segno!» E, con voce rotta dal pianto,
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|
raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed
|
|
era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don
|
|
Rodrigo, in compagnia d'un altro signore; che il primo aveva cercato di
|
|
trattenerla con chiacchiere, com'ella diceva, non punto belle; ma essa,
|
|
senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne;
|
|
e intanto aveva sentito quell'altro signore rider forte, e don Rodrigo
|
|
dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s'eran trovati ancora sulla
|
|
strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e
|
|
l'altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo.
|
|
«Per grazia del cielo,» continuò Lucia, «quel giorno era l'ultimo della
|
|
filanda. Io raccontai subito....»
|
|
|
|
«A chi hai raccontato?» domandò Agnese, andando incontro, non senza un
|
|
po' di sdegno, al nome del confidente preferito.
|
|
|
|
«Al padre Cristoforo, in confessione, mamma,» rispose Lucia, con un
|
|
accento soave di scusa. «Gli raccontai tutto, l'ultima volta che siamo
|
|
andate insieme alla chiesa del convento: e, se vi ricordate, quella
|
|
mattina, io andava mettendo mano ora a una cosa, ora a un'altra,
|
|
per indugiare, tanto che passasse altra gente del paese avviata a
|
|
quella volta, e far la strada in compagnia con loro; perchè, dopo
|
|
quell'incontro, le strade mi facevan tanta paura....»
|
|
|
|
Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si raddolcì.
|
|
«Hai fatto bene,» disse, «ma perchè non raccontar tutto anche a tua
|
|
madre?»
|
|
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|
Lucia aveva avute due buone ragioni: l'una, di non contristare nè
|
|
spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto
|
|
trovar rimedio; l'altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte
|
|
bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto più che
|
|
Lucia sperava che le sue nozze avrebber troncata, sul principiare,
|
|
quell'abbominata persecuzione. Di queste due ragioni però, non allegò
|
|
che la prima.
|
|
|
|
«E a voi,» disse poi, rivolgendosi a Renzo, con quella voce che vuol
|
|
far riconoscere a un amico che ha avuto torto: «e a voi doveva io
|
|
parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora!»
|
|
|
|
«E che t'ha detto il padre?» domandò Agnese.
|
|
|
|
«M'ha detto che cercassi d'affrettar le nozze il più che potessi, e
|
|
intanto stessi rinchiusa; che pregassi bene il Signore; e che sperava
|
|
che colui, non vedendomi, non si curerebbe più di me. E fu allora che
|
|
mi sforzai,» proseguì, rivolgendosi di nuovo a Renzo, senza alzargli
|
|
però gli occhi in viso, e arrossendo tutta, «fu allora che feci la
|
|
sfacciata, e che vi pregai io che procuraste di far presto, e di
|
|
concludere prima del tempo che s'era stabilito. Chi sa cosa avrete
|
|
pensato di me! Ma io facevo per bene, ed ero stata consigliata,
|
|
e tenevo per certo.... e questa mattina, ero tanto lontana da
|
|
pensare....» Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di
|
|
pianto.
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|
|
|
«Ah birbone! ah dannato! ah assassino!» gridava Renzo, correndo innanzi
|
|
e indietro per la stanza, e stringendo di tanto in tanto il manico del
|
|
suo coltello.
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|
|
|
«Oh che imbroglio, per amor di Dio!» esclamava Agnese. Il giovine si
|
|
fermò d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guardò con un atto
|
|
di tenerezza mesta e rabbiosa, e disse: «questa è l'ultima che fa
|
|
quell'assassino.»
|
|
|
|
«Ah! no, Renzo, per amor del cielo!» gridò Lucia. «No, no, per amor del
|
|
cielo! Il Signore c'è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti,
|
|
se facciam del male?»
|
|
|
|
«No, no, per amor del cielo!» ripeteva Agnese.
|
|
|
|
«Renzo,» disse Lucia, con un'aria di speranza e di risoluzione più
|
|
tranquilla: «voi avete un mestiere, e io so lavorare: andiamo tanto
|
|
lontano, che colui non senta più parlar di noi.»
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|
|
«Ah Lucia! e poi? Non siamo ancora marito e moglie! Il curato vorrà
|
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farci la fede di stato libero? Un uomo come quello? Se fossimo
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|
maritati, oh allora...!»
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Lucia si rimise a piangere: e tutt'e tre rimasero in silenzio, e in un
|
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abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva de'
|
|
loro abiti.
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|
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«Sentite, figliuoli; date retta a me,» disse, dopo qualche momento,
|
|
Agnese. «Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un
|
|
poco. Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto
|
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si dipinge. A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perchè
|
|
non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina
|
|
d'un uomo che abbia studiato.... so ben io quel che voglio dire. Fate a
|
|
mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli,
|
|
raccontategli.... Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un
|
|
soprannome. Bisogna dire il signor dottor.... Come si chiama, ora?
|
|
Oh to'! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel modo. Basta,
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cercate di quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una
|
|
voglia di lampone sulla guancia.»
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|
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«Lo conosco di vista,» disse Renzo.
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|
|
|
«Bene,» continuò Agnese: «quello è una cima d'uomo! Ho visto io più
|
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d'uno ch'era più impicciato che un pulcin nella stoppa, e non sapeva
|
|
dove batter la testa, e, dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col
|
|
dottor Azzecca-garbugli, (badate bene di non chiamarlo così!) l'ho
|
|
visto, dico, ridersene. Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a cui
|
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dovevo tirare il collo, per il banchetto di domenica, e portateglieli;
|
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perchè non bisogna mai andar con le mani vôte da que' signori.
|
|
Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dirà, su due piedi, di
|
|
quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un anno.»
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Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l'approvò; e
|
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Agnese, superba d'averlo dato, levò, a una a una, le povere bestie
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dalla stia, riunì le loro otto gambe, come se facesse un mazzetto di
|
|
fiori, le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegnò in mano
|
|
a Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla
|
|
parte dell'orto, per non esser veduto da' ragazzi, che gli correrebber
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dietro, gridando: lo sposo! lo sposo! Così, attraversando i campi o,
|
|
come dicon colà, i luoghi, se n'andò per viottole, fremendo, ripensando
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|
alla sua disgrazia, e ruminando il discorso da fare al dottor
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Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare
|
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in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe,
|
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a capo all'in giù, nella mano d'un uomo il quale, agitato da tante
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passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto
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per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l'alzava per
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disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti
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i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro
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teste spenzolate; le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con
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l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.
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Giunto al borgo, domandò dell'abitazione del dottore; gli fu indicata,
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e v'andò. All'entrare, si sentì preso da quella suggezione che i
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poverelli illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto,
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e dimenticò tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un'occhiata
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ai capponi, e si rincorò. Entrato in cucina, domandò alla serva, se
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si poteva parlare al signor dottore. Adocchiò essa le bestie, e, come
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avvezza a somiglianti doni, mise loro le mani addosso, quantunque
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Renzo andasse tirando indietro, perchè voleva che il dottore vedesse e
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sapesse ch'egli portava qualche cosa. Capitò appunto mentre la donna
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diceva: «date qui, e andate innanzi.» Renzo fece un grande inchino: il
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dottore l'accolse umanamente, con un «venite, figliuolo,» e lo fece
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entrar con sè nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti
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del quale eran distribuiti i ritratti de' dodici Cesari; la quarta,
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coperta da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo,
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una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride,
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con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone
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a braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli
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da due ornamenti di legno, che s'alzavano a foggia di corna, coperta
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di vacchetta, con grosse borchie, alcune delle quali, cadute da
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gran tempo, lasciavano in libertà gli angoli della copertura, che
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s'accartocciava qua e là. Il dottore era in veste da camera, cioè
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coperto d'una toga ormai consunta, che gli aveva servito, molt'anni
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addietro, per perorare, ne' giorni d'apparato, quando andava a Milano,
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per qualche causa d'importanza. Chiuse l'uscio, e fece animo al
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giovine, con queste parole: «figliuolo, ditemi il vostro caso.»
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«Vorrei dirle una parola in confidenza.»
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«Son qui,» rispose il dottore: «parlate.» E s'accomodò sul seggiolone.
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Renzo, ritto davanti alla tavola, con una mano nel cocuzzolo del
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cappello, che faceva girar con l'altra, ricominciò: «vorrei sapere da
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lei che ha studiato....»
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«Ditemi il fatto come sta,» interruppe il dottore.
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«Lei m'ha da scusare: noi altri poveri non sappiamo parlar bene. Vorrei
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dunque sapere....»
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«Benedetta gente! siete tutti così: in vece di raccontar il fatto,
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volete interrogare, perchè avete già i vostri disegni in testa.»
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«Mi scusi, signor dottore. Vorrei sapere se, a minacciare un curato,
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perchè non faccia un matrimonio, c'è penale.»
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--Ho capito,--disse tra sè il dottore, che in verità non aveva
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capito.--Ho capito.--E subito si fece serio, ma d'una serietà mista
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di compassione e di premura; strinse fortemente le labbra, facendone
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uscire un suono inarticolato che accennava un sentimento, espresso
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poi più chiaramente nelle sue prime parole. «Caso serio, figliuolo;
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caso contemplato. Avete fatto bene a venir da me. È un caso chiaro,
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contemplato in cento gride, e.... appunto, in una dell'anno scorso,
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dell'attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e toccar con mano.»
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Così dicendo, s'alzò dal suo seggiolone, e cacciò le mani in quel caos
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di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno
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staio.
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«Dov'è ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani!
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Ma la dev'esser qui sicuro, perchè è una grida d'importanza. Ah!
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ecco, ecco.» La prese, la spiegò, guardò alla data, e, fatto un viso
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ancor più serio, esclamò: «il 15 d'ottobre 1627! Sicuro; è dell'anno
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passato: grida fresca; son quelle che fanno più paura. Sapete leggere,
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figliuolo?»
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«Un pochino, signor dottore.»
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«Bene, venitemi dietro con l'occhio, e vedrete.»
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E, tenendo la grida sciorinata in aria, cominciò a leggere, borbottando
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a precipizio in alcuni passi, e fermandosi distintamente, con
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grand'espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno:
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«_Se bene, per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di Feria ai
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14 di dicembre 1620, et confirmata dall'Illustriss. et Eccellentiss.
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Signore il Signor Gonzalo Fernandez de Cordova_, eccetera, _fu
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con rimedii straordinarii e rigorosi provvisto alle oppressioni,
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concussioni et atti tirannici che alcuni ardiscono di commettere contra
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questi Vassalli tanto divoti di S. M., ad ogni modo la frequenza degli
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eccessi, e la malitia_, eccetera, _è cresciuta a segno, che ha posto
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in necessità l'Eccell. Sua_, eccetera. _Onde, col parere del Senato et
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di una Giunta_, eccetera, _ha risoluto che si pubblichi la presente_.
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«_E cominciando dagli atti tirannici, mostrando l'esperienza che molti,
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così nelle Città, come nelle Ville_.... sentite? _di questo Stato, con
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tirannide esercitano concussioni et opprimono i più deboli in varii
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modi, come in operare che si facciano contratti violenti di compre,
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d'affitti_.... eccetera: dove sei? ah! ecco; sentite: _che seguano o
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non seguano matrimonii_. Eh?»
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«E il mio caso,» disse Renzo.
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«Sentite, sentite, c'è ben altro; e poi vedremo la pena. _Si
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testifichi, o non si testifichi; che uno si parta dal luogo dove
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abita_, eccetera; _che quello paghi un debito; quell'altro non lo
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molesti, quello vada al suo molino_: tutto questo non ha che far con
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noi. Ah ci siamo: _quel prete non faccia quello che è obbligato per
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l'uficio suo, o faccia cose che non gli toccano_. Eh?»
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«Pare che abbian fatta la grida apposta per me.»
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«Eh? non è vero? sentite, sentite: _et altre simili violenze, quali
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seguono da feudatarii, nobili, mediocri, vili, e plebei_. Non se ne
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scappa: ci son tutti: è come la valle di Giosafat. Sentite ora la pena.
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|
_Tutte queste et altre simili male attioni, benchè siano proibite,
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|
nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore, S. E., per la
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presente, non derogando_, eccetera, _ordina e comanda che contra li
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|
contravventori in qualsivoglia dei suddetti capi, o altro simile,
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si proceda da tutti li giudici ordinarii di questo Stato a pena
|
|
pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino alla
|
|
morte_.... una piccola bagattella! _all'arbitrio dell'Eccellenza Sua,
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o del Senato, secondo la qualità dei casi, persone e circostanze. E
|
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questo ir-re-mis-si-bil-men-te e con ogni rigore_, eccetera. Ce n'è
|
|
della roba, eh? E vedete qui le sottoscrizioni: _Gonzalo Fernandez de
|
|
Cordova_; e più in giù: _Platonus_; e qui ancora: _Vidit Ferrer_: non
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ci manca niente.»
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Mentre il dottore leggeva, Renzo gli andava dietro lentamente con
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|
l'occhio, cercando di cavar il costrutto chiaro, e di mirar proprio
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quelle sacrosante parole, che gli parevano dover essere il suo aiuto.
|
|
Il dottore, vedendo il nuovo cliente più attento che atterrito, si
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|
maravigliava.--Che sia matricolato costui,--pensava tra sè. «Ah! ah!»
|
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gli disse poi: «vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto
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prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno. Il
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caso è serio; ma voi non sapete quel che mi basti l'animo di fare, in
|
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un'occasione.»
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Per intender quest'uscita del dottore, bisogna sapere, o rammentarsi
|
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che, a quel tempo, i bravi di mestiere; i facinorosi d'ogni genere,
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usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una
|
|
visiera, all'atto d'affrontar qualcheduno, ne' casi in cui stimasser
|
|
necessario di travisarsi, e l'impresa fosse di quelle, che richiedevano
|
|
nello stesso tempo forza e prudenza. Le gride non erano state in
|
|
silenzio su questa moda. _Comanda Sua Eccellenza_ (il marchese de la
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|
Hynojosa) _che chi porterà i capelli di tal lunghezza che coprano il
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|
fronte fino alli cigli esclusivamente, ovvero porterà la trezza, o
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avanti o dopo le orecchie, incorra la pena di trecento scudi; et in
|
|
caso d'inhabilità, di tre anni di galera, per la prima volta, e per la
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seconda, oltre la suddetta, maggiore ancora, pecuniaria et corporale,
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|
all'arbitrio di Sua Eccellenza._
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|
_Permette però che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra
|
|
ragionevole causa di segnale o ferita, possano quelli tali, per maggior
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|
decoro e sanità loro, portare i capelli tanto lunghi, quanto sia
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|
bisogno per coprire simili mancamenti e niente di più; avvertendo bene
|
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a non eccedere il dovere epura necessità, per_ (non) _incorrere nella
|
|
pena agli altri contraffacienti imposta._
|
|
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_E parimente comanda a' barbieri, sotto pena di cento scudi o di tre
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|
tratti di corda da esser dati loro in pubblico, et maggiore anco
|
|
corporale, all'arbitrio come sopra, che non lascino a quelli che
|
|
toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi, nè capelli più
|
|
lunghi dell'ordinario, così nella fronte come dalle bande, e dopo
|
|
le orecchie, ma che siano tutti uguali, come sopra, salvo nel caso
|
|
dei calvi, o altri difettosi, come si è detto._ Il ciuffo era dunque
|
|
quasi una parte dell'armatura, e un distintivo de' bravacci e degli
|
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scapestrati; i quali poi da ciò vennero comunemente chiamati ciuffi.
|
|
Questo termine è rimasto e vive tuttavia, con significazione più
|
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mitigata, nel dialetto: e non ci sarà forse nessuno de' nostri lettori
|
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milanesi, che non si rammenti d'aver sentito, nella sua fanciullezza, o
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i parenti, o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona di
|
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servizio, dir di lui: è un ciuffo, è un ciuffetto.
|
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[Illustrazione: ...«Ce n'è della roba, eh? E vedete le sottoscrizioni»...
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(pag. 39)]
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«In verità, da povero figliuolo,» rispose Renzo, «io non ho mai portato
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ciuffo in vita mia.»
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«Non facciam niente,» rispose il dottore, scotendo il capo, con un
|
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sorriso, tra malizioso e impaziente. «Se non avete fede in me, non
|
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facciam niente. Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo, è
|
|
uno sciocco che dirà la verità al giudice. All'avvocato bisogna
|
|
raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle. Se volete
|
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ch'io v'aiuti, bisogna dirmi tutto, dall'a fino alla zeta, col cuore
|
|
in mano, come al confessore. Dovete nominarmi la persona da cui
|
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avete avuto il mandato: sarà naturalmente persona di riguardo; e,
|
|
in questo caso, io anderò da lui, a fare un atto di dovere. Non gli
|
|
dirò, vedete, ch'io sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi. Gli
|
|
dirò che vengo ad implorar la sua protezione, per un povero giovine
|
|
calunniato. E con lui prenderò i concerti opportuni, per finir l'affare
|
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lodevolmente. Capite bene che, salvando sè, salverà anche voi. Se poi
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la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri
|
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da peggio imbrogli.... Purchè non abbiate offeso persona di riguardo,
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intendiamoci, m'impegno a togliervi d'impiccio: con un po' di spesa,
|
|
intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l'offeso, come si dice: e, secondo
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la condizione, la qualità e l'umore dell'amico, si vedrà se convenga
|
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più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo
|
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d'attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell'orecchio;
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perchè, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e
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nessuno è innocente. In quanto al curato, se è persona di giudizio, se
|
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ne starà zitto; se fosse una testolina, c'è rimedio anche per quelle.
|
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D'ogni intrigo si può uscire; ma ci vuole un uomo: e il vostro caso è
|
|
serio; serio, vi dico, serio: la grida canta chiaro; e se la cosa si
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deve decider tra la giustizia e voi, così a quattr'occhi, state fresco.
|
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Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela
|
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liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuoi bene, ubbidire, far
|
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tutto quello che vi sarà suggerito.»
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|
Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava
|
|
guardando con un'attenzione estatica, come un materialone sta sulla
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piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata
|
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in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro,
|
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che non finisce mai. Quand'ebbe però capito bene cosa il dottore
|
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volesse dire, e quale equivoco avesse preso, gli troncò il nastro in
|
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bocca, dicendo: «oh! signor dottore, come l'ha intesa? l'è proprio
|
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tutta al rovescio. Io non ho minacciato nessuno; io non fo di queste
|
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cose, io; e domandi pure a tutto il mio comune, che sentirà che non ho
|
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mai avuto che fare con la giustizia. La bricconeria l'hanno fatta a me;
|
|
e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e son
|
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ben contento d'aver visto quella grida.»
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«Diavolo!» esclamò il dottore, spalancando gli occhi. «Che pasticci mi
|
|
fate? Tant'è; siete tutti così: possibile che non sappiate dirle chiare
|
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le cose?»
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«Ma mi scusi; lei non m'ha dato tempo: ora le racconterò la cosa,
|
|
com'è. Sappia dunque ch'io dovevo sposare oggi,» e qui la voce di Renzo
|
|
si commosse, «dovevo sposare oggi una giovine, alla quale discorrevo,
|
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fin da quest'estate; e oggi, come le dico, era il giorno stabilito col
|
|
signor curato, e s'era disposto ogni cosa. Ecco che il signor curato
|
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comincia a cavar fuori certe scuse.... basta, per non tediarla, io l'ho
|
|
fatto parlar chiaro, com'era giusto; e lui m'ha confessato che gli era
|
|
stato proibito, pena la vita, di far questo matrimonio. Quel prepotente
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|
di don Rodrigo....»
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|
«Eh via!» interruppe subito il dottore, aggrottando le ciglia,
|
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aggrinzando il naso rosso, e storcendo la bocca, «eh via! Che mi venite
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a rompere il capo con queste fandonie? Fate di questi discorsi tra voi
|
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altri, che non sapete misurar le parole; e non venite a farli con un
|
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galantuomo che sa quanto valgono. Andate, andate; non sapete quel che
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vi dite: io non m'impiccio con ragazzi; non voglio sentir discorsi di
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questa sorte, discorsi in aria.»
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«Le giuro....»
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«Andate, vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri giuramenti? Io non
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c'entro: me ne lavo le mani.» E se le andava stropicciando, come se le
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lavasse davvero. «Imparate a parlare: non si viene a sorprender così un
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galantuomo.»
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«Ma senta, ma senta,» ripeteva indarno Renzo: il dottore, sempre
|
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gridando, lo spingeva con le mani verso l'uscio; e, quando ve l'ebbe
|
|
cacciato, aprì, chiamò la serva, e le disse: «restituite subito a
|
|
quest'uomo quello che ha portato: io non voglio niente, non voglio
|
|
niente.»
|
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Quella donna non aveva mai, in tutto il tempo ch'era stata in quella
|
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casa, eseguito un ordine simile: ma era stato proferito con una
|
|
tale risoluzione, che non esitò a ubbidire. Prese le quattro povere
|
|
bestie, e le diede a Renzo, con un'occhiata di compassione sprezzante,
|
|
che pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia fatta bella. Renzo
|
|
voleva far cerimonie; ma il dottore fu inespugnabile; e il giovine,
|
|
più attonito e più stizzito che mai, dovette riprendersi le vittime
|
|
rifiutate, e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto
|
|
della sua spedizione.
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|
|
|
Le donne, nella sua assenza, dopo essersi tristamente levate il vestito
|
|
delle feste e messo quello del giorno di lavoro, si misero a consultar
|
|
di nuovo, Lucia singhiozzando e Agnese sospirando. Quando questa ebbe
|
|
ben parlato de' grandi effetti che si dovevano sperare dai consigli
|
|
del dottore, Lucia disse che bisognava veder d'aiutarsi in tutte le
|
|
maniere; che il padre Cristoforo era uomo non solo da consigliare, ma
|
|
da metter l'opera sua, quando si trattasse di sollevar poverelli; e che
|
|
sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ciò ch'era accaduto.
|
|
«Sicuro,» disse Agnese: e si diedero a cercare insieme la maniera;
|
|
giacchè andar esse al convento, distante di là forse due miglia, non
|
|
se ne sentivano il coraggio, in quel giorno: e certo nessun uomo di
|
|
giudizio gliene avrebbe dato il parere. Ma, nel mentre che bilanciavano
|
|
i partiti, si senti un picchietto all'uscio, e, nello stesso momento,
|
|
un sommesso ma distinto: «_Deo gratias_.» Lucia, immaginandosi chi
|
|
poteva essere, corse ad aprire; e subito, fatto un piccolo inchino
|
|
famigliare, venne avanti un laico cercatore cappuccino, con la sua
|
|
bisaccia pendente alla spalla sinistra, e tenendone l'imboccatura
|
|
attortigliata e stretta nelle due mani sul petto.
|
|
|
|
«Oh fra Galdino!» dissero le due donne.
|
|
|
|
«Il Signore sia con voi,» disse il frate. «Vengo alla cerca delle noci.»
|
|
|
|
«Va a prender le noci per i padri,» disse Agnese. Lucia s'alzò, e
|
|
s'avviò all'altra stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro le
|
|
spalle di fra Galdino, che rimaneva diritto nella medesima positura; e,
|
|
mettendo il dito alla bocca, diede alla madre un'occhiata che chiedeva
|
|
il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una certa
|
|
autorità.
|
|
|
|
Il cercatore, sbirciando Agnese così da lontano, disse: «e questo
|
|
matrimonio? Si doveva pur fare oggi: ho veduto nel paese una certa
|
|
confusione, come se ci fosse una novità. Cos'è stato?»
|
|
|
|
«Il signor curato è ammalato, e bisogna differire,» rispose in
|
|
fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe
|
|
probabilmente stata diversa. «E come va la cerca?» soggiunse poi, per
|
|
mutar discorso.
|
|
|
|
«Poco bene, buona donna, poco bene. Le son tutte qui.» E, così dicendo,
|
|
si levò la bisaccia d'addosso, e la fece saltar tra le due mani. «Son
|
|
tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza, ho dovuto
|
|
picchiare a dieci porte.»
|
|
|
|
«Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e, quando s'ha a misurar il
|
|
pane, non si può allargar la mano nel resto.»
|
|
|
|
«E per far tornare il buon tempo, che rimedio c'è, la mia donna?
|
|
L'elemosina. Sapete di quel miracolo delle noci, che avvenne, molt'anni
|
|
sono, in quel nostro convento di Romagna?»
|
|
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|
«No, in verità; raccontatemelo un poco.»
|
|
|
|
«Oh! dovete dunque sapere che, in quel convento, c'era un nostro
|
|
padre, il quale era un santo, e si chiamava il padre Macario. Un
|
|
giorno d'inverno, passando per una viottola, in un campo d'un nostro
|
|
benefattore, uomo dabbene anche lui, il padre Macario vide questo
|
|
benefattore vicino a un suo gran noce; e quattro contadini, con le
|
|
zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta, per metterle le
|
|
radici al sole.--Che fate voi a quella povera pianta? domandò il padre
|
|
Macario.--Eh! padre, son anni e anni che la non mi vuol far noci; e
|
|
io ne faccio legna.--Lasciatela stare, disse il padre: sappiate che,
|
|
quest'anno, la farà più noci che foglie. Il benefattore, che sapeva chi
|
|
era colui che aveva detta quella parola, ordinò subito ai lavoratori,
|
|
che gettasser di nuovo la terra sulle radici; e, chiamato il padre,
|
|
che continuava la sua strada,--padre Macario, gli disse, la metà della
|
|
raccolta sarà per il convento.--Si sparse la voce della predizione;
|
|
e tutti correvano a guardare il noce. In fatti, a primavera, fiori a
|
|
bizzeffe, e, a suo tempo, noci a bizzeffe. Il buon benefattore non
|
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ebbe la consolazione di bacchiarle; perchè andò, prima della raccolta,
|
|
a ricevere il premio della sua carità. Ma il miracolo fu tanto più
|
|
grande, come sentirete. Quel brav'uomo aveva lasciato un figliuolo di
|
|
stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta, il cercatore andò per
|
|
riscotere la metà ch'era dovuta al convento; ma colui se ne fece nuovo
|
|
affatto, ed ebbe la temerità di rispondere che non aveva mai sentito
|
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dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete ora cosa avvenne? Un
|
|
giorno, (sentite questa) lo scapestrato aveva invitato alcuni suoi
|
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amici dello stesso pelo, e, gozzovigliando, raccontava la storia del
|
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noce, e rideva de' frati. Que' giovinastri ebber voglia d'andar a
|
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vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui li mena su in granaio.
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|
Ma sentite: apre l'uscio, va verso il cantuccio dov'era stato riposto
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il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda egli stesso e vede....
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che cosa? Un bel mucchio di foglie secche di noce. Fu un esempio
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questo? E il convento, in vece di scapitare, ci guadagnò; perchè, dopo
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un così gran fatto, la cerca delle noci rendeva tanto, tanto, che un
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benefattore, mosso a compassione del povero cercatore, fece al convento
|
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la carità d'un asino, che aiutasse a portar le noci a casa. E si faceva
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tant'olio, che ogni povero veniva a prenderne, secondo il suo bisogno;
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|
perchè noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la
|
|
torna a distribuire a tutti i fiumi.»
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|
|
|
Qui ricomparve Lucia, col grembiule così carico di noci, che lo
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reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia
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tese e allungate. Mentre fra Galdino, levatasi di nuovo la bisaccia,
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la metteva giù, e ne scioglieva la bocca, per introdurvi l'abbondante
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elemosina, la madre fece un volto attonito e severo a Lucia, per la
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sua prodigalità; ma Lucia le diede un'occhiata, che voleva dire: mi
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giustificherò. Fra Galdino proruppe in elogi, in auguri, in promesse,
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in ringraziamenti, e, rimessa la bisaccia al posto, s'avviava. Ma
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Lucia, richiamatolo, disse: «vorrei un servizio da voi; vorrei che
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diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli, e che mi
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faccia la carità di venir da noi poverette, subito subito; perchè non
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possiamo andar noi alla chiesa.»
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«Non volete altro? Non passerà un'ora che il padre Cristoforo saprà il
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vostro desiderio.»
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«Mi fido.»
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«Non dubitate.» E così detto, se n'andò, un po' più curvo e più
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contento, di quel che fosse venuto.
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Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta
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confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la
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commissione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun si pensi che
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quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era
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anzi uomo di molta autorità, presso i suoi, e in tutto il contorno;
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ma tale era la condizione de' cappuccini, che nulla pareva per loro
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troppo basso, nè troppo elevato. Servir gl'infimi, ed esser servito
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dai potenti, entrar ne' palazzi e ne' tuguri, con lo stesso contegno
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d'umiltà e di sicurezza, esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto
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di passatempo, e un personaggio senza il quale non si decideva
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nulla, chieder l'elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la
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chiedevano al convento, a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando
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per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che gli
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baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di
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ragazzacci che, fingendo d'esser alle mani tra loro, gl'inzaccherassero
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la barba di fango. La parola «frate» veniva, in que' tempi, proferita
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col più gran rispetto, e col più amaro disprezzo: e i cappuccini,
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forse più d'ogni altr'ordine, eran oggetto de' due opposti sentimenti,
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e provavano le due opposte fortune; perchè, non possedendo nulla,
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portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più
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aperta professione d'umiltà, s'esponevan più da vicino alla venerazione
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e al vilipendio che queste cose possono attirare da' diversi umori, e
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dal diverso pensare degli uomini.
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Partito fra Galdino, «tutte quelle noci!» esclamò Agnese: «in
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quest'anno!»
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«Mamma, perdonatemi,» rispose Lucia; «ma, se avessimo fatta
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un'elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora,
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Dio sa quanto, prima d'aver la bisaccia piena; Dio sa quando sarebbe
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tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio
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sa se gli sarebbe rimasto in mente....»
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«Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto,»
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disse Agnese, la quale, co' suoi difettucci, era una gran buona donna,
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e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia,
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in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza.
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In questa, arrivò Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme
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e mortificato, gettò i capponi sur una tavola; e fu questa l'ultima
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trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno.
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«Bel parere che m'avete dato!» disse ad Agnese. «M'avete mandato da un
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buon galantuomo, da uno che aiuta veramente i poverelli!» E raccontò
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il suo abboccamento col dottore. La donna, stupefatta di così trista
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riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere però era buono,
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e che Renzo non doveva aver saputo far la cosa come andava fatta; ma
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Lucia interruppe quella questione, annunziando che sperava d'aver
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trovato un aiuto migliore. Renzo accolse anche questa speranza, come
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accade a quelli che sono nella sventura e nell'impiccio. «Ma, se il
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padre,» disse, «non ci trova un ripiego, lo troverò io, in un modo o
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nell'altro.»
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Le donne consigliaron la pace, la pazienza, la prudenza. «Domani,»
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disse Lucia, «il padre Cristoforo verrà sicuramente; e vedrete che
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troverà qualche rimedio, di quelli che noi poveretti non sappiam
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nemmeno immaginare.»
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«Lo spero;» disse Renzo; «ma, in ogni caso, saprò farmi ragione, o
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farmela fare. A questo mondo c'è giustizia finalmente.»
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Co' dolorosi discorsi, e con le andate e venute che si son riferite,
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quel giorno era passato; e cominciava a imbrunire.
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«Buona notte,» disse tristamente Lucia a Renzo, il quale non sapeva
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risolversi d'andarsene.
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«Buona notte,» rispose Renzo, ancor più tristamente.
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«Qualche santo ci aiuterà,» replicò Lucia: «usate prudenza, e
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rassegnatevi.»
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La madre aggiunse altri consigli dello stesso genere; e lo sposo se
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n'andò, col cuore in tempesta, ripetendo sempre quelle strane parole:
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«a questo mondo c'è giustizia, finalmente!» Tant'è vero che un uomo
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sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica.
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CAPITOLO IV.
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Il sole non era ancor tutto apparso sull'orizzonte, quando il padre
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Cristoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla
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casetta dov'era aspettato. È Pescarenico una terricciola, sulla riva
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sinistra dell'Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte:
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un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate
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qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era
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situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia
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all'entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce
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a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole
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s'alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de'
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monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i
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pendii, e nella valle. Un venticello d'autunno, staccando da' rami le
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foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante
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dall'albero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi,
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brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata
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di fresco, spiccava bruna e distinta ne' campi di stoppie biancastre
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e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura d'uomo
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che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto,
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s'incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere,
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o spinti allora dalla necessità a tender la mano. Passavano zitti
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accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benchè non
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avesser nulla a sperar da lui, giacchè un cappuccino non toccava mai
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moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per l'elemosina che
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avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo
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de' lavoratori sparsi ne' campi, aveva qualcosa d'ancor più doloroso.
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Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a
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malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri
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spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente
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la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la
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vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta,
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a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva
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insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli
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accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava
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già col tristo presentimento in cuore, d'andar a sentire qualche
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sciagura.
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--Ma perchè si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perchè, al primo
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avviso, s'era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata
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del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo?--Bisogna
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soddisfare a tutte queste domande.
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[Illustrazione: PADRE CRISTOFORO. (pag. 49)]
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Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai
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cinquant'anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli,
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che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s'alzava di
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tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che
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d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umiltà.
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La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva
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ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto,
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alle quali un'astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più
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aggiunto di gravità che tolto d'espressione. Due occhi incavati eran
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per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità
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repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere,
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col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno,
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di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona
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tirata di morso.
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Il padre Cristoforo non era sempre stato così, nè sempre era stato
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Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d'un
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mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione
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del mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito
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di beni, e con quell'unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e
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s'era dato a viver da signore.
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Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna
|
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di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo.
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Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far
|
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dimenticare ch'era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare
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anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli
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comparivan sempre nella memoria, come l'ombra di Banco a Macbeth, anche
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tra la pompa delle mense, e il sorriso de' parassiti. E non si potrebbe
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dire la cura che dovevano aver que' poveretti, per schivare ogni parola
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che potesse parere allusiva all'antica condizione del convitante. Un
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giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, ne'
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momenti della più viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto
|
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dire chi più godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone d'aver
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|
apparecchiato, andava stuzzicando, con superiorità amichevole, uno
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di que' commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per
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corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col
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candore d'un bambino, rispose: «eh! io fo l'orecchio del mercante.»
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Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era
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uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone,
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che s'era rannuvolata: l'uno e l'altro avrebber voluto riprender
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quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano,
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ognun da sè, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una
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diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo
|
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era più manifesto. Ognuno scansava d'incontrar gli occhi degli altri;
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ognuno sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan
|
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dissimulare. La gioia, per quel giorno, se n'andò; e l'imprudente o,
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|
per parlar con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito.
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|
Così il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie
|
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continue, temendo sempre d'essere schernito, e non riflettendo mai
|
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che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella
|
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professione di cui allora si vergognava, l'aveva pure esercitata per
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tant'anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare
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il figlio nobilmente, secondo la condizione de' tempi, e per quanto
|
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gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri
|
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di lettere e d'esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco e
|
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giovinetto.
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Lodovico aveva contratto abitudini signorili; e gli adulatori, tra i
|
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quali era cresciuto, l'avevano avvezzato ad esser trattato con molto
|
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rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua città,
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trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide
|
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che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli
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conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star
|
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sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera
|
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di vivere non s'accordava, nè con l'educazione, nè con la natura di
|
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Lodovico. S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano
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con rammarico; perchè gli pareva che questi veramente avrebber dovuto
|
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essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più trattabili.
|
|
Con questo misto d'inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli
|
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famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo,
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s'era dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi
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così a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta
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insieme e violenta, l'aveva poi imbarcato per tempo in altre gare più
|
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serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per l'angherie e per i
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soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità delle persone
|
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che più ne commettevano alla giornata; ch'erano appunto coloro coi
|
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quali aveva più di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare
|
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tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti
|
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d'un debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore,
|
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s'intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un'altra; tanto che,
|
|
a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e
|
|
un vendicatore de' torti. L'impiego era gravoso; e non è da domandare
|
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se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la
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guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni;
|
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perchè, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui
|
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restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che
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|
la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un
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buon numero di bravacci; e, così per la sua sicurezza, come per averne
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un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i più arrischiati, cioè i più
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ribaldi; e vivere co' birboni, per amor della giustizia. Tanto che,
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più d'una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto
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per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato
|
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della sua compagnia, in pensiero dell'avvenire, per le sue sostanze che
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se n'andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, più
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d'una volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a que'
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tempi, era il ripiego più comune, per uscir d'impicci. Ma questa, che
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sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una
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risoluzione, a causa d'un accidente, il più serio che gli fosse ancor
|
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capitato.
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Andava un giorno per una strada della sua città, seguito da due bravi,
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e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e,
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dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa
|
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cinquant'anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva
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veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da
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vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide
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Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore
|
|
di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma
|
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che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il
|
|
contraccambio: giacchè è uno de' vantaggi di questo mondo, quello di
|
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poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da
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quattro bravi, s'avanzava diritto, con passo superbo, con la testa
|
|
alta, con la bocca composta all'alterigia e allo sprezzo. Tutt'e due
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camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col
|
|
lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove
|
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mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro,
|
|
per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran
|
|
caso. L'altro pretendeva, all'opposto, che quel diritto competesse a
|
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lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse d'andar nel mezzo; e ciò
|
|
in forza d'un'altra consuetudine. Perocchè, in questo, come accade in
|
|
molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza
|
|
che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunità
|
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di fare una guerra, ogni volta che una testa dura s'abbattesse in
|
|
un'altra della stessa tempra. Que' due si venivano incontro, ristretti
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alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si
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trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo
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alto, col cipiglio imperioso, gli disse in un tono corrispondente di
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voce: «fate luogo.»
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«Fate luogo voi,» rispose Lodovico. «La diritta è mia.»
|
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|
«Co' vostri pari, è sempre mia.»
|
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«Sì, se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei.»
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|
I bravi dell'uno e dell'altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il
|
|
suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati
|
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alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in
|
|
distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori
|
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animava sempre più il puntiglio de' contendenti.
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|
|
«Nel mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come si tratta
|
|
co' gentiluomini.»
|
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|
«Voi mentite ch'io sia vile.»
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|
«Tu menti ch'io abbia mentito.» Questa risposta era di prammatica. «E,
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se tu fossi cavaliere, come son io,» aggiunse quel signore, «ti vorrei
|
|
far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.»
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|
«E un buon pretesto per dispensarvi di sostener co' fatti l'insolenza
|
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delle vostre parole.»
|
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|
«Gettate nel fango questo ribaldo,» disse il gentiluomo, voltandosi a'
|
|
suoi.
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«Vediamo!» disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e
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|
mettendo mano alla spada.
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|
«Temerario!» gridò l'altro, sfoderando la sua: «io spezzerò questa,
|
|
quando sarà macchiata del tuo vil sangue.»
|
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|
Così s'avventarono l'uno all'altro; i servitori delle due parti
|
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si slanciarono alla difesa de' loro padroni. Il combattimento era
|
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disuguale, e per il numero, e anche perchè Lodovico mirava piuttosto a
|
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scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo
|
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voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta
|
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al braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una sgraffiatura
|
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leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso
|
|
per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nell'estremo
|
|
pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la
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sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico,
|
|
come fuor di sè, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale
|
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cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi del
|
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gentiluomo, visto ch'era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli
|
|
di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi
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dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva,
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|
scantonarono dall'altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que' due
|
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funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.
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|
|
«Com'è andata?--È uno.--Son due.--Gli ha fatto un occhiello nel
|
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ventre.--Chi è stato ammazzato?--Quel prepotente.--Oh santa Maria, che
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sconquasso!--Chi cerca trova.--Una le paga tutte.--Ha finito anche
|
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lui.--Che colpo!--Vuol essere una faccenda seria.--E quell'altro
|
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disgraziato!--Misericordia! che spettacolo!--Salvatelo, salvatelo.--Sta
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fresco anche lui.--Vedete com'è concio! butta sangue da tutte le
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|
parti.--Scappi, scappi. Non si lasci prendere.»
|
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Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso
|
|
di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne
|
|
anche l'aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini,
|
|
asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a' birri, e a tutto
|
|
quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia.
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|
L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor
|
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di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che
|
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glielo raccomandava, dicendo: «è un uomo dabbene che ha freddato un
|
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birbone superbo: l'ha fatto per sua difesa: c'è stato tirato per i
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capelli.»
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Lodovico non aveva mai, prima d'allora, sparso sangue; e, benchè
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l'omicidio fosse, a que' tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi
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d'ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo,
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|
pure l'impressione ch'egli ricevette dal veder l'uomo morto per lui,
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e l'uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di
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sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione
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di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore,
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all'abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che
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cambiò, in un punto, l'animo dell'uccisore. Strascinato al convento,
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non sapeva quasi dove si fosse, nè cosa si facesse; e, quando fu
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tornato in sè, si trovò in un letto dell'infermeria, nelle mani del
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|
frate chirurgo, (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni
|
|
convento) che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite ch'egli
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aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare
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era d'assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo
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servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento.
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Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell'infermeria, e, avvicinatosi al
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letto dove Lodovico giaceva, «consolatevi» gli disse: «almeno è morto
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bene, e m'ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi
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il suo.» Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e
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gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti ch'eran
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confusi e affollati nel suo animo: dolore dell'amico, sgomento e
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rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo,
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un'angosciosa compassione dell'uomo che aveva ucciso. «E l'altro?»
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domandò ansiosamente al frate.
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«L'altro era spirato, quand'io arrivai.»
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Frattanto, gli accessi e i contorni del convento formicolavan di
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popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla, e
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si postò a una certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno
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potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini
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e un vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande
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accompagnamento di bravi; e si misero a far la ronda intorno,
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guardando, con aria e con atti di dispetto minaccioso, que' curiosi,
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che non osavan dire: gli sta bene; ma l'avevano scritto in viso.
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Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un
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frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le
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chiedesse in suo nome perdono d'essere stato lui la cagione, quantunque
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ben certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo,
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l'assicurasse ch'egli prendeva la famiglia sopra di sè. Riflettendo
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quindi a' casi suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel
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pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente:
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gli parve che Dio medesimo l'avesse messo sulla strada, e datogli un
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segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella
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congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli
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manifestò il suo desiderio. N'ebbe in risposta, che bisognava guardarsi
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dalle risoluzioni precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe
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rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto
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ciò che gli rimaneva (ch'era tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia
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di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse una
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contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati.
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La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti,
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i quali, per cagion sua, erano in un bell'intrigo. Rimandarlo dal
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convento, ed esporlo così alla giustizia, cioè alla vendetta de'
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suoi nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebbe
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stato lo stesso che rinunziare a' propri privilegi, screditare
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il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i
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cappuccini dell'universo, per aver lasciato violare il diritto di
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tutti, concitarsi contro tutte l'autorità ecclesiastiche, le quali
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si consideravan come tutrici di questo diritto. Dall'altra parte, la
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famiglia dell'ucciso, potente assai, e per sè, e per le sue aderenze,
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s'era messa al punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico
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chiunque s'attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che
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a loro dolesse molto dell'ucciso, e nemmeno che una lagrima fosse
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stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto ch'eran
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tutti smaniosi d'aver nell'unghie l'uccisore, o vivo o morto. Ora
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questo, vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva,
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in certa maniera, un'emenda, s'imponeva una penitenza, si chiamava
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implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un
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nemico che depon l'armi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro
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piacesse, credere e vantarsi che s'era fatto frate per disperazione,
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e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a
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spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a
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dormir sur un saccone, a viver d'elemosina, poteva parere una punizione
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competente, anche all'offeso il più borioso.
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Il padre guardiano si presentò, con un'umiltà disinvolta, al fratello
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del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per l'illustrissima casa,
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e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile,
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parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo
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garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando
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poi soavemente, e con maniera ancor più destra, che, piacesse o non
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piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il
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cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: «è un troppo
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giusto dolore.» Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia
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avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque
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cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come
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una condizione, che l'uccisor di suo fratello partirebbe subito da
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quella città. Il guardiano, che aveva già deliberato che questo fosse
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fatto, disse che si farebbe, lasciando che l'altro credesse, se gli
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piaceva, esser questo un atto d'ubbidienza: e tutto fu concluso.
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Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati,
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che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico;
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contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi
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lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor d'impiccio un uomo
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ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione;
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contento finalmente, e più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro
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Lodovico, il quale cominciava una vita d'espiazione e di servizio, che
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potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il
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pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione
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fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma si consolò
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subito, col pensiero che anche quell'ingiusto giudizio sarebbe un
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gastigo per lui, e un mezzo d'espiazione. Così, a trent'anni, si
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ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo l'uso, lasciare il suo nome, e
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prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento,
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ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo.
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Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl'intimò
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che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia
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lontano, e che partirebbe all'indomani. Il novizio s'inchinò
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profondamente, e chiese una grazia. «Permettetemi, padre,» disse,
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«che, prima di partir da questa città, dove ho sparso il sangue d'un
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uomo, dove lascio una famiglia crudelimente offesa, io la ristori
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almeno dell'affronto, ch'io mostri almeno il mio rammarico di non
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poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell'ucciso,
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e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo.»
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Al guardiano parve che un tal passo, oltre all'esser buono in sè,
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servirebbe a riconciliar sempre più la famiglia col convento; e
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andò diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra
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Cristoforo. A proposta così inaspettata, colui senti, insieme con
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la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche
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compiacenza. Dopo aver pensato un momento, «venga domani,» disse; e
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assegnò l'ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso
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desiderato.
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Il gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione fosse
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solenne e clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito presso
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tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con
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un'eleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece
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avvertire in fretta tutti i parenti che, all'indomani, a mezzogiorno,
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restassero serviti (così si diceva allora) di venir da lui, a ricevere
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una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo brulicava di
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signori d'ogni età e d'ogni sesso: era un girare, un rimescolarsi
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di gran cappe, d'alte penne, di durlindane pendenti, un moversi
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librato di gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di
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rabescate zimarre. Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan
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di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo
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vide quell'apparecchio, ne indovinò il motivo, e provò un leggier
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turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sè:--sta bene: l'ho ucciso
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in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandolo,
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|
questa è riparazione.--Così, con gli occhi bassi, col padre compagno
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al fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra
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una folla che lo squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì
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le scale, e, di mezzo all'altra folla signorile, che fece ala al suo
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passaggio, seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron
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di casa; il quale, circondato da' parenti più prossimi, stava ritto
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nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria,
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impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con
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la destra il bavero della cappa sul petto.
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C'è talvolta, nel volto e nel contegno d'un uomo, un'espressione così
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immediata, si direbbe quasi un'effusione dell'animo interno, che, in
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una folla di spettatori, il giudizio sopra quell'animo sarà un solo.
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Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti,
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che non s'era fatto frate, nè veniva a quell'umiliazione per timore
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umano: e questo cominciò a conciliarglieli tutti. Quando vide l'offeso,
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affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le
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mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: «io
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sono l'omicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a
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costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e
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tarde scuse, la supplico d'accettarle per l'amor di Dio.» Tutti gli
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occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava;
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tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s'alzò, per
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tutta la sala, un mormorío di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che
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stava in atto di degnazione forzata, e d'ira compressa, fu turbato da
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quelle parole; e, chinandosi verso l'inginocchiato, «alzatevi,» disse,
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con voce alterata: «l'offesa.... il fatto veramente.... ma l'abito che
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portate.... non solo questo, ma anche per voi.... S'alzi, padre....
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Mio fratello.... non lo posso negare.... era un cavaliere.... era
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un uomo.... un po' impetuoso.... un po' vivo. Ma tutto accade per
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|
disposizion di Dio. Non se ne parli più.... Ma, padre, lei non deve
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stare in codesta positura.» E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra
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Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: «io posso dunque
|
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sperare che lei m'abbia concesso il suo perdono! E se l'ottengo da lei,
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da chi non devo sperarlo? Oh! s'io potessi sentire dalla sua bocca
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questa parola, perdono!»
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«Perdono?» disse il gentiluomo. «Lei non ne ha più bisogno. Ma pure,
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poichè lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti....»
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«Tutti! tutti!» gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate
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s'aprì a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora
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un'umile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli
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uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell'aspetto, e
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trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e
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gli diede e ne ricevette il bacio di pace.
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Un «bravo! bene!» scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si
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mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori,
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con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro
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Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse:
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«padre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova d'amicizia.» E si
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mise per servirlo prima d'ogni altro; ma egli, ritirandosi, con una
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certa resistenza cordiale, «queste cose,» disse, «non fanno più per
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me; ma non sarà mai ch'io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in
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viaggio: si degni di farmi portare un pane, perchè io possa dire d'aver
|
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goduto la sua carità, d'aver mangiato il suo pane, e avuto un segno del
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suo perdono.» Il gentiluomo, commosso, ordinò che così si facesse; e
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venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto
|
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d'argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato,
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lo mise nella sporta. Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo
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il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui,
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poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a
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combatter nell'anticamere, per isbrigarsi da' servitori, e anche da'
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bravi, che gli baciavano il lembo dell'abito, il cordone, il cappuccio;
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e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una
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folla di popolo, fino a una porta della città; d'onde uscì, cominciando
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il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato.
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Il fratello dell'ucciso, e il parentado, che s'erano aspettati
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d'assaporare in quel giorno la trista gioia dell'orgoglio, si trovarono
|
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invece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza.
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La compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietà e
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|
con una cordialità insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era
|
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preparato, andando là. Invece di soddisfazioni prese, di soprusi
|
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vendicati, d'impegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione,
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|
la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per
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|
la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo
|
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padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere
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il marchese Stanislao, ch'era quel rodomonte che ognun sa, parlò
|
|
invece delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra Simone,
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morto molt'anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto
|
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commosso, riandava tra sè, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò
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|
ch'egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti:--diavolo
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d'un frate! (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise
|
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parole)--diavolo d'un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora
|
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per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m'abbia
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ammazzato il fratello.--La nostra storia nota espressamente che, da
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quel giorno in poi, quel signore fu un po' men precipitoso, e un po'
|
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più alla mano.
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Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai
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più provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la
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sua vita doveva esser consacrata. Il silenzio ch'era imposto a' novizi,
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l'osservava, senza avvedersene, assorto com'era, nel pensiero delle
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fatiche, delle privazioni e dell'umiliazioni che avrebbe sofferte, per
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|
iscontare il suo fallo. Fermandosi, all'ora della refezione, presso un
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|
benefattore, mangiò, con una specie di voluttà, del pane del perdono:
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|
ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un
|
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ricordo perpetuo.
|
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Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo
|
|
soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura,
|
|
gli ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare
|
|
e d'assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un'occasione
|
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d'esercitarne due altri, che s'era imposti da sè: accomodar differenze,
|
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e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte,
|
|
senza ch'egli se n'avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un
|
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resticciolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazioni e le macerazioni
|
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non avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente
|
|
umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di verità
|
|
combattuta, l'uomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico, che,
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|
secondato e modificato da un'enfasi solenne, venutagli dall'uso del
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|
predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo
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|
contegno, come l'aspetto, annunziava una lunga guerra, tra un'indole
|
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focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa,
|
|
sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un
|
|
suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva una volta
|
|
paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale,
|
|
che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione
|
|
trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel
|
|
travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva.
|
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|
|
Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto
|
|
l'aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente.
|
|
Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta più sollecitudine, in
|
|
quanto conosceva e ammirava l'innocenza di lei, era già in pensiero
|
|
per i suoi pericoli, e sentiva un'indegnazione santa, per la turpe
|
|
persecuzione della quale era divenuta l'oggetto. Oltre di ciò, avendola
|
|
consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene
|
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quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche
|
|
tristo effetto; e alla sollecitudine di carità, ch'era in lui come
|
|
ingenita, s'aggiungeva, in questo caso, quell'angustia scrupolosa che
|
|
spesso tormenta i buoni.
|
|
|
|
Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre
|
|
Cristoforo, è arrivato, s'è affacciato all'uscio; e le donne, lasciando
|
|
il manico dell'aspo che facevan girare e stridere, si sono alzate,
|
|
dicendo, a una voce: «oh padre Cristoforo! sia benedetto!»
|
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|
CAPITOLO V.
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|
|
Il qual padre Cristoforo si fermò ritto sulla soglia, e, appena
|
|
ebbe data un'occhiata alle donne, dovette accorgersi che i suoi
|
|
presentimenti non eran falsi. Onde, con quel tono d'interrogazione
|
|
che va incontro a una trista risposta, alzando la barba con un moto
|
|
leggiero della testa all'indietro, disse: «ebbene?» Lucia rispose
|
|
con uno scoppio di pianto. La madre cominciava a far le scuse d'aver
|
|
osato.... ma il frate s'avanzò, e, messosi a sedere sur un panchetto a
|
|
tre piedi, troncò i complimenti, dicendo a Lucia: «quietatevi, povera
|
|
figliuola. E voi,» disse poi ad Agnese, «raccontatemi cosa c'è!»
|
|
Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il
|
|
frate diventava di mille colori, e ora alzava gli occhi al cielo, ora
|
|
batteva i piedi. Terminata la storia, si coprì il volto con le mani,
|
|
ed esclamò: «o Dio benedetto! fino a quando...!» Ma, senza compir la
|
|
frase, voltandosi di nuovo alle donne: «poverette!» disse: «Dio vi ha
|
|
visitate. Povera Lucia!»
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«Non ci abbandonerà, padre?» disse questa, singhiozzando.
|
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«Abbandonarvi!» rispose. «E con che faccia potrei io chieder a Dio
|
|
qualcosa per me, quando v'avessi abbandonata? voi in questo stato! voi,
|
|
ch'Egli mi confida! Non vi perdete d'animo: Egli v'assisterà: Egli vede
|
|
tutto: Egli può servirsi anche d'un uomo da nulla come son io, per
|
|
confondere un.... Vediamo, pensiamo quel che si possa fare.»
|
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Così dicendo, appoggiò il gomito sinistro sul ginocchio, chinò la
|
|
fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento,
|
|
come per tener ferme e unite tutte le potenze dell'animo. Ma la
|
|
più attenta considerazione non serviva che a fargli scorgere più
|
|
distintamente quanto il caso fosse pressante e intrigato, e quanto
|
|
scarsi, quanto incerti e pericolosi i ripieghi.--Mettere un po' di
|
|
vergogna a don Abbondio, e fargli sentire quanto manchi al suo dovere?
|
|
Vergogna e dovere sono un nulla per lui, quando ha paura. E fargli
|
|
paura? Che mezzi ho io mai di fargliene una che superi quella che ha
|
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d'una schioppettata? Informar di tutto il cardinale arcivescovo, e
|
|
invocar la sua autorità? Ci vuol tempo: e intanto? e poi? Quand'anche
|
|
questa povera innocente fosse maritata, sarebbe questo un freno per
|
|
quell'uomo? Chi sa a qual segno possa arrivare?... E resistergli?
|
|
Come? Ah! se potessi, pensava il povero frate, se potessi tirar dalla
|
|
mia i miei frati di qui, que' di Milano! Ma! non è un affare comune;
|
|
sarei abbandonato. Costui fa l'amico del convento, si spaccia per
|
|
partigiano de' cappuccini: e i suoi bravi non son venuti più d'una
|
|
volta a ricoverarsi da noi? Sarei solo in ballo; mi buscherei anche
|
|
dell'inquieto, dell'imbroglione, dell'accattabrighe; e, quelch'è
|
|
più, potrei fors'anche, con un tentativo fuor di tempo, peggiorar la
|
|
condizione di questa poveretta.--Contrappesato il pro e il contro di
|
|
questo e di quel partito, il migliore gli parve d'affrontar don Rodrigo
|
|
stesso, tentar di smoverlo dal suo infame proposito, con le preghiere,
|
|
coi terrori dell'altra vita, anche di questa, se fosse possibile. Alla
|
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peggio, si potrebbe almeno conoscere, per questa via, più distintamente
|
|
quanto colui fosse ostinato nel suo sporco impegno, scoprir di più le
|
|
sue intenzioni, e prender consiglio da ciò.
|
|
|
|
Mentre il frate stava così meditando, Renzo, il quale, per tutte le
|
|
ragioni che ognun può indovinare, non sapeva star lontano da quella
|
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casa, era comparso sull'uscio; ma, visto il padre sopra pensiero, e le
|
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donne che facevan cenno di non disturbarlo, si fermò sulla soglia, in
|
|
silenzio. Alzando la faccia, per comunicare alle donne il suo progetto,
|
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il frate s'accorse di lui, e lo salutò in un modo ch'esprimeva
|
|
un'affezione consueta, resa più intensa dalla pietà.
|
|
|
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«Le hanno detto..., padre?» gli domandò Renzo, con voce commossa.
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«Pur troppo; e per questo son qui.»
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«Che dice di quel birbone...?»
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«Che vuoi ch'io dica di lui? Non è qui a sentire: che gioverebbero le
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mie parole? Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio
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non t'abbandonerà.»
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«Benedette le sue parole!» esclamò il giovine. «Lei non è di quelli che
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dan sempre torto a' poveri. Ma il signor curato, e quel signor dottor
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delle cause perse....»
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«Non rivangare quello che non può servire ad altro che a inquietarti
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inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a
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queste donne: per quel poco che posso, non v'abbandonerò.»
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«Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto
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alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo; eh eh! Eran
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pronti a dare il sangue per me; m'avrebbero sostenuto contro il
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diavolo. S'io avessi avuto un nemico?... bastava che mi lasciassi
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intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se vedesse
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come si ritirano....» A questo punto, alzando gli occhi al volto del
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padre, vide che s'era tutto rannuvolato, e s'accorse d'aver detto ciò
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che conveniva tacere. Ma volendo raccomodarla, s'andava intrigando
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e imbrogliando: «volevo dire.... non intendo dire.... cioè, volevo
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dire....»
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«Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l'opera
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mia, prima che fosse intrapresa! Buon per te che sei stato disingannato
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in tempo. Che! tu andavi in cerca d'amici.... quali amici!... che
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non t'avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi di perder
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Quel solo che lo può e lo vuole! Non sai tu che Dio è l'amico de'
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tribolati, che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter fuori
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l'unghie, il debole non ci guadagna? E quando pure....» A questo
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punto, afferrò fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto, senza
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perder d'autorità, s'atteggiò d'una compunzione solenne, gli occhi
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s'abbassarono, la voce divenne lenta e come sotterranea: «quando
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pure.... è un terribile guadagno! Renzo! vuoi tu confidare in me?...
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che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?»
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«Oh sì!» rispose Renzo. «Quello è il Signore davvero.»
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«Ebbene; prometti che non affronterai, che non provocherai nessuno, che
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ti lascerai guidar da me.»
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«Lo prometto.»
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Lucia fece un gran respiro, come se le avesser levato un peso
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d'addosso; e Agnese disse: «bravo figliuolo.»
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«Sentite, figliuoli,» riprese fra Cristoforo: «io anderò oggi a parlare
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a quell'uomo. Se Dio gli tocca il cuore, e dà forza alle mie parole,
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bene: se no, Egli ci farà trovare qualche altro rimedio. Voi intanto,
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statevi quieti, ritirati, scansate le ciarle, non vi fate vedere.
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Stasera, o domattina al più tardi, mi rivedrete.» Detto questo, troncò
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tutti i ringraziamenti e le benedizioni, e partì. S'avviò al convento,
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arrivò a tempo d'andare in coro a cantar sesta, desinò, e si mise
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subito in cammino, verso il covile della fiera che voleva provarsi
|
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d'ammansare.
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Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d'una
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bicocca, sulla cima d'uno de' poggi ond'è sparsa e rilevata quella
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costiera. A questa indicazione l'anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe
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fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello
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degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal
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convento. Appiè del poggio, dalla parte che guarda a mezzogiorno, e
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verso il lago, giaceva un mucchietto di casupole, abitate da contadini
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di don Rodrigo; ed era come la piccola capitale del suo piccol regno.
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Bastava passarvi, per esser chiarito della condizione e de' costumi
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del paese. Dando un' occhiata nelle stanze terrene, dove qualche uscio
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fosse aperto, si vedevano attaccati al muro schioppi, tromboni, zappe,
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rastrelli, cappelli di paglia, reticelle e fiaschetti da polvere,
|
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alla rinfusa. La gente che vi s'incontrava erano omacci tarchiati e
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arcigni, con un gran ciuffo arrovesciato sul capo, e chiuso in una
|
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reticella; vecchi che, perdute le zanne, parevan sempre pronti, chi
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nulla nulla gli aizzasse, a digrignar le gengive; donne con certe facce
|
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maschie, e con certe braccia nerborute, buone da venire in aiuto della
|
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lingua, quando questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de'
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fanciulli stessi, che giocavan per la strada, si vedeva un non so che
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di petulante e di provocativo.
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[Illustrazione: ....se quattro creature, due vive e due morte,
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collocate in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio
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d'abitanti. (pag. 65)]
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Fra Cristoforo attraversò il villaggio, salì per una viuzza a
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chiocciola, e pervenne sur una piccola spianata, davanti al palazzotto.
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La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando, e non voleva
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esser frastornato. Le rade e piccole finestre che davan sulla strada,
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chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran però difese da
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grosse inferriate, e quelle del pian terreno tant'alte che appena vi
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sarebbe arrivato un uomo sulle spalle d'un altro.--Regnava quivi un
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gran silenzio; e un passeggiero avrebbe potuto credere che fosse una
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casa abbandonata, se quattro creature, due vive e due morte, collocate
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in simmetria, di fuori, non avesser dato un indizio d'abitanti. Due
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grand'avoltoi, con l'ali spalancate, e co' teschi penzoloni, l'uno
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spennacchiato e mezzo roso dal tempo, l'altro ancor saldo e pennuto,
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erano inchiodati, ciascuno sur un battente del portone; e due bravi,
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sdraiati, ciascuno sur una delle panche poste a destra e a sinistra,
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facevan la guardia, aspettando d'esser chiamati a goder gli avanzi
|
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della tavola del signore. Il padre si fermò ritto, in atto di chi si
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|
dispone ad aspettare; ma un de' bravi s'alzò, e gli disse: «padre,
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|
padre, venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i cappuccini:
|
|
noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi momenti che
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fuori non era troppo buon'aria per me; e se mi avesser tenuta la porta
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|
chiusa, la sarebbe andata male.» Così dicendo, diede due picchi col
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martello. A quel suono risposer subito di dentro gli urli e le strida
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di mastini e di cagnolini; e, pochi momenti dopo, giunse borbottando
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un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece un grand'inchino,
|
|
acquietò le bestie, con le mani e con la voce, introdusse l'ospite
|
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in un angusto cortile, e richiuse la porta. Accompagnatolo poi in un
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|
salotto, e guardandolo con una cert'aria di maraviglia e di rispetto,
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|
disse: «non è lei.... il padre Cristoforo di Pescarenico?»
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«Per l'appunto.»
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«Lei qui?»
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«Come vedete, buon uomo.»
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|
«Sarà per far del bene. Del bene,» continuò mormorando tra i denti,
|
|
e rincamminandosi, «se ne può far per tutto.» Attraversati due o tre
|
|
altri salotti oscuri, arrivarono all'uscio della sala del convito.
|
|
Quivi un gran frastono confuso di forchette, di coltelli, di bicchieri,
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|
di piatti, e sopra tutto di voci discordi, che cercavano a vicenda di
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|
soverchiarsi. Il frate voleva ritirarsi, e stava contrastando dietro
|
|
l'uscio col servitore, per ottenere d'esser lasciato in qualche canto
|
|
della casa, fin che il pranzo fosse terminato; quando l'uscio s'aprì.
|
|
Un certo conte Attilio, che stava seduto in faccia (era un cugino del
|
|
padron di casa; e abbiam già fatta menzione di lui, senza nominarlo),
|
|
veduta una testa rasa e una tonaca, e accortosi dell'intenzione modesta
|
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del buon frate, «ehi! ehi!» gridò: «non ci scappi, padre riverito:
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|
avanti, avanti.» Don Rodrigo, senza indovinar precisamente il soggetto
|
|
di quella visita, pure, per non so qual presentimento confuso,
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|
n'avrebbe fatto di meno. Ma, poichè lo spensierato d'Attilio aveva
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fatta quella gran chiamata, non conveniva a lui di tirarsene indietro;
|
|
e disse: «venga, padre, venga.» II padre s'avanzò, inchinandosi al
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padrone, e rispondendo, a due mani, ai saluti de' commensali.
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|
L'uomo onesto in faccia al malvagio, piace generalmente (non dico a
|
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tutti) immaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col
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petto rilevato, con lo scilinguagnolo bene sciolto. Nel fatto però, per
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|
fargli prender quell'attitudine, si richiedon molte circostanze, le
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|
quali ben di rado si riscontrano insieme. Perciò, non vi maravigliate
|
|
se fra Cristoforo, col buon testimonio della sua coscienza, col
|
|
sentimento fermissimo della giustizia della causa che veniva a
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sostenere, con un sentimento misto d'orrore e di compassione per don
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Rodrigo, stesse con una cert'aria di suggezione e di rispetto, alla
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presenza di quello stesso don Rodrigo, ch'era lì in capo di tavola, in
|
|
casa sua, nel suo regno, circondato d'amici, d'omaggi, di tanti segni
|
|
della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si sia una
|
|
preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un
|
|
rimprovero. Alla sua destra sedeva quel conte Attilio suo cugino, e, se
|
|
fa bisogno di dirlo, suo collega di libertinaggio e di soverchieria, il
|
|
quale era venuto da Milano a villeggiare, per alcuni giorni, con lui.
|
|
A sinistra, e a un altro lato della tavola, stava, con gran rispetto,
|
|
temperato però d'una certa sicurezza, e d'una certa saccenteria, il
|
|
signor podestà, quel medesimo a cui, in teoria, sarebbe toccato a far
|
|
giustizia a Renzo Tramaglino, e a fare star a dovere don Rodrigo, come
|
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s'è visto di sopra. In faccia al podestà, in atto d'un rispetto il più
|
|
puro, il più sviscerato, sedeva il nostro dottor Azzecca-garbugli,
|
|
in cappa nera, e col naso più rubicondo del solito: in faccia ai due
|
|
cugini, due convitati oscuri, de' quali la nostra storia dice soltanto
|
|
che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e
|
|
approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non
|
|
contraddicesse.
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|
|
«Da sedere al padre,» disse don Rodrigo. Un servitore presentò una
|
|
sedia, sulla quale si mise il padre Cristoforo, facendo qualche scusa
|
|
al signore, d'esser venuto in ora inopportuna. «Bramerei di parlarle
|
|
da solo a solo, con suo comodo, per un affare d'importanza,» soggiunse
|
|
poi, con voce più sommessa, all'orecchio di don Rodrigo.
|
|
|
|
«Bene, bene, parleremo;» rispose questo: «ma intanto si porti da bere
|
|
al padre.»
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|
II padre voleva schermirsi; ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo
|
|
al trambusto ch'era ricominciato, gridava: «no, per bacco, non mi farà
|
|
questo torto; non sarà mai vero che un cappuccino vada via da questa
|
|
casa, senza aver gustato del mio vino, nè un creditore insolente, senza
|
|
aver assaggiate le legna de' miei boschi.» Queste parole eccitarono un
|
|
riso universale, e interruppero un momento la questione che s'agitava
|
|
caldamente tra i commensali. Un servitore, portando sur una sottocoppa
|
|
un'ampolla di vino, e un lungo bicchiere in forma di calice, lo
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|
presentò al padre; il quale, non volendo resistere a un invito tanto
|
|
pressante dell'uomo che gli premeva tanto di farsi propizio, non esitò
|
|
a mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino.
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|
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|
«L'autorità del Tasso non serve al suo assunto, signor podestà
|
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riverito; anzi è contro di lei;» riprese a urlare il conte Attilio:
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«perchè quell'uomo erudito, quell'uomo grande, che sapeva a menadito
|
|
tutte le regole della cavalleria, ha fatto che il messo d'Argante,
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|
prima d'esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio
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|
Buglione....»
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«Ma questo» replicava, non meno urlando, il podestà, «questo è un di
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|
più, un mero di più, un ornamento poetico, giacchè il messaggiero è di
|
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sua natura inviolabile, per diritto delle genti, _jure gentium_: e,
|
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senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator
|
|
non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del
|
|
genere umano. E, non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio
|
|
nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto....»
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|
|
|
«Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario,
|
|
che non conosceva le prime...?»
|
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«Con buona licenza di lor signori,» interruppe don Rodrigo, il
|
|
quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti:
|
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«rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza.»
|
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«Bene, benissimo,» disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto
|
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garbata il far decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre
|
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il podestà, più infervorato di cuore nella questione, si chetava a
|
|
stento, e con un certo viso, che pareva volesse dire: ragazzate.
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|
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|
«Ma, da quel che mi pare d'aver capito,» disse il padre, «non son cose
|
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di cui io mi deva intendere.»
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|
«Solite scuse di modestia di loro padri;» disse don Rodrigo: «ma non
|
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mi scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col
|
|
cappuccio in capo, e che il mondo l'ha conosciuto. Via, via: ecco la
|
|
questione.»
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|
«Il fatto è questo,» cominciava a gridare il conte Attilio.
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|
«Lasciate dir a me, che son neutrale, cugino,» riprese don Rodrigo.
|
|
«Ecco la storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier
|
|
milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il
|
|
cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida,
|
|
e in risposta dà alcune bastonate al portatore. Si tratta....»
|
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|
|
«Ben date, ben applicate,» gridò il conte Attilio. «Fu una vera
|
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ispirazione.»
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«Del demonio,» soggiunse il podestà. «Battere un ambasciatore! persona
|
|
sacra! Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione da cavaliere.»
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|
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«Sì, signore, da cavaliere,» gridò il conte: «e lo lasci dire a me,
|
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che devo intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero
|
|
stati pugni, sarebbe un'altra faccenda; ma il bastone non isporca le
|
|
mani a nessuno. Quello che non posso capire è perchè le premano tanto
|
|
le spalle d'un mascalzone.»
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|
«Chi le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa dire
|
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spropositi che non mi son mai passati per la mente. Ho parlato del
|
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carattere, e non di spalle, io. Parlo sopra tutto del diritto delle
|
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genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani
|
|
mandavano a intimar le sfide agli altri popoli, chiedevan licenza
|
|
d'esporre l'ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittore che faccia
|
|
menzione che un feciale sia mai stato bastonato.»
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«Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che
|
|
andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro.
|
|
Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch'è la vera, dico e
|
|
sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere
|
|
una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile
|
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violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo....»
|
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|
|
«Risponda un poco a questo sillogismo.»
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|
«Niente, niente, niente.»
|
|
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«Ma ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato è atto
|
|
proditorio; _atqui_ il messo _de quo_ era senz'arme; _ergo_....»
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|
«Piano, piano, signor podestà.»
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|
«Che piano?»
|
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|
|
«Piano, le dico: cosa mi viene a dire? Atto proditorio è ferire uno
|
|
con la spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena:
|
|
e, anche per questo, si possono dar certi casi.... ma stiamo nella
|
|
questione. Concedo che questo generalmente possa chiamarsi atto
|
|
proditorio; ma appoggiar quattro bastonate a un mascalzone! Sarebbe
|
|
bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si direbbe a
|
|
un galantuomo: mano alla spada.--E lei, signor dottor riverito, in vece
|
|
di farmi de' sogghigni, per farmi capire ch'è del mio parere, perchè
|
|
non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, per aiutarmi a
|
|
persuader questo signore?»
|
|
|
|
«Io....» rispose confusetto il dottore: «io godo di questa dotta
|
|
disputa: e ringrazio il bell'accidente che ha dato occasione a una
|
|
guerra d'ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar
|
|
sentenza: sua signoria illustrissima ha già delegato un giudice.... qui
|
|
il padre....»
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|
|
|
«È vero;» disse don Rodrigo: «ma come volete che il giudice parli,
|
|
quando i litiganti non vogliono stare zitti?»
|
|
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|
«Ammutolisco,» disse il conte Attilio. Il podestà strinse le labbra, e
|
|
alzò la mano, come in atto di rassegnazione.
|
|
|
|
«Ah sia ringraziato il cielo! A lei, padre,» disse don Rodrigo, con una
|
|
serietà mezzo canzonatoria.
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|
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|
«Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n'intendo,» rispose fra
|
|
Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore.
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|
|
|
«Scuse magre:» gridarono i due cugini: «vogliamo la sentenza.»
|
|
|
|
«Quand'è così,» riprese il frate, «il mio debole parere sarebbe che non
|
|
vi fossero nè sfide, nè portatori, nè bastonate.»
|
|
|
|
I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati.
|
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|
|
«Oh questa è grossa!» disse il conte Attilio. «Mi perdoni, padre, ma è
|
|
grossa. Si vede che lei non conosce il mondo.»
|
|
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|
«Lui?» disse don Rodrigo: «me lo volete far ridire: lo conosce, cugino
|
|
mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica se non ha fatta la sua
|
|
carovana?»
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|
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|
In vece di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse una
|
|
parolina in segreto a sè medesimo:--queste vengono a te; ma ricordati,
|
|
frate, che non sei qui per te, e tutto ciò che tocca te solo, non entra
|
|
nel conto.
|
|
|
|
«Sarà,» disse il cugino: «ma il padre.... come si chiama il padre?»
|
|
|
|
«Padre Cristoforo,» rispose più d'uno.
|
|
|
|
«Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime,
|
|
lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate!
|
|
Addio il punto d'onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona
|
|
sorte che il supposto è impossibile.»
|
|
|
|
«Animo, dottore,» scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più
|
|
divertire la disputa dai due primi contendenti, «animo, a voi, che, per
|
|
dar ragione a tutti, siete un uomo. Vediamo un poco come farete per dar
|
|
ragione in questo al padre Cristoforo.»
|
|
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|
«In verità,» rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta,
|
|
e rivolgendosi al padre, «in verità io non so intendere come il padre
|
|
Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo di mondo,
|
|
non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso
|
|
sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una
|
|
disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è
|
|
buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi,
|
|
con una celia, dall'impiccio di proferire una sentenza.»
|
|
|
|
Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza
|
|
così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate.
|
|
|
|
Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a
|
|
suscitare un'altra. «A proposito,» disse, «ho sentito che a Milano
|
|
correvan voci d'accomodamento.»
|
|
|
|
Il lettore sa che in quell'anno si combatteva per la successione al
|
|
ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non
|
|
aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di
|
|
Nevers, suo parente più prossimo. Luigi XIII, ossia il cardinale di
|
|
Richelieu, sosteneva quel principe, suo ben affetto, e naturalizzato
|
|
francese: Filippo IV, ossia il conte d'Olivares, comunemente chiamato
|
|
il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva
|
|
mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell'impero, così le
|
|
due parti s'adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso
|
|
l'imperator Ferdinando II, la prima perchè accordasse l'investitura al
|
|
nuovo duca; la seconda perchè gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo
|
|
da quello stato.
|
|
|
|
«Non son lontano dal credere,» disse il conte Attilio, «che le cose si
|
|
possano accomodare. Ho certi indizi....»
|
|
|
|
«Non creda, signor conte, non creda,» interruppe il podestà. «Io, in
|
|
questo cantuccio, posso saperle le cose; perchè il signor castellano
|
|
spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po' di bene, e per esser
|
|
figliuolo d'un creato del conte duca, è informato d'ogni cosa....»
|
|
|
|
«Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri
|
|
personaggi; e so di buon luogo che il papa, interessatissimo, com'è,
|
|
per la pace, ha fatto proposizioni....»
|
|
|
|
«Così dev'essere; la cosa è in regola; sua santità fa il suo dovere; un
|
|
papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani; ma il conte duca
|
|
ha la sua politica, e....»
|
|
|
|
«E, e, e; sa lei, signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo
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momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? Le
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cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, per esempio,
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fino a che segno l'imperatore possa ora fidarsi di quel suo principe di
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Valdistano o di Vallistai, o come lo chiamano, e se....»
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«Il nome legittimo in lingua alemanna,» interruppe ancora il podestà,
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«è Vagliensteino, come l'ho sentito proferir più volte dal nostro
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signor castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che....»
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«Mi vuole insegnare...?» riprendeva il conte; ma don Rodrigo gli
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diè d'occhio, per fargli intendere che, per amor suo, cessasse di
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contraddire. Il conte tacque, e il podestà, come un bastimento
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disimbrogliato da una secca, continuò, a vele gonfie, il corso della
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sua eloquenza. «Vagliensteino mi dà poco fastidio; perchè il conte duca
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ha l'occhio a tutto, e per tutto; e se Vagliensteino vorrà fare il
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bell'umore, saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le
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cattive. Ha l'occhio per tutto, dico, e le mani lunghe; e, se ha fisso
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il chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è,
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che il signor duca di Nevers non metta le radici in Mantova, il signor
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duca di Nevers non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù
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farà un buco nell'acqua. Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale,
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a voler cozzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il vero,
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che vorrei rinascere di qui a dugent'anni, per sentir cosa diranno i
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posteri, di questa bella pretensione. Ci vuol altro che invidia; testa
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vuol essere: e teste come la testa d'un conte duca, ce n'è una sola al
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mondo. Il conte duca, signori miei,» proseguiva il podestà, sempre col
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vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di non incontrar mai
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uno scoglio: «il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto
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rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna
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a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond'è che nessuno
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può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon
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metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non
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ne capiscon niente. Io posso parlare con qualche cognizion di causa;
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perchè quel brav'uomo del signor castellano si degna di trattenersi
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meco, con qualche confidenza. Il conte duca, viceversa, sa appuntino
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cosa bolle in pentola di tutte l'altre corti; e tutti que' politiconi
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(che ce n'è di diritti assai, non si può negare) hanno appena
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immaginato un disegno, che il conte duca te l'ha già indovinato, con
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quella sua testa, con quelle sue strade coperte, con que' suoi fili
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tesi per tutto. Quel pover'uomo del cardinale di Riciliù tenta di qua,
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fiuta di là, suda, s'ingegna: e poi? quando gli è riuscito di scavare
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una mina, trova la contrammina già bell'e fatta dal conte duca....»
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Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Rodrigo,
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stimolato anche da' versacci che faceva il cugino, si voltò
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all'improvviso, come se gli venisse un'ispirazione, a un servitore, e
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gli accennò che portasse un certo fiasco. «Signor podestà, e signori
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miei!» disse poi: «un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il
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vino sia degno del personaggio.» Il podestà rispose con un inchino,
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nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perchè
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tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo
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riteneva in parte come fatto a sè.
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«Viva mill'anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca di san
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Lucar, gran privato del re don Filippo il grande, nostro signore!»
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esclamò, alzando il bicchiere.
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Privato, chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi, per
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significare il favorito d'un principe.
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«Viva mill'anni!» risposer tutti.
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«Servite il padre,» disse don Rodrigo.
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«Mi perdoni;» rispose il padre: «ma ho già fatto un disordine, e non
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potrei....»
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«Come!» disse don Rodrigo: «si tratta d'un brindisi al conte duca. Vuol
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dunque far credere ch'ella tenga dai navarrini?»
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Così si chiamavano allora, per ischerno, i Francesi, dai principi di
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Navarra, che avevan cominciato, con Enrico IV, a regnar sopra di loro.
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A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in
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esclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col
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capo alzato, con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva
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molto più che non avrebbe potuto far con parole.
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«Che ne dite eh, dottore?» domandò don Rodrigo.
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Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di
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quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: «dico,
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proferisco, e sentenzio che questo è l'Olivares de' vini: _censui, et
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in eam ivi sententiam_, che un liquor simile non si trova in tutti
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i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e
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definisco che i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono le
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cene d'Eliogabalo; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo
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da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza.»
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«Ben detto! ben definito!» gridarono, a una voce, i commensali: ma
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quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso,
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rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti
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parlarono della carestia. Qui andavan tutti d'accordo, almeno nel
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principale; ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato
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disparere. Parlavan tutti insieme. «Non c'è carestia,» diceva uno:
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«sono gl'incettatori....»
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«E i fornai,» diceva un altro: «che nascondono il grano. Impiccarli.»
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«Appunto; impiccarli, senza misericordia.»
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«De' buoni processi,» gridava il podestà.
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«Che processi?» gridava più forte il conte Attilio: «giustizia
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sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che,
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per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e
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impiccarli.»
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«Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla.»
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«Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti.»
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Chi, passando per una fiera, s'è trovato a goder l'armonia che fa una
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compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l'altra, ognuno
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accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di
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sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che
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tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S'andava
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intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso
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venivano, com'era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza
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economica; sicchè le parole che s'udivan più sonore e più frequenti,
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erano: _ambrosia_, e _impiccarli_.
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Don Rodrigo intanto dava dell'occhiate al solo che stava zitto; e lo
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vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d'impazienza nè di fretta,
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senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in
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aria di non voler andarsene, prima d'essere stato ascoltato. L'avrebbe
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mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma
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congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le
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regole della sua politica. Poichè la seccatura non si poteva scansare,
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si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene; s'alzò da tavola,
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e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso.
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Chiesta poi licenza agli ospiti, s'avvicinò, in atto contegnoso, al
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frate, che s'era subito alzato con gli altri; gli disse: «eccomi a'
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suoi comandi;» e lo condusse in un'altra sala.
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CAPITOLO VI.
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«In che posso ubbidirla?» disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel
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mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui
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eran proferite, voleva dir chiaramente, bada a chi sei davanti, pesa le
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parole, e sbrigati.
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Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo, non c'era mezzo più sicuro
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e più spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava
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sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave
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marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna di
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quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo,
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si sentì subito venir sulle labbra più parole del bisogno. Ma pensando
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quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò ch'era assai più,
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i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran presentate
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alla mente, e disse, con guardinga umiltà: «vengo a proporle un atto
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di giustizia, a pregarla d'una carità. Cert'uomini di mal affare hanno
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messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un
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povero curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare
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due innocenti. Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al
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diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una così crudel
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violenza. Lo può; e potendolo.... la coscienza, l'onore....»
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«Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei.
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In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io
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solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo
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riguardo come il temerario che l'offende.»
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Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava
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di tirare al peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e
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non dargli luogo di venire alle strette, s'impegnò tanto più alla
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sofferenza, risolvette di mandar giù qualunque cosa piacesse all'altro
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di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: «se ho detto cosa
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che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. Mi
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corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene; ma si
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degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto
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dobbiam tutti comparire....» e, così dicendo, aveva preso tra le
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dita, e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il
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teschietto di legno attaccato alla sua corona, «non s'ostini a negare
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una giustizia così facile, e così dovuta a de' poverelli. Pensi che Dio
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ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, i loro gemiti
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sono ascoltati lassù. L'innocenza è potente al suo....»
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«Eh, padre!» interruppe bruscamente don Rodrigo: «il rispetto ch'io
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porto al suo abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo
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dimenticare, sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di venire a
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farmi la spia in casa.»
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Questa parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale però,
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col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara, riprese:
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«lei non crede che un tal titolo mi si convenga. Lei sente in cuor suo,
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che il passo ch'io fo ora qui, non è nè vile nè spregevole. M'ascolti,
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signor don Rodrigo; e voglia il cielo che non venga un giorno in cui si
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penta di non avermi ascoltato. Non voglia metter la sua gloria.... qual
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gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi
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a Dio! Lei può molto quaggiù; ma....»
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«Sa lei,» disse don Rodrigo, interrompendo, con istizza, ma non senza
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qualche raccapriccio, «sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di
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sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli
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altri? Ma in casa mia! Oh!» e continuò, con un sorriso forzato di
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scherno: «lei mi tratta da più di quel che sono. Il predicatore in
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casa! Non l'hanno che i principi.»
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«E quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa loro
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sentire, nelle loro regge; quel Dio che le usa ora un tratto di
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misericordia, mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo
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ministro, a pregar per una innocente....»
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«In somma, padre,» disse don Rodrigo, facendo atto d'andarsene, «io non
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so quel che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci dev'essere
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qualche fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a
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chi le piace; e non si prenda la libertà d'infastidir più a lungo un
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gentiluomo.»
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Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s'era messo davanti,
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ma con gran rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per
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trattenerlo ad un punto, rispose ancora: «la mi preme, è vero, ma non
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più di lei; son due anime che, l'una e l'altra, mi premon più del mio
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sangue. Don Rodrigo! io non posso far altro per lei, che pregar Dio; ma
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lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tener nell'angoscia
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e nel terrore una povera innocente. Una parola di lei può far tutto.»
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«Ebbene,» disse don Rodrigo, «giacchè lei crede ch'io possa far molto
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per questa persona; giacchè questa persona le sta tanto a cuore....»
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«Ebbene?» riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l'atto
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e il contegno di don Rodrigo non permettevano d'abbandonarsi alla
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speranza che parevano annunziare quelle parole.
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«Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non
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le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d'inquietarla, o ch'io non son
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cavaliere.»
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A siffatta proposta, l'indegnazione del frate, rattenuta a stento
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fin allora, traboccò. Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di
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pazienza andarono in fumo: l'uomo vecchio si trovò d'accordo col nuovo;
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e, in que' casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. «La vostra
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protezione!» esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente
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sul piede destro, mettendo la destra sull'anca, alzando la sinistra con
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l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi
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infiammati: «la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così,
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che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e
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non vi temo più.»
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«Come parli, frate?...»
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«Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far
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paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto
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la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta
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certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico:
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vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli
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occhi immobili.»
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«Come! in questa casa...!»
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«Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa.
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State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre,
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e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta
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una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi
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avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato
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il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito
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quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve
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lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch'io vi
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prometto. Verrà un giorno....»
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Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia,
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attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una
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|
predizione, s'aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.
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Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la
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voce, per troncar quella dell'infausto profeta, gridò: «escimi di tra
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piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.»
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|
Queste parole così chiare acquietarono in un momento il padre
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Cristoforo. All'idea di strapazzo e di villania era, nella sua mente,
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così bene, e da tanto tempo, associata l'idea di sofferenza e di
|
|
silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d'ira e
|
|
d'entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d'udir
|
|
tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d'aggiungere. Onde,
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ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò
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|
il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della
|
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burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e
|
|
riceve la grandine come il ciel la manda.
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|
«Villano rincivilito!» prosegui don Rodrigo: «tu tratti da par tuo. Ma
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ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva
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|
dalle carezze che si fanno a' tuoi pari, per insegnar loro a parlare.
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|
Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo.»
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|
Così dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a
|
|
quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se
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|
n'andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo
|
|
di battaglia.
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|
Quando il frate ebbe serrato l'uscio dietro a sè, vide nell'altra
|
|
stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro,
|
|
come per non esser veduto dalla stanza del colloquio; e riconobbe il
|
|
vecchio servitore ch'era venuto a riceverlo alla porta di strada. Era
|
|
costui in quella casa, forse da quarant'anni, cioè prima che nascesse
|
|
don Rodrigo; entratovi al servizio del padre, il quale era stato
|
|
tutt'un'altra cosa. Morto lui, il nuovo padrone, dando lo sfratto a
|
|
tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però ritenuto quel
|
|
servitore, e per esser già vecchio, e perchè, sebben di massime e di
|
|
costume diverso interamente dal suo, compensava però questo difetto
|
|
con due qualità: un'alta opinione della dignità della casa, e una gran
|
|
pratica del cerimoniale, di cui conosceva, meglio d'ogni altro, le più
|
|
antiche tradizioni, e i più minuti particolari. In faccia al signore,
|
|
il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato d'accennare, non che
|
|
d'esprimere la sua disapprovazione di ciò che vedeva tutto il giorno:
|
|
appena ne faceva qualche esclamazione, qualche rimprovero tra i denti
|
|
a' suoi colleghi di servizio; i quali se ne ridevano, e prendevano anzi
|
|
piacere qualche volta a toccargli quel tasto, per fargli dir di più che
|
|
non avrebbe voluto, e per sentirlo ricantar le lodi dell'antico modo
|
|
di vivere in quella casa. Le sue censure non arrivavano agli orecchi
|
|
del padrone che accompagnate dal racconto delle risa che se n'eran
|
|
fatte; dimodochè riuscivano anche per lui un soggetto di scherno, senza
|
|
risentimento. Ne' giorni poi d'invito e di ricevimento, il vecchio
|
|
diventava un personaggio serio e d'importanza.
|
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Il padre Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la sua
|
|
strada; ma il vecchio se gli accostò misteriosamente, mise il dito
|
|
alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo
|
|
a entrar con lui in un andito buio. Quando furon lì, gli disse sotto
|
|
voce: «padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlarle.»
|
|
|
|
«Dite presto, buon uomo.»
|
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|
|
«Qui no: guai se il padrone s'avvede.... Ma io so molte cose; e vedrò
|
|
di venir domani al convento.»
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|
«C'è qualche disegno?»
|
|
|
|
«Qualcosa per aria c'è di sicuro: già me ne son potuto accorgere. Ma
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|
ora starò sull'intesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a me. Mi
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|
tocca a vedere e a sentir cose...! cose di fuoco! Sono in una casa...!
|
|
Ma io vorrei salvar l'anima mia.»
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|
«II Signore vi benedica!» e, proferendo sottovoce queste parole, il
|
|
frate mise la mano sul capo del servitore, che, quantunque più vecchio
|
|
di lui, gli stava curvo dinanzi, nell'attitudine d'un figliuolo. «II
|
|
Signore vi ricompenserà,» prosegui il frate: «non mancate di venir
|
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domani.»
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|
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«Verrò,» rispose il servitore: «ma lei vada via subito e.... per amor
|
|
del cielo.... non mi nomini.» Così dicendo, e guardando intorno,
|
|
usci, per l'altra parte dell'andito, in un salotto, che rispondeva nel
|
|
cortile; e, visto il campo libero, chiamò fuori il buon frate, il volto
|
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del quale rispose a quell'ultima parola più chiaro che non avrebbe
|
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potuto fare qualunque protesta. Il servitore gli additò l'uscita; e il
|
|
frate, senza dir altro, partì.
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Quell'uomo era stato a sentire all'uscio del suo padrone: aveva fatto
|
|
bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Secondo le regole
|
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più comuni e men contraddette, è cosa molto brutta; ma quel caso non
|
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poteva riguardarsi come un'eccezione? E ci sono dell'eccezioni alle
|
|
regole più comuni e men contraddette? Questioni importanti; ma che il
|
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lettore risolverà da sè, se ne ha voglia. Noi non intendiamo di dar
|
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giudizi: ci basta d'aver dei fatti da raccontare.
|
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Uscito fuori, e voltate le spalle a quella casaccia, fra Cristoforo
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respirò più liberamente, e s'avviò in fretta per la scesa, tutto
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infocato in volto, commosso e sottosopra, come ognuno può immaginarsi,
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|
per quel che aveva sentito, e per quel che aveva detto. Ma quella così
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inaspettata esibizione del vecchio era stata un gran ristorativo per
|
|
lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della
|
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sua protezione.--Ecco un filo, pensava, un filo che la provvidenza mi
|
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mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza ch'io sognassi
|
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neppure di cercarlo!--Così ruminando, alzò gli occhi verso l'occidente,
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vide il sole inclinato, che già già toccava la cima del monte, e pensò
|
|
che rimaneva ben poco del giorno. Allora, benchè sentisse le ossa gravi
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e fiaccate da' vari strapazzi di quella giornata, pure studiò di più il
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passo, per poter riportare un avviso, qual si fosse, a' suoi protetti,
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e arrivar poi al convento, prima di notte: che era una delle leggi più
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precise, e più severamente mantenute del codice cappuccinesco.
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Intanto, nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati
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disegni, de' quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza
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del frate, i tre rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia
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preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto d'andarsene ogni
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momento, per levarsi dalla vista di lei così accorata, e non sapendo
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staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza, all'aspo che faceva
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girare. Ma, in realtà, stava maturando un progetto; e, quando le parve
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maturo, ruppe il silenzio in questi termini:
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«Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna,
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se vi fidate di vostra madre,» a quel _vostra_ Lucia si riscosse, «io
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m'impegno di cavarvi di quest'impiccio, meglio forse, e più presto del
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padre Cristoforo, quantunque sia quell'uomo che è.» Lucia rimase lì, e
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la guardò con un volto ch'esprimeva più maraviglia che fiducia in una
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promessa tanto magnifica; e Renzo disse subitamente: «cuore? destrezza?
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dite, dite pure quel che si può fare.»
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[Illustrazione: «Verrà un giorno....» (pag. 78)]
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«Non è vero,» proseguì Agnese, «che, se foste maritati, si sarebbe già
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un pezzo avanti? E che a tutto il resto si troverebbe più facilmente
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ripiego?»
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«C'è dubbio?» disse Renzo: «maritati che fossimo.... tutto il mondo
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è paese; e, a due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è
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ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino m'ha
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fatto sollecitare d'andar là a star con lui, che farei fortuna, com'ha
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fatto lui: e se non gli ho mai dato retta, gli è.... che serve? perchè
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il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme, si mette su casa
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là, si vive in santa pace, fuor dell'unghie di questo ribaldo, lontano
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dalla tentazione di fare uno sproposito. N'è vero, Lucia?»
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«Sì,» disse Lucia: «ma come...?»
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«Come ho detto io,» riprese la madre: «cuore e destrezza; e la cosa è
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facile.»
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«Facile!» dissero insieme que' due, per cui la cosa era divenuta tanto
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stranamente e dolorosamente difficile.
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«Facile, a saperla fare,» replicò Agnese. «Ascoltatemi bene, che vedrò
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di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne
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ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il
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curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia.»
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«Come sta questa faccenda?» domandò Renzo.
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«Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben
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d'accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all'improvviso,
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che non abbia tempo di scappare. L'uomo dice: signor curato, questa è
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mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna
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che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell'e
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fatto, sacrosanto come se l'avesse fatto il papa. Quando le parole son
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dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile;
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siete marito e moglie.»
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«Possibile?» esclamò Lucia.
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«Come!» disse Agnese: «state a vedere che, in trent'anni che ho passati
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in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla.
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La cosa è tale quale ve la dico: per segno tale che una mia amica,
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che voleva prender uno contro la volontà de' suoi parenti, facendo
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in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato, che ne aveva
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sospetto, stava all'erta; ma i due diavoli seppero far così bene, che
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lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e furon marito e
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moglie: benchè la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni.»
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Agnese diceva il vero, e riguardo alla possibilità, e riguardo al
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pericolo di non ci riuscire: chè, siccome non ricorrevano a un tale
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espediente, se non persone che avesser trovato ostacolo o rifiuto nella
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via ordinaria, così i parrochi mettevan gran cura a scansare quella
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cooperazione forzata; e, quando un d'essi venisse pure sorpreso da
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una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per
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iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo
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vaticinare per forza.
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«Se fosse vero, Lucia!» disse Renzo, guardandola con un'aria
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d'aspettazione supplichevole.
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«Come! se fosse vero!» disse Agnese. «Anche voi credete ch'io dica
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fandonie. Io m'affanno per voi, e non son creduta: bene bene; cavatevi
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d'impiccio come potete: io me ne lavo le mani.»
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«Ah no! non ci abbandonate,» disse Renzo. «Parlo così, perchè la cosa
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mi par troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste
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proprio mia madre.»
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Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d'Agnese, e dimenticare
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un proponimento che, per verità, non era stato serio.
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«Ma perchè dunque, mamma,» disse Lucia, con quel suo contegno sommesso,
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«perchè questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo?»
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«In mente?» rispose Agnese: «pensa se non gli sarà venuta in mente! Ma
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non ne avrà voluto parlare.»
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«Perchè?» domandarono a un tratto i due giovani.
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«Perchè.... perchè, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che
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veramente è cosa che non istà bene.»
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«Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand'è
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fatta?» disse Renzo.
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«Che volete ch'io vi dica?» rispose Agnese. «La legge l'hanno fatta
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loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto.
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E poi quante cose.... Ecco; è come lasciar andare un pugno a un
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cristiano. Non istà bene; ma, dato che gliel abbiate, nè anche il papa
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non glielo può levare.»
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«Se è cosa che non istà bene,» disse Lucia, «non bisogna farla.»
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«Che!» disse Agnese, «ti vorrei forse dare un parere contro il timor
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di Dio? Se fosse contro la volontà de' tuoi parenti, per prendere un
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rompicollo.... ma, contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi
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fa nascer tutte le difficoltà è un birbone; e il signor curato....»
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«L'è chiara, che l'intenderebbe ognuno,» disse Renzo.
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«Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa,»
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prosegui Agnese: «ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che
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ti dirà il padre?--Ah figliuola! è una scappata grossa; me l'avete
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fatta.--I religiosi devon parlar così. Ma credi pure che, in cuor suo,
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sarà contento anche lui.»
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Lucia, senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava
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però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: «quand'è così, la
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cosa è fatta.»
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«Piano,» disse Agnese. «E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che
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intanto sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da
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due giorni, se ne sta rintanato in casa? E farlo star lì? chè, benchè
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sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in
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quella conformità, diventerà lesto come un gatto, e scapperà come il
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diavolo dall'acqua santa.»
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«L'ho trovato io il verso, l'ho trovato,» disse Renzo, battendo il
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pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per
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il desinare. E seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in
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tutto e per tutto.
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«Son imbrogli,» disse Lucia: «non son cose lisce. Finora abbiamo
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operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterà: il
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padre Cristoforo l'ha detto. Sentiamo il suo parere.»
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«Lasciati guidare da chi ne sa più di te,» disse Agnese, con volto
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grave. «Che bisogno c'è di chieder pareri? Dio dice: aiutati, ch'io
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t'aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte.»
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«Lucia,» disse Renzo, «volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto
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tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser già marito e
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moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l'ora? E di chi
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è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un po' d'ingegno? No, non mi
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mancherete. Vado e torno con la risposta.» E, salutando Lucia, con
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un atto di preghiera, e Agnese, con un'aria d'intelligenza, partì in
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fretta.
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Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero
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retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non s'era mai trovato
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nell'occasione d'assottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso,
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immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura,
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secondo che aveva disegnato, alla casetta d'un certo Tonio, ch'era
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lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo
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scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l'orlo d'un paiolo,
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messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola
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polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di
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Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al
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babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse
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il momento di scodellare. Ma non c'era quell'allegria che la vista
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del desinare suol pur dare a chi se l'è meritato con la fatica. La
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mole della polenta era in ragion dell'annata, e non del numero e
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della buona voglia de' commensali: e ognun d'essi, fissando, con uno
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sguardo bieco d'amor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla
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porzione d'appetito, che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava
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i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla taffería di
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faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna,
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in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente
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a Renzo: «volete restar servito?» complimento che il contadino di
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Lombardia, e chi sa di quant'altri paesi! non lascia mai di fare a chi
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lo trovi a mangiare, quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi
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allora da tavola, e lui fosse all'ultimo boccone.
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«Vi ringrazio,» rispose Renzo: «venivo solamente per dire una parolina
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a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo
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andar a desinare all'osteria, e lì parleremo.» La proposta fu per Tonio
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tanto più gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi
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(giacchè, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro
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mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il più
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formidabile. L'invitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo.
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Giunti all'osteria del villaggio; seduti, con tutta libertà, in una
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perfetta solitudine, giacchè la miseria aveva divezzati tutti i
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frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si
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trovava; votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse a
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Tonio: «se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno
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grande.»
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«Parla, parla; comandami pure,» rispose Tonio, mescendo. «Oggi mi
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butterei nel fuoco per te.»
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«Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del
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suo campo, che lavoravi, l'anno passato.»
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«Ah, Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni
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fuori? M'hai fatto andar via il buon umore.»
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«Se ti parlo del debito,» disse Renzo, «è perchè, se tu vuoi, io
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intendo di darti il mezzo di pagarlo.»
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«Dici davvero?»
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«Davvero. Eh? saresti contento?»
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«Contento? Per diana, se sarei contento! Se non foss'altro, per non
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veder più que' versacci, e que' cenni col capo, che mi fa il signor
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curato, ogni volta che c'incontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi:
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Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno che quando, nel
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predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi in timore che
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abbia a dirmi, lì in pubblico: quelle venticinque lire! Che maledette
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siano le venticinque lire! E poi, m'avrebbe a restituir la collana
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d'oro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta. Ma....»
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«Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son
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preparate.»
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«Dì su.»
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«Ma...!» disse Renzo, mettendo il dito alla bocca.
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«Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci.»
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«Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare
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in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di
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sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni,
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e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il
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matrimonio è bell'e fatto. M'hai tu inteso?»
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«Tu vuoi ch'io venga per testimonio?»
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«Per l'appunto.»
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«E pagherai per me le venticinque lire?»
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«Così l'intendo.»
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«Birba chi manca.»
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«Ma bisogna trovare un altro testimonio.»
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«L'ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farà quello che
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gli dirò io. Tu gli pagherai da bere?»
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«E da mangiare,» rispose Renzo. «Lo condurremo qui a stare allegro con
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noi. Ma saprà fare?»
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«Gl'insegnerò io: tu sai bene ch'io ho avuta anche la sua parte di
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cervello.»
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«Domani....»
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«Bene.»
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«Verso sera....»
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«Benone.»
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«Ma!...» disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca.
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«Poh!...» rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e
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alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto.
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«Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderà, senza dubbio....»
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«Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so
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se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da
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metterle il cuore in pace.»
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«Domattina,» disse Renzo, «discorreremo con più comodo, per intenderci
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bene su tutto.»
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Con questo, uscirono dall'osteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando
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la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo a render conto de'
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concerti presi.
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In questo tempo, Agnese s'era affaticata invano a persuader la
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figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, ora l'una, ora
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l'altra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna
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farla; o non è, e perchè non dirla al padre Cristoforo?
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Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un
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ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva
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trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili.
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Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan
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poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far
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intendere tutta la ragione d'una cosa, e che s'indurrà poi, con le
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preghiere e con l'autorità, a ciò che si vuol da lui.
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«Va bene,» disse Agnese: «va bene; ma.... non avete pensato a tutto.»
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«Cosa ci manca?» rispose Renzo.
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«E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li
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lascerà entrare; ma voi! voi due! pensate! avrà ordine di tenervi
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lontani, più che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature.»
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«Come faremo?» disse Renzo, un po' imbrogliato.
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«Ecco: ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per
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attirarla, e per incantarla di maniera che non s'accorga di voi altri,
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|
e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una corda....
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vedrete.»
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«Benedetta voi!» esclamò Renzo: «l'ho sempre detto che siete nostro
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aiuto in tutto.»
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«Ma tutto questo non serve a nulla,» disse Agnese, «se non si persuade
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costei, che si ostina a dire che è peccato.»
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Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non si
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lasciava smovere.
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«Io non so che rispondere a queste vostre ragioni,» diceva: «ma vedo
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che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia
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di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato
|
|
così. Io voglio esser vostra moglie,» e non c'era verso che potesse
|
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proferir quella parola, e spiegar quell'intenzione, senza fare il viso
|
|
rosso: «io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col
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timor di Dio, all'altare. Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete
|
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che sappia trovar Lui il bandolo d'aiutarci, meglio che non possiamo
|
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far noi, con tutte codeste furberie? E perchè far misteri al padre
|
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Cristoforo?
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|
La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un
|
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calpestío affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta,
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|
somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti
|
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del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e
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|
Agnese ebbe appena tempo di susurrare all'orecchio di Lucia: «bada
|
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bene, ve', di non dirgli nulla.»
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|
CAPITOLO VII.
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|
Il padre Cristoforo arrivava nell'attitudine d'un buon capitano che,
|
|
perduta, senza sua colpa, una battaglia importante, afflitto ma non
|
|
scoraggito, sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga,
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|
si porta dove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi minacciati, a
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|
raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini.
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|
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|
«La pace sia con voi,» disse, nell'entrare. «Non c'è nulla da sperare
|
|
dall'uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno
|
|
della sua protezione.»
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|
Sebbene nessuno dei tre sperasse molto nel tentativo del padre
|
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Cristoforo, giacchè il vedere un potente ritirarsi da una soverchieria,
|
|
senza esserci costretto, e per mera condiscendenza a preghiere
|
|
disarmate, era cosa piuttosto inaudita che rara; nulladimeno la trista
|
|
certezza fu un colpo per tutti. Le donne abbassarono il capo; ma
|
|
nell'animo di Renzo, l'ira prevalse all'abbattimento. Quell'annunzio lo
|
|
trovava già amareggiato da tante sorprese dolorose, da tanti tentativi
|
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andati a voto, da tante speranze deluse, e, per di più, esacerbato, in
|
|
quel momento, dalle ripulse di Lucia.
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|
|
|
«Vorrei sapere,» gridò, digrignando i denti, e alzando la voce, quanto
|
|
non aveva mai fatto prima d'allora, alla presenza del padre Cristoforo;
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|
«vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere.... per
|
|
sostenere che la mia sposa non dev'essere la mia sposa.»
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|
«Povero Renzo!» rispose il frate, con una voce grave e pietosa, e con
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uno sguardo che comandava amorevolmente la pacatezza: «se il potente
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che vuol commettere l'ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue
|
|
ragioni, le cose non anderebbero come vanno.»
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|
«Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perchè non vuole?»
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«Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio
|
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se, per commetter l'iniquità, dovessero confessarla apertamente.»
|
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|
«Ma qualcosa ha dovuto dire: cos'ha detto quel tizzone d'inferno?»
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|
|
|
«Le sue parole, io l'ho sentite, e non te le saprei ripetere. Le
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parole dell'iniquo che è forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che
|
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tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo, farti sentire che
|
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quello di che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso,
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|
schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi, essere sfacciato
|
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e irreprensibile. Non chieder più in là. Colui non ha proferito
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|
il nome di questa innocente, nè il tuo, non ha figurato nemmen di
|
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conoscervi, non ha detto di pretender nulla; ma.... ma pur troppo ho
|
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dovuto intendere ch'è irremovibile. Nondimeno, confidenza in Dio! Voi,
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poverette, non vi perdete d'animo; e tu, Renzo.... oh! credi pure,
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ch'io so mettermi ne' tuoi panni, ch'io sento quello che passa nel tuo
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cuore. Ma, pazienza! E una magra parola, una parola amara, per chi non
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|
crede; ma tu...! non vorrai tu concedere a Dio un giorno, due giorni,
|
|
il tempo che vorrà prendere, per far trionfare la giustizia? Il tempo
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è suo; e ce n'ha promesso tanto! Lascia fare a Lui, Renzo; e sappi....
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sappiate tutti ch'io ho già in mano un filo, per aiutarvi. Per ora, non
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posso dirvi di più. Domani io non verrò quassù; devo stare al convento
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tutto il giorno, per voi. Tu, Renzo, procura di venirci: o se, per
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caso impensato, tu non potessi, mandate un uomo fidato, un garzoncello
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di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi sapere quello che
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occorrerà. Si fa buio; bisogna ch'io corra al convento. Fede, coraggio;
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e addio.»
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Detto questo, uscì in fretta, e se n'andò, correndo, e quasi
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saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per non arrivar
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tardi al convento, a rischio di buscarsi una buona sgridata, o quel
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che gli sarebbe pesato ancor più, una penitenza, che gl'impedisse, il
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giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ciò che potesse richiedere
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il bisogno de' suoi protetti.
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«Avete sentito cos'ha detto d'un non so che.... d'un filo che ha, per
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aiutarci?» disse Lucia. «Convien fidarsi a lui; è un uomo che, quando
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promette dieci....»
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«Se non c'è altro...!» interruppe Agnese. «Avrebbe dovuto parlar più
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chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo....»
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«Chiacchiere! la finirò io: io la finirò!» interruppe Renzo questa
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volta, andando in su e in giù per la stanza, e con una voce, con un
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viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole.
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«Oh Renzo!» esclamò Lucia.
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«Cosa volete dire?» esclamò Agnese.
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«Che bisogno c'è di dire? La finirò io. Abbia pur cento, mille diavoli
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nell'anima, finalmente è di carne e ossa anche lui....»
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«No, no, per amor del cielo....» cominciò Lucia; ma il pianto le troncò
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la voce.
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«Non son discorsi da farsi, neppur per burla,» disse Agnese.
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«Per burla?» gridò Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta,
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e piantandole in faccia due occhi stralunati. «Per burla! vedrete se
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sarà burla.»
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«Oh Renzo!» disse Lucia, a stento, tra i singhiozzi: «non v'ho mai
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visto così.»
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«Non dite queste cose, per amor del cielo,» riprese ancora in fretta
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Agnese, abbassando la voce. «Non vi ricordate quante braccia ha al suo
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comando colui? E quand'anche.... Dio liberi!... contro i poveri c'è
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sempre giustizia.»
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«La farò io, la giustizia, io! È ormai tempo. La cosa non è facile:
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lo so anch'io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta; ma
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non importa. Risoluzione e pazienza.... e il momento arriva. Sì, la
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farò io, la giustizia: lo libererò io, il paese: quanta gente mi
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benedirà...! e poi in tre salti...!»
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L'orrore che Lucia sentì di queste più chiare parole, le sospese il
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pianto, e le diede forza di parlare. Levando dalle palme il viso
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lagrimoso, disse a Renzo, con voce accorata, ma risoluta: «non
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v'importa più dunque d'avermi per moglie. Io m'era promessa a un
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giovine che aveva il timor di Dio; ma un uomo che avesse.... Fosse al
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sicuro d'ogni giustizia e d'ogni vendetta, foss'anche il figlio del
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re....»
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«E bene!» gridò Renzo, con un viso più che mai stravolto: «io non
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v'avrò; ma non v'avrà nè anche lui: io qui senza di voi, e lui a casa
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del....»
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«Ah no! per carità, non dite così, non fate quegli occhi: no, non
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posso vedervi così,» esclamò Lucia, piangendo, supplicando, con le
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mani giunte; mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome,
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e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquietarlo. Stette
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egli immobile e pensieroso, qualche tempo, a contemplar quella faccia
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supplichevole di Lucia; poi, tutt'a un tratto, la guardò torvo, diede
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addietro, tese il braccio e l'indice verso di essa, e gridò: «questa!
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sì questa egli vuole. Ha da morire!»
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«E io che male v'ho fatto, perchè mi facciate morire?» disse Lucia,
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buttandosegli inginocchioni davanti.
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«Voi!» rispose, con una voce ch'esprimeva un'ira ben diversa, ma un'ira
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tuttavia: «voi! Che bene mi volete voi? Che prova m'avete data? Non
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v'ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no!»
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«Sì sì,» rispose precipitosamente Lucia: «verrò dal curato, domani,
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ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.»
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«Me lo promettete?» disse Renzo, con una voce e con un viso divenuto,
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tutt'a un tratto, più umano.
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«Ve lo prometto.»
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«Me l'avete promesso.»
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«Signore, vi ringrazio!» esclamò Agnese, doppiamente contenta.
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In mezzo a quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto
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poteva esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un
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po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro autore
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protesta di non ne saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo
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sapesse bene. Il fatto sta ch'era realmente infuriato contro don
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Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e quando
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due forti passioni schiamazzano insieme nel cuor d'un uomo, nessuno,
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neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce
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dall'altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini.
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«Ve l'ho promesso,» rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e
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affettuoso: «ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di
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rimettervene al padre....»
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«Oh via! per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora? e
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farmi fare uno sproposito?»
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«No, no,» disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. «Ho promesso, e
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non mi ritiro. Ma vedete voi come mi avete fatto promettere. Dio non
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voglia....»
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«Perchè volete far de' cattivi auguri, Lucia? Dio sa che non facciam
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male a nessuno.»
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«Promettetemi almeno che questa sarà l'ultima.»
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«Ve lo prometto, da povero figliuolo.»
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«Ma, questa volta, mantenete poi,» disse Agnese.
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Qui l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse, in
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tutto e per tutto, malcontenta d'essere stata spinta ad acconsentire.
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Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio.
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Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso, e fissare, a parte a
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parte, quello che si doveva fare il giorno dopo; ma era già notte, e le
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donne gliel'augurarono buona; non parendo loro cosa conveniente che, a
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quell'ora, si trattenesse più a lungo.
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La notte però fu a tutt'e tre così buona come può essere quella che
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succede a un giorno pieno d'agitazioni e di guai, e che ne precede uno
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destinato a un'impresa importante, e d'esito incerto. Renzo si lasciò
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veder di buon'ora, e concertò con le donne, o piuttosto con Agnese,
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la grand'operazione della sera, proponendo e sciogliendo a vicenda
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difficoltà, antivedendo contrattempi, e ricominciando, ora l'uno ora
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l' altra, a descriver la faccenda, come si racconterebbe una cosa
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fatta. Lucia ascoltava; e, senza approvar con parole ciò che non poteva
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approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.
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«Anderete voi giù al convento, per parlare al padre Cristoforo, come
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v'ha detto ier sera?» domandò Agnese a Renzo.
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«Le zucche!» rispose questo: «sapete che diavoli d'occhi ha il padre:
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mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c'è qualcosa per aria;
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e se cominciasse a farmi dell'interrogazioni, non potrei uscirne a
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bene. E poi, io devo star qui, per accudire all'affare. Sarà meglio che
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mandiate voi qualcheduno.»
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«Manderò Menico.»
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«Va bene,» rispose Renzo; e parti, per accudire all'affare, come aveva
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detto.
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Agnese andò a una casa vicina, a cercar Menico, ch'era un ragazzetto
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di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e
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di cognati, veniva a essere un po' suo nipote. Lo chiese ai parenti,
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come in prestito, per tutto quel giorno, «per un certo servizio,»
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diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione,
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e gli disse che andasse a Pescarenico, e si facesse vedere al padre
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Cristoforo, il quale lo rimanderebbe poi, con una risposta, quando
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sarebbe tempo. «Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la
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|
barba bianca, quello che chiamano il santo....»
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«Ho capito,» disse Menico: «quello che ci accarezza sempre, noi altri
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ragazzi, e ci dà, ogni tanto, qualche santino.»
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«Appunto, Menico. E se ti dirà che tu aspetti qualche poco, lì vicino
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al convento, non ti sviare: bada di non andar, con de' compagni, al
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lago, a veder pescare, nè a divertirti con le reti attaccate al muro ad
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asciugare, nè a far quell'altro tuo giochetto solito....»
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Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si
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sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali
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abbiamo abilità: non dico quelle sole.
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«Poh! zia; non son poi un ragazzo.»
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«Bene, abbi giudizio; e, quando tornerai con la risposta.... guarda;
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queste due belle _parpagliole_ nuove son per te.»
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«Datemele ora, ch'è lo stesso.»
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«No, no, tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n'avrai anche di
|
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più.»
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Nel rimanente di quella lunga mattinata, si videro certe novità che
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misero non poco in sospetto l'animo già conturbato delle donne. Un
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mendico, nè rifinito nè cencioso come i suoi pari, e con un non so
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che d'oscuro e di sinistro nel sembiante, entrò a chieder la carità,
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dando in qua e in là cert'occhiate da spione. Gli fu dato un pezzo di
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pane, che ricevette e ripose, con un'indifferenza mal dissimulata. Si
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trattenne poi, con una certa sfacciataggine, e, nello stesso tempo,
|
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con esitazione, facendo molte domande, alle quali Agnese s'affrettò di
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risponder sempre il contrario di quello che era. Movendosi, come per
|
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andar via, finse di sbagliar l'uscio, entrò in quello che metteva alla
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scala, e lì diede un'altra occhiata in fretta, come potè. Gridatogli
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dietro: «ehi ehi! dove andate, galantuomo? di qua! di qua!» tornò
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indietro, e uscì dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi, con
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una sommissione, con un'umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei
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|
lineamenti duri di quella faccia. Dopo costui, continuarono a farsi
|
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vedere, di tempo in tempo, altre strane figure. Che razza d'uomini
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fossero, non si sarebbe potuto dir facilmente; ma non si poteva creder
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neppure che fossero quegli onesti viandanti che volevan parere. Uno
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entrava col pretesto di farsi insegnar la strada; altri, passando
|
|
davanti all'uscio, rallentavano il passo, e guardavan sott'occhio
|
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nella stanza, a traverso il cortile, come chi vuoi vedere senza
|
|
dar sospetto. Finalmente, verso il mezzogiorno, quella fastidiosa
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processione finì. Agnese s'alzava ogni tanto, attraversava il cortile,
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s'affacciava all'uscio di strada, guardava a destra e a sinistra, e
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|
tornava dicendo: «nessuno:» parola che proferiva con piacere, e che
|
|
Lucia con piacere sentiva, senza che nè l'una nè l'altra ne sapessero
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ben chiaramente il perchè. Ma ne rimase a tutt'e due una non so quale
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inquietudine, che levò loro, e alla figliuola principalmente, una gran
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parte del coraggio che avevan messo in serbo per la sera.
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Convien però che il lettore sappia qualcosa di più preciso, intorno a
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que' ronzatori misteriosi: e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare
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un passo indietro, e ritrovar don Rodrigo, che abbiam lasciato ieri,
|
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solo in una sala del suo palazzotto, al partir del padre Cristoforo.
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Don Rodrigo, come abbiam detto, misurava innanzi e indietro, a passi
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lunghi, quella sala, dalle pareti della quale pendevano ritratti di
|
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famiglia, di varie generazioni. Quando si trovava col viso a una
|
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parete, e voltava, si vedeva in faccia un suo antenato guerriero,
|
|
terrore de' nemici e de' suoi soldati, torvo nella guardatura, co'
|
|
capelli corti e ritti, co' baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle
|
|
guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co'
|
|
cosciali, con la corazza, co' bracciali, co' guanti, tutto di ferro;
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|
con la destra sul fianco, e la sinistra sul pomo della spada. Don
|
|
Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava, ecco
|
|
in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli
|
|
avvocati, a sedere sur una gran seggiola coperta di velluto rosso,
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ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorchè un collare bianco,
|
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con due larghe facciole, e una fodera di zibellino arrovesciata (era
|
|
il distintivo de' senatori, e non lo portavan che l'inverno, ragion
|
|
per cui non si troverà mai un ritratto di senatore vestito d'estate);
|
|
macilento, con le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica, e
|
|
pareva che dicesse: vedremo. Di qua una matrona, terrore delle sue
|
|
cameriere; di là un abate, terrore de' suoi monaci: tutta gente in
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somma che aveva fatto terrore, e lo spirava ancora dalle tele. Alla
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|
presenza di tali memorie, don Rodrigo tanto più s'arrovellava, si
|
|
vergognava, non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli
|
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addosso, con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta,
|
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l'abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò
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che chiamava onore; e talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare
|
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ancora agli orecchi quell'esordio di profezia, si sentiva venir, come
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|
si dice, i bordoni, e stava quasi per deporre il pensiero delle due
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soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa, chiamò un servitore, e
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|
gli ordinò che lo scusasse con la compagnia, dicendo ch'era trattenuto
|
|
da un affare urgente. Quando quello tornò a riferire che que' signori
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eran partiti, lasciando i loro rispetti: «e il conte Attilio?» domandò,
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sempre camminando, don Rodrigo.
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«È uscito con que' signori, illustrissimo.»
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«Bene: sei persone di seguito, per la passeggiata: subito. La spada, la
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|
cappa, il cappello: subito.»
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Il servitore partì, rispondendo con un inchino; e, poco dopo, tornò,
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portando la ricca spada, che il padrone si cinse; la cappa, che si
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buttò sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiodò,
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con una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si
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mosse, e, alla porta, trovò i sei ribaldi tutti armati, i quali,
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fatto ala, e inchinatolo, gli andaron dietro. Più burbero, più
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superbioso, più accigliato del solito, uscì, e andò passeggiando verso
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Lecco. I contadini, gli artigiani, al vederlo venire, si ritiravan
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|
rasente al muro, e di lì facevano scappellate e inchini profondi,
|
|
ai quali non rispondeva. Come inferiori, l'inchinavano anche quelli
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che da questi eran detti signori; chè, in que' contorni, non ce
|
|
n'era uno che potesse, a mille miglia, competer con lui, di nome,
|
|
di ricchezze, d'aderenze e della voglia di servirsi di tutto ciò,
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|
per istare al di sopra degli altri. E a questi corrispondeva con una
|
|
degnazione contegnosa. Quel giorno non avvenne, ma quando avveniva
|
|
che s'incontrasse col signor castellano spagnolo, l'inchino allora
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|
era ugualmente profondo dalle due parti; la cosa era come tra due
|
|
potentati, i quali non abbiano nulla da spartire tra loro; ma, per
|
|
convenienza, fanno onore al grado l'uno dell'altro. Per passare un
|
|
poco la mattana, e per contrapporre all'immagine del frate che gli
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assediava la fantasia, immagini in tutto diverse, don Rodrigo entrò,
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|
quel giorno, in una casa, dove andava, per il solito, molta gente, e
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|
dove fu ricevuto con quella cordialità affaccendata e rispettosa, ch'è
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|
riserbata agli uomini che si fanno molto amare o molto temere; e, a
|
|
notte già fatta, tornò al suo palazzotto. Il conte Attilio era anche
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lui tornato in quel momento; e fu messa in tavola la cena, durante la
|
|
quale, don Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parlò poco.
|
|
|
|
«Cugino, quando pagate questa scommessa?» disse, con un fare di malizia
|
|
e di scherno, il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati via i
|
|
servitori.
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|
|
«San Martino non è ancor passato.»
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|
«Tant'è che la paghiate subito; perchè passeranno tutti i santi del
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|
lunario, prima che....»
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|
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|
«Questo è quel che si vedrà.»
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|
|
«Cugino, voi volete fare il politico; ma io ho capito tutto, e son
|
|
tanto certo d'aver vinta la scommessa, che son pronto a farne un'altra.»
|
|
|
|
«Sentiamo.»
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|
«Che il padre.... il padre.... che so io? quel frate in somma v'ha
|
|
convertito.»
|
|
|
|
«Eccone un'altra delle vostre.»
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|
|
|
«Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me, ne godo. Sapete
|
|
che sarà un bello spettacolo vedervi tutto compunto, e con gli occhi
|
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bassi! E che gloria per quel padre! Come sarà tornato a casa gonfio e
|
|
pettoruto! Non son pesci che si piglino tutti i giorni, nè con tutte
|
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le reti. Siate certo che vi porterà per esempio; e, quando anderà a
|
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far qualche missione un po' lontano, parlerà de' fatti vostri. Mi par
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|
di sentirlo.» E qui, parlando col naso, e accompagnando le parole con
|
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gesti caricati, continuò, in tono di predica: «in una parte di questo
|
|
mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi,
|
|
e vive tuttavia, un cavaliere scapestrato, amico più delle femmine, che
|
|
degli uomini dabbene, il quale, avvezzo a far d'ogni erba un fascio,
|
|
aveva messo gli occhi....»
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|
«Basta, basta,» interruppe don Rodrigo, mezzo sogghignando, e mezzo
|
|
annoiato. «Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch'io.»
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|
|
«Diavolo! che aveste voi convertito il padre!»
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|
«Non mi parlate di colui: e in quanto alla scommessa, san Martino
|
|
deciderà.» La curiosità del conte era stuzzicata; non gli risparmiò
|
|
interrogazioni, ma don Rodrigo le seppe eluder tutte, rimettendosi
|
|
sempre al giorno della decisione, e non volendo comunicare alla parte
|
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avversa disegni che non erano nè incamminati, nè assolutamente fissati.
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|
La mattina seguente, don Rodrigo si destò don Rodrigo. L'apprensione
|
|
che quel _verrà un giorno_ gli aveva messa in corpo, era svanita del
|
|
tutto, co' sogni della notte; e gli rimaneva la rabbia sola, esacerbata
|
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anche dalla vergogna di quella debolezza passeggiera. L'immagini più
|
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recenti della passeggiata trionfale, degl'inchini, dell'accoglienze,
|
|
e il canzonare del cugino, avevano contribuito non poco a rendergli
|
|
l'animo antico. Appena alzato, fece chiamare il Griso.--Cose
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|
grosse,--disse tra sè il servitore a cui fu dato l'ordine; perchè
|
|
l'uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno che il capo de'
|
|
bravi, quello a cui s'imponevano le imprese più rischiose e più inique,
|
|
il fidatissimo del padrone, l'uomo tutto suo, per gratitudine e per
|
|
interesse. Dopo aver ammazzato uno, di giorno, in piazza, era andato
|
|
ad implorar la protezione di don Rodrigo; e questo, vestendolo della
|
|
sua livrea, l'aveva messo al coperto da ogni ricerca della giustizia.
|
|
Così, impegnandosi a ogni delitto che gli venisse comandato, colui si
|
|
era assicurata l'impunità del primo. Per don Rodrigo, l'acquisto non
|
|
era stato di poca importanza; perchè il Griso, oltre all'essere, senza
|
|
paragone, il più valente della famiglia, era anche una prova di ciò che
|
|
il suo padrone aveva potuto attentar felicemente contro le leggi; di
|
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modo che la sua potenza ne veniva ingrandita, nel fatto e nell'opinione.
|
|
|
|
«Griso!» disse don Rodrigo: «in questa congiuntura, si vedrà quel che
|
|
tu vali. Prima di domani, quella Lucia deve trovarsi in questo palazzo.»
|
|
|
|
«Non si dirà mai che il Griso si sia ritirato da un comando
|
|
dell'illustrissimo signor padrone.»
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|
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|
«Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi, come ti
|
|
par meglio; purchè la cosa riesca a buon fine. Ma bada sopra tutto, che
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|
non le sia fatto male.»
|
|
|
|
«Signore, un po' di spavento, perchè la non faccia troppo strepito....
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non si potrà far di meno.»
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|
|
|
«Spavento.... capisco.... è inevitabile. Ma non le si torca un capello;
|
|
e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso?»
|
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|
«Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a
|
|
vossignoria, senza toccarlo. Ma non si farà che il puro necessario.»
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«Sotto la tua sicurtà. E.... come farai?»
|
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|
|
«Ci stavo pensando, signore. Siam fortunati che la casa è in fondo
|
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al paese. Abbiam bisogno d'un luogo per andarci a postare: e appunto
|
|
c'è, poco distante di là, quel casolare disabitato e solo, in mezzo ai
|
|
campi, quella casa.... vossignoria non saprà niente di queste cose....
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una casa che bruciò, pochi anni sono, e non hanno avuto danari da
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riattarla, e l'hanno abbandonata, e ora ci vanno le streghe: ma non è
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sabato, e me ne rido. Questi villani, che son pieni d'ubbie, non ci
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bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l'oro del
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mondo: sicchè possiamo andare a fermarci là, con sicurezza che nessuno
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verrà a guastare i fatti nostri.»
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«Va bene! e poi?»
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Qui, il Griso a proporre, don Rodrigo a discutere, finchè d'accordo
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ebbero concertata la maniera di condurre a fine l'impresa, senza che
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rimanesse traccia degli autori, la maniera anche di rivolgere, con
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falsi indizi, i sospetti altrove, d'impor silenzio alla povera Agnese,
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d'incutere a Renzo tale spavento, da fargli passare il dolore, e il
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pensiero di ricorrere alla giustizia, e anche la volontà di lagnarsi;
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e tutte l'altre bricconerie necessarie alla riuscita della bricconeria
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principale. Noi tralasciamo di riferir que' concerti, perchè, come il
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lettore vedrà, non son necessari all'intelligenza della storia; e siam
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contenti anche noi di non doverlo trattener più lungamente a sentir
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parlamentare que' due fastidiosi ribaldi. Basta che, mentre il Griso
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se n'andava, per metter mano all'esecuzione, don Rodrigo lo richiamò,
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e gli disse: «senti: se per caso, quel tanghero temerario vi desse
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nell'unghie questa sera, non sarà male che gli sia dato anticipatamente
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un buon ricordo sulle spalle. Così, l'ordine che gli verrà intimato
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domani di stare zitto, farà più sicuramente l'effetto. Ma non l'andate
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a cercare, per non guastare quello che più importa: tu m'hai inteso.»
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«Lasci fare a me,» rispose il Griso, inchinandosi, con un atto
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d'ossequio e di millanteria; e se n'andò. La mattina fu spesa in giri,
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per riconoscere il paese. Quel falso pezzente che s'era inoltrato
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a quel modo nella povera casetta, non era altro che il Griso, il
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quale veniva per levarne a occhio la pianta: i falsi viandanti eran
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suoi ribaldi, ai quali, per operare sotto i suoi ordini, bastava una
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cognizione più superficiale del luogo. E, fatta la scoperta, non s'eran
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più lasciati vedere, per non dar troppo sospetto.
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Tornati che furon tutti al palazzotto, il Griso rese conto, e
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fissò definitivamente il disegno dell'impresa; assegnò le parti,
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diede istruzioni. Tutto ciò non si potè fare, senza che quel
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vecchio servitore, il quale stava a occhi aperti, e a orecchi tesi,
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s'accorgesse che qualche gran cosa si macchinava. A forza di stare
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attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una
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mezza di là, commentando tra sè una parola oscura, interpretando un
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andare misterioso, tanto fece, che venne in chiaro di ciò che si
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doveva eseguir quella notte. Ma quando ci fu riuscito, essa era già
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poco lontana, e già una piccola vanguardia di bravi era andata a
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imboscarsi in quel casolare diroccato. Il povero vecchio, quantunque
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sentisse bene a che rischioso giuoco giocava, e avesse anche paura
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di portare il soccorso di Pisa, pure non volle mancare: uscì, con la
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scusa di prendere un po' d'aria, e s'incamminò in fretta in fretta al
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convento, per dare al padre Cristoforo l'avviso promesso. Poco dopo, si
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mossero gli altri bravi, e discesero spicciolati, per non parere una
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compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola,
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la quale doveva esser portata al casolare, a sera inoltrata; come fu
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fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso spedì tre di coloro
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all'osteria del paesetto: uno che si mettesse sull'uscio, a osservar
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ciò che accadesse nella strada, e a veder quando tutti gli abitanti
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fossero ritirati: gli altri due che stessero dentro a giocare e a bere,
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come dilettanti; e attendessero intanto a spiare se qualche cosa da
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spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell'agguato ad
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aspettare.
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Il povero vecchio trottava ancora; i tre esploratori arrivavano al
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loro posto; il sole cadeva; quando Renzo entrò dalle donne, e disse:
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«Tonio e Gervaso m'aspettan fuori: vo con loro all'osteria, a mangiare
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un boccone; e, quando sonerà l'ave maria, verremo a prendervi. Su,
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coraggio. Lucia! tutto dipende da un momento.» Lucia sospirò, e ripetè:
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«coraggio,» con una voce che smentiva la parola.
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Quando Renzo e i due compagni giunsero all'osteria, vi trovaron
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quel tale già piantato in sentinella, che ingombrava mezzo il vano
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della porta, appoggiato con la schiena a uno stipite, con le braccia
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incrociate sul petto; e guardava e riguardava, a destra e a sinistra,
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facendo lampeggiare ora il bianco, ora il nero di due occhi grifagni.
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Un berretto piatto di velluto chermisi, messo storto, gli copriva
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la metà del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava,
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da una parte e dall'altra, sotto gli orecchi, e terminava in trecce,
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fermate con un pettine sulla nuca. Teneva sospeso in una mano un
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grosso randello; arme propriamente, non ne portava in vista; ma, solo
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a guardargli in viso, anche un fanciullo avrebbe pensato che doveva
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averne sotto quante ce ne poteva stare. Quando Renzo, ch'era innanzi
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agli altri, fu li per entrare, colui, senza scomodarsi, lo guardò
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fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come
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suole ognuno che abbia un'impresa scabrosa alle mani, non fece vista
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d'accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l'altro
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stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l'apertura lasciata
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da quella cariatide. I due compagni dovettero far la stessa evoluzione,
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se vollero entrare. Entrati, videro gli altri, de' quali avevan già
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sentita la voce, cioè que' due bravacci, che seduti a un canto della
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tavola, giocavano alla mora, gridando tutt'e due insieme (lì, è il
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giuoco che lo richiede), e mescendosi or l'uno or l'altro da bere, con
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un gran fiasco ch'era tra loro. Questi pure guardaron fisso la nuova
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compagnia; e un de' due specialmente, tenendo una mano in aria, con
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tre ditacci tesi e allargati, e avendo la bocca ancora aperta, per un
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gran «sei» che n'era scoppiato fuori in quel momento, squadrò Renzo da
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capo a piedi; poi diede d'occhio al compagno, poi a quel dell'uscio,
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che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito e incerto
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guardava ai suoi due convitati, come se volesse cercare ne' loro
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aspetti un'interpretazione di tutti que' segni: ma i loro aspetti non
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indicavano altro che un buon appetito. L'oste guardava in viso a lui,
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come per aspettar gli ordini: egli lo fece venir con sè in una stanza
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vicina, e ordinò da cena.
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«Chi sono que' forestieri?» gli domandò poi a voce bassa, quando quello
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tornò, con una tovaglia grossolana sotto il braccio, e un fiasco in
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mano.
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«Non li conosco,» rispose l'oste, spiegando la tovaglia.
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«Come? nè anche uno?»
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«Sapete bene,» rispose ancora colui, stirando, con tutt'e due le mani,
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la tovaglia sulla tavola, «che la prima regola del nostro mestiere, è
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di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne
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non son curiose. Si starebbe freschi, con tanta gente che va e viene:
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è sempre un porto di mare: quando le annate son ragionevoli, voglio
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dire; ma stiamo allegri, che tornerà il buon tempo. A noi basta che gli
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avventori siano galantuomini: chi siano poi, o chi non siano, non fa
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niente. E ora vi porterò un piatto di polpette, che le simili non le
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avete mai mangiate.»
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«Come potete sapere...?» ripigliava Renzo; ma l'oste, già avviato alla
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cucina, seguitò la sua strada. E lì, mentre prendeva il tegame delle
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polpette summentovate, gli s'accostò pian piano quel bravaccio che
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aveva squadrato il nostro giovine, e gli disse sottovoce: «Chi sono
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que' galantuomini?»
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«Buona gente qui del paese,» rispose l'oste, scodellando le polpette
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nel piatto.
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«Va bene; ma come si chiamano? chi sono?» insistette colui, con voce
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alquanto sgarbata.
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«Uno si chiama Renzo,» rispose l'oste, pur sottovoce: «un buon
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giovine, assestato; filatore di seta, che sa bene il suo mestiere.
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L'altro è un contadino che ha nome Tonio: buon camerata, allegro:
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peccato che n'abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L'altro è
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un sempliciotto, che mangia però volentieri, quando gliene danno. Con
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permesso.»
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E, con uno sgambetto, uscì tra il fornello e l'interrogante; e andò
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a portare il piatto a chi si doveva. «Come potete sapere,» riattaccò
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Renzo, quando lo vide ricomparire, «che siano galantuomini, se non li
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conoscete?»
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«Le azioni, caro mio: l'uomo si conosce alle azioni. Quelli che
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bevono il vino senza criticarlo, che pagano il conto senza tirare,
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che non metton su lite con gli altri avventori, e se hanno una
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coltellata da consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori, e lontano
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dall'osteria, tanto che il povero oste non ne vada di mezzo, quelli
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sono i galantuomini. Però, se si può conoscer la gente bene, come ci
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conosciamo tra noi quattro, è meglio. E che diavolo vi vien voglia
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di saper tante cose, quando siete sposo, e dovete aver tutt'altro in
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testa? e con davanti quelle polpette, che farebbero resuscitare un
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morto?» Così dicendo, se ne tornò in cucina.
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Il nostro autore, osservando al diverso modo che teneva costui nel
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soddisfare alle domande, dice ch'era un uomo così fatto, che, in
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tutti i suoi discorsi, faceva professione d'esser molto amico de'
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galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior
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compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni.
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Che carattere singolare! eh?
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La cena non fu molto allegra. I due convitati avrebbero voluto
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godersela con tutto loro comodo; ma l'invitante, preoccupato di ciò
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che il lettore sa, e infastidito, e anche un po' inquieto del contegno
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strano di quegli sconosciuti, non vedeva l'ora d'andarsene. Si parlava
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sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate.
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«Che bella cosa,» scappò fuori di punto in bianco Gervaso, «che Renzo
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voglia prender moglie, e abbia bisogno...!» Renzo gli fece un viso
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brusco. «Vuoi stare zitto, bestia?» gli disse Tonio, accompagnando il
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titolo con una gomitata. La conversazione fu sempre più fredda, fino
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alla fine. Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese
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a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro
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un po' di brio, senza farli uscir di cervello. Sparecchiato, pagato
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il conto da colui che aveva fatto men guasto, dovettero tutti e tre
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passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte si voltarono a
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Renzo, come quand'era entrato. Questo, fatti ch'ebbe pochi passi fuori
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dell'osteria, si voltò indietro, e vide che i due che aveva lasciati
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seduti in cucina, lo seguitavano: si fermò allora, co' suoi compagni,
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come se dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due, quando
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s'accorsero d'essere osservati, si fermarono anch'essi, si parlaron
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sottovoce, e tornarono indietro. Se Renzo fosse stato tanto vicino da
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sentir le loro parole, gli sarebbero parse molto strane. «Sarebbe però
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un bell'onore, senza contar la mancia,» diceva uno de' malandrini, «se,
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tornando al palazzo, potessimo raccontare d'avergli spianate le costole
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in fretta in fretta, e così da noi, senza che il signor Griso fosse qui
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a regolare.»
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«E guastare il negozio principale!» rispondeva l'altro. «Ecco: s'è
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avvisto di qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse più tardi!
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Torniamo indietro, per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte
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le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio.»
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C'era in fatti quel brulichío, quel ronzío che si sente in un
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villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo alla quiete
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solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi in collo i
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bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai quali facevan
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dire le divozioni della sera; venivan gli uomini, con le vanghe, e con
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le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci, si vedevan luccicare
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qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva nella strada
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barattare i saluti, e qualche parola, sulla scarsità della raccolta, e
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sulla miseria dell'annata; e più delle parole, si sentivano i tocchi
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misurati e sonori della campana, che annunziava il finir del giorno.
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Quando Renzo vide che i due indiscreti s'eran ritirati, continuò la sua
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strada nelle tenebre crescenti, dando sottovoce ora un ricordo, ora un
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altro, ora all'uno, ora all'altro fratello. Arrivarono alla casetta di
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Lucia, ch'era già notte.
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Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di
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essa, (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo
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è un sogno, pieno di fantasmi e di paure. Lucia era, da molte ore,
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nell'angosce d'un tal sogno: e Agnese, Agnese medesima, l'autrice
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del consiglio, stava sopra pensiero, e trovava a stento parole per
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rincorare la figlia. Ma, al momento di destarsi, al momento cioè di dar
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principio all'opera, l'animo si trova tutto trasformato. Al terrore e
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al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e un altro
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coraggio: l'impresa s'affaccia alla mente, come una nuova apparizione:
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ciò che prima spaventava di più, sembra talvolta divenuto agevole
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tutt'a un tratto: talvolta comparisce grande l'ostacolo a cui s'era
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appena badato; l'immaginazione dà indietro sgomentata; le membra par
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che ricusino d'ubbidire; e il cuore manca alle promesse che aveva fatte
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con più sicurezza. Al picchiare sommesso di Renzo, Lucia fu assalita da
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tanto terrore, che risolvette, in quel momento, di soffrire ogni cosa,
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di star sempre divisa da lui, piuttosto ch'eseguire quella risoluzione;
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ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe detto: «son qui, andiamo;»
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quando tutti si mostraron pronti ad avviarsi, senza esitazione, come
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a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia non ebbe tempo nè forza di far
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difficoltà, e, come strascinata, prese tremando un braccio della madre,
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un braccio del promesso sposo, e si mosse con la brigata avventuriera.
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Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta,
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e preser la strada fuori del paese. La più corta sarebbe stata
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d'attraversarlo: chè s'andava diritto alla casa di don Abbondio; ma
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scelsero quella, per non esser visti. Per viottole, tra gli orti e
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i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero. I due
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promessi rimaser nascosti dietro l'angolo di essa; Agnese con loro,
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ma un po' più innanzi, per accorrere in tempo a fermar Perpetua, e a
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impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far
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nulla da sè, e senza il quale non si poteva far nulla, s'affacciaron
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bravamente alla porta, e picchiarono.
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«Chi è, a quest'ora?» gridò una voce dalla finestra, che s'aprì in quel
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momento: era la voce di Perpetua. «Ammalati non ce n'è, ch'io sappia. È
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forse accaduta qualche disgrazia?»
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«Son io,» rispose Tonio, «con mio fratello, che abbiam bisogno di
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parlare al signor curato.»
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«È ora da cristiani questa?» disse bruscamente Perpetua. «Che
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discrezione? Tornate domani.»
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«Sentite: tornerò o non tornerò: ho riscosso non so che danari, e
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venivo a saldar quel debituccio che sapete: aveva qui venticinque belle
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berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli,
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e tornerò quando n'abbia messi insieme degli altri.»
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«Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perchè venire a quest'ora?»
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«Gli ho ricevuti, anch'io, poco fa; e ho pensato, come vi dico, che, se
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li tengo a dormir con me, non so di che parere sarò domattina. Però,
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se l'ora non vi piace, non so che dire: per me, son qui; e se non mi
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volete, me ne vo.»
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«No, no, aspettate un momento: torno con la risposta.»
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Così dicendo, richiuse la finestra. A questo punto, Agnese si staccò
|
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dai promessi, e, detto sottovoce a Lucia: «coraggio; è un momento;
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è come farsi cavar un dente,» si riunì ai due fratelli, davanti
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all'uscio; e si mise a ciarlare con Tonio, in maniera che Perpetua,
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venendo ad aprire, dovesse credere che si fosse abbattuta lì a caso, e
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che Tonio l'avesse trattenuta un momento.
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CAPITOLO VIII.
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--Carneade! Chi era costui?--ruminava tra sè don Abbondio seduto
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sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un
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libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli
|
|
l'imbasciata.--Carneade questo nome mi par bene d'averlo letto o
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sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo
|
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antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?--Tanto il
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pover'uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul
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capo!
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[Illustrazione: La cena non fu molto allegra... (pag. 102)]
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|
Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino
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ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli
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prestava un libro dopo l'altro, il primo che gli veniva alle mani.
|
|
Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente
|
|
della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che
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|
non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo,
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|
detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di
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|
Milano, due anni prima. Il santo v'era paragonato, per l'amore allo
|
|
studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo;
|
|
perchè Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di
|
|
sè, che, per saperne qualche cosa, non c'è bisogno d'un'erudizione
|
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molto vasta. Ma, dopo Archimede, l'oratore chiamava a paragone anche
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|
Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato. In quel momento entrò
|
|
Perpetua ad annunziar la visita di Tonio.
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«A quest'ora?» disse anche don Abbondio, com'era naturale.
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|
«Cosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo....»
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|
«Già: se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo
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|
venire.... Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?»
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|
«Diavolo!» rispose Perpetua, e scese; aprì l'uscio, e disse: «dove
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siete?» Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche
|
|
Agnese, e salutò Perpetua per nome.
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|
«Buona sera, Agnese,» disse Perpetua: «di dove si viene, a quest'ora?»
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«Vengo da....» e nominò un paesetto vicino. «E se sapeste...» continuò:
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|
«mi son fermata di più, appunto in grazia vostra.»
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«Oh perchè?» domandò Perpetua; e voltandosi a' due fratelli, «entrate,»
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|
disse, «che vengo anch'io.»
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|
«Perchè,» rispose Agnese, «una donna di quelle che non sanno le cose,
|
|
e voglion parlare.... credereste? s'ostinava a dire che voi non vi
|
|
siete maritata con Beppe Suolavecchia, nè con Anselmo Lunghigna, perchè
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non v'hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete
|
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rifiutati, l'uno e l'altro....»
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|
«Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?»
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«Non me lo domandate, che non mi piace metter male.»
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«Me lo direte, me l'avete a dire: oh la bugiarda!»
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«Basta.... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper
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bene tutta la storia, per confonder colei.»
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«Guardate se si può inventare, a questo modo!» esclamò di nuovo
|
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Perpetua; e riprese subito: «in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno
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potuto vedere.... Ehi, Tonio! accostate l'uscio, e salite pure, che
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vengo.» Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua
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|
narrazione appassionata.
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In faccia all'uscio di don Abbondio, s'apriva, tra due casipole,
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una stradetta, che, finito quelle, voltava in un campo. Agnese vi
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s'avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più
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liberamente; e Perpetua dietro. Quand'ebbero voltato, e furono in
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luogo, donde non si poteva più veder ciò che accadesse davanti alla
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casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il segnale: Renzo lo
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sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tutt'e due,
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in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti;
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arrivarono all'uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati,
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entraron nell'andito, dov'erano i due fratelli, ad aspettarli. Renzo
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accostò di nuovo l'uscio pian piano; e tutt'e quattro su per le scale,
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non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due
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fratelli s'avvicinarono all'uscio della stanza, ch'era di fianco alla
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scala; gli sposi si strinsero al muro.
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_«Deo gratias,»_ disse Tonio, a voce chiara.
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«Tonio, eh? Entrate,» rispose la voce di dentro.
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Il chiamato aprì l'uscio, appena quanto bastava per poter passar
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lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì
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d'improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro
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del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati
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i fratelli, Tonio si tirò dietro l'uscio: gli sposi rimasero immobili
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nelle tenebre, con l'orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più
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forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia.
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Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola,
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ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che
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gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d'una piccola
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lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della
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papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo,
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tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano
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assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al
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chiaro di luna.
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«Ah! ah!» fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li
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riponeva nel libricciolo.
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«Dirà il signor curato, che son venuto tardi,» disse Tonio,
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inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente, Gervaso.
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«Sicuro ch'è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono
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ammalato?»
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«Oh! mi dispiace.»
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«L'avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi
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vedere.... Ma perchè vi siete condotto dietro quel.... quel figliuolo?»
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«Così per compagnia, signor curato.»
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«Basta, vediamo.»
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«Son venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant'Ambrogio a
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cavallo,» disse Tonio, levandosi un involtino di tasca.
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«Vediamo,» replicò don Abbondio: e, preso l'involtino, si rimesse gli
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occhiali, l'aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le
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trovò senza difetto.
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«Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla.»
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«È giusto,» rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una
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chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli
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spettatori, aprì una parte di sportello, riempì l'apertura con la
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persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender
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la collana; la prese, e, chiuso l'armadio, la consegnò a Tonio,
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dicendo: «va bene?»
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«Ora,» disse Tonio, «si contenti di mettere un po' di nero sul bianco.»
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«Anche questa!» disse don Abbondio: «le sanno tutte. Ih! com'è divenuto
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sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?»
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«Come, signor curato! s'io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio
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nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito.... dunque, giacchè ha
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già avuto l'incomodo di scrivere una volta, così.... dalla vita alla
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morte....»
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«Bene bene,» interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sè una
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cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise
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a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano che
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gli uscivan dalla penna. Frattanto Tonio e, a un suo cenno, Gervaso,
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si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera d'impedire
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allo scrivente la vista dell'uscio; e, come per ozio, andavano
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stropicciando, co' piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch'erano
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fuori, d'entrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle
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loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad
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altro. Allo stropiccío de' quattro piedi, Renzo prese un braccio di
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Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro
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tutta tremante, che da sè non vi sarebbe potuta venire. Entraron
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pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero
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dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere,
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rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in
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quattro, dicendo: «ora, sarete contento?» e, levatosi con una mano
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gli occhiali dal naso, la porse con l'altra a Tonio, alzando il viso.
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Tonio, allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte;
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Gervaso, a un suo cenno, dall'altra; e, nel mezzo, come al dividersi
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d'una scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente,
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poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s'infuriò, pensò, prese una
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risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le
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parole: «signor curato, in presenza di questi testimoni, quest'è mia
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moglie.» Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don
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Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata,
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con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del
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tavolino, e tiratolo a sè, con furia, buttando in terra libro, carta,
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calamaio e polverino, e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s'era
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avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora
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tutta tremante, aveva appena potuto proferire «e questo....» che don
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Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e
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sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito,
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lasciata cader la lucerna che teneva nell'altra mano, s'aiutò anche con
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quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto
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gridava quanto n'aveva in canna: «Perpetua! Perpetua! tradimento!
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aiuto!» Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce
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languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non
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tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in
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creta, sulla quale l'artefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni
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luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tastoni
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l'uscio che metteva a una stanza più interna; lo trovò, entrò in
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quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: «Perpetua! tradimento!
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aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa!» Nell'altra stanza,
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tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato, e remando
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con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all'uscio,
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e picchiava, gridando: «apra, apra; non faccia schiamazzo.» Lucia
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chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: «andiamo, andiamo,
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per l'amor di Dio.» Tonio, carpone, andava spazzando con le mani
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il pavimento, per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso,
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spiritato, gridava e saltellava, cercando l'uscio di scala, per uscire
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a salvamento.
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In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un
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momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa
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altrui, che vi s'era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone
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stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore;
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eppure, alla fin de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso,
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messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti
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suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un
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sopruso. Così va spesso il mondo.... voglio dire, così andava nel
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secolo decimo settimo.
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L'assediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprì
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una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a
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gridare: «aiuto! aiuto!» Era il più bel chiaro di luna; l'ombra della
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chiesa, e più in fuori l'ombra lunga ed acuta del campanile, si
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stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza:
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ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove
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arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo
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però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva
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verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo,
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dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato
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grido, fece un salto, scese il letto in furia, aprì l'impannata d'una
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sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra' peli, e disse:
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«cosa c'è?»
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«Correte, Ambrogio! aiuto! gente in casa,» gridò verso lui don
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Abbondio. «Vengo subito,» rispose quello; tirò indietro la testa,
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richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra 'l sonno, e più che
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mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto
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di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio,
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quale si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le
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caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per
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|
una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della più
|
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grossa di due campanette che c'erano, e suona a martello.
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Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i
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giovinetti sdraiati sul fenile, tendon l'orecchio, si rizzano. «Cos'è?
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Cos'è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi?» Molte donne
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consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli
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altri: alcuni s'alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si
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arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi e più bravi
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scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore:
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altri stanno a vedere.
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Ma, prima che quelli fossero all'ordine, prima anzi che fosser
|
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ben desti, il rumore era giunto agli orecchi d'altre persone che
|
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vegliavano, non lontano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese
|
|
e Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ciò che facesser
|
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coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare
|
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e parte all'osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi
|
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e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti
|
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d'aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una
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giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati;
|
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e in fatti, non incontrarono anima vivente, nè sentirono il più
|
|
piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra
|
|
povera casetta: la più quieta di tutte, giacchè non c'era più nessuno.
|
|
Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al
|
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signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle
|
|
spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese
|
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un bordone da pellegrino, disse: «andiamo da bravi: zitti, e attenti
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agli ordini,» s'incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento,
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arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se
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n'era allontanata la nostra brigatella, andando anch'essa alla sua
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|
spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò
|
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innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di
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fuori, fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di
|
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scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro,
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|
nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo
|
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l'occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di
|
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dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno.
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Nessun risponde: ripicchia un po' più forte; nemmeno uno zitto. Allora,
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|
va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come
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gli altri due, con l'ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver
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libero l'ingresso e la ritirata. Tutto s'eseguisce con gran cautela,
|
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e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con
|
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sè, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio
|
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l'uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto
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all'uscio del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e' poteva ben
|
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aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell'uscio: nessuno di
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dentro dice: chi va là?; nessuno si fa sentire: meglio non può andare.
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Avanti dunque: «st,» chiama quei del fico, entra con loro nella stanza
|
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terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo
|
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di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un
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suo lanternino, entra nell'altra stanza più interna, per accertarsi che
|
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nessun ci sia: non c'è nessuno. Torna indietro, va all'uscio di scala,
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guarda, porge l'orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre
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sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, ch'era un bravo
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del contado di Bergamo, il quale solo doveva minacciare, acchetare,
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comandare, essere in somma il dicitore, affinchè il suo linguaggio
|
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potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella
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parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio
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adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni
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passo di que' mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima.
|
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Qui giace la lepre. Spinge mollemente l'uscio che mette alla prima
|
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stanza; l'uscio cede, si fa spiraglio: vi mette l'occhio; è buio: vi
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mette l'orecchio, per sentire se qualcheduno russa, fiata, brulica là
|
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dentro; niente. Dunque avanti: si mette la lanterna davanti al viso,
|
|
per vedere, senza esser veduto, spalanca l'uscio, vede un letto;
|
|
addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura arrovesciata,
|
|
e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla
|
|
compagnia, accenna loro che va a vedere nell'altra stanza, e che gli
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|
vengan dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la
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|
stessa cosa. «Che diavolo è questo?» dice allora: «che qualche cane
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|
traditore abbia fatto la spia?» Si metton tutti, con men cautela, a
|
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guardare, a tastare per ogni canto, buttan sottosopra la casa. Mentre
|
|
costoro sono in tali faccende, i due che fan la guardia all'uscio di
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strada, sentono un calpestío di passini frettolosi, che s'avvicinano
|
|
in fretta; s'immaginano che, chiunque sia, passerà diritto; stan
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|
quieti, e, a buon conto, si mettono all'erta. In fatti, il calpestío si
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|
ferma appunto all'uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal
|
|
padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per l'amor del cielo,
|
|
scappassero subito di casa, e si rifugiassero al convento, perchè....
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|
il perchè lo sapete. Prende la maniglia del paletto, per picchiare,
|
|
e se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato.--Che è
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|
questo?--pensa; e spinge l'uscio con paura: quello s'apre. Menico mette
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|
il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto acchiappar per
|
|
le braccia, e due voci sommesse, a destra e a sinistra, che dicono,
|
|
in tono minaccioso: «zitto! o sei morto.» Lui in vece caccia un urlo:
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uno di que' malandrini gli mette una mano alla bocca; l'altro tira
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|
fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come
|
|
una foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt'a un tratto, in
|
|
vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di
|
|
campana così fatto, e dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi
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è in difetto è in sospetto, dice il proverbio milanese: all'uno e
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|
all'altro furfante parve di sentire in que' tocchi il suo nome, cognome
|
|
e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico, ritirano le loro in
|
|
furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e corrono
|
|
alla casa, dov'era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per
|
|
la strada, alla volta del campanile, dove a buon conto qualcheduno ci
|
|
doveva essere. Agli altri furfanti che frugavan la casa, dall'alto al
|
|
basso, il terribile tocco fece la stessa impressione: si confondono, si
|
|
scompigliano, s'urtano a vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per
|
|
arrivare all'uscio. Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare
|
|
il viso: ma non poterono star saldi contro un pericolo indeterminato,
|
|
e che non s'era fatto vedere un po' da lontano, prima di venir loro
|
|
addosso. Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme,
|
|
tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra
|
|
di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno
|
|
per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso;
|
|
abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino
|
|
acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa
|
|
indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s'avviavan da
|
|
quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove;
|
|
tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. «Presto, presto!
|
|
pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo:
|
|
così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi?
|
|
Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne
|
|
daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti.» Dopo questa breve aringa, si
|
|
mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era in
|
|
fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti
|
|
gli andaron dietro in buon ordine.
|
|
|
|
Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e
|
|
Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva
|
|
procurato d'allontanar l'altra dalla casa di don Abbondio, il più che
|
|
fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma
|
|
tutt'a un tratto, la serva s'era ricordata dell'uscio rimasto aperto,
|
|
e aveva voluto tornare indietro. Non c'era che ridire: Agnese, per
|
|
non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e
|
|
andarle dietro, cercando però di trattenerla, ogni volta che la vedesse
|
|
riscaldata ben bene nel racconto di que' tali matrimoni andati a
|
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monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere
|
|
che stava attenta, o per ravviare il cicalío, diceva: «sicuro: adesso
|
|
capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi?» Ma intanto,
|
|
faceva un altro discorso con sè stessa.--Saranno usciti a quest'ora?
|
|
o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tutt'e tre, a
|
|
non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse
|
|
riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non c'è altro che
|
|
tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un po' di tempo
|
|
perduto.--Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante
|
|
dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione
|
|
di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del
|
|
racconto, s'era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza
|
|
avvedersene; quando, tutt'a un tratto, si sentì venir rimbombando
|
|
dall'alto, nel vano immoto dell'aria, per l'ampio silenzio della notte,
|
|
quel primo sgangherato grido di don Abbondio: «aiuto! aiuto!»
|
|
|
|
«Misericordia! cos'è stato?» gridò Perpetua, e volle correre.
|
|
|
|
«Cosa c'è? cosa c'è?» disse Agnese, tenendola per la sottana.
|
|
|
|
«Misericordia! non avete sentito?» replicò quella, svincolandosi.
|
|
|
|
«Cosa c'è? cosa c'è?» ripetè Agnese, afferrandola per un braccio.
|
|
|
|
«Diavolo d'una donna!» esclamò Perpetua, respingendola, per mettersi
|
|
in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più
|
|
istantaneo, si sente l'urlo di Menico.
|
|
|
|
«Misericordia!» grida anche Agnese; e di galoppo dietro l'altra. Avevan
|
|
quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e
|
|
due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero
|
|
avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell'altra; mentre
|
|
vuole spinger l'uscio, l'uscio si spalanca di dentro, e sulla soglia
|
|
compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala,
|
|
eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanío,
|
|
correvano in furia, a mettersi in salvo.
|
|
|
|
«Cosa c'è? cosa c'è?» domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le
|
|
risposero con un urtone, e scantonarono. «E voi! come! che fate qui
|
|
voi?» domandò poscia all'altra coppia, quando l'ebbe raffigurata. Ma
|
|
quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il
|
|
bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nell'andito, e
|
|
corse, come poteva al buio, verso la scala.
|
|
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|
I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che
|
|
arrivava tutt'affannata. «Ah siete qui!» disse questa, cavando fuori
|
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la parola a stento: «com'è andata? cos'è la campana? mi par d'aver
|
|
sentito....»
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|
|
«A casa, a casa,» diceva Renzo, «prima che venga gente.» E s'avviavano;
|
|
ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto
|
|
tremante, con voce mezza fioca, dice: «dove andate? indietro, indietro!
|
|
per di qua, al convento!»
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|
«Sei tu che...?» cominciava Agnese.
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|
«Cosa c'è d'altro?» domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e
|
|
tremava.
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|
«C'è il diavolo in casa,» riprese Menico ansante. «Gli ho visti io:
|
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m'hanno voluto ammazzare: l'ha detto il padre Cristoforo: e anche voi,
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Renzo, ha detto che veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza
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che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori.»
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Renzo, ch'era il più in sè di tutti, pensò che, di qua o di là,
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conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la più
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sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con
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la forza d'uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si
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potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più chiara. «Cammina
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avanti,» gli disse. «Andiam con lui,» disse alle donne. Voltarono,
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s'incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza,
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dove per grazia del cielo, non c'era ancora anima vivente; entrarono in
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una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo
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buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi.
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Non s'eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente
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cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si
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guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda
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da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla
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porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno
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di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia,
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cacciò dentro un: «che diavolo c'è?» Quando Ambrogio sentì una voce
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conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzío, ch'era
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accorso molto popolo, rispose: «vengo ad aprire.» Si mise in fretta
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l'arnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di
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dentro, alla porta della chiesa, e l'aprì.
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«Cos'è tutto questo fracasso?--Cos'è?--Dov'è?--Chi è?»
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«Come, chi è?» disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente
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della porta, e, con l'altra, il lembo di quel tale arnese, che s'era
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messo così in fretta: «come! non lo sapete? gente in casa del signor
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curato. Animo, figliuoli: aiuto.» Si voltan tutti a quella casa, vi
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s'avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto.
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Altri corrono dalla parte dove c'era l'uscio: è chiuso, e non par che
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sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c'è una finestra
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aperta: non si sente uno zitto.
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«Chi è là dentro?--Ohe, ohe!--Signor curato!--Signor curato!»
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Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl'invasori,
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s'era ritirato dalla finestra, e l'aveva richiusa, e che in questo
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momento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che l'aveva lasciato
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solo in quell'imbroglio, dovette, quando si sentì chiamare a voce di
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popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si
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pentì d'averlo chiesto.
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«Cos'è stato?--Che le hanno fatto?--Chi sono costoro?--Dove sono?» gli
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veniva gridato da cinquanta voci a un tratto.
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«Non c'è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa.»
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«Ma chi è stato?--Dove sono andati?--Che è accaduto?»
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«Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a
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casa; non c'è più niente: un'altra volta, figliuoli: vi ringrazio del
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vostro buon cuore.» E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra.
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Qui alcuni cominciarono a brontolare, altri a canzonare, altri a
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sagrare; altri si stringevan nelle spalle, e se n'andavano: quando
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arriva uno tutto trafelato, che stentava a formar le parole. Stava
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costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed essendosi, al
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rumore, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto quello
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scompiglio de' bravi, quando il Griso s'affannava a raccoglierli.
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Quand'ebbe ripreso fiato, gridò: «che fate qui, figliuoli? non è qui il
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diavolo; è giù in fondo alla strada, alla casa d'Agnese Mondella: gente
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armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa
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che diavolo c'è!»
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«Che?--Che?--Che?» E comincia una consulta tumultuosa. «Bisogna
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andare.--Bisogna vedere.--Quanti sono?--Quanti siamo?--Chi sono?--Il
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console! il console!»
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«Son qui,» risponde il console, di mezzo alla folla: «son qui; ma
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bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dov'è il sagrestano? Alla
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campana, alla campana. Presto: uno che corra a Lecco a cercar soccorso:
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venite qui tutti....»
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Chi accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto era
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grande, quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in fretta,
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e grida: «correte, figliuoli: ladri, o banditi che scappano con un
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pellegrino: son già fuori del paese: addosso! addosso!» A quest'avviso,
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senza aspettar gli ordini del capitano, si movono in massa, e giù
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alla rinfusa per la strada; di mano in mano che l'esercito s'avanza,
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qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il passo, si lascia
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sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia: gli ultimi spingono
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innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo indicato. Le
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tracce dell'invasione eran fresche e manifeste: l'uscio spalancato,
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la serratura sconficcata; ma gl'invasori erano spariti. S'entra nel
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cortile; si va all'uscio del terreno: aperto e sconficcato anche
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quello: si chiama: «Agnese! Lucia! Il pellegrino! Dov'è il pellegrino?
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L'avrà sognato Stefano, il pellegrino.--No, no: l'ha visto anche
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Carlandrea. Ohe, pellegrino!--Agnese! Lucia!» Nessuno risponde. «Le
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hanno portate via! Le hanno portate via!» Ci fu allora di quelli che,
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alzando la voce, proposero d'inseguire i rapitori: che era un'infamità;
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e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man
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salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un'aia
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deserta. Nuova consulta e più tumultuosa; ma uno (e non si seppe mai
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bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e
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Lucia s'eran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente,
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ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggitivi; e la
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brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno
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strepito, un picchiare e un aprir d'usci, un apparire e uno sparir di
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lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla
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strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron
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nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina.
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Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina,
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il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito
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appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un
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piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sè sui misteri della
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notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccasse a fare,
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e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini
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d'assai gagliarda presenza, chiomati come due re de' Franchi della
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prima razza, e somigliantissimi nel resto a que' due che cinque giorni
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prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que' medesimi.
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Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che
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guardasse bene di non far deposizione al podestà dell'accaduto, di non
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rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare,
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di non fomentar le ciarle de' villani, per quanto aveva cara la
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speranza di morir di malattia.
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I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio,
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voltandosi, ora l'uno ora l'altro, a guardare se nessuno gl'inseguiva,
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tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la
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sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita,
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per l'apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor più in
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affanno li teneva l'incalzare continuo di que' rintocchi, i quali,
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quanto per l'allontanarsi, venivan più fiochi e ottusi, tanto pareva
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che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente
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cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato,
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e non sentendo un alito all'intorno, rallentarono il passo; e fu la
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prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a
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Renzo com'era andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in
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casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tutt'e tre si
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voltarono al fanciullo, il quale riferì più espressamente l'avviso
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del padre, e raccontò quello ch'egli stesso aveva veduto e rischiato,
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e che pur troppo confermava l'avviso. Gli ascoltatori compresero più
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di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron
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rabbrividire; si fermaron tutt'e tre a un tratto, si guardarono in
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viso l'un con l'altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime,
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tutt'e tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo,
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come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato
|
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per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che
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sentivano dell'angoscia da lui sofferta, e del pericolo corso per la
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loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa. «Ora torna a casa,
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perchè i tuoi non abbiano a star più in pena per te,» gli disse Agnese;
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e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di
|
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tasca, e gliele diede, aggiungendo: «basta; prega il Signore che ci
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rivediamo presto: e allora....» Renzo gli diede una berlinga nuova,
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e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal
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frate; Lucia l'accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il
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ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero
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la loro strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro,
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come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e
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scansava dolcemente, e con destrezza, l'aiuto che il giovine le offriva
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ne' passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sè,
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anche in un tale turbamento, d'esser già stata tanto sola con lui, e
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tanto famigliarmente, quando s'aspettava di divenir sua moglie, tra
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pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva
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d'essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare,
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tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del
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male, per quel pudore che ignora sè stesso, somigliante alla paura del
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fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che.
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«E la casa?» disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse
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importante, nessuno rispose, perchè nessuno poteva darle una risposta
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soddisfacente. Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo,
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sboccarono finalmente sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento.
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Renzo s'affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di
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fatto s'aprì; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia
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pallida, e la barba d'argento del padre Cristoforo, che stava quivi
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ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, «Dio sia
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benedetto!» disse, e fece lor cenno ch'entrassero. Accanto a lui, stava
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|
un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, ch'egli, con preghiere
|
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e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar socchiusa
|
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la porta, e a starci in sentinella, per accogliere que' poveri
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minacciati: e non si richiedeva meno dell'autorità del padre, e della
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sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda,
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pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo
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riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non potè più
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reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando
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all'orecchio: «ma padre, padre! di notte.... in chiesa.... con
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donne.... chiudere.... la regola.... ma padre!» E tentennava la testa.
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Mentre diceva stentatamente quelle parole,--vedete un poco!--pensava
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il padre Cristoforo,--se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio
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non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera innocente, che
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scappa dagli artigli del lupo....--_«Omnia munda mundis,»_ disse poi,
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voltandosi tutt'a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non
|
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intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che
|
|
fece l'effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni,
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a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il
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cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole
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gravide d'un senso misterioso, e proferite così risolutamente, gli
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parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi
|
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dubbi. S'acquietò, e disse: «basta! lei ne sa più di me.»
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«Fidatevi pure,» rispose il padre Cristoforo; e, all'incerto chiarore
|
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della lampada che ardeva davanti all'altare, s'accostò ai ricoverati,
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|
i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: «figliuoli!
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ringraziate il Signore, che v'ha scampati da un gran pericolo. Forse
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in questo momento...!» E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto
|
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accennare dal piccol messo: giacchè non sospettava ch'essi ne sapesser
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più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in
|
|
casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò,
|
|
nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto d'una tale
|
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dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl'imbrogli e de'
|
|
sotterfugi.
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«Dopo di ciò,» continuò egli, «vedete bene, figliuoli, che ora questo
|
|
paese non è sicuro per voi. È il vostro; ci siete nati; non avete
|
|
fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli:
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sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che
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|
verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io
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ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto,
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io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi
|
|
provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare
|
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alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di
|
|
voi suoi poveri cari tribolati. Voi,» continuò volgendosi alle due
|
|
donne, «potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d'ogni
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|
pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra.
|
|
Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli
|
|
questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il
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|
mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo dalla rabbia
|
|
degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre Bonaventura da
|
|
Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farà
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da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa
|
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tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino
|
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allo sbocco del Bione.» È un torrente a pochi passi da Pescarenico.
|
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«Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per
|
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chi; rispondete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà
|
|
all'altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura
|
|
fino a ***.»
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|
Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua
|
|
disposizione que' mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe
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vedere di non conoscere qual fosse il potere d'un cappuccino tenuto in
|
|
concetto di santo.
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|
[Illustrazione: «Dio vi guardi, il suo angelo v'accompagni: andate»....
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|
(pag. 121)]
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Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette
|
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le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese
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|
gl'indicarono. Quest'ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran
|
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sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c'era
|
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stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire!
|
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|
«Prima che partiate,» disse il padre, «preghiamo tutti insieme il
|
|
Signore, perchè sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra
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|
tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch'Egli ha voluto.» Così
|
|
dicendo s'inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso.
|
|
Dopo ch'ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce
|
|
sommessa, ma distinta, articolò queste parole: «noi vi preghiamo ancora
|
|
per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo
|
|
indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore
|
|
per lui: ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo
|
|
questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi:
|
|
possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!... è
|
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vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietà di lui,
|
|
o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli
|
|
tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi.»
|
|
|
|
Alzatosi poi, come in fretta, disse: «via, figliuoli, non c'è tempo da
|
|
perdere: Dio vi guardi, il suo angelo v'accompagni: andate.» E mentre
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|
s'avviavano, con quella commozione che non trova parole, e che si
|
|
manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: «il
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|
cuor mi dice che ci rivedremo presto.»
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|
Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su
|
|
quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già
|
|
accaduto.
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|
|
Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i
|
|
viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando
|
|
loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s'avviarono zitti
|
|
zitti alla riva ch'era stata loro indicata; videro il battello pronto,
|
|
e data e barattata la parola, c'entrarono. Il barcaiolo, puntando un
|
|
remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l'altro remo, e vogando
|
|
a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava
|
|
un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso
|
|
immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero
|
|
della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S'udiva soltanto
|
|
il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglío
|
|
più lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato
|
|
di que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago,
|
|
uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L'onda segata dalla
|
|
barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata,
|
|
che s'andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la
|
|
testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato
|
|
dalla luna, e variato qua e là di grand'ombre. Si distinguevano i
|
|
villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la
|
|
sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del
|
|
promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una
|
|
compagnia d'addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo
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|
vide, e rabbrividì; scese con l'occhio giù giù per la china, fino al
|
|
suo paesello, guardò fisso all'estremità, scoprì la sua casetta, scoprì
|
|
la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì
|
|
la finestra della sua camera; e, seduta, com'era, nel fondo della
|
|
barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come
|
|
per dormire, e pianse segretamente.
|
|
|
|
Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali,
|
|
note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non
|
|
meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de'
|
|
quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche;
|
|
ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore
|
|
pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi,
|
|
se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte
|
|
volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si
|
|
disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si
|
|
maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se
|
|
non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più s'avanza nel
|
|
piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza
|
|
uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento
|
|
nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano
|
|
nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi
|
|
ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello
|
|
del suo paese, alla casuccia a cui ha già messi gli occhi addosso, da
|
|
gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti.
|
|
|
|
Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio
|
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fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e
|
|
n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo
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|
dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia
|
|
que' monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai
|
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desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un
|
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momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natía, dove, sedendo, con
|
|
un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni
|
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il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa
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ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando,
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e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno
|
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tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante
|
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volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato
|
|
un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente
|
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benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi
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dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de'
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suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.
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Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco
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diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli
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andava avvicinando alla riva destra dell'Adda.
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CAPITOLO IX.
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L'urtar che fece la barca contro la proda, scosse Lucia, la quale,
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dopo aver asciugate in segreto le lacrime, alzò la testa, come se si
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svegliasse. Renzo uscì il primo, e diede la mano ad Agnese, la quale,
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uscita pure, la diede alla figlia; e tutt'e tre resero tristamente
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grazie al barcaiolo. «Di che cosa?» rispose quello: «siam quaggiù per
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aiutarci l'uno con l'altro,» e ritirò la mano, quasi con ribrezzo,
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come se gli fosse proposto di rubare, allorchè Renzo cercò di farvi
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sdrucciolare una parte de' quattrinelli che si trovava indosso, e che
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aveva presi quella sera, con intenzione di regalar generosamente don
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Abbondio, quando questo l'avesse, suo malgrado, servito. Il baroccio
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era lì pronto; il conduttore salutò i tre aspettati, li fece salire,
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diede una voce alla bestia, una frustata, e via.
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Il nostro autore non descrive quel viaggio notturno, tace il nome
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del paese dove fra Cristoforo aveva indirizzate le due donne; anzi
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protesta espressamente di non lo voler dire. Dal progresso della storia
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si rileva poi la cagione di queste reticenze. Le avventure di Lucia
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in quel soggiorno, si trovano avviluppate in un intrigo tenebroso di
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persona appartenente a una famiglia, come pare, molto potente, al
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tempo che l'autore scriveva. Per render ragione della strana condotta
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di quella persona, nel caso particolare, egli ha poi anche dovuto
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raccontarne in succinto la vita antecedente; e la famiglia ci fa quella
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figura che vedrà chi vorrà leggere. Ma ciò che la circospezione del
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pover'uomo ci ha voluto sottrarre, le nostre diligenze ce l'hanno
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fatto trovare in altra parte. Uno storico milanese[19] che ha avuto a
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far menzione di quella persona medesima, non nomina, è vero, nè lei,
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nè il paese; ma di questo dice ch'era un borgo antico e nobile, a cui
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di città non mancava altro che il nome; dice altrove, che ci passa il
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Lambro; altrove, che c'è un arciprete. Dal riscontro di questi dati noi
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deduciamo che fosse Monza senz'altro. Nel vasto tesoro dell'induzioni
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erudite, ce ne potrà ben essere delle più fine, ma delle più sicure,
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non crederei. Potremmo anche, sopra congetture molto fondate, dire il
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nome della famiglia; ma, sebbene sia estinta da un pezzo, ci par meglio
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lasciarlo nella penna, per non metterci a rischio di far torto neppure
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ai morti, e per lasciare ai dotti qualche soggetto di ricerca.
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[19] Josephi Ripamontii, _Historiæ Patriæ_, Decadis V, Lib. VI, Cap.
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III, pag. 358 et seq.
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I nostri viaggiatori arrivaron dunque a Monza, poco dopo il levar del
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sole: il conduttore entrò in un'osteria, e lì, come pratico del luogo,
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e conoscente del padrone, fece assegnar loro una stanza, e ve gli
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accompagnò. Tra i ringraziamenti, Renzo tentò pure di fargli ricevere
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qualche danaro; ma quello, al pari del barcaiolo, aveva in mira
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un'altra ricompensa, più lontana, ma più abbondante: ritirò le mani,
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anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la sua bestia.
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Dopo una sera quale l'abbiamo descritta, e una notte quale ognuno può
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immaginarsela, passata in compagnia di que' pensieri, col sospetto
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incessante di qualche incontro spiacevole, al soffio d'una brezzolina
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più che autunnale, e tra le continue scosse della disagiata vettura,
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che ridestavano sgarbatamente chi di loro cominciasse appena a velar
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l'occhio, non parve vero a tutt'e tre di sedersi sur una panca che
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stava ferma, in una stanza, qualunque fosse. Fecero colazione, come
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permetteva la penuria de' tempi, e i mezzi scarsi in proporzione
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de' contingenti bisogni d'un avvenire incerto, e il poco appetito.
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A tutt'e tre passò per la mente il banchetto che, due giorni prima,
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s'aspettavan di fare; e ciascuno mise un gran sospiro. Renzo avrebbe
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voluto fermarsi lì, almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate,
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render loro i primi servizi; ma il padre aveva raccomandato a queste
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di mandarlo subito per la sua strada. Addussero quindi esse e quegli
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ordini, e cento altre ragioni; che la gente ciarlerebbe, che la
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separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, ch'egli potrebbe venir
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presto a dar nuove e a sentirne; tanto che si risolvette di partire. Si
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concertaron, come poterono, sulla maniera di rivedersi, più presto che
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fosse possibile. Lucia non nascose le lacrime; Renzo trattenne a stento
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le sue, e, stringendo forte forte la mano a Agnese, disse con voce
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soffogata: «a rivederci,» e partì.
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Le donne si sarebber trovate ben impicciate, se non fosse stato
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quel buon barocciaio, che aveva ordine di guidarle al convento de'
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cappuccini, e di dar loro ogn'altro aiuto che potesse bisognare.
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S'avviaron dunque con lui a quel convento; il quale, come ognun sa, era
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pochi passi distante da Monza. Arrivati alla porta, il conduttore tirò
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il campanello, fece chiamare il padre guardiano; questo venne subito, e
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ricevette la lettera, sulla soglia.
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«Oh! fra Cristoforo!» disse, riconoscendo il carattere. Il tono della
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voce e i movimenti del volto indicavano manifestamente che proferiva il
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nome d'un grand'amico. Convien poi dire che il nostro buon Cristoforo
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avesse, in quella lettera, raccomandate le donne con molto calore, e
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riferito il loro caso con molto sentimento, perchè il guardiano faceva,
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di tanto in tanto, atti di sorpresa e d'indegnazione; e, alzando gli
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occhi dal foglio, li fissava sulle donne con una certa espressione di
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pietà e d'interesse. Finito ch'ebbe di leggere, stette lì alquanto
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a pensare; poi disse: «non c'è che la signora: se la signora vuoi
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prendersi quest' impegno....»
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Tirata quindi Agnese in disparte, sulla piazza davanti al convento,
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le fece alcune interrogazioni, alle quali essa soddisfece; e, tornato
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verso Lucia, disse a tutt'e due: «donne mie, io tenterò; e spero di
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potervi trovare un ricovero più che sicuro, più che onorato, fin che
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Dio non v'abbia provvedute in miglior maniera. Volete venir con me?»
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Le donne accennarono rispettosamente di sì; e il frate riprese: «bene;
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io vi conduco subito al monastero della signora. State però discoste
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da me alcuni passi, perchè la gente si diletta di dir male; e Dio sa
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quante belle chiacchiere si farebbero, se si vedesse il padre guardiano
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per la strada, con una bella giovine.... con donne voglio dire.»
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Così dicendo, andò avanti. Lucia arrossì; il barocciaio sorrise,
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guardando Agnese, la quale non potè tenersi di non fare altrettanto;
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e tutt'e tre si mossero, quando il frate si fu avviato; e gli
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andaron dietro, dieci passi discosto. Le donne allora domandarono al
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barocciaio, ciò che non avevano osato al padre guardiano, chi fosse la
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signora.
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«La signora,» rispose quello, «è una monaca; ma non è una monaca come
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l'altre. Non è che sia la badessa, nè la priora; che anzi, a quel che
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dicono, è una delle più giovani: ma è della costola d'Adamo; e i suoi
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del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli
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che comandano; e per questo la chiamano la signora, per dire ch'è una
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gran signora; e tutto il paese la chiama con quel nome, perchè dicono
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che in quel monastero non hanno avuto mai una persona simile; e i suoi
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d'adesso, laggiù a Milano, contan molto, e son di quelli che hanno
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sempre ragione; e in Monza anche di più, perchè suo padre, quantunque
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non ci stia, è il primo del paese; onde anche lei può far alto e basso
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nel monastero; e anche la gente di fuori le porta un gran rispetto; e
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quando prende un impegno, le riesce anche di spuntarlo; e perciò, se
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quel buon religioso lì, ottiene di mettervi nelle sue mani, e che lei
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v'accetti, vi posso dire che sarete sicure come sull'altare.»
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Quando fu vicino alla porta del borgo, fiancheggiata allora da un
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antico torracchione mezzo rovinato e da un pezzo di castellaccio,
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diroccato anch'esso, che forse dieci de' miei lettori possono ancor
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rammentarsi d'aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò
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a guardar se gli altri venivano; quindi entrò, e s'avviò al monastero;
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dove arrivato, si fermò di nuovo sulla soglia, aspettando la piccola
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brigata. Pregò il barocciaio che, tra un par d'ore, tornasse da lui,
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a prender la risposta: questo lo promise, e si licenziò dalle donne,
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che lo caricaron di ringraziamenti, e di commissioni per il padre
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Cristoforo. Il guardiano fece entrare la madre e la figlia nel primo
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cortile del monastero, le introdusse nelle camere della fattoressa; e
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andò solo a chieder la grazia. Dopo qualche tempo, ricomparve giulivo,
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a dir loro che venissero avanti con lui; ed era ora, perchè la figlia
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e la madre non sapevan più come fare a distrigarsi dall'interrogazioni
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pressanti della fattoressa. Attraversando un secondo cortile, diede
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qualche avvertimento alle donne, sul modo di portarsi con la signora.
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«È ben disposta per voi altre,» disse, «e vi può far del bene quanto
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vuole. Siate umili e rispettose, rispondete con sincerità alle domande
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che le piacerà di farvi, e quando non siete interrogate, lasciate
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fare a me.» Entrarono in una stanza terrena, dalla quale si passava
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nel parlatorio: prima di mettervi il piede, il guardiano, accennando
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l'uscio, disse sottovoce alle donne: «è qui,» come per rammentar loro
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tutti quegli avvertimenti. Lucia, che non aveva mai visto un monastero,
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quando fu nel parlatorio, guardò in giro dove fosse la signora a cui
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fare il suo inchino, e, non iscorgendo persona, stava come incantata;
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quando, visto il padre e Agnese andar verso un angolo, guardò da
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quella parte, e vide una finestra d'una forma singolare, con due
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grosse e fitte grate di ferro, distanti l'una dall'altra un palmo; e
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dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar
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venticinque anni, faceva a prima vista un'impressione di bellezza, ma
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d'una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo
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nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due
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parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima
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benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non
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d'inferiore bianchezza; un'altra benda a pieghe circondava il viso,
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e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto
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sul petto, a coprire lo scollo d'un nero saio. Ma quella fronte si
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raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due
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sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi,
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neri neri anch'essi, si fissavano talora in viso alle persone, con
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un'investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per
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cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore
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avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà;
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altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d'un
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odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce:
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quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe
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immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci
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il travaglio d'un pensiero nascosto, d'una preoccupazione familiare
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all'animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti. Le
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gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso,
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ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra,
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quantunque appena tinte d'un roseo sbiadito, pure, spiccavano in quel
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pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi,
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pieni d'espressione e di mistero. La grandezza ben formata della
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persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva
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sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per
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una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c'era qua e
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là qual cosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca
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singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e
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dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli;
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cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che
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prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati,
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nella cerimonia solenne del vestimento.
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Queste cose non facevano specie alle due donne, non esercitate a
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distinguer monaca da monaca: e il padre guardiano, che non vedeva la
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signora per la prima volta, era già avvezzo, come tant'altri, a quel
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non so che di strano, che appariva nella sua persona, come nelle sue
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maniere.
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Era essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino alla grata,
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con una mano appoggiata languidamente a quella, e le bianchissime
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dita intrecciate ne' vòti; e guardava fisso Lucia, che veniva avanti
|
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esitando. «Reverenda madre, e signora illustrissima,» disse il
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guardiano, a capo basso, e con la mano al petto: «questa è quella
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povera giovine, per la quale m'ha fatto sperare la sua valida
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protezione; e questa è la madre.»
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[Illustrazione: Quando fu vicino alla porta del borgo..... il guardiano
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si fermò.... (pag. 126)]
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Le due presentate facevano grand'inchini: la signora accennò loro con
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la mano, che bastava, e disse, voltandosi, al padre: «è una fortuna per
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me il poter fare un piacere a' nostri buoni amici i padri cappuccini.
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Ma,» continuò: «mi dica un po' più particolarmente il caso di questa
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giovine, per veder meglio cosa si possa fare per lei.»
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Lucia diventò rossa, e abbassò la testa.
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«Deve sapere, reverenda madre....» incominciava Agnese: ma il guardiano
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le troncò, con un'occhiata, le parole in bocca, e rispose: «questa
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giovine, signora illustrissima, mi vien raccomandata, come le ho detto,
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da un mio confratello. Essa ha dovuto partir di nascosto dal suo paese,
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per sottrarsi a de' gravi pericoli; e ha bisogno, per qualche tempo,
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d'un asilo nel quale possa vivere sconosciuta, e dove nessuno ardisca
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venire a disturbarla, quand'anche....»
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«Quali pericoli?» interruppe la signora. «Di grazia, padre guardiano,
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non mi dica la cosa così in enimma. Lei sa che noi altre monache, ci
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piace di sentir le storie per minuto.»
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«Sono pericoli,» rispose il guardiano, «che all'orecchie purissime
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della reverenda madre devon essere appena leggermente accennati....»
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«Oh certamente,» disse in fretta la signora, arrossendo alquanto. Era
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verecondia? Chi avesse osservata una rapida espressione di dispetto che
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accompagnava quel rossore, avrebbe potuto dubitarne; e tanto più se
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l'avesse paragonato con quello che di tanto in tanto si spandeva sulle
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gote di Lucia.
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«Basterà dire,» riprese il guardiano, «che un cavalier prepotente....
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non tutti i grandi del mondo si servono dei doni di Dio a gloria sua, e
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in vantaggio del prossimo, come vossignoria illustrissima: un cavalier
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prepotente, dopo aver perseguitata qualche tempo questa creatura con
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indegne lusinghe, vedendo ch'erano inutili, ebbe cuore di perseguitarla
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apertamente con la forza, di modo che la poveretta è stata ridotta a
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fuggir da casa sua.»
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«Accostatevi, quella giovine,» disse la signora a Lucia, facendole
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cenno col dito. «So che il padre guardiano è la bocca della verità;
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ma nessuno può esser meglio informato di voi, in quest'affare.
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Tocca a voi a dirci se questo cavaliere era un persecutore odioso.»
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|
In quanto all'accostarsi, Lucia ubbidì subito; ma rispondere era
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|
un'altra faccenda. Una domanda su quella materia, quand'anche le fosse
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stata fatta da una persona sua pari, l'avrebbe imbrogliata non poco:
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proferita da quella signora, e con una cert'aria di dubbio maligno, le
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levò ogni coraggio a rispondere. «Signora.... madre.... reverenda....»
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balbettò, e non dava segno d'aver altro a dire. Qui Agnese, come
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quella che, dopo di lei, era certamente la meglio informata, si credè
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autorizzata a venirle in aiuto. «Illustrissima signora,» disse, «io
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posso far testimonianza che questa mia figlia aveva in odio quel
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cavaliere, come il diavolo l'acqua santa: voglio dire, il diavolo era
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lui; ma mi perdonerà se parlo male, perchè noi siam gente alla buona.
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|
Il fatto sta che questa povera ragazza era promessa a un giovine nostro
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pari, timorato di Dio, e ben avviato; e se il signor curato fosse
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|
stato un po' più un uomo di quelli che m'intendo io.... so che parlo
|
|
d'un religioso, ma il padre Cristoforo, amico qui del padre guardiano,
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|
è religioso al par di lui, e quello è un uomo pieno di carità, e, se
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fosse qui, potrebbe attestare....»
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|
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|
«Siete ben pronta a parlare senz'essere interrogata,» interruppe la
|
|
signora, con un atto altero e iracondo, che la fece quasi parer brutta.
|
|
«State zitta voi: già lo so che i parenti hanno sempre una risposta da
|
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dare in nome de' loro figliuoli!»
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|
Agnese mortificata diede a Lucia un'occhiata che voleva dire: vedi
|
|
quel che mi tocca, per esser tu tanto impicciata. Anche il guardiano
|
|
accennava alla giovine, dandole d'occhio e tentennando il capo, che
|
|
quello era il momento di sgranchirsi, e di non lasciare in secco la
|
|
povera mamma.
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|
«Reverenda signora,» disse Lucia, «quanto le ha detto mia madre è la
|
|
pura verità. Il giovine che mi discorreva,» e qui diventò rossa rossa,
|
|
«lo prendevo io di mia volontà. Mi scusi se parlo da sfacciata, ma è
|
|
per non lasciar pensar male di mia madre. E in quanto a quel signore
|
|
(Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire, che cader nelle sue mani.
|
|
E se lei fa questa carità di metterci al sicuro, giacchè siam ridotte
|
|
a far questa faccia di chieder ricovero, e ad incomodare le persone
|
|
dabbene; ma sia fatta la volontà di Dio; sia certa, signora, che
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|
nessuno potrà pregare per lei più di cuore che noi povere donne.»
|
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|
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«A voi credo,» disse la signora con voce raddolcita. «Ma avrò
|
|
piacere di sentirvi da solo a solo. Non che abbia bisogno d'altri
|
|
schiarimenti, nè d'altri motivi, per servire alle premure del padre
|
|
guardiano,» aggiunse subito, rivolgendosi a lui, con una compitezza
|
|
studiata. «Anzi,» continuò, «ci ho già pensato; ed ecco ciò che mi
|
|
pare di poter far di meglio, per ora. La fattoressa del monastero ha
|
|
maritata, pochi giorni sono, l'ultima sua figliuola. Queste donne
|
|
potranno occupar la camera lasciata in libertà da quella, e supplire
|
|
a' que' pochi servizi che faceva lei. Veramente....» e qui accennò
|
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al guardiano che s'avvicinasse alla grata, e continuò sottovoce:
|
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«veramente, attesa la scarsezza dell'annate, non si pensava di
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sostituir nessuno a quella giovine; ma parlerò io alla madre badessa, e
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|
una mia parola.... e per una premura del padre guardiano.... In somma
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do la cosa per fatta.»
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|
Il guardiano cominciava a ringraziare, ma la signora l'interruppe: «non
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occorron cerimonie: anch'io, in un caso, in un bisogno, saprei far
|
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capitale dell'assistenza de' padri cappuccini. Alla fine,» continuò,
|
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con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d'ironico e d'amaro,
|
|
«alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?»
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Così detto, chiamò una conversa, (due di queste erano, per una
|
|
distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato) e le
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ordinò che avvertisse di ciò la badessa, e prendesse poi i concerti
|
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opportuni, con la fattoressa e con Agnese. Licenziò questa, accommiatò
|
|
il guardiano, e ritenne Lucia. Il guardiano accompagnò Agnese alla
|
|
porta, dandole nuove istruzioni, e se n'andò a scriver la lettera
|
|
di ragguaglio all'amico Cristoforo.--Gran cervellino che è questa
|
|
signora!--pensava tra sè, per la strada:--curiosa davvero! Ma chi la sa
|
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prendere per il suo verso, le fa far ciò che vuole. Il mio Cristoforo
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|
non s'aspetterà certamente ch'io l'abbia servito così presto e bene.
|
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Quel brav'uomo! non c'è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche
|
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impegno; ma lo fa per bene. Buon per lui questa volta, che ha trovato
|
|
un amico, il quale, senza tanto strepito, senza tanto apparato, senza
|
|
tante faccende, ha condotto l'affare a buon porto, in un batter
|
|
d'occhio. Sarà contento quel buon Cristoforo, e s'accorgerà che, anche
|
|
noi qui, siam buoni a qualche cosa.--
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|
|
La signora, che, alla presenza d'un provetto cappuccino, aveva studiati
|
|
gli atti e le parole, rimasta poi sola con una giovine contadina
|
|
inesperta, non pensava più tanto a contenersi; e i suoi discorsi
|
|
divennero a poco a poco così strani, che, in vece di riferirli, noi
|
|
crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente
|
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di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione
|
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dell'insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far
|
|
comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo.
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Era essa l'ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese,
|
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che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l'alta opinione
|
|
che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena
|
|
sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo
|
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pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo,
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|
per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non
|
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lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al
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|
chiostro tutti i cadetti dell'uno e dell'altro sesso, per lasciare
|
|
intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia,
|
|
a procrear cioè de' figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella
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stessa maniera. La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della
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madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita.
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Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe un monaco o una monaca;
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decisione per la quale faceva bisogno, non il suo consenso, ma la sua
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presenza. Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle
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un nome che risvegliasse immediatamente l'idea del chiostro, e che
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fosse stato portato da una santa d'alti natali, la chiamò Gertrude.
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Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero
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in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que' regali eran
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sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto,
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come cosa preziosa, e con quell'interrogare affermativo: «bello eh?»
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Quando il principe, o la principessa o il principino, che solo de'
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maschi veniva allevato in casa, volevano lodar l'aspetto prosperoso
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della fanciullina, pareva che non trovasser modo d'esprimer bene la
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loro idea, se non con le parole: «che madre badessa!» Nessuno però le
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disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un'idea sottintesa
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e toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi
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destini futuri. Se qualche volta la Gertrudina trascorreva a qualche
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atto un po' arrogante e imperioso, al che la sua indole la portava
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molto facilmente, «tu sei una ragazzina,» le si diceva: «queste maniere
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non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai
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a bacchetta, farai alto e basso.» Qualche altra volta il principe,
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riprendendola di cert'altre maniere troppo libere e famigliari alle
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quali essa trascorreva con uguale facilità, «ehi! ehi!» le diceva;
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«non è questo il fare d'una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti
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il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d'ora a star sopra di te:
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ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero;
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perchè il sangue si porta per tutto dove si va.»
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Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della
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fanciullina l'idea che già lei doveva esser monaca; ma quelle che
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venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte l'altre
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insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello d'un padrone
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austero; ma quando si trattava dello stato futuro de' suoi figli, dal
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suo volto e da ogni sua parola traspariva un'immobilità di risoluzione,
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una ombrosa gelosia di comando, che imprimeva il sentimento d'una
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necessità fatale.
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A sei anni, Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più per
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istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove l'abbiamo
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veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. Il buon conduttore
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delle due donne ha detto che il padre della signora era il primo in
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Monza: e, accozzando questa qualsisia testimonianza con alcune altre
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indicazioni che l'anonimo lascia scappare sbadatamente qua e là, noi
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potremmo anche asserire che fosse il feudatario di quel paese. Comunque
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sia, vi godeva d'una grandissima autorità; e pensò che lì, meglio che
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altrove, la sua figlia sarebbe trattata con quelle distinzioni e con
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quelle finezze che potesser più allettarla a scegliere quel monastero
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per sua perpetua dimora. Nè s'ingannava: la badessa e alcune altre
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monache faccendiere, che avevano, come si suol dire, il mestolo in
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mano, esultarono nel vedersi offerto il pegno d'una protezione tanto
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utile in ogni occorrenza, tanto gloriosa in ogni momento; accettaron la
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proposta, con espressioni di riconoscenza, non esagerate, per quanto
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fossero forti; e corrisposero pienamente all'intenzioni che il principe
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aveva lasciate trasparire sul collocamento stabile della figliuola:
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intenzioni che andavan così d'accordo con le loro. Gertrude, appena
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entrata nel monastero, fu chiamata per antonomasia la signorina;
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posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta
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all'altre per esemplare; chicche e carezze senza fine, e condite con
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quella famigliarità un po' rispettosa, che tanto adesca i fanciulli,
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quando la trovano in coloro che vedon trattare gli altri fanciulli
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con un contegno abituale di superiorità. Non che tutte le monache
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fossero congiurate a tirar la poverina nel laccio: ce n'eran molte
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delle semplici e lontane da ogni intrigo, alle quali il pensiero di
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sacrificare una figlia a mire interessate avrebbe fatto ribrezzo;
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ma queste, tutte attente alle loro occupazioni particolari, parte
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non s'accorgevan bene di tutti que' maneggi, parte non distinguevano
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quanto vi fosse di cattivo, parte s'astenevano dal farvi sopra esame,
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parte stavano zitte, per non fare scandoli inutili. Qualcheduna
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anche, rammentandosi d'essere stata, con simili arti, condotta a
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quello di cui s'era pentita poi, sentiva compassione della povera
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innocentina, e si sfogava col farle carezze tenere e malinconiche:
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ma questa era ben lontana dal sospettare che ci fosse sotto mistero;
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e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata così fino alla
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fine, se Gertrude fosse stata la sola ragazza in quel monastero. Ma,
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tra le sue compagne d'educazione, ce n'erano alcune che sapevano
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d'esser destinate al matrimonio. Gertrudina, nudrita nelle idee della
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sua superiorità, parlava magnificamente de' suoi destini futuri di
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badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser
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per le altre un soggetto d'invidia; e vedeva con maraviglia e con
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dispetto, che alcune di quelle non ne sentivano punto. All'immagini
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maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato
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in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti di
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nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora,
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di villeggiature, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono
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nel cervello di Gertrude quel movimento, quel brulichío che produrrebbe
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un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti a un alveare. I
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parenti e l'educatrici avevan coltivata e accresciuta in lei la vanità
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naturale, per farle piacere il chiostro; ma quando questa passione fu
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stuzzicata da idee tanto più omogenee ad essa, si gettò su quelle, con
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un ardore ben più vivo e più spontaneo. Per non restare al di sotto
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di quelle sue compagne, e per condiscendere nello stesso tempo al suo
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nuovo genio, rispondeva che, alla fin de' conti, nessuno le poteva
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mettere il velo in capo senza il suo consenso, che anche lei poteva
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maritarsi, abitare un palazzo, godersi il mondo, e meglio di tutte
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loro; che lo poteva, pur che l'avesse voluto, che lo vorrebbe, che lo
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voleva; e lo voleva in fatti. L'idea della necessità del suo consenso,
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idea che, fino a quel tempo, era stata come inosservata e rannicchiata
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in un angolo della sua mente, si sviluppò allora, e si manifestò, con
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tutta la sua importanza. Essa la chiamava ogni momento in aiuto, per
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godersi più tranquillamente l'immagini d'un avvenire gradito. Dietro
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quest'idea però, ne compariva sempre infallibilmente un'altra: che
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quel consenso si trattava di negarlo al principe padre, il quale lo
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teneva già, o mostrava di tenerlo per dato; e, a questa idea, l'animo
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della figlia era ben lontano dalla sicurezza che ostentavano le sue
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parole. Si paragonava allora con le compagne, ch'erano ben altrimenti
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sicure, e provava per esse dolorosamente l'invidia che, da principio,
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aveva creduto di far loro provare. Invidiandole, le odiava: talvolta
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l'odio s'esalava in dispetti, in isgarbatezze, in motti pungenti;
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talvolta l'uniformità dell'inclinazioni e delle speranze lo sopiva, e
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faceva nascere un'intrinsichezza apparente e passeggiera. Talvolta,
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volendo pure godersi intanto qualche cosa di reale e di presente, si
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compiaceva delle preferenze che le venivano accordate, e faceva sentire
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all'altre quella sua superiorità; talvolta, non potendo più tollerar
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la solitudine de' suoi timori e de' suoi desidèri, andava, tutta
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buona, in cerca di quelle, quasi ad implorar benevolenza, consigli,
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coraggio. Tra queste deplorabili guerricciole con sè e con gli altri,
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aveva varcata la puerizia, e s'inoltrava in quell'età così critica,
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nella quale par che entri nell'animo quasi una potenza misteriosa, che
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solleva, adorna, rinvigorisce tutte l'inclinazioni, tutte l'idee, e
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qualche volta le trasforma, o le rivolge a un corso impreveduto. Ciò
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che Gertrude aveva fino allora più distintamente vagheggiato in que'
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sogni dell'avvenire, era lo splendore esterno e la pompa: un non so
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che di molle e d'affettuoso, che da prima v'era diffuso leggermente
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e come in nebbia, cominciò allora a spiegarsi e a primeggiare nelle
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sue fantasie. S'era fatto, nella parte più riposta della mente, come
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uno splendido ritiro: ivi si rifugiava dagli oggetti presenti, ivi
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accoglieva certi personaggi stranamente composti di confuse memorie
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della puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo esteriore, di
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ciò che aveva imparato dai discorsi delle compagne; si tratteneva con
|
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essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome; ivi dava ordini, e
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riceveva omaggi d'ogni genere. Di quando in quando, i pensieri della
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religione venivano a disturbare quelle feste brillanti e faticose. Ma
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la religione, come l'avevano insegnata alla nostra poveretta, e come
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essa l'aveva ricevuta, non bandiva l'orgoglio, anzi lo santificava e
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lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata
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così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come
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l'altre. Negl'intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto,
|
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e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l'infelice, sopraffatta da
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terrori confusi, e compresa da una confusa idea di doveri, s'immaginava
|
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che la sua ripugnanza al chiostro, e la resistenza all'insinuazioni
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de' suoi maggiori, nella scelta dello stato, fossero una colpa; e
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prometteva in cuor suo d'espiarla, chiudendosi volontariamente nel
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chiostro.
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Era legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, prima
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d'essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario
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delle monache, o da qualche altro deputato a ciò, affinchè fosse certo
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che ci andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver
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luogo, se non un anno dopo ch'ella avesse esposto a quel vicario il
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suo desiderio, con una supplica in iscritto. Quelle monache che avevan
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preso il tristo incarico di far che Gertrude s'obbligasse per sempre,
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con la minor possibile cognizione di ciò che faceva, colsero un de'
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momenti che abbiam detto, per farle trascrivere e sottoscrivere una
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tal supplica. E a fine d'indurla più facilmente a ciò, non mancaron di
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dirle e di ripeterle, che finalmente era una mera formalità, la quale
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(e questo era vero) non poteva avere efficacia, se non da altri atti
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posteriori, che dipenderebbero dalla sua volontà. Con tutto ciò, la
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supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s'era
|
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già pentita d'averla sottoscritta. Si pentiva poi d'essersi pentita,
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passando così i giorni e i mesi in un'incessante vicenda di sentimenti
|
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contrari. Tenne lungo tempo nascosto alle compagne quel passo, ora per
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timore d'esporre alle contraddizioni una buona risoluzione, ora per
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vergogna di palesare uno sproposito. Vinse finalmente il desiderio
|
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di sfogar l'animo, e d'accattar consiglio e coraggio. C'era un'altra
|
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legge, che una giovine non fosse ammessa a quell'esame della vocazione,
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|
se non dopo aver dimorato almeno un mese fuori del monastero dove
|
|
era stata in educazione. Era già scorso l'anno da che la supplica era
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|
stata mandata; e Gertrude fu avvertita che tra poco verrebbe levata dal
|
|
monastero, e condotta nella casa paterna, per rimanervi quel mese, e
|
|
far tutti i passi necessari al compimento dell'opera che aveva di fatto
|
|
cominciata. Il principe e il resto della famiglia tenevano tutto ciò
|
|
per certo, come se fosse già avvenuto; ma la giovine aveva tutt'altro
|
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in testa: in vece di far gli altri passi, pensava alla maniera di
|
|
tirare indietro il primo. In tali angustie, si risolvette d'aprirsi
|
|
con una delle sue compagne, la più franca, e pronta sempre a dar
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consigli risoluti. Questa suggerì a Gertrude d'informar con una lettera
|
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il padre della sua nuova risoluzione; giacchè non le bastava l'animo
|
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di spiattellargli sul viso un bravo: non voglio. E perchè i pareri
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gratuiti, in questo mondo, son molto rari, la consigliera fece pagar
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|
questo a Gertrude, con tante beffe sulla sua dappocaggine. La lettera
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fu concertata tra quattro o cinque confidenti, scritta di nascosto, e
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fatta ricapitare per via d'artifizi molto studiati. Gertrude stava con
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grand'ansietà, aspettando una risposta che non venne mai. Se non che,
|
|
alcuni giorni dopo, la badessa la fece venir nella sua cella, e, con un
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contegno di mistero, di disgusto e di compassione, le diede un cenno
|
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oscuro d'una gran collera del principe, e d'un fallo ch'ella doveva
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aver commesso, lasciandole però intendere che, portandosi bene, poteva
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|
sperare che tutto sarebbe dimenticato. La giovinetta intese, e non osò
|
|
domandar più in là.
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Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque Gertrude
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sapesse che andava a un combattimento, pure l'uscir di monastero,
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il lasciar quelle mura nelle quali era stata ott'anni rinchiusa, lo
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scorrere in carrozza per l'aperta campagna, il riveder la città, la
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casa, furon sensazioni piene d'una gioia tumultuosa. In quanto al
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combattimento, la poveretta, con la direzione di quelle confidenti,
|
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aveva già prese le sue misure, e fatto, com'ora si direbbe, il suo
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piano.--O mi vorranno forzare,--pensava,--e io starò dura; sarò umile,
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|
rispettosa, ma non acconsentirò: non si tratta che di non dire un altro
|
|
sì; e non lo dirò. Ovvero mi prenderanno con le buone; e io sarò più
|
|
buona di loro; piangerò, pregherò, li moverò a compassione: finalmente
|
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non pretendo altro che di non esser sacrificata.--Ma, come accade
|
|
spesso di simili previdenze, non avvenne nè una cosa nè l'altra.
|
|
I giorni passavano, senza che il padre nè altri le parlasse della
|
|
supplica, nè della ritrattazione, senza che le venisse fatta proposta
|
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nessuna, nè con carezze, nè con minacce. I parenti eran seri, tristi,
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|
burberi con lei, senza mai dirne il perchè. Si vedeva solamente che
|
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la riguardavano come una rea, come un'indegna: un anatema misterioso
|
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pareva che pesasse sopra di lei, e la segregasse dalla famiglia,
|
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lasciandovela soltanto unita quanto bisognava per farle sentire la
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sua suggezione. Di rado, e solo a certe ore stabilite, era ammessa
|
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alla compagnia de' parenti e del primogenito. Tra loro tre pareva
|
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che regnasse una gran confidenza, la quale rendeva più sensibile e
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|
più doloroso l'abbandono in cui era lasciata Gertrude. Nessuno le
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rivolgeva il discorso; e quando essa arrischiava timidamente qualche
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parola, che non fosse per cosa necessaria, o non attaccava, o veniva
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|
corrisposta con uno sguardo distratto, o sprezzante, o severo. Che
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se, non potendo più soffrire una così amara e umiliante distinzione,
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insisteva, e tentava di famigliarizzarsi; se implorava un po' d'amore,
|
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si sentiva subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel tasto
|
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della scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c'era
|
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un mezzo di riacquistar l'affetto della famiglia. Allora Gertrude, che
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non l'avrebbe voluto a quella condizione, era costretta di tirarsi
|
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indietro, di rifiutar quasi i primi segni di benevolenza che aveva
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tanto desiderati, di rimettersi da sè al suo posto di scomunicata; e
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per di più, vi rimaneva con una certa apparenza del torto.
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Tali sensazioni d'oggetti presenti facevano un contrasto doloroso con
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quelle ridenti visioni delle quali Gertrude s'era già tanto occupata,
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e s'occupava tuttavia, nel segreto della sua mente. Aveva sperato che,
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|
nella splendida e frequentata casa paterna, avrebbe potuto godere
|
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almeno qualche saggio reale delle cose immaginate; ma si trovò del
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tutto ingannata. La clausura era stretta e intera, come nel monastero;
|
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d'andare a spasso non si parlava neppure; e un coretto che, dalla casa,
|
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guardava in una chiesa contigua, toglieva anche l'unica necessità
|
|
che ci sarebbe stata d'uscire. La compagnia era più trista, più
|
|
scarsa, meno variata che nel monastero. A ogni annunzio d'una visita,
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|
Gertrude doveva salire all'ultimo piano, per chiudersi con alcune
|
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vecchie donne di servizio: e lì anche desinava, quando c'era invito. I
|
|
servitori s'uniformavano, nelle maniere e ne' discorsi, all'esempio
|
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e all'intenzioni de' padroni: e Gertrude, che, per sua inclinazione,
|
|
avrebbe voluto trattarli con una famigliarità signorile, e che, nello
|
|
stato in cui si trovava, avrebbe avuto di grazia che le facessero
|
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qualche dimostrazione d'affetto, come a una loro pari, e scendeva anche
|
|
a mendicarne, rimaneva poi umiliata, e sempre più afflitta di vedersi
|
|
corrisposta con una noncuranza manifesta, benchè accompagnata da un
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leggiero ossequio di formalità. Dovette però accorgersi che un paggio,
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|
ben diverso da coloro, le portava un rispetto, e sentiva per lei una
|
|
compassione d'un genere particolare. Il contegno di quel ragazzotto
|
|
era ciò che Gertrude aveva fino allora visto di più somigliante a
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|
quell'ordine di cose tanto contemplato nella sua immaginativa, al
|
|
contegno di quelle sue creature ideali. A poco a poco si scoprì un non
|
|
so che di nuovo nelle maniere della giovinetta: una tranquillità e
|
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un'inquietudine diversa dalla solita, un fare di chi ha trovato qualche
|
|
cosa che gli preme, che vorrebbe guardare ogni momento, e non lasciar
|
|
vedere agli altri. Le furon tenuti gli occhi addosso più che mai: che è
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|
che non è, una mattina, fu sorpresa da una di quelle cameriere, mentre
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|
stava piegando alla sfuggita una carta, sulla quale avrebbe fatto
|
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meglio a non iscriver nulla. Dopo un breve tira tira, la carta rimase
|
|
nelle mani della cameriera, e da queste passò in quelle del principe.
|
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|
|
Il terrore di Gertrude, al rumor de' passi di lui, non si può
|
|
descrivere nè immaginare: era quel padre, era irritato, e lei si
|
|
sentiva colpevole. Ma quando lo vide comparire con quel cipiglio, con
|
|
quella carta in mano, avrebbe voluto esser cento braccia sotto terra,
|
|
non che in un chiostro. Le parole non furon molte, ma terribili: il
|
|
gastigo intimato subito non fu che d'esser rinchiusa in quella camera,
|
|
sotto la guardia della donna che aveva fatta la scoperta; ma questo
|
|
non era che un principio, che un ripiego del momento; si prometteva,
|
|
si lasciava vedere per aria, un altro gastigo oscuro, indeterminato, e
|
|
quindi più spaventoso.
|
|
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|
Il paggio fu subito sfrattato, com'era naturale; e fu minacciato anche
|
|
a lui qualcosa di terribile, se, in qualunque tempo, avesse osato
|
|
fiatar nulla dell'avvenuto. Nel fargli questa intimazione, il principe
|
|
gli appoggiò due solenni schiaffi, per associare a quell'avventura un
|
|
ricordo, che togliesse al ragazzaccio ogni tentazion di vantarsene.
|
|
Un pretesto qualunque, per coonestare la licenza data a un paggio,
|
|
non era difficile a trovarsi; in quanto alla figlia, si disse ch'era
|
|
incomodata.
|
|
|
|
Rimase essa dunque col batticuore, con la vergogna, col rimorso, col
|
|
terrore dell'avvenire, e con la sola compagnia di quella donna odiata
|
|
da lei, come il testimonio della sua colpa, e la cagione della sua
|
|
disgrazia. Costei odiava poi a vicenda Gertrude, per la quale si
|
|
trovava ridotta, senza saper per quanto tempo, alla vita noiosa di
|
|
carceriera, e divenuta per sempre custode d'un segreto pericoloso.
|
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|
Il primo confuso tumulto di que' sentimenti s'acquietò a poco a poco;
|
|
ma tornando essi poi a uno per volta nell'animo, vi s'ingrandivano, e
|
|
si fermavano a tormentarlo più distintamente e a bell'agio. Che poteva
|
|
mai esser quella punizione minacciata in enimma? Molte e varie e strane
|
|
se ne affacciavano alla fantasia ardente e inesperta di Gertrude.
|
|
Quella che pareva più probabile, era di venir ricondotta al monastero
|
|
di Monza, di ricomparirvi, non più come la signorina, ma in forma di
|
|
colpevole, e di starvi rinchiusa, chi sa fino a quando! chi sa con
|
|
quali trattamenti! Ciò che una tale immaginazione, tutta piena di
|
|
dolori, aveva forse di più doloroso per lei, era l'apprensione della
|
|
vergogna. Le frasi, le parole, le virgole di quel foglio sciagurato,
|
|
passavano e ripassavano nella sua memoria: le immaginava osservate,
|
|
pesate da un lettore tanto impreveduto, tanto diverso da quello a cui
|
|
eran destinate; si figurava che avesser potuto cader sotto gli occhi
|
|
anche della madre o del fratello, o di chi sa altri: e, al paragon di
|
|
ciò, tutto il rimanente le pareva quasi un nulla. L'immagine di colui
|
|
ch'era stato la prima origine di tutto lo scandolo, non lasciava di
|
|
venire spesso anch'essa ad infestar la povera rinchiusa: e pensate
|
|
che strana comparsa doveva far quel fantasma, tra quegli altri così
|
|
diversi da lui, seri, freddi, minacciosi. Ma, appunto perchè non
|
|
poteva separarlo da essi, nè tornare un momento a quelle fuggitive
|
|
compiacenze, senza che subito non le s'affacciassero i dolori presenti
|
|
che n'erano la conseguenza, cominciò a poco a poco a tornarci più di
|
|
rado, a respingerne la rimembranza, a divezzarsene. Nè più a lungo, o
|
|
più volentieri, si fermava in quelle liete e brillanti fantasie d'una
|
|
volta: eran troppo opposte alle circostanze reali, a ogni probabilità
|
|
dell'avvenire. Il solo castello nel quale Gertrude potesse immaginare
|
|
un rifugio tranquillo e onorevole, e che non fosse in aria, era
|
|
il monastero, quando si risolvesse d'entrarci per sempre. Una tal
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|
risoluzione (non poteva dubitarne) avrebbe accomodato ogni cosa,
|
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saldato ogni debito, e cambiata in un attimo la sua situazione. Contro
|
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questo proposito insorgevano, è vero, i pensieri di tutta la sua vita:
|
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ma i tempi eran mutati; e, nell'abisso in cui Gertrude era caduta, e
|
|
al paragone di ciò che poteva temere in certi momenti, la condizione
|
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di monaca festeggiata, ossequiata, ubbidita, le pareva uno zuccherino.
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|
Due sentimenti di ben diverso genere contribuivan pure a intervalli a
|
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scemare quella sua antica avversione: talvolta il rimorso del fallo, e
|
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una tenerezza fantastica di divozione; talvolta l'orgoglio amareggiato
|
|
e irritato dalle maniere della carceriera, la quale (spesso, a dire
|
|
il vero, provocata da lei) si vendicava, ora facendole paura di quel
|
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minacciato gastigo, ora svergognandola del fallo. Quando poi voleva
|
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mostrarsi benigna, prendeva un tono di protezione, più odioso ancora
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dell'insulto. In tali diverse occasioni, il desiderio che Gertrude
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sentiva d'uscir dall'unghie di colei, e di comparirle in uno stato al
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di sopra della sua collera e della sua pietà, questo desiderio abituale
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diveniva tanto vivo e pungente, da far parere amabile ogni cosa che
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potesse condurre ad appagarlo.
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In capo a quattro o cinque lunghi giorni di prigionia, una mattina,
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Gertrude stuccata e invelenita all'eccesso, per un di que' dispetti
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della sua guardiana, andò a cacciarsi in un angolo della camera, e lì,
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con la faccia nascosta tra le mani, stette qualche tempo a divorar la
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sua rabbia. Sentì allora un bisogno prepotente di vedere altri visi, di
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sentire altre parole, d'esser trattata diversamente. Pensò al padre,
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alla famiglia: il pensiero se ne arretrava spaventato. Ma le venne in
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mente che dipendeva da lei di trovare in loro degli amici; e provò
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una gioia improvvisa. Dietro questa, una confusione e un pentimento
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straordinario del suo fallo, e un ugual desiderio d'espiarlo. Non già
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che la sua volontà si fermasse in quel proponimento, ma giammai non
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c'era entrata con tanto ardore. S'alzò di lì, andò a un tavolino,
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riprese quella penna fatale, e scrisse al padre una lettera piena
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d'entusiasmo e d'abbattimento, d'afflizione e di speranza, implorando
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il perdono, e mostrandosi indeterminatamente pronta a tutto ciò che
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potesse piacere a chi doveva accordarlo.
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CAPITOLO X.
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Vi son de' momenti in cui l'animo, particolarmente de' giovani, è
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disposto in maniera che ogni poco d'istanza basta a ottenerne ogni
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cosa che abbia un'apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore
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appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto
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a concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli aliti punto
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d'intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con
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timido rispetto, son quelli appunto che l'astuzia interessata spia
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attentamente e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.
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Al legger quella lettera, il principe *** vide subito lo spiraglio
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aperto alle sue antiche e costanti mire. Mandò a dire a Gertrude che
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venisse da lui; e aspettandola, si dispose a batter il ferro, mentr'era
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caldo. Gertrude comparve, e, senza alzar gli occhi in viso al padre,
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gli si buttò in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di dire:
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«perdono!» Egli le fece cenno che s'alzasse; ma, con una voce poco
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atta a rincorare, le rispose che il perdono non bastava desiderarlo
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nè chiederlo; ch'era cosa troppo agevole e troppo naturale a chiunque
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sia trovato in colpa, e tema la punizione; che in somma bisognava
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meritarlo. Gertrude domandò, sommessamente e tremando, che cosa
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dovesse fare. Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo
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momento il titolo di padre) non rispose direttamente, ma cominciò a
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parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano
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sull'animo della poveretta, come lo scorrere d'una mano ruvida sur una
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ferita. Continuò dicendo che, quand'anche.... caso mai.... che avesse
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avuto prima qualche intenzione di collocarla nel secolo, lei stessa
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ci aveva messo ora un ostacolo insuperabile; giacchè a un cavalier
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d'onore, com'era lui, non sarebbe mai bastato l'animo di regalare a un
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galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di sè. La misera
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ascoltatrice era annichilata: allora il principe, raddolcendo a grado a
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grado la voce e le parole, proseguì dicendo che però a ogni fallo c'era
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rimedio e misericordia; che il suo era di quelli per i quali il rimedio
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è più chiaramente indicato; ch'essa doveva vedere, in questo tristo
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accidente, come un avviso che la vita del secolo era troppo piena di
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pericoli per lei....
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«Ah sì!» esclamò Gertrude, scossa dal timore, preparata dalla vergogna,
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e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea.
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«Ah! lo capite anche voi,» riprese incontanente il principe. «Ebbene,
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non si parli più del passato: tutto è cancellato. Avete preso il solo
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partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse; ma perchè l'avete
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preso di buona voglia, e con buona maniera, tocca a me a farvelo
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riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare
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tutto il vantaggio e tutto il merito sopra di voi. Ne prendo io la
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cura.» Così dicendo, scosse un campanello che stava sul tavolino, e al
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servitore che entrò, disse: «la principessa e il principino subito.»
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E seguitò poi con Gertrude: «voglio metterli subito a parte della
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mia consolazione; voglio che tutti comincin subito a trattarvi come
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si conviene. Avete sperimentato in parte il padre severo; ma da qui
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innanzi proverete tutto il padre amoroso.»
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A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava come
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mai quel sì che le era scappato, avesse potuto significar tanto, ora
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cercava se ci fosse maniera di riprenderlo, di ristringerne il senso;
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ma la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia così
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gelosa, la benignità così condizionata, che Gertrude non osò proferire
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una parola che potesse turbarle menomamente.
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Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo lì Gertrude, la
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guardarono in viso, incerti e maravigliati. Ma il principe, con un
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contegno lieto e amorevole, che ne prescriveva loro un somigliante,
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«ecco,» disse, «la pecora smarrita: e sia questa l'ultima parola che
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richiami triste memorie. Ecco la consolazione della famiglia. Gertrude
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non ha più bisogno di consigli; ciò che noi desideravamo per suo bene,
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l'ha voluto lei spontaneamente. È risoluta, m'ha fatto intendere che è
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risoluta....» A questo passo, alzò essa verso il padre uno sguardo tra
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atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma egli
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proseguì francamente: «che è risoluta di prendere il velo.»
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«Brava! bene!» esclamarono, a una voce, la madre e il figlio, e
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l'uno dopo l'altra abbracciaron Gertrude; la quale ricevette queste
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accoglienze con lacrime, che furono interpretate per lacrime di
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consolazione. Allora il principe si diffuse a spiegar ciò che farebbe
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per render lieta e splendida la sorte della figlia. Parlò delle
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distinzioni di cui goderebbe nel monastero e nel paese; che, là
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sarebbe come una principessa, come la rappresentante della famiglia;
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che, appena l'età l'avrebbe permesso, sarebbe innalzata alla prima
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dignità; e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome. La principessa
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e il principino rinnovavano, ogni momento, le congratulazioni e gli
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applausi: Gertrude era come dominata da un sogno.
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«Converrà poi fissare il giorno, per andare a Monza, a far la richiesta
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alla badessa,» disse il principe. «Come sarà contenta! Vi so dire che
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tutto il monastero saprà valutar l'onore che Gertrude gli fa. Anzi....
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perchè non ci andiamo oggi? Gertrude prenderà volentieri un po' d'aria.»
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«Andiamo pure,» disse la principessa.
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«Vo a dar gli ordini,» disse il principino.
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«Ma....» proferì sommessamente Gertrude.
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«Piano, piano,» riprese il principe: «lasciam decidere a lei: forse
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oggi non si sente abbastanza disposta, e le piacerebbe più aspettar
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fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?»
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«Domani,» rispose, con voce fiacca, Gertrude, alla quale pareva ancora
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di far qualche cosa, prendendo un po' di tempo.
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«Domani,» disse solennemente il principe: «ha stabilito che si vada
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domani. Intanto io vo dal vicario delle monache, a fissare un giorno
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per l'esame.» Detto fatto, il principe uscì, e andò veramente (che non
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fu piccola degnazione) dal detto vicario; e concertarono che verrebbe
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di lì a due giorni.
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In tutto il resto di quella giornata, Gertrude non ebbe un minuto di
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bene. Avrebbe desiderato riposar l'animo da tante commozioni, lasciar,
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per dir così, chiarire i suoi pensieri, render conto a sè stessa di
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ciò che aveva fatto, di ciò che le rimaneva da fare, sapere ciò che
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volesse, rallentare un momento quella macchina che, appena avviata,
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andava così precipitosamente; ma non ci fu verso. L'occupazioni si
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succedevano senza interruzione; s'incastravano l'una con l'altra.
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Subito dopo partito il principe, fu condotta nel gabinetto della
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principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita
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dalla sua propria cameriera. Non era ancor terminato di dar l'ultima
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mano, che furon avvertite ch'era in tavola. Gertrude passò in mezzo
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agl'inchini della servitù, che accennava di congratularsi per la
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guarigione, e trovò alcuni parenti più prossimi, ch'erano stati
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invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con lei de' due
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felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata vocazione.
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La sposina (così si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al
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suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe
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da dire e da fare a rispondere a' complimenti che le fioccavan da
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tutte le parti. Sentiva bene che ognuna delle sue risposte era come
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un'accettazione e una conferma; ma come rispondere diversamente? Poco
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dopo alzati da tavola, venne l'ora della trottata. Gertrude entrò in
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carrozza con la madre, e con due zii ch'erano stati al pranzo. Dopo
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un solito giro, si riuscì alla strada Marina, che allora attraversava
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lo spazio occupato ora dal giardin pubblico, ed era il luogo dove i
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signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata.
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Gli zii parlarono anche a Gertrude, come portava la convenienza in quel
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giorno: e uno di loro, il qual pareva che, più del l'altro, conoscesse
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ogni persona, ogni carrozza, ogni livrea, e aveva ogni momento qualcosa
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da dire del signor tale e della signora tal altra, si voltò a lei
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tutt'a un tratto, e le disse: «ah furbetta! voi date un calcio a tutte
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queste corbellerie; siete una dirittona voi; piantate negl'impicci noi
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poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata, e andate in paradiso
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in carrozza.»
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Sul tardi, si tornò a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le
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torce, avvertirono che molte visite stavano aspettando. La voce era
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corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S'entrò
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nella sala della conversazione. La sposina ne fu l'idolo, il trastullo,
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la vittima. Ognuno la voleva per sè: chi si faceva prometter dolci,
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chi prometteva visite, chi parlava della madre tale sua parente, chi
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della madre tal altra sua conoscente, chi lodava il cielo di Monza, chi
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discorreva, con gran sapore, della gran figura ch'essa avrebbe fatta
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là. Altri, che non avevan potuto ancora avvicinarsi a Gertrude così
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assediata, stavano spiando l'occasione di farsi innanzi, e sentivano
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un certo rimorso, fin che non avessero fatto il loro dovere. A poco
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a poco, la compagnia s'andò dileguando; tutti se n'andarono senza
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rimorso, e Gertrude rimase sola co' genitori e il fratello.
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«Finalmente,» disse il principe, «ho avuto la consolazione di veder
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mia figlia trattata da par sua. Bisogna però confessare che anche lei
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s'è portata benone, e ha fatto vedere che non sarà impicciata a far la
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prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia.»
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Si cenò in fretta, per ritirarsi subito, ed esser pronti presto la
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mattina seguente.
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Gertrude contristata, indispettita e, nello stesso tempo, un po'
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gonfiata da tutti que' complimenti, si rammentò in quel punto ciò che
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aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre così disposto
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a compiacerla in tutto, fuor che in una cosa, volle approfittare
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dell'auge in cui si trovava, per acquietare almeno una delle passioni
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che la tormentavano. Mostrò quindi una gran ripugnanza a trovarsi con
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colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere.
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«Come!» disse il principe: «v'ha mancato di rispetto colei! Domani,
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domani, le laverò il capo come va. Lasciate fare a me, che le farò
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conoscere chi è lei, e chi siete voi. E a ogni modo, una figlia della
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quale io son contento, non deve vedersi intorno una persona che le
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dispiaccia.» Così detto, fece chiamare un'altra donna, e le ordinò
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di servir Gertrude; la quale intanto, masticando e assaporando la
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soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco
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sugo, in paragone del desiderio che n'aveva avuto. Ciò che, anche suo
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malgrado, s'impossessava di tutto il suo animo, era il sentimento de'
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gran progressi che aveva fatti, in quella giornata, sulla strada del
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chiostro, il pensiero che a ritirarsene ora ci vorrebbe molta più forza
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e risolutezza di quella che sarebbe bastata pochi giorni prima, e che
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pure non s'era sentita d'avere.
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La donna che andò ad accompagnarla in camera, era una vecchia di casa,
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stata già governante del principino, che aveva ricevuto appena uscito
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dalle fasce, e tirato su fino all'adolescenza, e nel quale aveva
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riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria. Era
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essa contenta della decisione fatta in quel giorno, come d'una sua
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propria fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento, dovette succiarsi
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le congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia, e sentir parlare
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di certe sue zie e prozie, le quali s'eran trovate ben contente d'esser
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monache, perchè, essendo di quella casa, avevan sempre goduto i primi
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onori, avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori, e, dal loro
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parlatorio, avevano ottenuto cose che le più gran dame, nelle loro
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sale, non c'eran potute arrivare. Le parlò delle visite che avrebbe
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ricevute: un giorno poi, verrebbe il signor principino con la sua
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sposa, la quale doveva esser certamente una gran signorona; e allora,
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non solo il monastero, ma tutto il paese sarebbe in moto. La vecchia
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aveva parlato mentre spogliava Gertrude, quando Gertrude era a letto;
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parlava ancora, che Gertrude dormiva. La giovinezza e la fatica erano
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state più forti de' pensieri. Il sonno fu affannoso, torbido, pieno di
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sogni penosi, ma non fu rotto che dalla voce strillante della vecchia,
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che venne a svegliarla, perchè si preparasse per la gita di Monza.
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«Andiamo, andiamo, signora sposina: è giorno fatto; e prima che sia
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vestita e pettinata, ci vorrà un'ora almeno. La signora principessa
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si sta vestendo; e l'hanno svegliata quattr'ore prima del solito.
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Il signor principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su,
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ed è all'ordine per partire quando si sia. Vispo come una lepre,
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quel diavoletto: ma! è stato così fin da bambino; e io posso dirlo,
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che l'ho portato in collo. Ma quand'è pronto, non bisogna farlo
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aspettare, perchè, sebbene sia della miglior pasta del mondo, allora
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s'impazientisce e strepita. Poveretto! bisogna compatirlo: è il suo
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naturale; e poi questa volta avrebbe anche un po' di ragione, perchè
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s'incomoda per lei. Guai chi lo tocca in que' momenti! non ha riguardo
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per nessuno, fuorchè per il signor principe. Ma, un giorno, il signor
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principe sarà lui; più tardi che sia possibile, però. Lesta, lesta,
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signorina! Perchè mi guarda così incantata? A quest'ora dovrebbe esser
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fuor della cuccia.»
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All'immagine del principino impaziente, tutti gli altri pensieri che
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s'erano affollati alla mente risvegliata di Gertrude, si levaron
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subito, come uno stormo di passere all'apparire del nibbio. Ubbidì, si
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vesti in fretta, si lasciò pettinare, e comparve nella sala, dove i
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genitori e il fratello eran radunati. Fu fatta sedere sur una sedia a
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braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que'
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tempi, era quel che già presso i Romani il dare la veste virile.
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Quando vennero a avvertir ch'era attaccato, il principe tirò la figlia
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in disparte, e le disse: «orsù, Gertrude, ieri vi siete fatta onore:
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oggi dovete superar voi medesima. Si tratta di fare una comparsa
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solenne nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima
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figura. V'aspettano....» È inutile dire che il principe aveva spedito
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un avviso alla badessa, il giorno avanti. «V'aspettano, e tutti gli
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occhi saranno sopra di voi. Dignità e disinvoltura. La badessa vi
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domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete
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d'essere ammessa a vestir l'abito in quel monastero, dove siete stata
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|
educata così amorevolmente, dove avete ricevute tante finezze: che è
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la pura verità. Dite quelle poche parole, con un fare sciolto: che non
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s'avesse a dire che v'hanno imboccata, e che non sapete parlare da voi.
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|
Quelle buone madri non sanno nulla dell'accaduto: è un segreto che deve
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restar sepolto nella famiglia; e perciò non fate una faccia contrita e
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dubbiosa, che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di che sangue
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uscite: manierosa, modesta; ma ricordatevi che, in quel luogo, fuor
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della famiglia, non ci sarà nessuno sopra di voi.»
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Senza aspettar risposta, il principe si mosse; Gertrude, la principessa
|
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e il principino lo seguirono; scesero tutti le scale, e montarono in
|
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carrozza. Gl'impicci e le noie del mondo, e la vita beata del chiostro,
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|
principalmente per le giovani di sangue nobilissimo, furono il tema
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della conversazione, durante il tragitto. Sul finir della strada,
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il principe rinnovò l'istruzioni alla figlia, e le ripetè più volte
|
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la formola della risposta. All'entrare in Monza, Gertrude si sentì
|
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stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata per un istante
|
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da non so quali signori che, fatta fermar la carrozza, recitarono non
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|
so qual complimento. Ripreso il cammino, s'andò quasi di passo al
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|
monastero, tra gli sguardi de' curiosi che accorrevano da tutte le
|
|
parti sulla strada. Al fermarsi della carrozza, davanti a quelle mura,
|
|
davanti a quella porta, il cuore si strinse ancor più a Gertrude. Si
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smontò tra due ale di popolo, che i servitori facevano stare indietro.
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|
Tutti quegli occhi addosso alla poveretta l'obbligavano a studiar
|
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continuamente il suo contegno: ma più di tutti quelli insieme, la
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|
tenevano in suggezione i due del padre, a' quali essa, quantunque ne
|
|
avesse così gran paura, non poteva lasciar di rivolgere i suoi, ogni
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|
momento. E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come
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|
per mezzo di redini invisibili. Attraversato il primo cortile, s'entrò
|
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in un altro, e li si vide la porta del chiostro interno, spalancata e
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|
tutta occupata da monache. Nella prima fila, la badessa circondata da
|
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anziane; dietro, altre monache alla rinfusa, alcune in punta di piedi;
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in ultimo le converse ritte sopra panchetti. Si vedevan pure qua e là
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luccicare a mezz'aria alcuni occhietti, spuntar qualche visino tra le
|
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tonache: eran le più destre, e le più coraggiose tra l'educande, che,
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|
ficcandosi e penetrando tra monaca e monaca, eran riuscite a farsi un
|
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po' di pertugio, per vedere anch'esse qualche cosa. Da quella calca
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uscivano acclamazioni; si vedevan molte braccia dimenarsi, in segno
|
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d'accoglienza e di gioia. Giunsero alla porta; Gertrude si trovò a viso
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a viso con la madre badessa. Dopo i primi complimenti, questa, con una
|
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maniera tra il giulivo e il solenne, le domandò cosa desiderasse in
|
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quel luogo, dove non c'era chi le potesse negar nulla.
|
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|
«Son qui...,» cominciò Gertrude; ma, al punto di proferir le parole
|
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che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino, esitò
|
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un momento, e rimase con gli occhi fissi sulla folla che le stava
|
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davanti. Vide, in quel momento, una di quelle sue note compagne, che
|
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la guardava con un'aria di compassione e di malizia insieme, e pareva
|
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che dicesse: ah! la c'è cascata la brava. Quella vista, risvegliando
|
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più vivi nell'animo suo tutti gli antichi sentimenti, le restituì
|
|
anche un po' di quel poco antico coraggio: e già stava cercando una
|
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risposta qualunque, diversa da quella che le era stata dettata; quando,
|
|
alzato lo sguardo alla faccia del padre, quasi per esperimentar le
|
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sue forze, scorse su quella un'inquietudine così cupa, un'impazienza
|
|
così minaccevole, che, risoluta per paura, con la stessa prontezza che
|
|
avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile, proseguì: «son
|
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qui a chiedere d'esser ammessa a vestir l'abito religioso, in questo
|
|
monastero, dove sono stata allevata così amorevolmente.» La badessa
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|
rispose subito, che le dispiaceva molto, in una tale occasione, che le
|
|
regole non le permettessero di dare immediatamente una risposta, la
|
|
quale doveva venire dai voti comuni delle suore, e alla quale doveva
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|
precedere la licenza de' superiori. Che però Gertrude, conoscendo i
|
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sentimenti che s'avevan per lei in quel luogo, poteva preveder con
|
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certezza qual sarebbe questa risposta; e che intanto nessuna regola
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|
proibiva alla badessa e alle suore di manifestare la consolazione che
|
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sentivano di quella richiesta. S'alzò allora un frastono confuso di
|
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congratulazioni e d'acclamazioni. Vennero subito gran guantiere colme
|
|
di dolci, che furon presentati, prima alla sposina, e dopo ai parenti.
|
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Mentre alcune monache facevano a rubarsela, e altre complimentavan
|
|
la madre, altre il principino, la badessa fece pregare il principe
|
|
che volesse venire alla grata del parlatorio, dove l'attendeva. Era
|
|
accompagnata da due anziane; e quando lo vide comparire, «signor
|
|
principe,» disse: «per ubbidire alle regole.... per adempire una
|
|
formalità indispensabile, sebbene in questo caso.... pure devo
|
|
dirle.... che, ogni volta che una figlia chiede d'essere ammessa a
|
|
vestir l'abito,... la superiora, quale io sono indegnamente,... è
|
|
obbligata d'avvertire i genitori.... che se, per caso.... forzassero la
|
|
volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi scuserà....»
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|
«Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo
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giusto.... Ma lei non può dubitare....»
|
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«Oh! pensi, signor principe,... ho parlato per obbligo preciso,... del
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resto....»
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«Certo, certo, madre badessa.»
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Barattate queste poche parole, i due interlocutori s'inchinarono
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vicendevolmente, e si separarono, come se a tutt'e due pesasse di
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rimaner lì testa testa; e andarono a riunirsi ciascuno alla sua
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compagnia, l'uno fuori, l'altra dentro la soglia claustrale.
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«Oh via,» disse il principe: «Gertrude potrà presto godersi a suo
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bell'agio la compagnia di queste madri. Per ora le abbiamo incomodate
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abbastanza.» Così detto, fece un inchino; la famiglia si mosse con lui;
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si rinnovarono i complimenti, e si partì.
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Gertrude, nel tornare, non aveva troppa voglia di discorrere.
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Spaventata del passo che aveva fatto, vergognosa della sua
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dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro sè stessa, faceva
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tristamente il conto dell'occasioni, che le rimanevano ancora di dir
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di no; e prometteva debolmente e confusamente a sè stessa che, in
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questa, o in quella, o in quell'altra, sarebbe più destra e più forte.
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Con tutti questi pensieri, non le era però cessato affatto il terrore
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di quel cipiglio del padre; talchè, quando, con un'occhiata datagli
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alla sfuggita, potè chiarirsi che sul volto di lui non c'era più alcun
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vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddisfattissimo
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di lei, le parve una bella cosa, e fu, per un istante, tutta contenta.
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Appena arrivati, bisognò rivestirsi e rilisciarsi; poi il desinare,
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poi alcune visite, poi la trottata, poi la conversazione, poi la cena.
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Sulla fine di questa, il principe mise in campo un altro affare, la
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scelta della madrina. Così si chiamava una dama, la quale, pregata
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da' genitori, diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel
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tempo tra la richiesta e l'entratura nel monastero; tempo che veniva
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speso in visitar le chiese, i palazzi pubblici, le conversazioni, le
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ville, i santuari: tutte le cose insomma più notabili della città e de'
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contorni; affinchè le giovani, prima di proferire un voto irrevocabile,
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vedessero bene a cosa davano un calcio. «Bisognerà pensare a una
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madrina,» disse il principe: «perchè domani verrà il vicario delle
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monache, per la formalità dell'esame, e subito dopo, Gertrude verrà
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proposta in capitolo, per esser accettata dalle madri.» Nel dir questo,
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s'era voltato verso la principessa; e questa, credendo che fosse
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un invito a proporre, cominciava: «ci sarebbe....» Ma il principe
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interruppe: «No, no, signora principessa: la madrina deve prima di
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tutto piacere alla sposina; e benchè l'uso universale dia la scelta
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ai parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assennatezza, che
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merita bene che si faccia un'eccezione per lei.» E qui, voltandosi
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a Gertrude, in atto di chi annunzia una grazia singolare, continuò:
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«ognuna delle dame che si son trovate questa sera alla conversazione,
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ha quel che si richiede per esser madrina d'una figlia della nostra
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casa; non ce n'è nessuna, crederei, che non sia per tenersi onorata
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della preferenza: scegliete voi.»
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Gertrude vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo consenso;
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ma la proposta veniva fatta con tanto apparato, che il rifiuto, per
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quanto fosse umile, poteva parer disprezzo, o almeno capriccio e
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leziosaggine. Fece dunque anche quel passo; e nominò la dama che,
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in quella sera, le era andata più a genio; quella cioè che le aveva
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fatto più carezze, che l'aveva più lodata, che l'aveva trattata con
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quelle maniere famigliari, affettuose e premurose, che, ne' primi
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momenti d'una conoscenza, contraffanno un'antica amicizia. «Ottima
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scelta,» disse il principe, che desiderava e aspettava appunto quella.
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Fosse arte o caso, era avvenuto come quando il giocator di bussolotti
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facendovi scorrere davanti agli occhi le carte d'un mazzo, vi dice che
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ne pensiate una, e lui poi ve la indovinerà; ma le ha fatte scorrere in
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maniera che ne vediate una sola. Quella dama era stata tanto intorno
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a Gertrude tutta la sera, l'aveva tanto occupata di sè, che a questa
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sarebbe bisognato uno sforzo di fantasia per pensarne un'altra. Tante
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premure poi non eran senza motivo: la dama aveva, da molto tempo,
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messo gli occhi addosso al principino, per farlo suo genero: quindi
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riguardava le cose di quella casa come sue proprie; ed era ben naturale
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che s'interessasse per quella cara Gertrude, niente meno de' suoi
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parenti più prossimi.
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Il giorno dopo, Gertrude si svegliò col pensiero dell'esaminatore
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che doveva venire; e mentre stava ruminando se potesse cogliere
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quell'occasione così decisiva, per tornare indietro, e in qual maniera,
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il principe la fece chiamare. «Orsù, figliuola,» le disse: «finora vi
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siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar l'opera. Tutto
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quel che s'è fatto finora, s'è fatto di vostro consenso. Se in questo
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tempo vi fosse nato qualche dubbio, qualche pentimentuccio, grilli
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di gioventù, avreste dovuto spiegarvi; ma al punto a cui sono ora le
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cose, non è più tempo di far ragazzate. Quell'uomo dabbene che deve
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venire stamattina, vi farà cento domande sulla vostra vocazione: e se
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vi fate monaca di vostra volontà, e il perchè e il per come, e che
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so io? Se voi titubate nel rispondere, vi terrà sulla corda chi sa
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quanto. Sarebbe un'uggia, un tormento per voi; ma ne potrebbe anche
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venire un altro guaio più serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche
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che si son fatte, ogni più piccola esitazione che si vedesse in voi,
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metterebbe a repentaglio il mio onore, potrebbe far credere ch'io
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avessi presa una vostra leggerezza per una ferma risoluzione, che
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avessi precipitato la cosa, che avessi.... che so io? In questo caso,
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mi troverei nella necessità di scegliere tra due partiti dolorosi:
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o lasciar che il mondo formi un tristo concetto della mia condotta:
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partito che non può stare assolutamente con ciò che devo a me stesso. O
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svelare il vero motivo della vostra risoluzione e....» Ma qui, vedendo
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che Gertrude era diventata scarlatta, che le si gonfiavan gli occhi, e
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il viso si contraeva, come le foglie d'un fiore, nell'afa che precede
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la burrasca, troncò quel discorso, e, con aria serena, riprese: «via,
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via, tutto dipende da voi, dal vostro giudizio. So che n'avete molto,
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e non siete ragazza da guastar sulla fine una cosa fatta bene; ma io
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doveva preveder tutti i casi. Non se ne parli più; e restiam d'accordo
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che voi risponderete con franchezza, in maniera di non far nascer dubbi
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nella testa di quell'uomo dabbene. Così anche voi ne sarete fuori più
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presto.» E qui, dopo aver suggerita qualche risposta all'interrogazioni
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più probabili, entrò nel solito discorso delle dolcezze e de' godimenti
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ch'eran preparati a Gertrude nel monastero; e la trattenne in quello,
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fin che venne un servitore ad annunziare il vicario. Il principe
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rinnovò in fretta gli avvertimenti più importanti, e lasciò la figlia
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sola con lui, com'era prescritto.
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L'uomo dabbene veniva con un po' d'opinione già fatta che Gertrude
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avesse una gran vocazione al chiostro: perchè così gli aveva detto
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il principe, quando era stato a invitarlo. È vero che il buon prete,
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il quale sapeva che la diffidenza era una delle virtù più necessarie
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nel suo ufizio, aveva per massima d'andar adagio nel credere a simili
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proteste, e di stare in guardia contro le preoccupazioni; ma ben
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di rado avviene che le parole affermative e sicure d'una persona
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autorevole, in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la
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mente di chi le ascolta.
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Dopo i primi complimenti, «signorina,» le disse, «io vengo a far
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la parte del diavolo; vengo a mettere in dubbio ciò che, nella sua
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supplica, lei ha dato per certo; vengo a metterle davanti agli occhi le
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difficoltà, e ad accertarmi se le ha ben considerate. Si contenti ch'io
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le faccia qualche interrogazione.»
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«Dica pure,» rispose Gertrude.
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Il buon prete cominciò allora a interrogarla, nella forma prescritta
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dalle regole. «Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione
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di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusinghe? Non
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s'è fatto uso di nessuna autorità, per indurla a questo? Parli senza
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riguardi, e con sincerità, a un uomo il cui dovere è di conoscere la
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sua vera volontà, per impedire che non le venga usata violenza in
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nessun modo.»
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La vera risposta a una tale domanda s'affacciò subito alla mente
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di Gertrude, con un'evidenza terribile. Per dare quella risposta,
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bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata,
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raccontare una storia.... L'infelice rifuggì spaventata da questa
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idea; cercò in fretta un'altra risposta; ne trovò una sola che potesse
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liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più contraria
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al vero. «Mi fo monaca,» disse, nascondendo il suo turbamento, «mi fo
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monaca, di mio genio, liberamente.»
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«Da quanto tempo le è nato codesto pensiero?» domandò ancora il buon
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prete.
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«L'ho sempre avuto,» rispose Gertrude, divenuta, dopo quel primo passo,
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più franca a mentire contro sè stessa.
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«Ma quale è il motivo principale che la induce a farsi monaca?»
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Il buon prete non sapeva che terribile tasto toccasse; e Gertrude si
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fece una gran forza per non lasciar trasparire sul viso l'effetto che
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quelle parole le producevano nell'animo. «Il motivo,» disse, «è di
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servire a Dio, e di fuggire i pericoli del mondo.»
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«Non sarebbe mai qualche disgusto? qualche.... mi scusi.... capriccio?
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Alle volte, una cagione momentanea può fare un'impressione che par che
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deva durar sempre; e quando poi la cagione cessa, e l'animo si muta,
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allora....»
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«No, no,» rispose precipitosamente Gertrude: «la cagione è quella che
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le ho detto.»
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Il vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che per
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la persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande;
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ma Gertrude era determinata d'ingannarlo. Oltre il ribrezzo che le
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cagionava il pensiero di render consapevole della sua debolezza quel
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grave e dabben prete, che pareva così lontano dal sospettar tal cosa
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di lei; la poveretta pensava poi anche ch'egli poteva bene impedire
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che si facesse monaca; ma lì finiva la sua autorità sopra di lei,
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e la sua protezione. Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col
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principe. E qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa, il buon
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prete non n'avrebbe saputo nulla, o sapendolo, con tutta la sua buona
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intenzione, non avrebbe potuto far altro che aver compassione di lei,
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quella compassione tranquilla e misurata, che, in generale, s'accorda,
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come per cortesia, a chi abbia dato cagione o pretesto al male che gli
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fanno. L'esaminatore fu prima stanco d'interrogare, che la sventurata
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di mentire: e, sentendo quelle risposte sempre conformi, e non avendo
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alcun motivo di dubitare della loro schiettezza, mutò finalmente
|
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linguaggio; si rallegrò con lei, le chiese, in certo modo, scusa d'aver
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tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ciò che credeva più
|
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atto a confermarla nel buon proposito; e si licenziò.
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Attraversando le sale per uscire, s'abbattè nel principe, il quale
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pareva che passasse di là a caso; e con lui pure si congratulò delle
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buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola. Il principe
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era stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella
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notizia, respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di
|
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corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un
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|
giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è
|
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questo guazzabuglio del cuore umano.
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Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di
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divertimenti. E neppure descriveremo, in particolare e per ordine, i
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sentimenti dell'animo suo in tutto quel tempo: sarebbe una storia di
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dolori e di fluttuazioni, troppo monotona, e troppo somigliante alle
|
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cose già dette. L'amenità de' luoghi, la varietà degli oggetti, quello
|
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svago che pur trovava nello scorrere in qua e in là all'aria aperta,
|
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le rendevan più odiosa l'idea del luogo dove alla fine si smonterebbe
|
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per l'ultima volta, per sempre. Più pungenti ancora eran l'impressioni
|
|
che riceveva nelle conversazioni e nelle feste. La vista delle spose
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alle quali si dava questo titolo nel senso più ovvio e più usitato, le
|
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cagionava un'invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l'aspetto
|
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di qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare
|
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quel titolo, dovesse trovarsi il colmo d'ogni felicità. Talvolta la
|
|
pompa de' palazzi, lo splendore degli addobbi, il brulichío e il
|
|
fracasso giulivo delle feste, le comunicavano un'ebbrezza, un ardor
|
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tale di viver lieto, che prometteva a sè stessa di disdirsi, di
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soffrir tutto, piuttosto che tornare all'ombra fredda e morta del
|
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chiostro. Ma tutte quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione
|
|
più riposata delle difficoltà, al solo fissar gli occhi in viso al
|
|
principe. Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre
|
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que' godimenti, gliene rendeva amaro e penoso quel piccol saggio; come
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l'infermo assetato guarda con rabbia, e quasi respinge con dispetto
|
|
il cucchiaio d'acqua che il medico gli concede a fatica. Intanto il
|
|
vicario delle monache ebbe rilasciata l'attestazione necessaria, e
|
|
venne la licenza di tenere il capitolo per l'accettazione di Gertrude.
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Il capitolo si tenne; concorsero, com'era da aspettarsi, i due terzi
|
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de' voti segreti ch'eran richiesti da' regolamenti; e Gertrude fu
|
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accettata. Lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese allora
|
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d'entrar più presto che fosse possibile, nel monastero. Non c'era
|
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sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza. Fu dunque fatta la
|
|
sua volontà; e, condotta pomposamente al monastero, vestì l'abito. Dopo
|
|
dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si
|
|
trovò al momento della professione, al momento cioè in cui conveniva,
|
|
o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o
|
|
ripetere un sì tante volte detto; lo ripetè, e fu monaca per sempre.
|
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|
È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione
|
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cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia
|
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congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato
|
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c'è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per
|
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metterlo in opera, a qualunque costo; se non c'è, essa dà il modo di
|
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far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità
|
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virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch'è stato intrapreso
|
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per leggerezza; piega l'animo ad abbracciar con propensione ciò che è
|
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stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma
|
|
che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur
|
|
francamente, tutte le gioie della vocazione. È una strada così fatta
|
|
che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l'uomo capiti ad
|
|
essa, e vi faccia un passo, può d'allora in poi camminare con sicurezza
|
|
e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine. Con questo
|
|
mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta,
|
|
comunque lo fosse divenuta. Ma l'infelice si dibatteva in vece sotto il
|
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giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un rammarico
|
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incessante della libertà perduta, l'abborrimento dello stato presente,
|
|
un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai soddisfatti,
|
|
tali erano le principali occupazioni dell'animo suo. Rimasticava
|
|
quell'amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze
|
|
per le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col
|
|
pensiero ciò che aveva fatto con l'opera; accusava sè di dappocaggine,
|
|
altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e
|
|
piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi
|
|
in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna,
|
|
in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente
|
|
godersi nel mondo que' doni.
|
|
|
|
La vista di quelle monache che avevan tenuto di mano a tirarla là
|
|
dentro, le era odiosa. Si ricordava l'arti e i raggiri che avevan
|
|
messi in opera, e le pagava con tante sgarbatezze, con tanti dispetti,
|
|
e anche con aperti rinfacciamenti. A quelle conveniva le più volte
|
|
mandar giù e tacere: perchè il principe aveva ben voluto tiranneggiar
|
|
la figlia quanto era necessario per ispingerla al chiostro; ma ottenuto
|
|
l'intento, non avrebbe così facilmente sofferto che altri pretendesse
|
|
d'aver ragione contro il suo sangue; e ogni po' di rumore che avesser
|
|
fatto, poteva esser cagione di far loro perdere quella gran protezione,
|
|
o cambiar per avventura il protettore in nemico. Pare che Gertrude
|
|
avrebbe dovuto sentire una certa propensione per l'altre suore,
|
|
che non avevano avuto parte in quegl'intrighi, e che, senza averla
|
|
desiderata per compagna, l'amavano come tale; e pie, occupate e ilari,
|
|
le mostravano col loro esempio come anche là dentro si potesse non
|
|
solo vivere, ma starci bene. Ma queste pure le erano odiose, per un
|
|
altro verso. La loro aria di pietà e di contentezza le riusciva come
|
|
un rimprovero della sua inquietudine, e della sua condotta bisbetica;
|
|
e non lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le spalle, come
|
|
pinzochere, o di morderle come ipocrite. Forse sarebbe stata meno
|
|
avversa ad esse, se avesse saputo o indovinato che le poche palle nere,
|
|
trovate nel bossolo che decise della sua accettazione, c'erano appunto
|
|
state messe da quelle.
|
|
|
|
Qualche consolazione le pareva talvolta di trovar nel comandare,
|
|
nell'esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento
|
|
da persone di fuori, nello spuntar qualche impegno, nello spendere la
|
|
sua protezione, nel sentirsi chiamar la signora; ma quali consolazioni!
|
|
Il cuore, trovandosene così poco appagato, avrebbe voluto di quando in
|
|
quando aggiungervi, e goder con esse le consolazioni della religione;
|
|
ma queste non vengono se non a chi trascura quell'altre: come il
|
|
naufrago, se vuole afferrar la tavola che può condurlo in salvo sulla
|
|
riva, deve pure allargare il pugno e abbandonar l'alghe, che aveva
|
|
prese, per una rabbia d'istinto.
|
|
|
|
Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra
|
|
dell'educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette,
|
|
sotto una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite;
|
|
ma lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o
|
|
in un altro, l'allieve dovevan portarne il peso. Quando le veniva in
|
|
mente che molte di loro eran destinate a vivere in quel mondo dal quale
|
|
essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine un astio,
|
|
un desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrattava,
|
|
faceva loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un
|
|
giorno. Chi avesse sentito, in que' momenti, con che sdegno magistrale
|
|
le gridava, per ogni piccola scappatella, l'avrebbe creduta una donna
|
|
d'una spiritualità salvatica e indiscreta. In altri momenti, lo stesso
|
|
orrore per il chiostro, per la regola, per l'ubbidienza, scoppiava
|
|
in accessi d'umore tutto opposto. Allora, non solo sopportava la
|
|
svagatezza clamorosa delle sue allieve, ma l'eccitava; si mischiava
|
|
ne' loro giochi, e li rendeva più sregolati; entrava a parte de' loro
|
|
discorsi, e li spingeva più in là dell'intenzioni con le quali esse
|
|
gli avevano incominciati. Se qualcheduna diceva una parola sul cicalío
|
|
della madre badessa, la maestra lo imitava lungamente, e ne faceva una
|
|
scena di commedia; contraffaceva il volto d'una monaca, l'andatura
|
|
d'un'altra: rideva allora sgangheratamente; ma eran risa che non la
|
|
lasciavano più allegra di prima. Così era vissuta alcuni anni, non
|
|
avendo comodo, nè occasione di far di più; quando la sua disgrazia
|
|
volle che un'occasione si presentasse.
|
|
|
|
Tra l'altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi, per
|
|
compensarla di non poter esser badessa, c'era anche quello di stare in
|
|
un quartiere a parte. Quel lato del monastero era contiguo a una casa
|
|
abitata da un giovine, scellerato di professione, uno de' tanti, che,
|
|
in que' tempi, e co' loro sgherri, e con l'alleanze d'altri scellerati,
|
|
potevano, fino a un certo segno, ridersi della forza pubblica e delle
|
|
leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio, senza parlar del casato.
|
|
Costui, da una sua finestrina che dominava un cortiletto di quel
|
|
quartiere, avendo veduta Gertrude qualche volta passare o girandolar
|
|
lì, per ozio, allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall'empietà
|
|
dell'impresa, un giorno osò rivolgerle il discorso. La sventurata
|
|
rispose.
|
|
|
|
In que' primi momenti, provò una contentezza, non schietta al certo,
|
|
ma viva. Nel vôto uggioso dell'animo suo s'era venuta a infondere
|
|
un'occupazione forte, continua e, direi quasi, una vita potente; ma
|
|
quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudeltà
|
|
ingegnosa degli antichi mesceva al condannato, per dargli forza a
|
|
sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran novità
|
|
in tutta la sua condotta: divenne, tutt'a un tratto, più regolare,
|
|
più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolío, si mostrò anzi
|
|
carezzevole e manierosa, dimodochè le suore si rallegravano a vicenda
|
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del cambiamento felice; lontane com'erano dall'immaginarne il vero
|
|
motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era altro che
|
|
ipocrisia aggiunta all'antiche magagne. Quell'apparenza però, quella,
|
|
per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con
|
|
quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti
|
|
dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l'imprecazioni
|
|
e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in
|
|
un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca. Però,
|
|
ad ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento, una gran
|
|
cura di farle dimenticare, a forza di moine e buone parole. Le suore
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sopportavano alla meglio tutti questi alt'e bassi, e gli attribuivano
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all'indole bisbetica e leggiera della signora.
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Per qualche tempo, non parve che nessuna pensasse più in là; ma un
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giorno che la signora, venuta a parole con una conversa, per non so che
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pettegolezzo, si lasciò andare a maltrattarla fuor di modo, e non la
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finiva più, la conversa, dopo aver sofferto, ed essersi morse le labbra
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un pezzo, scappatale finalmente la pazienza, buttò là una parola, che
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lei sapeva qualche cosa, e che, a tempo e luogo, avrebbe parlato. Da
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quel momento in poi, la signora non ebbe più pace. Non passò però molto
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tempo, che la conversa fu aspettata in vano, una mattina, a' suoi ufizi
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consueti: si va a veder nella sua cella, e non si trova: è chiamata
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ad alta voce; non risponde: cerca di qua, cerca di là, gira e rigira,
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dalla cima al fondo; non c'è in nessun luogo. E chi sa quali congetture
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si sarebber fatte, se, appunto nel cercare, non si fosse scoperta una
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buca nel muro dell'orto; la qual cosa fece pensare a tutte, che fosse
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sfrattata di là. Si fecero gran ricerche in Monza e ne' contorni, e
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principalmente a Meda, di dov'era quella conversa; si scrisse in varie
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parti: non se n'ebbe mai la più piccola notizia. Forse se ne sarebbe
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potuto saper di più, se, in vece di cercar lontano, si fosse scavato
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vicino. Dopo molte maraviglie, perchè nessuno l'avrebbe creduta capace
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di ciò, e dopo molti discorsi, si concluse che doveva essere andata
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lontano, lontano. E perchè scappò detto a una suora: «s'è rifugiata
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in Olanda di sicuro,» si disse subito, e si ritenne per un pezzo, nel
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monastero e fuori, che si fosse rifugiata in Olanda. Non pare però
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che la signora fosse di questo parere. Non già che mostrasse di non
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credere, o combattesse l'opinion comune, con sue ragioni particolari:
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se ne aveva, certo, ragioni non furono mai così ben dissimulate; nè
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c'era cosa da cui s'astenesse più volentieri che da rimestar quella
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storia, cosa di cui si curasse meno che di toccare il fondo di quel
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mistero. Ma quanto meno ne parlava, tanto più ci pensava. Quante volte
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al giorno l'immagine di quella donna veniva a cacciarsi d'improvviso
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nella sua mente, e si piantava lì, e non voleva moversi! Quante volte
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avrebbe desiderato di vedersela dinanzi viva e reale, piuttosto che
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averla sempre fissa nel pensiero, piuttosto che dover trovarsi, giorno
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e notte, in compagnia di quella forma vana, terribile, impassibile!
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Quante volte avrebbe voluto sentir davvero la voce di colei, qualunque
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cosa avesse potuto minacciare, piuttosto che aver sempre nell'intimo
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dell'orecchio mentale il susurro fantastico di quella stessa voce,
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e sentirne parole ripetute con una pertinacia, con un'insistenza
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infaticabile, che nessuna persona vivente non ebbe mai!
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Era scorso circa un anno dopo quel fatto, quando Lucia fu presentata
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alla signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col
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racconto. La signora moltiplicava le domande intorno alla persecuzione
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di don Rodrigo, e entrava in certi particolari, con una intrepidezza,
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che riuscì e doveva riuscire più che nuova a Lucia, la quale non
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aveva mai pensato che la curiosità delle monache potesse esercitarsi
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intorno a simili argomenti. I giudizi poi che quella frammischiava
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all'interrogazioni, o che lasciava trasparire, non eran meno strani.
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Pareva quasi che ridesse del gran ribrezzo che Lucia aveva sempre avuto
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di quel signore, e domandava se era un mostro, da far tanta paura:
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pareva quasi che avrebbe trovato irragionevole e sciocca la ritrosia
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della giovine, se non avesse avuto per ragione la preferenza data a
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Renzo. E su questo pure s'avanzava a domande, che facevano stupire e
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arrossire l'interrogata. Avvedendosi poi d'aver troppo lasciata correr
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la lingua dietro agli svagamenti del cervello, cercò di correggere e
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d'interpretare in meglio quelle sue ciarle; ma non potè fare che a
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Lucia non ne rimanesse uno stupore dispiacevole, e come un confuso
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spavento. E appena potè trovarsi sola con la madre, se n'apri con lei;
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ma Agnese, come più esperta, sciolse, con poche parole, tutti que'
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dubbi, e spiegò tutto il mistero. «Non te ne far maraviglia,» disse:
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«quando avrai conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son cose
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da farsene maraviglia. I signori, chi più, chi meno, chi per un verso,
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chi per un altro, han tutti un po' del matto. Convien lasciarli dire,
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principalmente quando s'ha bisogno di loro; far vista d'ascoltarli sul
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serio, come se dicessero delle cose giuste. Hai sentito come m'ha dato
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sulla voce, come se avessi detto qualche gran sproposito? Io non me ne
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son fatta caso punto. Son tutti così. E con tutto ciò, sia ringraziato
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il cielo, che pare che questa signora t'abbia preso a ben volere, e
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voglia proteggerci davvero. Del resto, se camperai, figliuola mia, e
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se t'accaderà ancora d'aver che fare con de' signori, ne sentirai, ne
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sentirai, ne sentirai.»
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[Illustrazione: La sventurata rispose.... (pag. 158)]
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Il desiderio d'obbligare il padre guardiano, la compiacenza di
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proteggere, il pensiero del buon concetto che poteva fruttare la
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protezione impiegata così santamente, una certa inclinazione per Lucia,
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e anche un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente,
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nel soccorrere e consolare oppressi, avevan realmente disposta la
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signora a prendersi a petto la sorte delle due povere fuggitive. A sua
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richiesta, e a suo riguardo, furono alloggiate nel quartiere della
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fattoressa attiguo al chiostro, e trattate come se fossero addette al
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servizio del monastero. La madre e la figlia si rallegravano insieme
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d'aver trovato così presto un asilo sicuro e onorato. Avrebber anche
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avuto molto piacere di rimanervi ignorate da ogni persona; ma la cosa
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non era facile in un monastero: tanto più che c'era un uomo troppo
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premuroso d'aver notizie d'una di loro, e nell'animo del quale, alla
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passione e alla picca di prima s'era aggiunta anche la stizza d'essere
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stato prevenuto e deluso. E noi, lasciando le donne nel loro ricovero,
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torneremo al palazzotto di costui, nell'ora in cui stava attendendo
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l'esito della sua scellerata spedizione.
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CAPITOLO XI.
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Come un branco di segugi, dopo aver inseguita invano una lepre, tornano
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mortificati verso il padrone, co' musi bassi, e con le code ciondoloni,
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così, in quella scompigliata notte, tornavano i bravi al palazzotto
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di don Rodrigo. Egli camminava innanzi e indietro, al buio, per una
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stanzaccia disabitata dell'ultimo piano, che rispondeva sulla spianata.
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Ogni tanto si fermava, tendeva l'orecchio, guardava dalle fessure
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dell'imposte intarlate, pieno d'impazienza e non privo d'inquietudine,
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non solo per l'incertezza della riuscita, ma anche per le conseguenze
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possibili; perchè era la più grossa e la più arrischiata a cui il
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brav'uomo avesse ancor messo mano. S'andava però rassicurando col
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pensiero delle precauzioni prese per distrugger gl'indizi, se non i
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sospetti.--In quanto ai sospetti,--pensava--me ne rido. Vorrei un po'
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sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se c'è o non c'è
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una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga
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il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia?
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Poh la giustizia! Il podestà non è un ragazzo, nè un matto. E a Milano?
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Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che
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ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno nè anche
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un padrone: gente di nessuno. Via, via, niente paura. Come rimarrà
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Attilio, domattina! Vedrà, vedrà s'io fo ciarle o fatti. E poi...,
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se mai nascesse qualche imbroglio.... che so io? qualche nemico che
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volesse cogliere quest'occasione,... anche Attilio saprà consigliarmi:
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c'è impegnato l'onore di tutto il parentado.--Ma il pensiero sul quale
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si fermava di più, perchè in esso trovava insieme un acquietamento de'
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dubbi, e un pascolo alla passion principale, era il pensiero delle
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lusinghe, delle promesse che adoprerebbe per abbonire Lucia.--Avrà
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tanta paura di trovarsi qui sola, in mezzo a costoro, a queste facce,
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che.... il viso più umano qui son io, per bacco.... che dovrà ricorrere
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a me, toccherà a lei a pregare; e se prega....--
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Mentre fa questi bei conti, sente un calpestío, va alla finestra,
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apre un poco, fa capolino; son loro.--E la bussola? Diavolo! dov'è
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la bussola? Tre, cinque, otto: ci son tutti; c'è anche il Griso; la
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bussola non c'è: diavolo! diavolo! il Griso me ne renderà conto.--
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Entrati che furono, il Griso posò in un angolo d'una stanza terrena il
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suo bordone, posò il cappellaccio e il sanrocchino, e, come richiedeva
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la sua carica, che in quel momento nessuno gl'invidiava, salì a render
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quel conto a don Rodrigo. Questo l'aspettava in cima alla scala; e
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vistolo apparire con quella goffa e sguaiata presenza del birbone
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deluso, «ebbene,» gli disse, o gli gridò: «signore spaccone, signor
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capitano, signor _lascifareame_?»
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«L'è dura,» rispose il Griso, restando con un piede sul primo scalino,
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«l'è dura di ricever de' rimproveri, dopo aver lavorato fedelmente, e
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cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la pelle.»
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«Com'è andata? Sentiremo, sentiremo,» disse don Rodrigo, e s'avviò
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verso la sua camera, dove il Griso lo seguì, e fece subito la relazione
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di ciò che aveva disposto, fatto, veduto e non veduto, sentito, temuto,
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riparato; e la fece con quell'ordine e con quella confusione, con
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quella dubbiezza e con quello sbalordimento, che dovevano per forza
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regnare insieme nelle sue idee.
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«Tu non hai torto, e ti sei portato bene,» disse don Rodrigo: e hai
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fatto quello che si poteva; ma.... ma, che sotto questo tetto ci fosse
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una spia! Se c'è, se lo arrivo a scoprire, e lo scopriremo se c'è,
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te l'accomodo io; ti so dir io, Griso, che lo concio per il dì delle
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feste.»
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«Anche a me, signore,» disse il Griso, «è passato per la mente un tal
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sospetto: e se fosse vero, se si venisse a scoprire un birbone di
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questa sorte, il signor padrone lo deve metter nelle mie mani. Uno che
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si fosse preso il divertimento di farmi passare una notte come questa!
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toccherebbe a me a pagarlo. Però, da varie cose m'è parso di poter
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rilevare che ci dev'essere qualche altro intrigo, che per ora non si
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può capire. Domani, signore, domani se ne verrà in chiaro.»
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«Non siete stati riconosciuti almeno?»
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Il Griso rispose che sperava di no; e la conclusione del discorso fu
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che don Rodrigo gli ordinò, per il giorno dopo, tre cose che colui
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avrebbe sapute ben pensare anche da sè. Spedire la mattina presto
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due uomini a fare al console quella tale intimazione, che fa poi
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fatta, come abbiam veduto; due altri al casolare a far la ronda, per
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tenerne lontano ogni ozioso che vi capitasse, e sottrarre a ogni
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sguardo la bussola fino alla notte prossima, in cui si manderebbe a
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prenderla; giacchè per allora non conveniva fare altri movimenti da dar
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sospetto; andar poi lui, e mandare anche altri, de' più disinvolti e
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di buona testa, a mescolarsi con la gente, per scovar qualcosa intorno
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all'imbroglio di quella notte. Dati tali ordini, don Rodrigo se n'andò
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a dormire, e ci lasciò andare anche il Griso, congedandolo con molte
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lodi, dalle quali traspariva evidentemente l'intenzione di risarcirlo
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degl'improperi precipitati coi quali lo aveva accolto.
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Va a dormire, povero Griso, che tu ne devi aver bisogno. Povero Griso!
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In faccende tutto il giorno, in faccende mezza la notte, senza contare
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il pericolo di cader sotto l'unghie de' villani, o di buscarti una
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taglia _per rapto di donna honesta_, per giunta di quelle che hai già
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addosso; e poi esser ricevuto in quella maniera! Ma! così pagano spesso
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gli uomini. Tu hai però potuto vedere, in questa circostanza, che
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qualche volta la giustizia, se non arriva alla prima, arriva, o presto
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o tardi, anche in questo mondo. Va a dormire per ora: che un giorno
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avrai forse a somministrarcene un'altra prova, e più notabile di questa.
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La mattina seguente, il Griso era fuori di nuovo in faccende, quando
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don Rodrigo s'alzò. Questo cercò subito del conte Attilio, il quale,
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vedendolo spuntare, fece un viso e un atto canzonatorio, e gli gridò:
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«San Martino!»
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«Non so cosa vi dire,» rispose don Rodrigo, arrivandogli accanto:
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«pagherò la scommessa; ma non è questo quel che più mi scotta. Non
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v'avevo detto nulla, perchè, lo confesso, pensavo di farvi rimanere
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stamattina. Ma.... basta, ora vi racconterò tutto.»
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«Ci ha messo uno zampino quel frate in quest'affare,» disse il cugino,
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dopo aver sentito tutto, con più serietà che non si sarebbe aspettato
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da un cervello così balzano. «Quel frate,» continuò, «con quel suo
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fare di gatta morta, e con quelle sue proposizioni sciocche, io l'ho
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per un dirittone, e per un impiccione. E voi non vi siete fidato di
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me, non m'avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi
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l'altro giorno.» Don Rodrigo riferì il dialogo. «E voi avete avuto
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tanta sofferenza?» esclamò il conte Attilio: «e l'avete lasciato andare
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com'era venuto?»
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«Che volevate ch'io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d'Italia?»
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«Non so,» disse il conte Attilio, «se, in quel momento, mi sarei
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ricordato che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario
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birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza, manca la maniera
|
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di prendersi soddisfazione anche d'un cappuccino? Bisogna saper
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raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e allora si può
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impunemente dare un carico di bastonate a un membro. Basta; ha scansato
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la punizione che gli stava più bene; ma lo prendo io sotto la mia
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protezione, e voglio aver la consolazione d'insegnargli come si parla
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co' pari nostri.»
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«Non mi fate peggio.»
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«Fidatevi una volta, che vi servirò da parente e da amico.»
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«Cosa pensate di fare?»
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«Non lo so ancora; ma lo servirò io di sicuro il frate. Ci penserò,
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e... il signor conte zio del Consiglio segreto è lui che mi deve fare
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il servizio. Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo
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posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro! Doman l'altro
|
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sarò a Milano, e, in una maniera o in un'altra, il frate sarà servito.»
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Venne intanto la colazione, la quale non interruppe il discorso
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d'un affare di quell'importanza. Il conte Attilio ne parlava con
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disinvoltura; e, sebbene ci prendesse quella parte che richiedeva la
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sua amicizia per il cugino, e l'onore del nome comune, secondo le idee
|
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che aveva d'amicizia e d'onore, pure ogni tanto non poteva tenersi di
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non rider sotto i baffi, di quella bella riuscita. Ma don Rodrigo,
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ch'era in causa propria, e che, credendo di far quietamente un gran
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|
colpo, gli era andato fallito con fracasso, era agitato da passioni
|
|
più gravi, e distratto da pensieri più fastidiosi. «Di belle ciarle,»
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|
diceva, «faranno questi mascalzoni, in tutto il contorno. Ma che
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m'importa? In quanto alla giustizia, me ne rido: prove non ce n'è;
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|
quando ce ne fosse, me ne riderei ugualmente: a buon conto, ho fatto
|
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stamattina avvertire il console che guardi bene di non far deposizione
|
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dell'avvenuto. Non ne seguirebbe nulla; ma le ciarle, quando vanno
|
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in lungo, mi seccano. È anche troppo ch'io sia stato burlato così
|
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barbaramente.»
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«Avete fatto benissimo,» rispondeva il conte Attilio. «Codesto
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vostro podestà.... gran caparbio, gran testa vôta, gran seccatore
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d'un podestà.... è poi un galantuomo, un uomo che sa il suo dovere;
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|
e appunto quando s'ha che fare con persone tali, bisogna aver più
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riguardo di non metterle in impicci. Se un mascalzone di console fa una
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|
deposizione, il podestà, per quanto sia ben intenzionato, bisogna pure
|
|
che....»
|
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«Ma voi,» interruppe, con un po' di stizza, don Rodrigo, «voi guastate
|
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le mie faccende, con quel vostro contraddirgli in tutto, e dargli
|
|
sulla voce, e canzonarlo anche, all'occorrenza. Che diavolo, che un
|
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podestà non possa esser bestia e ostinato, quando nel rimanente è un
|
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galantuomo!»
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|
«Sapete, cugino,» disse guardandolo, maravigliato, il conte Attilio,
|
|
«sapete, che comincio a credere che abbiate un po' di paura? Mi
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|
prendete sul serio anche il podestà....»
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|
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|
«Via via, non avete detto voi stesso che bisogna tenerlo di conto?»
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|
«L'ho detto: e quando si tratta d'un affare serio, vi farò vedere che
|
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non sono un ragazzo. Sapete cosa mi basta l'animo di far per voi? Son
|
|
uomo da andare in persona a far visita al signor podestà. Ah! sarà
|
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contento dell'onore? E son uomo da lasciarlo parlare per mezz'ora
|
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del conte duca, e del nostro signor castellano spagnolo, e da dargli
|
|
ragione in tutto, anche quando ne dirà di quelle così massicce. Butterò
|
|
poi là qualche parolina sul conte zio del Consiglio segreto: e sapete
|
|
che effetto fanno quelle paroline nell'orecchio del signor podestà.
|
|
Alla fin de' conti, ha più bisogno lui della nostra protezione, che voi
|
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della sua condiscendenza. Farò di buono, e ci anderò, e ve lo lascerò
|
|
meglio disposto che mai.»
|
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|
|
Dopo queste e altre simili parole, il conte Attilio uscì, per andare
|
|
a caccia; e don Rodrigo stette aspettando con ansietà il ritorno del
|
|
Griso. Venne costui finalmente, sull'ora del desinare, a far la sua
|
|
relazione.
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|
Lo scompiglio di quella notte era stato tanto clamoroso, la sparizione
|
|
di tre persone da un paesello era un tale avvenimento, che le ricerche,
|
|
e per premura e per curiosità, dovevano naturalmente esser molte e
|
|
calde e insistenti; e dall'altra parte, gl'informati di qualche cosa
|
|
eran troppi, per andar tutti d'accordo a tacer tutto. Perpetua non
|
|
poteva farsi veder sull'uscio, che non fosse tempestata da quello e da
|
|
quell'altro, perchè dicesse chi era stato a far quella gran paura al
|
|
suo padrone: e Perpetua, ripensando a tutte le circostanze del fatto,
|
|
e raccapezzandosi finalmente ch'era stata infinocchiata da Agnese,
|
|
sentiva tanta rabbia di quella perfidia, che aveva proprio bisogno d'un
|
|
po' di sfogo. Non già che andasse lamentandosi col terzo e col quarto
|
|
della maniera tenuta per infinocchiar lei: su questo non fiatava; ma
|
|
il tiro fatto al suo povero padrone non lo poteva passare affatto
|
|
sotto silenzio; e sopra tutto, che un tiro tale fosse stato concertato
|
|
e tentato da quel giovine dabbene, da quella buona vedova, da quella
|
|
madonnina infilzata. Don Abbondio poteva ben comandarle risolutamente,
|
|
e pregarla cordialmente che stesse zitta; lei poteva bene ripetergli
|
|
che non faceva bisogno di suggerirle una cosa tanto chiara e tanto
|
|
naturale; certo è che un così gran segreto stava nel cuore della povera
|
|
donna, come, in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto
|
|
giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle, e, se non manda il tappo per
|
|
aria, gli geme all'intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra
|
|
doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo,
|
|
e dire a un di presso che vino è. Gervaso, a cui non pareva vero
|
|
d'essere una volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola
|
|
gloria l'avere avuta una gran paura, a cui, per aver tenuto di mano a
|
|
una cosa che puzzava di criminale, pareva d'esser diventato un uomo
|
|
come gli altri, crepava di voglia di vantarsene. E quantunque Tonio,
|
|
che pensava seriamente all'inquisizioni e ai processi possibili e al
|
|
conto da rendere, gli comandasse, co' pugni sul viso, di non dir nulla
|
|
a nessuno, pure non ci fu verso di soffogargli in bocca ogni parola.
|
|
Del resto Tonio, anche lui, dopo essere stato quella notte fuor di
|
|
casa in ora insolita, tornandovi, con un passo e con un sembiante
|
|
insolito, e con un'agitazion d'animo che lo disponeva alla sincerità,
|
|
non potè dissimulare il fatto a sua moglie; la quale non era muta. Chi
|
|
parlò meno, fu Menico; perchè, appena ebbe raccontata ai genitori la
|
|
storia e il motivo della sua spedizione, parve a questi una cosa così
|
|
terribile che un loro figliuolo avesse avuto parte a buttare all'aria
|
|
un'impresa di don Rodrigo, che quasi quasi non lasciaron finire al
|
|
ragazzo il suo racconto. Gli fecero poi subito i più forti e minacciosi
|
|
comandi che guardasse bene di non far neppure un cenno di nulla: e la
|
|
mattina seguente, non parendo loro d'essersi abbastanza assicurati,
|
|
risolvettero di tenerlo chiuso in casa, per quel giorno, e per qualche
|
|
altro ancora. Ma che? essi medesimi poi, chiacchierando con la gente
|
|
del paese, e senza voler mostrar di saperne più di loro, quando si
|
|
veniva a quel punto oscuro della fuga de' nostri tre poveretti, e del
|
|
come, e del perchè, e del dove, aggiungevano, come cosa conosciuta, che
|
|
s'eran rifugiati a Pescarenico. Così anche questa circostanza entrò ne'
|
|
discorsi comuni.
|
|
|
|
Con tutti questi brani di notizie, messi poi insieme e uniti come
|
|
s'usa, e con la frangia che ci s'attacca naturalmente nel cucire,
|
|
c'era da fare una storia d'una certezza e d'una chiarezza tale, da
|
|
esserne pago ogni intelletto più critico. Ma quella invasion de'
|
|
bravi, accidente troppo grave e troppo rumoroso per esser lasciato
|
|
fuori, e del quale nessuno aveva una conoscenza un po' positiva,
|
|
quell'accidente era ciò che imbrogliava tutta la storia. Si mormorava
|
|
il nome di don Rodrigo: in questo andavan tutti d'accordo; nel resto
|
|
tutto era oscurità e congetture diverse. Si parlava molto de' due
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bravacci ch'erano stati veduti nella strada, sul far della sera, e
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dell'altro che stava sull'uscio dell'osteria; ma che lume si poteva
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ricavare da questo fatto così asciutto? Si domandava bene all'oste
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chi era stato da lui la sera avanti; ma l'oste, a dargli retta, non
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si rammentava neppure se avesse veduto gente quella sera: e badava
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a dire che l'osteria è un porto di mare. Sopra tutto, confondeva le
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teste, e disordinava le congetture quel pellegrino veduto da Stefano e
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da Carlandrea, quel pellegrino che i malandrini volevano ammazzare, e
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che se n'era andato con loro, o che essi avevan portato via. Cos'era
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venuto a fare? Era un'anima del purgatorio, comparsa per aiutar le
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donne; era un'anima dannata d'un pellegrino birbante e impostore, che
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veniva sempre di notte a unirsi con chi facesse di quelle che lui aveva
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fatte vivendo; era un pellegrino vivo e vero, che coloro avevan voluto
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ammazzare, per timor che gridasse, e destasse il paese; era (vedete un
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po' cosa si va a pensare!) uno di quegli stessi malandrini travestito
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da pellegrino; era questo, era quello, era tante cose che tutta la
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sagacità e l'esperienza del Griso non sarebbe bastata a scoprire chi
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fosse, se il Griso avesse dovuto rilevar questa parte della storia da'
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discorsi altrui. Ma, come il lettore sa, ciò che la rendeva imbrogliata
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agli altri, era appunto il più chiaro per lui: servendosene di chiave
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per interpretare le altre notizie raccolte da lui immediatamente, o
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col mezzo degli esploratori subordinati, potè di tutto comporne per
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don Rodrigo una relazione bastantemente distinta. Si chiuse subito con
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lui, e l'informò del colpo tentato dai poveri sposi, il che spiegava
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naturalmente la casa trovata vôta e il sonare a martello, senza che
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facesse bisogno di supporre che in casa ci fosse qualche traditore,
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come dicevano que' due galantuomini. L'informò della fuga; e anche
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a questa era facile trovarci le sue ragioni: il timore degli sposi
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colti in fallo, o qualche avviso dell'invasione, dato loro quand'era
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scoperta, e il paese tutto a soqquadro. Disse finalmente che s'eran
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ricoverati a Pescarenico; più in là non andava la sua scienza. Piacque
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a don Rodrigo l'esser certo che nessuno l'aveva tradito, e il vedere
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che non rimanevano tracce del suo fatto; ma fu quella una rapida e
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leggiera compiacenza. «Fuggiti insieme!» gridò: «insieme! E quel frate
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birbante! Quel frate!» la parola gli usciva arrantolata dalla gola, e
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smozzicata tra' denti, che mordevano il dito: il suo aspetto era brutto
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come le sue passioni. «Quel frate me la pagherà. Griso! non son chi
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sono.... voglio sapere, voglio trovare.... questa sera, voglio saper
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dove sono. Non ho pace. A Pescarenico, subito, a sapere, a vedere,
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a trovare.... Quattro scudi subito, e la mia protezione per sempre.
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Questa sera lo voglio sapere. E quel birbone...! quel frate...!»
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[Illustrazione: PESCARENICO. (pag. 169)]
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Il Griso di nuovo in campo; e, la sera di quel giorno medesimo, potè
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riportare al suo degno padrone la notizia desiderata: ed ecco in qual
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maniera.
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Una delle più gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una
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delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un
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segreto. Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno,
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generalmente parlando, ne ha più d'uno: il che forma una catena, di
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cui nessuno potrebbe trovar la fine. Quando dunque un amico si procura
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quella consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà
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a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui.
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Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione,
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chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe
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immediatamente il corso delle consolazioni. Ma la pratica generale
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ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non
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a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa
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condizione. Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e
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gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui
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o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non
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lasciarlo arrivar mai. Avrebbe però ordinariamente a stare un gran
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pezzo in cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli
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dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi. Ma ci son degli uomini
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privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto
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a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che
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non è più possibile di seguirne la traccia. Il nostro autore non ha
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potuto accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che il
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Griso aveva ordine di scovare: il fatto sta che il buon uomo da cui
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erano state scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitrè, col
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suo baroccio, a Pescarenico, s'abbattè, prima d'arrivare a casa, in
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un amico fidato, al quale raccontò, in gran confidenza, l'opera buona
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che aveva fatta, e il rimanente; e il fatto sta che il Griso potè, due
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ore dopo, correre al palazzotto, a riferire a don Rodrigo che Lucia e
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sua madre s'eran ricoverate in un convento di Monza, e che Renzo aveva
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seguitata la sua strada fino a Milano.
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Don Rodrigo provò una scellerata allegrezza di quella separazione, e
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sentì rinascere un po' di quella scellerata speranza d'arrivare al suo
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intento. Pensò alla maniera, gran parte della notte; e s'alzò presto,
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con due disegni, l'uno stabilito, l'altro abbozzato. Il primo era di
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spedire immantinente il Griso a Monza, per aver più chiare notizie di
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Lucia, e sapere se ci fosse da tentar qualche cosa. Fece dunque chiamar
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subito quel suo fedele, gli mise in mano i quattro scudi, lo lodò di
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nuovo dell'abilità con cui gli aveva guadagnati, e gli diede l'ordine
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che aveva premeditato.
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«Signore....» disse, tentennando, il Griso.
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«Che? non ho io parlato chiaro?»
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«Se potesse mandar qualchedun altro....»
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«Come?»
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«Signore illustrissimo, io son pronto a metterci la pelle per il mio
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padrone: è il mio dovere; ma so anche che lei non vuole arrischiar
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troppo la vita de' suoi sudditi.»
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«Ebbene?»
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«Vossignoria illustrissima sa bene quelle poche taglie ch'io ho
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addosso: e.... Qui son sotto la sua protezione; siamo una brigata;
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il signor podestà è amico di casa; i birri mi portan rispetto; e
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anch'io.... è cosa che fa poco onore, ma per viver quieto.... li tratto
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da amici. In Milano la livrea di vossignoria è conosciuta; ma in
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Monza.... ci sono conosciuto io in vece. E sa vossignoria che, non fo
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per dire, chi mi potesse consegnare alla giustizia, o presentar la mia
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testa, farebbe un bel colpo? Cento scudi l'uno sull'altro, e la facoltà
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di liberar due banditi.»
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«Che diavolo!» disse don Rodrigo: «tu mi riesci ora un can da pagliaio
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che ha cuore appena d'avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta,
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guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non si sente
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d'allontanarsi!»
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«Credo, signor padrone, d'aver date prove....»
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«Dunque!»
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«Dunque,» ripigliò francamente il Griso, messo così al punto, «dunque
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vossignoria faccia conto ch'io non abbia parlato: cuor di leone, gamba
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di lepre, e son pronto a partire.»
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«E io non ho detto che tu vada solo. Piglia con te un paio de'
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meglio.... lo Sfregiato, e il Tiradritto; e va di buon animo, e sii il
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Griso. Che diavolo! Tre figure come le vostre, e che vanno per i fatti
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loro, chi vuoi che non sia contento di lasciarle passare? Bisognerebbe
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che a' birri di Monza fosse ben venuta a noia la vita, per metterla
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su contro cento scudi a un gioco così rischioso. E poi, e poi, non
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credo d'esser così sconosciuto da quelle parti, che la qualità di mio
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servitore non ci si conti per nulla.»
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Svergognato così un poco il Griso, gli diede poi più ampie e
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particolari istruzioni. Il Griso prese i due compagni, e partì con
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faccia allegra e baldanzosa, ma bestemmiando in cuor suo Monza e le
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taglie e le donne e i capricci de' padroni; e camminava come il lupo,
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che spinto dalla fame, col ventre raggrinzato, e con le costole che gli
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si potrebber contare, scende da' suoi monti, dove non c'è che neve,
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s'avanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una zampa
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sospesa, dimenando la coda spelacchiata,
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Leva il muso, odorando il vento infido.
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se mai gli porti odore d'uomo o di ferro, rizza gli orecchi acuti, e
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gira due occhi sanguigni, da cui traluce insieme l'ardore della preda,
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e il terrore della caccia. Del rimanente, quel bel verso, chi volesse
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saper donde venga, è tratto da una diavoleria inedita di crociate e di
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lombardi, che presto non sarà più inedita, e farà un bel rumore; e io
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l' ho preso, perchè mi veniva in taglio; e dico dove, per non farmi
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bello della roba altrui: che qualcheduno non pensasse che sia una mia
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astuzia per far sapere che l'autore di quella diavoleria ed io siamo
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come fratelli, e ch'io frugo a piacer mio ne' suoi manoscritti.
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L'altra cosa che premeva a don Rodrigo, era di trovar la maniera che
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Renzo non potesse più tornar con Lucia, nè metter piede in paese; e a
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questo fine, macchinava di fare sparger voci di minacce e d'insidie,
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che, venendogli all'orecchio, per mezzo di qualche amico, gli facessero
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passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava però che la più
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sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e per riuscire
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in questo, vedeva che più della forza gli avrebbe potuto servir la
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giustizia. Si poteva, per esempio, dare un po' di colore al tentativo
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fatto nella casa parrocchiale, dipingerlo come un'aggressione, un
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atto sedizioso, e, per mezzo del dottore, fare intendere al podestà
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ch'era il caso di spedir contro Renzo una buona cattura. Ma pensò che
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non conveniva a lui di rimestar quella brutta faccenda; e senza star
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altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette d'aprirsi col dottor
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Azzecca-garbugli, quanto era necessario per fargli comprendere il suo
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desiderio.--Le gride son tante!--pensava:--e il dottore non è un'oca:
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qualcosa che faccia al caso mio saprà trovare, qualche garbuglio da
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azzeccare a quel villanaccio: altrimenti gli muto nome.--Ma (come vanno
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alle volte le cose di questo mondo!) intanto che colui pensava al
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dottore, come all'uomo più abile a servirlo in questo, un altr'uomo,
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l'uomo che nessuno s'immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava
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di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli
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che il dottore avrebbe mai saputi trovare.
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Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più
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del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un
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galantuomo; l'ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a
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mandare al coperto un suo gregge di porcellini d'India, che aveva
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lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto
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fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si
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sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo
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nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte.
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Dimodochè, dopo essersi un po' impazientito, s'adattava al loro genio,
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spingeva prima dentro quelli ch'eran più vicini all'uscio, poi andava
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a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco
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simile ci convien fare co' nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam
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corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a
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Renzo, che avevam perduto di vista.
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Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da
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Monza verso Milano, in quello stato d'animo che ognuno può immaginarsi
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facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch'era
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più di tutto, allontanarsi da Lucia, trovarsi sur una strada, senza
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saper dove anderebbe a posarsi; e tutto per causa di quel birbone!
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Quando si tratteneva col pensiero sull'una o sull'altra di queste
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cose, s'ingolfava tutto nella rabbia, e nel desiderio della vendetta;
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ma gli tornava poi in mente quella preghiera che aveva recitata anche
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lui col suo buon frate, nella chiesa di Pescarenico; e si ravvedeva:
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gli si risvegliava ancora la stizza; ma vedendo un'immagine sul muro,
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si levava il cappello, e si fermava un momento a pregar di nuovo:
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tanto che, in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e
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risuscitatolo, almeno venti volte. La strada era allora tutta sepolta
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tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che,
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dopo una pioggia, divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse,
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s'allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que' passi,
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un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri
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passeggieri s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per un di
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que' valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del
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duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse
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in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi
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guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava maraviglia, di cui
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aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento,
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voltandosi indietro, vide all'orizzonte quella cresta frastagliata di
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montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo _Resegone_, si sentì
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tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente
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da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada. A
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poco a poco cominciò poi a scoprir campanili e torri e cupole e tetti;
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scese allora nella strada, camminò ancora qualche tempo, e quando
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s'accorse d'esser ben vicino alla città, s'accostò a un viandante, e,
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inchinatolo, con tutto quel garbo che seppe, gli disse: «di grazia,
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quel signore.»
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«Che volete, bravo giovine?»
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«Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare al convento de'
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cappuccini dove sta il padre Bonaventura?»
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L'uomo a cui Renzo s'indirizzava, era un agiato abitante del contorno,
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che, andato quella mattina a Milano, per certi suoi affari, se ne
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tornava, senza aver fatto nulla, in gran fretta, chè non vedeva
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l'ora di trovarsi a casa, e avrebbe fatto volentieri di meno di
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quella fermata. Con tutto ciò, senza dar segno d'impazienza, rispose
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molto gentilmente: «figliuol caro, de' conventi ce n'è più d'uno:
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bisognerebbe che mi sapeste dir più chiaro quale è quello che voi
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cercate.» Renzo allora si levò di seno la lettera del padre Cristoforo,
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e la fece vedere a quel signore, il quale, lettovi: porta orientale,
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gliela rendette dicendo: «siete fortunato, bravo giovine; il convento
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che cercate è poco lontano di qui. Prendete per questa viottola a
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mancina: è una scorciatoia: in pochi minuti arriverete a una cantonata
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d'una fabbrica lunga e bassa: è il lazzeretto; costeggiate il fossato
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che lo circonda, e riuscirete a porta orientale. Entrate, e, dopo tre
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o quattrocento passi, vedrete una piazzetta con de' begli olmi: là
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è il convento: non potete sbagliare. Dio v'assista, bravo giovine.»
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E, accompagnando l'ultime parole con un gesto grazioso della mano,
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se n'andò. Renzo rimase stupefatto e edificato della buona maniera
|
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de' cittadini verso la gente di campagna; e non sapeva ch'era un
|
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giorno fuor dell'ordinario, un giorno in cui le cappe s'inchinavano
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ai farsetti. Fece la strada che gli era stata insegnata, e si trovò
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a porta orientale. Non bisogna però che, a questo nome, il lettore
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|
si lasci correre alla fantasia l'immagini che ora vi sono associate.
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Quando Renzo entrò per quella porta, la strada al di fuori non andava
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diritta che per tutta la lunghezza del lazzeretto; poi scorreva
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serpeggiante e stretta, tra due siepi. La porta consisteva in due
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pilastri, con sopra una tettoia, per riparare i battenti, e da una
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parte, una casuccia per i gabellini. I bastioni scendevano in pendio
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irregolare, e il terreno era una superficie aspra e inuguale di
|
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rottami e di cocci buttati là a caso. La strada che s'apriva dinanzi a
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chi entrava per quella porta, non si paragonerebbe male a quella che
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ora si presenta a chi entri da porta Tosa. Un fossatello le scorreva
|
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nel mezzo, fino a poca distanza dalla porta, e la divideva così in
|
|
due stradette tortuose, ricoperte di polvere o di fango, secondo la
|
|
stagione. Al punto dov'era, e dov'è tuttora quella viuzza chiamata di
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|
Borghetto, il fossatello si perdeva in una fogna. Lì c'era una colonna,
|
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con sopra una croce, detta di san Dionigi: a destra e a sinistra, erano
|
|
orti cinti di siepe e, ad intervalli, casucce, abitate per lo più da
|
|
lavandai. Renzo entra, passa; nessuno de' gabellini gli bada: cosa che
|
|
gli parve strana, giacchè, da que' pochi del suo paese che potevan
|
|
vantarsi d'essere stati a Milano, aveva sentito raccontar cose grosse
|
|
de' frugamenti e dell'interrogazioni a cui venivan sottoposti quelli
|
|
che arrivavan dalla campagna. La strada era deserta, dimodochè, se non
|
|
avesse sentito un ronzío lontano che indicava un gran movimento, gli
|
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sarebbe parso d'entrare in una città disabitata. Andando avanti, senza
|
|
saper cosa si pensare, vide per terra certe strisce bianche e soffici,
|
|
come di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce, nè,
|
|
per il solito, in quella stagione. Si chinò sur una di quelle, guardò,
|
|
toccò, e trovò ch'era farina.--Grand'abbondanza,--disse tra sè,--ci
|
|
dev'essere in Milano, se straziano in questa maniera la grazia di
|
|
Dio. Ci davan poi ad intendere che la carestia è per tutto. Ecco come
|
|
fanno, per tener quieta la povera gente di campagna.--Ma, dopo pochi
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|
altri passi, arrivato a fianco della colonna, vide, appiè di quella,
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|
qualcosa di più strano; vide sugli scalini del piedestallo certe cose
|
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sparse, che certamente non eran ciottoli, e se fossero state sul banco
|
|
d'un fornaio, non si sarebbe esitato un momento a chiamarle pani. Ma
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Renzo non ardiva creder così presto a' suoi occhi; perchè, diamine! non
|
|
era luogo da pani quello.--Vediamo un po' che affare è questo,--disse
|
|
ancora tra sè; andò verso la colonna, si chinò, ne raccolse uno: era
|
|
veramente un pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era
|
|
solito mangiarne che nelle solennità.--È pane davvero!--disse ad
|
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alta voce; tanta era la sua maraviglia:--così lo seminano in questo
|
|
paese? in quest'anno? e non si scomodano neppure per raccoglierlo,
|
|
quando cade? Che sia il paese di cuccagna questo?--Dopo dieci miglia
|
|
di strada, all'aria fresca della mattina, quel pane, insieme con la
|
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maraviglia, gli risvegliò l'appetito.--Lo piglio?--deliberava tra
|
|
sè:--poh! l'hanno lasciato qui alla discrezion de' cani; tant'è che ne
|
|
goda anche un cristiano. Alla fine, se comparisce il padrone, glielo
|
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pagherò.--Così pensando, si mise in una tasca quello che aveva in
|
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mano, ne prese un secondo, e lo mise nell'altra; un terzo, e cominciò
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a mangiare; e si rincamminò, più incerto che mai, e desideroso di
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chiarirsi che storia fosse quella. Appena mosso, vide spuntar gente
|
|
che veniva dall'interno della città, e guardò attentamente quelli che
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apparivano i primi. Erano un uomo, una donna e, qualche passo indietro,
|
|
un ragazzotto; tutt'e tre con un carico addosso, che pareva superiore
|
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alle loro forze, e tutt'e tre in una figura strana. I vestiti o gli
|
|
stracci infarinati; infarinati i visi, e di più stravolti e accesi; e
|
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andavano, non solo curvi, per il peso, ma sopra doglia, come se gli
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|
fossero state peste l'ossa. L'uomo reggeva a stento sulle spalle un
|
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gran sacco di farina, il quale, bucato qua e là, ne seminava un poco,
|
|
a ogni intoppo, a ogni mossa disequilibrata. Ma più sconcia era la
|
|
figura della donna: un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica
|
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da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi; e di sotto
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a quel pancione uscivan due gambe, nude fin sopra il ginocchio, che
|
|
venivano innanzi barcollando. Renzo guardò più attentamente, e vide che
|
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quel gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo, con
|
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dentro farina quanta ce ne poteva stare, e un po' di più; dimodochè,
|
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quasi a ogni passo, ne volava via una ventata. Il ragazzotto teneva con
|
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tutt'e due le mani sul capo una paniera colma di pani; ma, per aver le
|
|
gambe più corte de' suoi genitori, rimaneva a poco a poco indietro,
|
|
e, allungando poi il passo ogni tanto, per raggiungerli, la paniera
|
|
perdeva l'equilibrio, e qualche pane cadeva.
|
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|
«Buttane via ancor un altro, buono a niente che sei,» disse la madre,
|
|
digrignando i denti verso il ragazzo.
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«Io non li butto via; cascan da sè: com'ho a fare?» rispose quello.
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|
«Ih! buon per te, che ho le mani impicciate,» riprese la donna,
|
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dimenando i pugni, come se desse una buona scossa al povero ragazzo; e,
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|
con quel movimento, fece volar via più farina, di quel che ci sarebbe
|
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voluto per farne i due pani lasciati cadere allora dal ragazzo. «Via,
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|
via,» disse l'uomo: «torneremo indietro a raccoglierli, o qualcheduno
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li raccoglierà. Si stenta da tanto tempo: ora che viene un po'
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d'abbondanza, godiamola in santa pace.»
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|
Intanto arrivava altra gente dalla porta; e uno di questi, accostatosi
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alla donna, le domandò: «dove si va a prendere il pane?»
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«Più avanti,» rispose quella; e quando furon lontani dieci passi,
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soggiunse borbottando: «questi contadini birboni verranno a spazzar
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tutti i forni e tutti i magazzini, e non resterà più niente per noi.»
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«Un po' per uno, tormento che sei,» disse il marito: «abbondanza,
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abbondanza.»
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Da queste e da altrettali cose che vedeva e sentiva, Renzo cominciò a
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raccapezzarsi ch'era arrivato in una città sollevata, e che quello era
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un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione
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della voglia e della forza, dando busse in pagamento. Per quanto noi
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desideriamo di far fare buona figura al nostro povero montanaro, la
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sincerità storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di
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piacere. Aveva così poco da lodarsi dell'andamento ordinario delle
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cose, che si trovava inclinato ad approvare ciò che lo mutasse in
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qualunque maniera. E del resto, non essendo punto un uomo superiore al
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suo secolo, viveva anche lui in quell'opinione o in quella passione
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comune, che la scarsezza del pane fosse cagionata dagl'incettatori
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e da' fornai; ed era disposto a trovar giusto ogni modo di strappar
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loro dalle mani l'alimento che essi, secondo quell'opinione, negavano
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crudelmente alla fame di tutto un popolo. Pure, si propose di star
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fuori del tumulto, e si rallegrò d'esser diretto a un cappuccino, che
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gli troverebbe ricovero, e gli farebbe da padre. Così pensando, e
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guardando intanto i nuovi conquistatori che venivano carichi di preda,
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fece quella po' di strada che gli rimaneva per arrivare al convento.
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Dove ora sorge quel bel palazzo, con quell'alto loggiato, c'era allora,
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e c'era ancora non son molt'anni, una piazzetta, e in fondo a quella la
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chiesa e il convento de' cappuccini, con quattro grand'olmi davanti.
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Noi ci rallegriamo, non senza invidia, con que' nostri lettori che
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non han visto le cose in quello stato: ciò vuol dire che son molto
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giovani, e non hanno avuto tempo di far molte corbellerie. Renzo andò
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diritto alla porta, si ripose in seno il mezzo pane che gli rimaneva,
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levò fuori e tenne preparata in mano la lettera, e tirò il campanello.
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S'aprì uno sportellino che aveva una grata, e vi comparve la faccia del
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frate portinaio a domandar chi era.
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«Uno di campagna, che porta al padre Bonaventura una lettera pressante
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del padre Cristoforo.»
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«Date qui,» disse il portinaio, mettendo una mano alla grata.
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«No, no,» disse Renzo: «gliela devo consegnare in proprie mani.»
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«Non è in convento.»
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«Mi lasci entrare, che l'aspetterò.»
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«Fate a mio modo,» rispose il frate: «andate a aspettare in chiesa,
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che intanto potrete fare un po' di bene. In convento, per adesso, non
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s'entra.» E detto questo, richiuse lo sportello. Renzo rimase lì,
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con la sua lettera in mano. Fece dieci passi verso la porta della
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chiesa, per seguire il consiglio del portinaio; ma poi pensò di dar
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prima un'altra occhiata al tumulto. Attraversò la piazzetta, si
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portò sull'orlo della strada, e si fermò, con le braccia incrociate
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sul petto, a guardare a sinistra, verso l'interno della città, dove
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il brulichío era più folto e più rumoroso. Il vortice attrasse lo
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spettatore.--Andiamo a vedere,--disse tra sè; tirò fuori il suo mezzo
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pane, e sbocconcellando, si mosse verso quella parte. Intanto che
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s'incammina, noi racconteremo, più brevemente che sia possibile, le
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cagioni e il principio di quello sconvolgimento.
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CAPITOLO XII.
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Era quello il second'anno di raccolta scarsa. Nell'antecedente, le
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provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un
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certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla nè
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affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel
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quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata
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riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior
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contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un
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buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini.
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Il guasto e lo sperperío della guerra, di quella bella guerra di cui
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abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato
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più vicina ad essa, molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti
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e abbandonati da' contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro
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pane per sè e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo
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per carità. Ho detto: più dell'ordinario; perchè le insopportabili
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gravezze, imposte con una cupidigia e con un'insensatezza del pari
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sterminate, la condotta abituale, anche in piena pace, delle truppe
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alloggiate ne' paesi, condotta che i dolorosi documenti di que' tempi
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uguagliano a quella d'un nemico invasore, altre cagioni che non è
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qui il luogo di mentovare, andavano già da qualche tempo operando
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lentamente quel tristo effetto in tutto il milanese: le circostanze
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particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione
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d'un mal cronico. E quella qualunque raccolta non era ancor finita di
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riporre, che le provvisioni per l'esercito, e lo sciupinío che sempre
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le accompagna, ci fecero dentro un tal vôto, che la penuria si fece
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subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come
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inevitabile effetto, il rincaro.
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Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è
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sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini,
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pensate in quel tempo!), nasce un'opinione ne' molti, che non ne sia
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cagione la scarsezza. Si dimentica d'averla temuta, predetta; si
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suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male
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venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che
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non stanno nè in cielo, nè in terra; ma che lusingano a un tempo la
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collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali o immaginari,
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i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i
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fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco
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o assai, o che avessero il nome d'averne, a questi si dava la colpa
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della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento
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universale, l'abbominio della moltitudine male e ben vestita. Si
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diceva di sicuro dov'erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti,
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appuntellati; s'indicava il numero de' sacchi, spropositato; si parlava
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con certezza dell'immensa quantità di granaglie che veniva spedita
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segretamente in altri paesi; ne' quali probabilmente si gridava, con
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altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là
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venivano a Milano. S'imploravan da' magistrati que' provvedimenti, che
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alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così
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giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto,
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murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l'abbondanza. I
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magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo
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d'alcune derrate, d'intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri
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editti di quel genere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo
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mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il
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bisogno del cibo, nè di far venir derrate fuor di stagione; e siccome
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questi in ispecie non avevan certamente quella d'attirarne da dove ce
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ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava o cresceva. La
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moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza
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de' rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de' più generosi e decisivi.
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E per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore.
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Nell'assenza del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, che
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comandava l'assedio di Casale del Monferrato, faceva le sue voci in
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Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. Costui
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vide, e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un prezzo
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giusto, è per sè una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo
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sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la _meta_
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(così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fissò la
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meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si
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fosse comunemente venduto trentatrè lire il moggio: e si vendeva
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fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di
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ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo.
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Ordini meno insensati e meno iniqui eran, più d'una volta, per la
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resistenza delle cose stesse, rimasti ineseguiti; ma all'esecuzione
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di questo vegliava la moltitudine, che, vedendo finalmente convertito
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in legge il suo desiderio, non avrebbe sofferto che fosse per celia.
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Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato; e lo chiese
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con quel fare di risolutezza e di minaccia, che danno la passione,
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la forza e la legge riunite insieme. Se i fornai strillassero, non
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lo domandate. Intridere, dimenare, infornare e sfornare senza posa;
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perchè il popolo, sentendo in confuso che l'era una cosa violenta,
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assediava i forni di continuo, per goder quella cuccagna fin che
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durava; affacchinarsi, dico, e scalmanarsi più del solito, per
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iscapitarci, ognun vede che bel piacere dovesse essere. Ma, da una
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parte i magistrati che intimavan pene, dall'altra il popolo che voleva
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esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, pressava
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e brontolava, con quel suo vocione, e minacciava una di quelle sue
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giustizie, che sono delle peggio che si facciano in questo mondo; non
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c'era redenzione, bisognava rimenare, infornare, sfornare e vendere.
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Però, a farli continuare in quell'impresa, non bastava che fosse lor
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comandato, nè che avessero molta paura; bisognava potere: e, un po'
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più che la cosa fosse durata, non avrebbero più potuto. Facevan vedere
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ai magistrati l'iniquità e l'insopportabilità del carico imposto loro,
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protestavano di voler gettar la pala nel forno, e andarsene; e intanto
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tiravano avanti come potevano, sperando, sperando che, una volta o
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l'altra, il gran cancelliere avrebbe inteso la ragione. Ma Antonio
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Ferrer, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere,
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rispondeva che i fornai s'erano avvantaggiati molto e poi molto nel
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passato, che s'avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar
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dell'abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro
|
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qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. O fosse
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veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, o
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che, anche conoscendo dagli effetti l'impossibilità di mantener quel
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suo editto, volesse lasciare agli altri l'odiosità di rivocarlo;
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giacchè, chi può ora entrar nel cervello d'Antonio Ferrer? il fatto sta
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che rimase fermo su ciò che aveva stabilito. Finalmente i decurioni (un
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magistrato municipale composto di nobili, che durò fino al novantasei
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del secolo scorso) informaron per lettera il governatore, dello stato
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in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse
|
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andare.
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Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra,
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fece ciò che il lettore s'immagina certamente: nominò una giunta, alla
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quale conferì l'autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse
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correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l'altra. I
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deputati si radunarono, o come qui si diceva spagnolescamente nel
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gergo segretariesco d'allora, si giuntarono; e dopo mille riverenze,
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complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria,
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tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una
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necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta,
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ma convinti che non c'era da far altro, conclusero di rincarare il
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pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialì.
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La sera avanti questo giorno in cui Renzo arrivò in Milano, le strade e
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le piazze brulicavano d'uomini, che trasportati da una rabbia comune,
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predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano
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in crocchi, senza essersi dati l'intesa, quasi senza avvedersene,
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come gocciole sparse sullo stesso pendio. Ogni discorso accresceva la
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persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l'aveva
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proferito. Tra tanti appassionati, c'eran pure alcuni più di sangue
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freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l'acqua
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s'andava intorbidando; e s'ingegnavano d'intorbidarla di più, con que'
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ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli
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animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare,
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quell'acqua, senza farci un po' di pesca. Migliaia d'uomini andarono
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a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare,
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che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo
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sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri,
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si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là
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uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la
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stessa domanda ch'era allora stata fatta a lui; quest'altro ripeteva
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l'esclamazione che s'era sentita risonare agli orecchi; per tutto
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lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il
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materiale di tanti discorsi.
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Non mancava altro che un'occasione, una spinta, un avviamento
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qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano,
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sul far del giorno, dalle botteghe de' fornai i garzoni che, con una
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gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo
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comparire d'uno di que' malcapitati ragazzi dov'era un crocchio di
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gente, fu come il cadere d'un salterello acceso in una polveriera.
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«Ecco se c'è il pane!» gridarono cento voci insieme. «Sì, per i
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tiranni, che notano nell'abbondanza, e voglion far morir noi di fame,»
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dice uno; s'accosta al ragazzetto, avventa la mano all'orlo della
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gerla, dà una stratta, e dice: «lascia vedere.» Il ragazzetto diventa
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rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola
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gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in
|
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fretta dalle cigne. «Giù quella gerla,» si grida intanto. Molte mani
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l'afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che
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la copre: una tepida fragranza si diffonde all'intorno. «Siam cristiani
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anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi,» dice il primo; prende un
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pan tondo, l'alza, facendolo vedere alla folla, l'addenta: mani alla
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gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. Coloro
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a cui non era toccato nulla, irritati alla vista del guadagno altrui,
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e animati dalla facilità dell'impresa, si mossero a branchi, in cerca
|
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d'altre gerle: quante incontrate, tante svaligiate. E non c'era neppur
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bisogno di dar l'assalto ai portatori: quelli che, per loro disgrazia,
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si trovavano in giro, vista la mala parata, posavano volontariamente
|
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il carico, e via a gambe. Con tutto ciò, coloro che rimanevano a denti
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secchi, erano senza paragone i più; anche i conquistatori non eran
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soddisfatti di prede così piccole, e, mescolati poi con gli uni e con
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gli altri, c'eran coloro che avevan fatto disegno sopra un disordine
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più co' fiocchi. «Al forno! al forno!» si grida.
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Nella strada chiamata la Corsia de' Servi, c'era, e c'è tuttavia un
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forno, che conserva lo stesso nome; nome che in toscano viene a dire il
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forno delle grucce, e in milanese è composto di parole così eteroclite,
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così bisbetiche, così salvatiche, che l'alfabeto della lingua non ha
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|
i segni per indicarne il suono[20]. A quella parte s'avventò la gente.
|
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Quelli della bottega stavano interrogando il garzone tornato scarico,
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il quale, tutto sbigottito e abbaruffato, riferiva balbettando la sua
|
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trista avventura; quando si sente un calpestío e un urlío insieme;
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cresce e s'avvicina; compariscono i forieri della masnada.
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[20] El prestin di scansc.
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Serra, serra; presto, presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano di
|
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giustizia; gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano i
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battenti. La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: «pane!
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pane! aprite! aprite!»
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|
Pochi momenti dopo, arriva il capitano di giustizia, con una scorta
|
|
d'alabardieri. «Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fate luogo al
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|
capitano di giustizia,» grida lui e gli alabardieri. La gente, che non
|
|
era ancor troppo fitta, fa un po' di luogo; dimodochè quelli poterono
|
|
arrivare, e postarsi, insieme, se non in ordine, davanti alla porta
|
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della bottega.
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|
«Ma figliuoli,» predicava di lì il capitano, «che fate qui? A casa, a
|
|
casa. Dov'è il timor di Dio? Che dirà il re nostro signore? Non vogliam
|
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farvi male; ma andate a casa. Da bravi! Che diamine volete far qui,
|
|
così ammontati? Niente di bene, nè per l'anima, nè per il corpo. A
|
|
casa, a casa.»
|
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|
|
Ma quelli che vedevan la faccia del dicitore, e sentivan le sue
|
|
parole, quand'anche avessero voluto ubbidire, dite un poco in che
|
|
maniera avrebber potuto, spinti com'erano, e incalzati da quelli di
|
|
dietro, spinti anch'essi da altri, come flutti da flutti, via via fino
|
|
all'estremità della folla, che andava sempre crescendo. Al capitano,
|
|
cominciava a mancargli il respiro. «Fateli dare addietro ch'io possa
|
|
riprender fiato,» diceva agli alabardieri: «ma non fate male a nessuno.
|
|
Vediamo d'entrare in bottega: picchiate; fateli stare indietro.»
|
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|
|
«Indietro! indietro!» gridano gli alabardieri, buttandosi tutti insieme
|
|
addosso ai primi, e respingendoli con l'aste dell'alabarde. Quelli
|
|
urlano, si tirano indietro, come possono; danno con le schiene ne'
|
|
petti, co' gomiti nelle pance, co' calcagni sulle punte de' piedi a
|
|
quelli che son dietro a loro: si fa un pigío, una calca, che quelli
|
|
che si trovavano in mezzo, avrebbero pagato qualcosa a essere altrove.
|
|
Intanto un po' di vôto s'è fatto davanti alla porta: il capitano
|
|
picchia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle
|
|
finestre, scendon di corsa, aprono; il capitano entra, chiama gli
|
|
alabardieri, che si ficcan dentro anch'essi l'un dopo l'altro, gli
|
|
ultimi rattenendo la folla con l'alabarde. Quando sono entrati tutti,
|
|
si mette tanto di catenaccio, si riappuntella; il capitano sale di
|
|
corsa, e s'affaccia a una finestra. Uh, che formicolaio!
|
|
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|
«Figliuoli,» grida: molti si voltano in su; «figliuoli, andate a casa.
|
|
Perdono generale a chi torna subito a casa.»
|
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|
«Pane! pane! aprite! aprite!» eran le parole più distinte nell'urlío
|
|
orrendo, che la folla mandava in risposta.
|
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|
|
«Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate,
|
|
tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!... eh!
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|
che fate laggiù! Eh! a quella porta! Oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio!
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|
badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con
|
|
que' ferri; giù quelle mani. Vergogna! Voi altri milanesi, che, per la
|
|
bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre
|
|
stati buoni fi.... Ah canaglia!»
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|
[Illustrazione: «Ah birboni! ah furfantoni! È questo il pane, che date
|
|
alla povera gente?»... (pag. 185)]
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|
Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita
|
|
dalle mani d'uno di que' buoni figliuoli, venne a batter nella fronte
|
|
del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica.
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|
«Canaglia! canaglia!» continuava a gridare, chiudendo presto presto la
|
|
finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato quanto n'aveva
|
|
in canna, le sue parole, buone e cattive, s'eran tutte dileguate e
|
|
disfatte a mezz'aria, nella tempesta delle grida che venivan di giù.
|
|
Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare di pietre, di
|
|
ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi per la strada),
|
|
che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle finestre, per svellere
|
|
l'inferriate: e già l'opera era molto avanzata.
|
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|
|
Intanto, padroni e garzoni della bottega, ch'erano alle finestre de'
|
|
piani di sopra, con una munizione di pietre (avranno probabilmente
|
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disselciato un cortile), urlavano e facevan versacci a quelli di giù,
|
|
perchè smettessero; facevan vedere le pietre, accennavano di volerle
|
|
buttare. Visto ch'era tempo perso, cominciarono a buttarle davvero.
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|
Neppur una ne cadeva in fallo; giacchè la calca era tale, che un
|
|
granello di miglio, come si suol dire, non sarebbe andato in terra.
|
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|
«Ah birboni! ah furfantoni! È questo il pane, che date alla povera
|
|
gente? Ahi! Ahimè! Ohi! Ora, ora!» s'urlava di giù. Più d'uno fu
|
|
conciato male; due ragazzi vi rimasero morti. Il furore accrebbe le
|
|
forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l'inferriate, svelte; e
|
|
il torrente penetrò per tutti i varchi. Quelli di dentro, vedendo la
|
|
mala parata, scapparono in soffitta: il capitano, gli alabardieri, e
|
|
alcuni della casa stettero lì rannicchiati ne' cantucci; altri, uscendo
|
|
per gli abbaini, andavano su pe' tetti, come i gatti.
|
|
|
|
La vista della preda fece dimenticare ai vincitori i disegni di
|
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vendette sanguinose. Si slanciano ai cassoni; il pane è messo a ruba.
|
|
Qualcheduno invece corre al banco, butta giù la serratura, agguanta
|
|
le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini,
|
|
per tornar poi a rubar pane, se ne rimarrà. La folla si sparge ne'
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magazzini. Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi
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se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo
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a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina:
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chi, gridando: «aspetta, aspetta,» si china a parare il grembiule,
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un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno
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corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s'allunga, e gli
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scappa da ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, lo
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porta per aria: chi va, chi viene: uomini, donne, fanciulli, spinte,
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rispinte, urli, e un bianco polverío che per tutto si posa, per tutto
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si solleva, e tutto vela e annebbia. Di fuori, una calca composta di
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due processioni opposte, che si rompono e s'intralciano a vicenda, di
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chi esce con la preda, e di chi vuol entrare a farne.
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Mentre quel forno veniva così messo sottosopra, nessun altro della
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città era quieto e senza pericolo. Ma a nessuno la gente accorse in
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numero tale da potere intraprender tutto; in alcuni, i padroni avevan
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raccolto degli ausiliari, e stavan sulle difese; altrove, trovandosi
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in pochi, venivano in certo modo a patti: distribuivan pane a quelli
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che s'eran cominciati a affollare davanti alle botteghe, con questo
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che se n'andassero. E quelli se n'andavano, non tanto perchè fosser
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soddisfatti, quanto perchè gli alabardieri e la sbirraglia, stando
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alla larga da quel tremendo forno delle grucce, si facevan però vedere
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altrove, in forza bastante a tenere in rispetto i tristi che non
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fossero una folla. Così il trambusto andava sempre crescendo a quel
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primo disgraziato forno; perchè tutti coloro che gli pizzicavan le mani
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di far qualche bell'impresa, correvan là, dove gli amici erano i più
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forti, e l'impunità sicura.
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A questo punto eran le cose, quando Renzo, avendo ormai sgranocchiato
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il suo pane, veniva avanti per il borgo di porta orientale, e
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s'avviava, senza saperlo, proprio al luogo centrale del tumulto.
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Andava, ora lesto, ora ritardato dalla folla; e andando, guardava
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e stava in orecchi, per ricavar da quel ronzío confuso di discorsi
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qualche notizia più positiva dello stato delle cose. Ed ecco a un di
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presso le parole che gli riuscì di rilevare in tutta la strada che fece.
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«Ora è scoperta,» gridava uno, «l'impostura infame di que' birboni,
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che dicevano che non c'era nè pane, nè farina, nè grano. Ora si vede
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la cosa chiara e lampante; e non ce la potranno più dare ad intendere.
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Viva l'abbondanza!»
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«Vi dico io che tutto questo non serve a nulla,» diceva un altro: «è un
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buco nell'acqua; anzi sarà peggio, se non si fa una buona giustizia. Il
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pane verrà a buon mercato, ma ci metteranno il veleno, per far morir
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la povera gente, come mosche. Già lo dicono che siam troppi; l'hanno
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detto nella giunta; e lo so di certo, per averlo sentito dir io, con
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quest'orecchi, da una mia comare, che è amica d'un parente d'uno
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sguattero d'uno di que' signori.»
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Parole da non ripetersi diceva, con la schiuma alla bocca, un altro,
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che teneva con una mano un cencio di fazzoletto su' capelli arruffati e
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insanguinati. E qualche vicino, come per consolarlo, gli faceva eco.
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«Largo, largo, signori, in cortesia; lascin passare un povero padre
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di famiglia, che porta da mangiare a cinque figliuoli.» Così diceva
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uno che veniva barcollando sotto un gran sacco di farina; e ognuno
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s'ingegnava di ritirarsi, per fargli largo.
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«Io?» diceva un altro, quasi sottovoce, a un suo compagno: «io me la
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batto. Son uomo di mondo, e so come vanno queste cose. Questi merlotti
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che fanno ora tanto fracasso, domani o doman l'altro, se ne staranno in
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casa, tutti pieni di paura. Ho già visto certi visi, certi galantuomini
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che giran, facendo l'indiano, e notano chi c'è e chi non c'è: quando
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poi tutto è finito, si raccolgono i conti, e a chi tocca, tocca.»
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«Quello che protegge i fornai,» gridava una voce sonora, che attirò
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l'attenzione di Renzo, «è il vicario di provvisione.»
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«Son tutti birboni,» diceva un vicino.
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«Sì; ma il capo è lui,» replicava il primo.
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Il vicario di provvisione, eletto ogn'anno dal governatore tra sei
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nobili proposti dal Consiglio de' decurioni, era il presidente
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di questo, e del tribunale di provvisione; il quale, composto di
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dodici, anche questi nobili, aveva, con altre attribuzioni, quella
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principalmente dell'annona. Chi occupava un tal posto doveva
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necessariamente, in tempi di fame e d'ignoranza, esser detto l'autore
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de' mali: meno che non avesse fatto ciò che fece Ferrer; cosa che non
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era nelle sue facoltà, se anche fosse stata nelle sue idee.
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«Scellerati!» esclamava un altro: «si può far di peggio? sono arrivati
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a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per levargli
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il credito, e comandar loro soli. Bisognerebbe fare una gran stia, e
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metterli dentro, a viver di vecce e di loglio, come volevano trattar
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noi.»
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«Pane eh?» diceva uno che cercava d'andar in fretta: «sassate di
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libbra: pietre di questa fatta, che venivan giù come la grandine. E che
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schiacciata di costole! Non vedo l'ora d'essere a casa mia.»
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Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse più informato
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o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzo finalmente davanti a quel
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forno. La gente era già molto diradata, dimodochè potè contemplare il
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brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da
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mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta.
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--Questa poi non è una bella cosa,--disse Renzo tra sè:--se concian
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così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne' pozzi?--
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Ogni tanto, usciva dalla bottega qualcheduno che portava un pezzo
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di cassone, o di madia, o di frullone, la stanga d'una gramola, una
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panca, una paniera, un libro di conti, qualche cosa in somma di quel
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povero forno; e gridando: «largo, largo,» passava tra la gente. Tutti
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questi s'incamminavano dalla stessa parte, e a un luogo convenuto, si
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vedeva.--Cos'è quest'altra storia?--pensò di nuovo Renzo; e andò dietro
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a uno che, fatto un fascio d'asse spezzate e di schegge, se lo mise
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in ispalla, avviandosi, come gli altri, per la strada che costeggia
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il fianco settentrionale del duomo, e ha preso nome dagli scalini
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che c'erano, e da poco in qua non ci son più. La voglia d'osservar
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gli avvenimenti non potè fare che il montanaro, quando gli si scoprì
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davanti la gran mole, non si soffermasse a guardare in su, con la bocca
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aperta. Studiò poi il passo, per raggiunger colui che aveva preso
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come per guida; voltò il canto, diede un'occhiata anche alla facciata
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del duomo, rustica allora in gran parte e ben lontana dal compimento;
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e sempre dietro a colui, che andava verso il mezzo della piazza. La
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gente era più fitta quanto più s'andava avanti, ma al portatore gli si
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faceva largo: egli fendeva l'onda del popolo, e Renzo, standogli sempre
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attaccato, arrivò con lui al centro della folla. Lì c'era uno spazio
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vôto, e in mezzo, un mucchio di brace, reliquie degli attrezzi detti
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di sopra. All'intorno era un batter di mani e di piedi, un frastono di
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mille grida di trionfo e d'imprecazione.
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L'uomo del fascio lo buttò su quel mucchio; un altro, con un mozzicone
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di pala mezzo abbruciacchiato, sbracia il fuoco: il fumo cresce e
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s'addensa; la fiamma si ridesta; con essa le grida sorgon più forti.
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«Viva l'abbondanza! Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi la
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Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!»
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Veramente, la distruzion de' frulloni e delle madie, la devastazion de'
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forni, e lo scompiglio de' fornai, non sono i mezzi più spicci per far
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vivere il pane; ma questa è una di quelle sottigliezze metafisiche, che
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una moltitudine non ci arriva. Però, senza essere un gran metafisico,
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un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch'è nuovo nella questione;
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e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile
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anche a intenderle. A Renzo in fatti quel pensiero gli era venuto da
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principio, e gli tornava, come abbiam visto, ogni momento. Lo tenne
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per altro in sè; perchè, di tanti visi, non ce n'era uno che sembrasse
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dire: fratello, se fallo, correggimi che l'avrò caro.
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Già era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva più venir nessuno con
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altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando si sparse
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la voce, che, al Cordusio (una piazzetta e un crocicchio non molto
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distante di lì), s'era messo l'assedio a un forno. Spesso, in simili
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circostanze, l'annunzio d'una cosa la fa essere. Insieme con quella
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voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: «io vo;
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tu, vai? vengo; andiamo,» si sentiva per tutto: la calca si rompe, e
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diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi,
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se non quanto era strascinato dal torrente; e teneva intanto consiglio
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in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento,
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in cerca del padre Bonaventura, o andare a vedere anche quest'altra.
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Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel
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fitto della mischia, a farsi ammaccar l'ossa, o a risicar qualcosa di
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peggio; ma di tenersi in qualche distanza, a osservare. E trovandosi
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già un poco al largo, si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci
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un morso, s'avviò alla coda dell'esercito tumultuoso.
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Questo, dalla piazza, era già entrato nella strada corta e stretta
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di Pescheria vecchia, e di là, per quell'arco a sbieco, nella piazza
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de' Mercanti. E lì eran ben pochi quelli che, nel passar davanti alla
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nicchia che taglia il mezzo della loggia dell'edifizio chiamato allora
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il collegio de' dottori, non dessero un'occhiatina alla grande statua
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che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato, e non
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dico abbastanza, di don Filippo II, che, anche dal marmo, imponeva un
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non so che di rispetto, e, con quel braccio teso, pareva che fosse lì
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per dire: ora vengo io, marmaglia.
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Quella statua non c'è più, per un caso singolare. Circa cento
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settant'anni dopo quello che stiam raccontando, un giorno le fu
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cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro, e sostituito a
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questo un pugnale; e alla statua fu messo nome Marco Bruto. Così
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accomodata stette forse un par d'anni; ma, una mattina, certuni che
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non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una
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ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron
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giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso
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informe, la strascicarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue
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fuori, per le strade, e, quando furono stracchi bene, la ruzzolarono
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non so dove. Chi l'avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva!
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Dalla piazza de' Mercanti, la marmaglia insaccò, per quell'altr'arco,
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nella via de' _Fustagnai_, e di lì si sparpagliò nel Cordusio. Ognuno,
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al primo sboccarvi, guardava subito verso il forno ch'era stato
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indicato. Ma in vece della moltitudine d'amici che s'aspettavano
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di trovar lì già al lavoro, videro soltanto alcuni starsene, come
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esitando, a qualche distanza della bottega, la quale era chiusa, e alle
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finestre gente armata, in atto di star pronti a difendersi. A quella
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vista, chi si maravigliava, chi sagrava, chi rideva; chi si voltava,
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per informar quelli che arrivavan via via; chi si fermava, chi voleva
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tornare indietro, chi diceva: «avanti, avanti.» C'era un incalzare e
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un rattenere, come un ristagno, una titubazione, un ronzío confuso di
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contrasti e di consulte. In questa, scoppiò di mezzo alla folla una
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maledetta voce: «c'è qui vicino la casa del vicario di provvisione:
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andiamo a far giustizia, e a dare il sacco.» Parve il rammentarsi
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comune d'un concerto preso, piuttosto che l'accettazione d'una
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proposta. «Dal vicario! dal vicario!» è il solo grido che si possa
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sentire. La turba si move, tutta insieme, verso la strada dov'era la
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casa nominata in un così cattivo punto.
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CAPITOLO XIII.
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Lo sventurato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo agro e
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stentato d'un desinare biascicato senza appetito, e senza pan fresco; e
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attendeva, con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca,
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lontano però dal sospettar che dovesse cader così spaventosamente
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addosso a lui. Qualche galantuomo precorse di galoppo la folla, per
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avvertirlo di quel che gli sovrastava. I servitori, attirati già dal
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rumore sulla porta, guardavano sgomentati lungo la strada, dalla parte
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donde il rumore veniva avvicinandosi. Mentre ascoltan l'avviso, vedon
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comparire la vanguardia: in fretta e in furia, si porta l'avviso al
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padrone: mentre questo pensa a fuggire, e come fuggire, un altro viene
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a dirgli che non è più a tempo. I servitori ne hanno appena tanto che
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basti per chiuder la porta. Metton la stanga, metton puntelli, corrono
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a chiuder le finestre, come quando si vede venire avanti un tempo nero,
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e s'aspetta la grandine, da un momento all'altro. L'urlío crescente,
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scendendo dall'alto come un tuono, rimbomba nel vôto cortile; ogni buco
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della casa ne rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si
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senton forti e fitti colpi di pietre alla porta.
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«Il vicario! Il tiranno! L'affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!»
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Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato,
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battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a' suoi servitori,
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che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma
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come, e di dove? Salì in soffitta; da un pertugio, guardò ansiosamente
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nella strada, e la vide piena zeppa di furibondi; sentì le voci che
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chiedevan la sua morte; e più smarrito che mai, si ritirò, e andò a
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cercare il più sicuro e riposto nascondiglio. Lì rannicchiato, stava
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attento, attento, se mai il funesto rumore s'affievolisse, se il
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tumulto s'acquietasse un poco; ma sentendo in vece il muggito alzarsi
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più feroce e più rumoroso, e raddoppiare i picchi, preso da un nuovo
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soprassalto al cuore, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come
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fuori di sè, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le
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braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta....
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Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacchè era
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solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c'è avvezza.
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Renzo, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già
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portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima
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proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto: in quanto
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al saccheggio, non avrebbe saputo dire se fosse bene o male in quel
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caso; ma l'idea dell'omicidio gli cagionò un orrore pretto e immediato.
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E quantunque, per quella funesta docilità degli animi appassionati
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all'affermare appassionato di molti, fosse persuasissimo che il vicario
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era la cagion principale della fame, il nemico de' poveri, pure,
|
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avendo, al primo moversi della turba, sentita a caso qualche parola
|
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che indicava la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo, s'era subito
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proposto d'aiutare anche lui un'opera tale; e, con quest'intenzione,
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|
s'era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata in
|
|
cento modi. Chi con ciottoli picchiava su' chiodi della serratura, per
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isconficcarla; altri, con pali e scarpelli e martelli, cercavano di
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|
lavorar più in regola: altri poi, con pietre, con coltelli spuntati,
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con chiodi, con bastoni, con l'unghie, non avendo altro, scalcinavano
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|
e sgretolavano il muro, e s'ingegnavano di levare i mattoni, e fare
|
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una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli
|
|
urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di
|
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più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata de' lavoranti:
|
|
giacchè, per grazia del cielo, accade talvolta anche nel male quella
|
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cosa troppo frequente nel bene, che i fautori più ardenti divengano un
|
|
impedimento.
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I magistrati ch'ebbero i primi l'avviso di quel che accadeva, spediron
|
|
subito a chieder soccorso al comandante del castello, che allora
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|
si diceva di porta Giovia; il quale mandò alcuni soldati. Ma, tra
|
|
l'avviso, e l'ordine, e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il
|
|
cammino, essi arrivarono che la casa era già cinta di vasto assedio; e
|
|
fecero alto lontano da quella, all'estremità della folla. L'ufiziale
|
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che li comandava, non sapeva che partito prendere. Lì non era altro che
|
|
una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia d'età e di sesso, che
|
|
stava a vedere. All'intimazioni che gli venivan fatte, di sbandarsi,
|
|
e di dar luogo, rispondevano con un cupo e lungo mormorío; nessuno
|
|
si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma, pareva all'ufiziale cosa
|
|
non solo crudele, ma piena di pericolo; cosa che, offendendo i meno
|
|
terribili, avrebbe irritato i molti violenti: e del resto, non aveva
|
|
una tale istruzione. Aprire quella prima folla, rovesciarla a destra e
|
|
a sinistra, e andare avanti a portar la guerra a chi la faceva, sarebbe
|
|
stata la meglio; ma riuscirvi, lì stava il punto. Chi sapeva se i
|
|
soldati avrebber potuto avanzarsi uniti e ordinati? Che se, in vece di
|
|
romper la folla, si fossero sparpagliati loro tra quella, si sarebber
|
|
trovati a sua discrezione, dopo averla aizzata. L'irresolutezza del
|
|
comandante e l'immobilità de' soldati parve, a diritto o a torto,
|
|
paura. La gente che si trovavan vicino a loro, si contentavano di
|
|
guardargli in viso, con un'aria, come si dice, di me n'impipo; quelli
|
|
ch'erano un po' più lontani, non se ne stavano di provocarli, con
|
|
visacci e con grida di scherno; più in là, pochi sapevano o si curavano
|
|
che ci fossero; i guastatori seguitavano a smurare, senz'altro pensiero
|
|
che di riuscir presto nell'impresa; gli spettatori non cessavano
|
|
d'animarla con gli urli.
|
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|
[Illustrazione: «Ferrer! Ferrer!»... (pag. 194)]
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|
Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal
|
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vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo
|
|
le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate
|
|
sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda,
|
|
quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un
|
|
battente della sua porta, ammazzato che fosse.
|
|
|
|
«Oibò! vergogna!» scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla
|
|
vista di tant'altri visi che davan segno d'approvarle, e incoraggito
|
|
dal vederne degli altri, sui quali, benchè muti, traspariva lo stesso
|
|
orrore del quale era compreso lui. «Vergogna! Vogliam noi rubare il
|
|
mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia
|
|
del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de' fulmini, e non
|
|
del pane!»
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|
|
|
«Ah cane! ah traditor della patria!» gridò, voltandosi a Renzo, con
|
|
un viso da indemoniato, un di coloro che avevan potuto sentire tra il
|
|
frastono quelle sante parole. «Aspetta, aspetta! È un servitore del
|
|
vicario, travestito da contadino: è una spia: dalli, dalli!» Cento
|
|
voci si spargono all'intorno. «Cos'è? dov'è? chi è? Un servitore del
|
|
vicario. Una spia. Il vicario travestito da contadino, che scappa.
|
|
Dov'è? dov'è? dalli, dalli!»
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Renzo ammutolisce, diventa piccino piccino, vorrebbe sparire; alcuni
|
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suoi vicini lo prendono in mezzo; e con alte e diverse grida cercano di
|
|
confondere quelle voci nemiche e omicide. Ma ciò che più di tutto lo
|
|
servì fu un «largo, largo,» che si sentì gridar lì vicino: «largo! è
|
|
qui l'aiuto: largo, ohe!»
|
|
|
|
Cos'era? Era una lunga scala a mano, che alcuni portavano, per
|
|
appoggiarla alla casa, e entrarci da una finestra. Ma per buona sorte,
|
|
quel mezzo, che avrebbe resa la cosa facile, non era facile esso a
|
|
mettere in opera. I portatori, all'una e all'altra cima, e di qua e di
|
|
là della macchina, urtati, scompigliati, divisi dalla calca, andavano
|
|
a onde: uno, con la testa tra due scalini, e gli staggi sulle spalle,
|
|
oppresso come sotto un giogo scosso, mugghiava; un altro veniva
|
|
staccato dal carico con una spinta; la scala abbandonata picchiava
|
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spalle, braccia, costole: pensate cosa dovevan dire coloro de' quali
|
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erano. Altri sollevano con le mani il peso morto, vi si caccian sotto,
|
|
se lo mettono addosso, gridando: «animo! andiamo!» La macchina fatale
|
|
s'avanza balzelloni, e serpeggiando. Arrivò a tempo a distrarre e a
|
|
disordinare i nemici di Renzo, il quale profittò della confusione
|
|
nata nella confusione; e, quatto quatto sul principio, poi giocando
|
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di gomita a più non posso, s'allontanò da quel luogo, dove non c'era
|
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buon'aria per lui, con l'intenzione anche d'uscire, più presto che
|
|
potesse, dal tumulto, e d'andar davvero a trovare o a aspettare il
|
|
padre Bonaventura.
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Tutt'a un tratto, un movimento straordinario cominciato a un'estremità,
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si propaga per la folla, una voce si sparge, viene avanti di bocca
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in bocca: «Ferrer! Ferrer!» Una maraviglia, una gioia, una rabbia,
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un'inclinazione, una ripugnanza, scoppiano per tutto dove arriva quel
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nome; chi lo grida, chi vuol soffogarlo; chi afferma, chi nega; chi
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benedice, chi bestemmia.
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«È qui Ferrer!--Non è vero, non è vero!--Sì, sì; viva Ferrer!
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quello che ha messo il pane a buon mercato.--No, no!--È qui, è
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qui in carrozza.--Cosa importa? che c'entra lui? non vogliamo
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nessuno!--Ferrer! viva Ferrer! l'amico della povera gente! viene per
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condurre in prigione il vicario.--No, no: vogliamo far giustizia noi:
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indietro, indietro!--Sì, sì: Ferrer! venga Ferrer! in prigione il
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vicario!»
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E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella
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parte donde s'annunziava l'inaspettato arrivo. Alzandosi tutti,
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vedevano nè più nè meno che se fossero stati tutti con le piante in
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terra; ma tant'è, tutti s'alzavano.
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In fatti, all'estremità della folla, dalla parte opposta a quella
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dove stavano i soldati, era arrivato in carrozza Antonio Ferrer, il
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gran cancelliere, il quale, rimordendogli probabilmente la coscienza
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d'essere co' suoi spropositi e con la sua ostinazione, stato causa, o
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almeno occasione di quella sommossa, veniva ora a cercar d'acquietarla,
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e d'impedirne almeno il più terribile e irreparabile effetto: veniva a
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spender bene una popolarità mal acquistata.
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Ne' tumulti popolari c'è sempre un certo numero d'uomini che, o per
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un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per
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un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno
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di tutto per ispinger le cose al peggio: propongono o promovono i
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più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a
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illanguidire: non è mai troppo per costoro: non vorrebbero che il
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tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c'è sempre
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anche un certo numero d'altri uomini che, con pari ardore e con
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insistenza pari, s'adoprano per produr l'effetto contrario: taluni
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mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri
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senz'altro impulso che d'un pio e spontaneo orrore del sangue e de'
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fatti atroci. Il cielo li benedica. In ciascuna di queste due parti
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opposte, anche quando non ci siano concerti antecedenti, l'uniformità
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de' voleri crea un concerto istantaneo nell'operazioni. Chi forma
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poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio
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accidentale d'uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite,
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tengono dell'uno e dell'altro estremo: un po' riscaldati, un po'
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furbi, un po' inclinati a una certa giustizia, come l'intendon loro,
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un po' vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e
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alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti
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l'occasione di provar con pienezza l'uno o l'altro sentimento; avidi
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ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di
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gridare, d'applaudire a qualcheduno, o d'urlargli dietro. Viva e moia,
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son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a
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persuaderli che un tale non meriti d'essere squartato, non ha bisogno
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di spender più parole per convincerli che sia degno d'esser portato in
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trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento;
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pronti anche a stare zitti, quando non sentan più grida da ripetere,
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a finirla, quando manchino gl'istigatori, a sbandarsi, quando molte
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voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a tornarsene
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a casa, domandandosi l'uno con l'altro: cos'è stato? Siccome però
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questa massa, avendo la maggior forza, la può dare a chi vuole, così
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ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla dalla sua,
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per impadronirsene: sono quasi due anime nemiche, che combattono per
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entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a chi saprà sparger le
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voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore
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dell'uno o dell'altro intento; a chi saprà più a proposito trovare le
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nuove che riaccendano gli sdegni, o gli affievoliscano, risveglino
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le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il grido, che ripetuto
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dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il
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voto della pluralità, per l'una o per l'altra parte. Tutta questa
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chiacchierata s'è fatta per venire a dire che, nella lotta tra le due
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parti che si contendevano il voto della gente affollata alla casa del
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vicario, l'apparizione d'Antonio Ferrer diede, quasi in un momento, un
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gran vantaggio alla parte degli umani, la quale era manifestamente al
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di sotto, e, un po' più che quel soccorso fosse tardato, non avrebbe
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avuto più nè forza, nè motivo di combattere. L'uomo era gradito alla
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moltitudine, per quella tariffa di sua invenzione così favorevole a'
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compratori, e per quel suo eroico star duro contro ogni ragionamento in
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contrario. Gli animi già propensi erano ora ancor più innamorati dalla
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fiducia animosa del vecchio che, senza guardie, senza apparato, veniva
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così a trovare, ad affrontare una moltitudine irritata e procellosa.
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Faceva poi un effetto mirabile il sentire che veniva a condurre in
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prigione il vicario: così il furore contro costui, che si sarebbe
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scatenato peggio, chi l'avesse preso con le brusche, e non gli avesse
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voluto conceder nulla, ora, con quella promessa di soddisfazione, con
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quell'osso in bocca, s'acquietava un poco, e dava luogo agli altri
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opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi.
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I partigiani della pace, ripreso fiato, secondavano Ferrer in cento
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maniere: quelli che si trovavan vicini a lui, eccitando e rieccitando
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col loro il pubblico applauso, e cercando insieme di far ritirare la
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gente, per aprire il passo alla carrozza; gli altri, applaudendo,
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ripetendo e facendo passare le sue parole, o quelle che a loro
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parevano le migliori che potesse dire, dando sulla voce ai furiosi
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ostinati, e rivolgendo contro di loro la nuova passione della mobile
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adunanza. «Chi è che non vuole che si dica: viva Ferrer? Tu non
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vorresti eh, che il pane fosse a buon mercato? Son birboni che non
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vogliono una giustizia da cristiani: e c'è di quelli che schiamazzano
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più degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario!
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Viva Ferrer! Largo a Ferrer!» E crescendo sempre più quelli che
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parlavan così, s'andava a proporzione abbassando la baldanza della
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parte contraria; di maniera che i primi dal predicare vennero anche a
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dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora, a cacciarli indietro,
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a levar loro dall'unghie gli ordigni. Questi fremevano, minacciavano
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anche, cercavan di rifarsi; ma la causa del sangue era perduta: il
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grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! Dopo un po' di
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dibattimento, coloro furon respinti: gli altri s'impadroniron della
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porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per prepararvi l'adito
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a Ferrer; e alcuno di essi, mandando dentro una voce a quelli di casa
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(fessure non ne mancava), gli avvisò che arrivava soccorso, e che
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facessero star pronto il vicario, «per andar subito.... in prigione:
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ehm, avete inteso?»
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«È quel Ferrer che aiuta a far le gride?» domandò a un nuovo vicino il
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nostro Renzo, che si rammentò del _vidit Ferrer_ che il dottore gli
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aveva gridato all'orecchio, facendoglielo vedere in fondo di quella
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tale.
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«Già: il gran cancelliere» gli fu risposto.
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«È un galantuomo, n'è vero?»
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«Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon
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mercato; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in
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prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste.»
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Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle andargli
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incontro addirittura: la cosa non era facile; ma con certe sue spinte e
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gomitate da alpigiano, riuscì a farsi far largo, e a arrivare in prima
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fila, proprio di fianco alla carrozza.
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Era questa già un po' inoltrata nella folla; e in quel momento
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stava ferma, per uno di quegl'incagli inevitabili e frequenti, in
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un'andata di quella sorte. Il vecchio Ferrer presentava ora all'uno,
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ora all'altro sportello, un viso tutto umile, tutto ridente, tutto
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amoroso, un viso che aveva tenuto sempre in serbo per quando si
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trovasse alla presenza di don Filippo IV; ma fu costretto a spenderlo
|
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anche in quest'occasione. Parlava anche; ma il chiasso e il ronzío di
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tante voci, gli evviva stessi che si facevano a lui, lasciavano ben
|
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poco e a ben pochi sentir le sue parole. S'aiutava dunque co' gesti,
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ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a prendere un bacio che
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le mani, separandosi subito, distribuivano a destra e a sinistra in
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ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora stendendole e movendole
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lentamente fuori d'uno sportello, per chiedere un po' di luogo; ora
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abbassandole garbatamente, per chiedere un po' di silenzio. Quando
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n'aveva ottenuto un poco, i più vicini sentivano e ripetevano le sue
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parole: «pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po' di luogo di
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grazia.» Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci,
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dalla vista di tanti visi fitti, di tant'occhi addosso a lui, si tirava
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indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva
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tra sè:--_por mi vida, que de gente_!--
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«Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane!»
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«Sì; pane, pane,» rispondeva Ferrer: «abbondanza; lo prometto io,» e
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metteva la mano al petto.
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«Un po' di luogo,» aggiungeva subito: «vengo per condurlo in prigione,
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per dargli il giusto gastigo che si merita:» e soggiungeva sottovoce
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«_si es culpable_.» Chinandosi poi innanzi verso il cocchiere, gli
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diceva in fretta: «_adelante, Pedro, si puedes_.»
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Il cocchiere sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia
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affettuosa, come se fosse stato un gran personaggio; e con un garbo
|
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ineffabile, dimenava adagio adagio la frusta, a destra e a sinistra,
|
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per chiedere agl'incomodi vicini che si ristringessero e si ritirassero
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un poco. «Di grazia,» diceva anche lui, «signori miei, un po' di luogo,
|
|
un pochino; appena appena da poter passare.»
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Intanto i benevoli più attivi s'adopravano a far fare il luogo chiesto
|
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così gentilmente. Alcuni davanti ai cavalli facevan ritirar le persone,
|
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con buone parole, con un metter le mani sui petti, con certe spinte
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soavi: «in là, via, un po' di luogo, signori;» alcuni facevan lo stesso
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|
dalle due parti della carrozza, perchè potesse passare senza arrotar
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piedi, nè ammaccar mostacci; che, oltre il male delle persone, sarebbe
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stato porre a un gran repentaglio l'auge d'Antonio Ferver.
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Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella decorosa
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vecchiezza, conturbata un po' dall'angustia, aggravata dalla fatica, ma
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animata dalla sollecitudine, abbellita, per dir così, dalla speranza
|
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di togliere un uomo all'angosce mortali, Renzo, dico, mise da parte
|
|
ogni pensiero d'andarsene; e si risolvette d'aiutare Ferrer, e di
|
|
non abbandonarlo, fin che non fosse ottenuto l'intento. Detto fatto,
|
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si mise con gli altri a far far largo; e non era certo de' meno
|
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attivi. Il largo si fece; «venite pure avanti,» diceva più d'uno al
|
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cocchiere, ritirandosi o andando a fargli un po' di strada più innanzi.
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«_Adelante, presto, con juicio_,» gli disse anche il padrone; e la
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carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al
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pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con
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un sorriso d'intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e
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di questi sorrisi ne toccò più d'uno a Renzo, il quale per verità se
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|
li meritava, e serviva in quel giorno il gran cancelliere meglio che
|
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non avrebbe potuto fare il più bravo de' suoi segretari. Al giovane
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montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi d'aver fatto
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amicizia con Antonio Ferrer.
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La carrozza, una volta incamminata, seguitò poi, più o meno adagio,
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e non senza qualche altra fermatina. Il tragitto non era forse più
|
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che un tiro di schioppo; ma riguardo al tempo impiegatovi, avrebbe
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potuto parere un viaggetto, anche a chi non avesse avuto la santa
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fretta di Ferrer. La gente si moveva, davanti e di dietro, a destra
|
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e a sinistra della carrozza, a guisa di cavalloni intorno a una nave
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che avanza nel forte della tempesta. Più acuto, più scordato, più
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assordante di quello della tempesta era il frastono. Ferrer, guardando
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ora da una parte, ora dall'altra; atteggiandosi e gestendo insieme,
|
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cercava d'intender qualche cosa, per accomodar le risposte al bisogno;
|
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voleva far alla meglio un po' di dialogo con quella brigata d'amici;
|
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ma la cosa era difficile, la più difficile forse che gli fosse ancora
|
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capitata, in tant'anni di gran-cancellierato. Ogni tanto però, qualche
|
|
parola, anche qualche frase, ripetuta da un crocchio nel suo passaggio,
|
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gli si faceva sentire, come lo scoppio d'un razzo più forte si fa
|
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sentire nell'immenso scoppiettío d'un fuoco artifiziale. E lui, ora
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ingegnandosi di rispondere in modo soddisfacente a queste grida, ora
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dicendo a buon conto le parole che sapeva dover essere più accette, o
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|
che qualche necessità istantanea pareva richiedere, parlò anche lui
|
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per tutta la strada. «Sì, signori; pane, abbondanza. Lo condurrò io in
|
|
prigione: sarà gastigato.... _si es culpable_. Sì, sì, comanderò io:
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il pane a buon mercato. _Asi es_.... così è, voglio dire: il re nostro
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signore non vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame.
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_Ox! ox! guardaos_: non si facciano male, signori. _Pedro, adelante con
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juicio._ Abbondanza, abbondanza. Un po' di luogo, per carità. Pane,
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pane. In prigione, in prigione. Cosa?» domandava poi a uno che s'era
|
|
buttato mezzo dentro lo sportello, a urlargli qualche suo consiglio o
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preghiera o applauso che fosse. Ma costui, senza poter neppure ricevere
|
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il «cosa?», era stato tirato indietro da uno che lo vedeva lì lì per
|
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essere schiacciato da una rota. Con queste botte e risposte, tra le
|
|
incessanti acclamazioni, tra qualche fremito anche d'opposizione, che
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si faceva sentire qua e là, ma era subito soffogato, ecco alla fine
|
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Ferrer arrivato alla casa, per opera principalmente di que' buoni
|
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ausiliari.
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Gli altri che, come abbiam detto, eran già lì con le medesime buone
|
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intenzioni, avevano intanto lavorato a fare e a rifare un po' di
|
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piazza. Prega, esorta, minaccia; pigia, ripigia, incalza di qua e di
|
|
là, con quel raddoppiare di voglia, e con quel rinnovamento di forze
|
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che viene dal veder vicino il fine desiderato; gli era finalmente
|
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riuscito di divider la calca in due, e poi di spingere indietro le
|
|
due calche; tanto che, tra la porta e la carrozza, che vi si fermò
|
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davanti, v'era un piccolo spazio vôto. Renzo, che, facendo un po' da
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battistrada, un po' da scorta, era arrivato con la carrozza, potè
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collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli, che facevano,
|
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nello stesso tempo, ala alla carrozza e argine alle due onde prementi
|
|
di popolo. E aiutando a rattenerne una con le poderose sue spalle, si
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|
trovò anche in un bel posto per poter vedere.
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Ferrer mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta libera, e
|
|
la porta ancor chiusa. Chiusa qui vuoi dire non aperta; del resto
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|
i gangheri eran quasi sconficcati fuor de' pilastri: i battenti
|
|
scheggiati, ammaccati, sforzati e scombaciati nel mezzo, lasciavano
|
|
veder fuori da un largo spiraglio un pezzo di catenaccio storto,
|
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allentato, e quasi divelto, che, se vogliam dir così, li teneva
|
|
insieme. Un galantuomo s'era affacciato a quel fesso, a gridar che
|
|
aprissero; un altro spalancò in fretta lo sportello della carrozza:
|
|
il vecchio mise fuori la testa, s'alzò, e afferrando con la destra il
|
|
braccio di quel galantuomo, uscì, e scese sul predellino.
|
|
|
|
La folla, da una parte e dall'altra, stava tutta in punta di piedi per
|
|
vedere: mille visi, mille barbe in aria: la curiosità e l'attenzione
|
|
generale creò un momento di generale silenzio. Ferrer, fermatosi quel
|
|
momento sul predellino, diede un'occhiata in giro, salutò con un
|
|
inchino la moltitudine, come da un pulpito, e messa la mano sinistra al
|
|
petto, gridò: «pane e giustizia;» e franco, diritto, togato, scese in
|
|
terra, tra l'acclamazioni che andavano alle stelle.
|
|
|
|
Intanto quelli di dentro avevano aperto, ossia avevan finito d'aprire,
|
|
tirando via il catenaccio insieme con gli anelli già mezzi sconficcati,
|
|
e allargando lo spiraglio, appena quanto bastava per fare entrare il
|
|
desideratissimo ospite. «Presto, presto,» diceva lui: «aprite bene,
|
|
ch'io possa entrare: e voi, da bravi, tenete indietro la gente, non
|
|
mi lasciate venire addosso.... per l'amor del cielo! Serbate un po'
|
|
di largo per tra poco.... Ehi! ehi! signori, un momento,» diceva poi
|
|
ancora a quelli di dentro: «adagio con quel battente, lasciatemi
|
|
passare: eh! le mie costole; vi raccomando le mie costole. Chiudete
|
|
ora: no; eh! eh! la toga! la toga!» Sarebbe infatti rimasta presa tra
|
|
i battenti, se Ferrer non n'avesse ritirato con molta disinvoltura
|
|
lo strascico, che disparve come la coda d'una serpe, che si rimbuca
|
|
inseguita.
|
|
|
|
Riaccostati i battenti, furono anche riappuntellati alla meglio. Di
|
|
fuori, quelli che s'eran costituiti guardia del corpo di Ferrer,
|
|
lavoravano di spalle, di braccia e di grida, a mantener la piazza vôta,
|
|
pregando in cuor loro il Signore che lo facesse far presto.
|
|
|
|
«Presto, presto,» diceva anche Ferrer di dentro, sotto il portico, ai
|
|
servitori, che gli si eran messi d'intorno ansanti, gridando: «sia
|
|
benedetto! ah eccellenza! oh eccellenza! uh eccellenza!»
|
|
|
|
«Presto, presto,» ripeteva Ferrer: «dov'è questo benedett'uomo?»
|
|
|
|
Il vicario scendeva le scale, mezzo strascicato e mezzo portato da
|
|
altri suoi servitori, bianco come un panno lavato. Quando vide il suo
|
|
aiuto, mise un gran respiro; gli tornò il polso, gli scorse un po' di
|
|
vita nelle gambe, un po' di colore sulle gote; e corse, come potè,
|
|
verso Ferrer, dicendo: «sono nelle mani di Dio e di vostra eccellenza.
|
|
Ma come uscir di qui? Per tutto c'è gente che mi vuoi morto.»
|
|
|
|
«_Venga usted con migo_, e si faccia coraggio: qui fuori c'è la mia
|
|
carrozza; presto, presto.» Lo prese per la mano, e lo condusse verso la
|
|
porta, facendogli coraggio tuttavia; ma diceva intanto tra sè:--_aqui
|
|
està el busilis; Dios nos valga!_--
|
|
|
|
La porta s'apre; Ferrer esce il primo; l'altro dietro, rannicchiato,
|
|
attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un bambino alla sottana
|
|
della mamma. Quelli che avevan mantenuta la piazza vôta, fanno ora,
|
|
con un alzar di mani, di cappelli, come una rete, una nuvola, per
|
|
sottrarre alla vista pericolosa della moltitudine il vicario; il quale
|
|
entra il primo nella carrozza, e vi si rimpiatta in un angolo. Ferrer
|
|
sale dopo; lo sportello vien chiuso. La moltitudine vide in confuso,
|
|
riseppe, indovinò quel ch'era accaduto; e mandò un urlo d'applausi e
|
|
d'imprecazioni.
|
|
|
|
La parte della strada che rimaneva da farsi, poteva parer la più
|
|
difficile e la più pericolosa. Ma il voto pubblico era abbastanza
|
|
spiegato per lasciar andare in prigione il vicario; e nel tempo della
|
|
fermata, molti di quelli che avevano agevolato l'arrivo di Ferrer,
|
|
s'eran tanto ingegnati a preparare e a mantener come una corsia nel
|
|
mezzo della folla, che la carrozza potè, questa seconda volta, andare
|
|
un po' più lesta, e di seguito. Di mano in mano che s'avanzava, le due
|
|
folle rattenute dalle parti, si ricadevano addosso e si rimischiavano,
|
|
dietro a quella.
|
|
|
|
Ferrer, appena seduto, s'era chinato per avvertire il vicario, che
|
|
stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per
|
|
l'amor del cielo; ma l'avvertimento era superfluo. Lui, in vece,
|
|
bisognava che si facesse vedere, per occupare e attirare a sè tutta
|
|
l'attenzione del pubblico. E per tutta questa gita, come nella prima,
|
|
fece al mutabile uditorio un discorso, il più continuo nel tempo,
|
|
e il più sconnesso nel senso, che fosse mai; interrompendolo però
|
|
ogni tanto con qualche parolina spagnola, che in fretta in fretta si
|
|
voltava a bisbigliar nell'orecchio del suo acquattato compagno. «Sì,
|
|
signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia
|
|
guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no: non iscapperà! _Por
|
|
ablandarlos_. È troppo giusto; s'esaminerà, si vedrà. Anch'io voglio
|
|
bene a lor signori. Un gastigo severo. _Esto lo digo por su bien_. Una
|
|
meta giusta, una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin da
|
|
parte, di grazia. Sì, sì; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà
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gastigato: è vero, è un birbante, uno scellerato. _Perdone, usted_.
|
|
La passerà male, la passerà male.... _si es culpable_. Sì, sì, li
|
|
faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi
|
|
fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. _Animo; estamos ya quasi
|
|
fuera._»
|
|
|
|
Avevano in fatti attraversata la maggior calca, e già eran vicini a
|
|
uscir al largo, del tutto. Lì Ferrer, mentre cominciava a dare un po'
|
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di riposo a' suoi polmoni, vide il soccorso di Pisa, que' soldati
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spagnoli, che però sulla fine non erano stati affatto inutili, giacchè
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sostenuti e diretti da qualche cittadino, avevano cooperato a mandare
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in pace un po' di gente, e a tenere il passo libero all'ultima uscita.
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All'arrivar della carrozza, fecero ala, e presentaron l'arme al gran
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cancelliere, il quale fece anche qui un saluto a destra, un saluto
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a sinistra; e all'ufiziale, che venne più vicino a fargli il suo,
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disse, accompagnando le parole con un cenno della destra: «_beso a
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usted las manos_:» parole che l'ufiziale intese per quel che volevano
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dir realmente, cioè: m'avete dato un bell'aiuto! In risposta, fece un
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altro saluto, e si ristrinse nelle spalle. Era veramente il caso di
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dire: _cedant arma togae_; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa
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a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perchè
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l'ufiziale non intendeva il latino.
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A Pedro, nel passar tra quelle due file di micheletti, tra que'
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moschetti così rispettosamente alzati, gli tornò in petto il cuore
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antico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si rammentò chi era, e
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chi conduceva; e gridando: «ohe! ohe!» senz'aggiunta d'altre cerimonie,
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alla gente ormai rada abbastanza per poter esser trattata così, e
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sferzando i cavalli, fece loro prender la rincorsa verso il castello.
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«_Levantese, levantese; estamos ya fuera_,» disse Ferrer al vicario;
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il quale, rassicurato dal cessar delle grida, e dal rapido moto della
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carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgruppò, s'alzò; e
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riavutosi alquanto, cominciò a render grazie, grazie e grazie al suo
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liberatore. Questo, dopo essersi condoluto con lui del pericolo, e
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rallegrato della salvezza: «ah!» esclamò, battendo la mano sulla sua
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zucca monda, «_que dirà de esto su excelencia_, che ha già tanto la
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luna a rovescio, per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi?
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_Que dirà el conde duque_, che piglia ombra se una foglia fa più rumore
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del solito? _Que dirà el rey nuestro señor_, che pur qualche cosa
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bisognerà che venga a risapere d'un fracasso così? E sarà poi finito?
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_Dios lo sabe._»
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«Ah! per me, non voglio più impicciarmene,» diceva il vicario: «me ne
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chiamo fuori; rassegno la mia carica nelle mani di vostra eccellenza, e
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vo a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l'eremita, lontano,
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lontano da questa gente bestiale.»
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«_Usted_ farà quello che sarà più conveniente _por el servicio de su
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magestad_,» rispose gravemente il gran cancelliere.
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«Sua maestà non vorrà la mia morte,» replicava il vicario: «in una
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grotta, in una grotta; lontano da costoro.»
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Che avvenisse poi di questo suo proponimento non lo dice il nostro
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autore, il quale, dopo avere accompagnato il pover'uomo in castello,
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non fa più menzione de' fatti suoi.
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CAPITOLO XIV.
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La folla rimasta indietro cominciò a sbandarsi, a diramarsi a destra
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e a sinistra, per questa e per quella strada. Chi andava a casa, a
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accudire anche alle sue faccende; chi s'allontanava, per respirare un
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po' al largo, dopo tante ore di stretta; chi, in cerca d'amici, per
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ciarlare de' gran fatti della giornata. Lo stesso sgombero s'andava
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facendo dall'altro sbocco della strada, nella quale la gente restò
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abbastanza rada perchè quel drappello di spagnoli potesse, senza
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trovar resistenza, avanzarsi e postarsi alla casa del vicario.
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Accosto a quella stava ancor condensato il fondaccio, per dir così,
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del tumulto; un branco di birboni, che malcontenti d'una fine così
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fredda e così imperfetta d'un così grand'apparato, parte brontolavano,
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parte bestemmiavano, parte tenevan consiglio, per veder se qualche
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cosa si potesse ancora intraprendere; e, come per provare, andavano
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urtacchiando e pigiando quella povera porta, ch'era stata di nuovo
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appuntellata alla meglio. All'arrivar del drappello, tutti coloro,
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chi diritto diritto, chi baloccandosi, e come a stento, se n'andarono
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dalla parte opposta, lasciando il campo libero a' soldati, che lo
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presero, e vi si postarono, a guardia della casa e della strada. Ma
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tutte le strade del contorno erano seminate di crocchi: dove c'eran
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due o tre persone ferme, se ne fermavano tre, quattro, venti altre:
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qui qualcheduno si staccava; là tutto un crocchio si moveva insieme;
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era come quella nuvolaglia che talvolta rimane sparsa, e gira per
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l'azzurro del cielo, dopo una burrasca; e fa dire a chi guarda in
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su: questo tempo non è rimesso bene. Pensate poi che babilonia di
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discorsi. Chi raccontava con enfasi i casi particolari che aveva visti;
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chi raccontava ciò che lui stesso aveva fatto; chi si rallegrava
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che la cosa fosse finita bene, e lodava Ferrer, e pronosticava guai
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seri per il vicario; chi, sghignazzando, diceva: «non abbiate paura,
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che non l'ammazzeranno: il lupo non mangia la carne del lupo;» chi
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più stizzosamente mormorava che non s'eran fatte le cose a dovere,
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ch'era un inganno, e ch'era stata una pazzia il far tanto chiasso, per
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lasciarsi poi canzonare in quella maniera.
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Intanto il sole era andato sotto, le cose diventavan tutte d'un
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colore; e molti, stanchi della giornata e annoiati di ciarlare al
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buio, tornavano verso casa. Il nostro giovine, dopo aver aiutato il
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passaggio della carrozza, finchè c'era stato bisogno d'aiuto, e esser
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passato anche lui dietro a quella, tra le file de' soldati, come in
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trionfo, si rallegrò quando la vide correr liberamente, e fuor di
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pericolo; fece un po' di strada con la folla, e n'uscì, alla prima
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cantonata, per respirare anche lui un po' liberamente. Fatto ch'ebbe
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pochi passi al largo, in mezzo all'agitazione di tanti sentimenti, di
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tante immagini, recenti e confuse, sentì un gran bisogno di mangiare e
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di riposarsi; e cominciò a guardare in su, da una parte e dall'altra,
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cercando un'insegna d'osteria; giacchè, per andare al convento de'
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cappuccini, era troppo tardi. Camminando così con la testa per aria, si
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trovò a ridosso a un crocchio; e fermatosi, sentì che vi discorrevan
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di congetture, di disegni, per il giorno dopo. Stato un momento a
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sentire, non potè tenersi di non dire anche lui la sua; parendogli
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che potesse senza presunzione proporre qualche cosa chi aveva fatto
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tanto. E persuaso, per tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che
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ormai, per mandare a effetto una cosa, bastasse farla entrare in grazia
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a quelli che giravano per le strade, «signori miei!» gridò, in tono
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d'esordio: «devo dire anch'io il mio debol parere? Il mio debol parere
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è questo: che non è solamente nell'affare del pane che si fanno delle
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bricconerie: e giacchè oggi s'è visto chiaro che, a farsi sentire,
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s'ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si
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sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo
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vada un po' più da cristiani. Non è vero, signori miei, che c'è una
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mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de' dieci comandamenti,
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e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni
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male, e poi hanno sempre ragione? anzi quando n'hanno fatta una più
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grossa del solito, camminano con la testa più alta, che par che gli
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s'abbia a rifare il resto? Già anche in Milano ce ne dev'essere la sua
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parte.»
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«Pur troppo,» disse una voce.
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«Lo dicevo io,» riprese Renzo: «già le storie si raccontano anche da
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noi. E poi la cosa parla da sè. Mettiamo, per esempio, che qualcheduno
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di costoro che voglio dir io stia un po' in campagna, un po' in Milano:
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se è un diavolo là, non vorrà essere un angiolo qui; mi pare. Dunque
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mi dicano un poco, signori miei, se hanno mai visto uno di questi _col
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muso all'inferriata_. E quel che è peggio (e questo lo posso dir io di
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sicuro), è che le gride ci sono, stampate, per gastigarli: e non già
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gride senza costrutto; fatte benissimo, che noi non potremmo trovar
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niente di meglio; ci son nominate le bricconerie chiare, proprio come
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succedono; e a ciascheduna, il suo buon gastigo. E dice: sia chi si
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sia, vili e plebei, e che so io. Ora, andate a dire ai dottori, scribi
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e farisei, che vi facciano far giustizia, secondo che canta la grida:
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vi danno retta come il papa ai furfanti: cose da far girare il cervello
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a qualunque galantuomo. Si vede dunque chiaramente che il re, e quelli
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che comandano, vorrebbero che i birboni fossero gastigati; ma non se ne
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fa nulla, perchè c'è una lega. Dunque bisogna romperla; bisogna andar
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domattina da Ferrer, che quello è un galantuomo, un signore alla mano;
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e oggi s'è potuto vedere com'era contento di trovarsi con la povera
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gente, e come cercava di sentir le ragioni che gli venivan dette, e
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rispondeva con buona grazia. Bisogna andar da Ferrer, e dirgli come
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stanno le cose; e io, per la parte mia, gliene posso raccontar delle
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belle; che ho visto io, co' miei occhi, una grida con tanto d'arme in
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cima, ed era stata fatta da tre di quelli che possono, che d'ognuno
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c'era sotto il suo nome bell'e stampato, e uno di questi nomi era
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Ferrer, visto da me, co' miei occhi: ora, questa grida diceva proprio
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le cose giuste per me; e un dottore al quale io gli dissi che dunque mi
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facesse render giustizia, com'era l'intenzione di que' tre signori, tra
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i quali c'era anche Ferrer, questo signor dottore, che m'aveva fatto
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veder la grida lui medesimo, che è il più bello, ah! ah! pareva che
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gli dicessi delle pazzie. Son sicuro che, quando quel caro vecchione
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sentirà queste belle cose; che lui non le può saper tutte, specialmente
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quelle di fuori; non vorrà più che il mondo vada così, e ci metterà un
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buon rimedio. E poi, anche loro, se fanno le gride, devono aver piacere
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che s'ubbidisca: che è anche un disprezzo, un pitaffio col loro nome,
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contarlo per nulla. E se i prepotenti non vogliono abbassar la testa,
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e fanno il pazzo, siam qui noi per aiutarlo, come s'è fatto oggi. Non
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dico che deva andar lui in giro, in carrozza, ad acchiappar tutti i
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birboni, prepotenti e tiranni: sì; ci vorrebbe l'arca di Noè. Bisogna
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che lui comandi a chi tocca, e non solamente in Milano, ma per tutto,
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che faccian le cose conforme dicon le gride; e formare un buon processo
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addosso a tutti quelli che hanno commesso di quelle bricconerie; e dove
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dice prigione, prigione; dove dice galera, galera; e dire ai podestà
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che faccian davvero; se no, mandarli a spasso, e metterne de' meglio:
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e poi, come dico, ci saremo anche noi a dare una mano. E ordinare
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a' dottori che stiano a sentire i poveri e parlino in difesa della
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ragione. Dico bene, signori miei?»
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Renzo aveva parlato tanto di cuore, che, fin dall'esordio, una gran
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parte de' radunati, sospeso ogni altro discorso, s'eran rivoltati a
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lui; e, a un certo punto, tutti erano divenuti suoi uditori. Un grido
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confuso d'applausi, di «bravo: sicuro: ha ragione: è vero pur troppo,»
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fu come la risposta dell'udienza. Non mancaron però i critici. «Eh
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sì,» diceva uno: «dar retta a' montanari: son tutti avvocati;» e se
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ne andava. «Ora,» mormorava un altro, «ogni scalzacane vorrà dir la
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sua; e a furia di metter carne a fuoco, non s'avrà il pane a buon
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mercato, che è quello per cui ci siam mossi.» Renzo però non sentì che
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i complimenti; chi gli prendeva una mano, chi gli prendeva l'altra.
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«A rivederci a domani.--Dove?--Sulla piazza del duomo.--Va bene.--Va
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bene.--E qualcosa si farà.--E qualcosa si farà.»
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«Chi è di questi bravi signori che voglia insegnarmi un'osteria, per
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mangiare un boccone, e dormir da povero figliuolo?» disse Renzo.
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«Son qui io a servirvi, quel bravo giovine,» disse uno, che aveva
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ascoltata attentamente la predica, e non aveva detto ancor nulla.
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«Conosco appunto un'osteria che farà al caso vostro: e vi raccomanderò
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al padrone, che è mio amico, e galantuomo.»
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«Qui vicino?» domandò Renzo. «Poco distante,» rispose colui.
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La radunata si sciolse; e Renzo, dopo molte strette di mani
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sconosciute, s'avviò con lo sconosciuto, ringraziandolo della sua
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cortesia.
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«Di che cosa?» diceva colui: «una mano lava l'altra, e tutt'e due
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lavano il viso. Non siamo obbligati a far servizio al prossimo?» E
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camminando, faceva a Renzo, in aria di discorso, ora una, ora un'altra
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domanda. «Non per sapere i fatti vostri; ma voi mi parete molto
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stracco: da che paese venite?»
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«Vengo,» rispose Renzo, «fino, fino da Lecco.»
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«Fin da Lecco? Di Lecco siete?»
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«Di Lecco.... cioè del territorio.»
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«Povero giovine! per quanto ho potuto intendere da' vostri discorsi, ve
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n'hanno fatte delle grosse.»
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«Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto parlare con un po' di politica,
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per non dire in pubblico i fatti miei; ma.... basta, qualche giorno si
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saprà; e allora.... Ma qui vedo un'insegna d'osteria; e, in fede mia,
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non ho voglia d'andar più lontano.»
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«No, no; venite dov'ho detto io, che c'è poco,» disse la guida: «qui
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non istareste bene.»
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«Eh, sì;» rispose il giovine: «non sono un signorino avvezzo a star
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nel cotone: qualcosa alla buona da mettere in castello, e un saccone,
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mi basta: quel che mi preme è di trovar presto l'uno e l'altro.
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Alla provvidenza!» Ed entrò in un usciaccio, sopra il quale pendeva
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l'insegna della luna piena. «Bene; vi condurrò qui, giacchè vi piace
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così,» disse lo sconosciuto; e gli andò dietro.
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«Non occorre che v'incomodiate di più,» rispose Renzo.
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«Però, «soggiunse, «se venite a bere un bicchiere con me, mi fate
|
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piacere.»
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«Accetterò le vostre grazie,» rispose colui; e andò, come più pratico
|
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del luogo, innanzi a Renzo, per un cortiletto; s'accostò all'uscio
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che metteva in cucina, alzò il saliscendi, apri, e v'entrò col suo
|
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compagno. Due lumi a mano, pendenti da due pertiche attaccate alla
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trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta,
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non però in ozio, su due panche, di qua e di là d'una tavola stretta
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e lunga, che teneva quasi tutta una parte della stanza: a intervalli,
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tovaglie e piatti; a intervalli, carte voltate e rivoltate, dadi
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buttati e raccolti; fiaschi e bicchieri per tutto. Si vedevano anche
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correre _berlinghe_, _reali_ e _parpagliole_, che, se avessero potuto
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parlare, avrebbero detto probabilmente:--noi eravamo stamattina
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nella ciotola d'un fornaio, o nelle tasche di qualche spettatore del
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tumulto, che tutt'intento a vedere come andassero gli affari pubblici,
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si dimenticava di vigilar le sue faccendole private.--Il chiasso era
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grande. Un garzone girava innanzi e indietro, in fretta e in furia, al
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servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste era a sedere sur
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una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza,
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in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma
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in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui. S'alzò, al
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rumore del saliscendi; e andò incontro ai soprarrivati. Vista ch'ebbe
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la guida,--maledetto!--disse tra sè:--che tu m'abbia a venir sempre
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tra piedi, quando meno ti vorrei!--Data poi un'occhiata in fretta a
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Renzo, disse, ancora tra sè:--non ti conosco; ma venendo con un tal
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cacciatore, o cane o lepre sarai: quando avrai detto due parole, ti
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|
conoscerò.--Però, di queste riflessioni nulla trasparve sulla faccia
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dell'oste, la quale stava immobile come un ritratto: una faccia
|
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pienotta e lucente, con una barbetta folta, rossiccia, e due occhietti
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chiari e fissi.
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«Cosa comandan questi signori?» disse ad alta voce.
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«Prima di tutto, un buon fiasco di vino sincero,» disse Renzo: «e poi
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un boccone.» Così dicendo, si buttò a sedere sur una panca, verso la
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cima della tavola, e mandò un «ah!» sonoro, come se volesse dire:
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|
fa bene un po' di panca, dopo essere stato, tanto tempo, ritto e in
|
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faccende. Ma gli venne subito in mente quella panca e quella tavola,
|
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a cui era stato seduto l'ultima volta, con Lucia e con Agnese: e mise
|
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un sospiro. Scosse poi la testa, come per iscacciar quel pensiero: e
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vide venir l'oste col vino. Il compagno s'era messo a sedere in faccia
|
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a Renzo. Questo gli mescè subito da bere, dicendo: «per bagnar le
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|
labbra.» E riempito l'altro bicchiere, lo tracannò in un sorso.
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«Cosa mi darete da mangiare?» disse poi all'oste.
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|
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|
«Ho dello stufato: vi piace?» disse questo.
|
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|
|
«Sì, bravo; dello stufato.»
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|
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|
«Sarete servito,» disse l'oste a Renzo; e al garzone: «servite questo
|
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forestiero.» E s'avviò verso il cammino. «Ma....» riprese poi, tornando
|
|
verso Renzo: «ma pane, non ce n'ho in questa giornata.»
|
|
|
|
«Al pane,» disse Renzo, ad alta voce e ridendo, «ci ha pensato la
|
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provvidenza.» E tirato fuori il terzo e ultimo di que' pani raccolti
|
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sotto la croce di san Dionigi, l'alzò per aria, gridando: «ecco il pane
|
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della provvidenza!»
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|
|
All'esclamazione, molti si voltarono; e vedendo quel trofeo in aria,
|
|
uno gridò: «viva il pane a buon mercato!»
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|
«A buon mercato?» disse Renzo: «_gratis et amore._»
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|
«Meglio, meglio.»
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«Ma,» soggiunse subito Renzo: «non vorrei che lor signori pensassero
|
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a male. Non è ch'io l'abbia, come si suol dire, sgraffignato. L'ho
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|
trovato in terra; e se potessi trovare anche il padrone, son pronto a
|
|
pagarglielo.»
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|
«Bravo! bravo!» gridarono, sghignazzando più forte, i compagnoni; a
|
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nessuno dei quali passò per la mente che quelle parole fossero dette
|
|
davvero.
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«Credono ch'io canzoni; ma l'è proprio così,» disse Renzo alla sua
|
|
guida; e, girando in mano quel pane, soggiunse: «vedete come l'hanno
|
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accomodato; pare una schiacciata: ma ce n'era del prossimo! Se ci
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si trovavan di quelli che han l'ossa un po' tenere, saranno stati
|
|
freschi.» E subito, divorati tre o quattro bocconi di quel pane, gli
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mandò dietro un secondo bicchier di vino; e soggiunse: «da sè non vuol
|
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andar giù questo pane. Non ho avuto mai la gola tanto secca. S'è fatto
|
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un gran gridare!»
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«Preparate un buon letto a questo bravo giovine,» disse la guida:
|
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«perchè ha intenzione di dormir qui.»
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«Volete dormir qui?» domandò l'oste a Renzo, avvicinandosi alla tavola.
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«Sicuro,» rispose Renzo: «un letto alla buona; basta che i lenzoli sian
|
|
di bucato; perchè son povero figliuolo, ma avvezzo alla pulizia.»
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|
«Oh, in quanto a questo!» disse l'oste: andò al banco, ch'era in un
|
|
angolo della cucina; e ritornò, con un calamaio e un pezzetto di carta
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|
bianca in una mano, e una penna nell'altra.
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|
«Cosa vuol dir questo?» esclamò Renzo, ingoiando un boccone dello
|
|
stufato che il garzone gli aveva messo davanti, e sorridendo poi con
|
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maraviglia, soggiunse: «è il lenzolo di bucato, codesto?»
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|
L'oste, senza rispondere, posò sulla tavola il calamaio e la carta; poi
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|
appoggiò sulla tavola medesima il braccio sinistro e il gomito destro;
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|
e, con la penna in aria, e il viso alzato verso Renzo, gli disse:
|
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«fatemi il piacere di dirmi il vostro nome, cognome e patria.»
|
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«Cosa?» disse Renzo: «cosa c'entrano codeste storie col letto?»
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|
«Io fo il mio dovere,» disse l'oste, guardando in viso alla guida:
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|
«noi siamo obbligati a render conto di tutte le persone che vengono a
|
|
alloggiar da noi: _nome e cognome, e di che nazione sarà, a che negozio
|
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viene, se ha seco armi.... quanto tempo ha di fermarsi in questa
|
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città_.... Son parole della grida.»
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|
|
|
Prima di rispondere, Renzo votò un altro bicchiere: era il terzo; e
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|
d'ora in poi ho paura che non li potremo più contare. Poi disse: «ah
|
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ah! avete la grida! E io fo conto d'esser dottor di legge; e allora so
|
|
subito che caso si fa delle gride.»
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|
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|
«Dico davvero,» disse l'oste, sempre guardando il muto compagno di
|
|
Renzo; e, andato di nuovo al banco, ne levò dalla cassetta un gran
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|
foglio, un proprio esemplare della grida; e venne a spiegarlo davanti
|
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agli occhi di Renzo.
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|
«Ah! ecco!» esclamò questo, alzando con una mano il bicchiere riempito
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di nuovo, e rivotandolo subito, e stendendo poi l'altra mano, con un
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|
dito teso, verso la grida: «ecco quel bel foglio di messale. Me ne
|
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rallegro moltissimo. La conosco quell'arme; so cosa vuol dire quella
|
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faccia d'ariano, con la corda al collo.» (In cima alle gride si metteva
|
|
allora l'arme del governatore; e in quella di don Gonzalo Fernandez
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de Cordova, spiccava un re moro incatenato per la gola.) «Vuol dire,
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quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole. Quando questa
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faccia avrà fatto andare in galera il signor don.... basta, lo so io;
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come dice in un altro foglio di messale compagno a questo; quando avrà
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fatto in maniera che un giovine onesto possa sposare una giovine onesta
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che è contenta di sposarlo, allora le dirò il mio nome a questa faccia;
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le darò anche un bacio per di più. Posso aver delle buoni buone ragioni
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per non dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un furfantone, che avesse
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al suo comando una mano d'altri furfanti: perchè se fosse solo....» e
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qui finì la frase con un gesto: «se un furfantone volesse saper dov'io
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sono, per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si
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moverebbe per aiutarmi. Devo dire i fatti miei! Anche questa è nuova.
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Son venuto a Milano per confessarmi, supponiamo; ma voglio confessarmi
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da un padre cappuccino, per modo di dire, e non da un oste.»
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L'oste stava zitto, e seguitava a guardar la guida, la quale non faceva
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dimostrazione di sorte veruna. Renzo, ci dispiace il dirlo, tracannò
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un altro bicchiere, e proseguì: «ti porterò una ragione, il mio caro
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oste, che ti capaciterà. Se le gride che parlan bene, in favore de'
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buoni cristiani, non contano; tanto meno devon contare quelle che
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parlan male. Dunque leva tutti quest'imbrogli, e porta in vece un altro
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fiasco; perchè questo è fesso.» Così dicendo, lo percosse leggermente
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con le nocca, e soggiunse: «senti, senti, oste, come crocchia.»
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Anche questa volta, Renzo aveva, a poco a poco, attirata l'attenzione
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di quelli che gli stavan d'intorno: e anche questa volta, fu applaudito
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dal suo uditorio.
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«Cosa devo fare?» disse l'oste, guardando quello sconosciuto, che non
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era tale per lui.
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«Via, via,» gridaron molti di que' compagnoni: «ha ragione quel
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giovine: son tutte angherie, trappole, impicci: legge nuova oggi, legge
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nuova.»
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In mezzo a queste grida, lo sconosciuto, dando all'oste un'occhiata
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di rimprovero, per quell'interrogazione troppo scoperta, disse:
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«lasciatelo un po' fare a suo modo: non fate scene.»
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«Ho fatto il mio dovere,» disse l'oste, forte; e poi tra sè:--ora _ho
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le spalle al muro_.--E prese la carta, la penna, il calamaio, la grida,
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e il fiasco vôto, per consegnarlo al garzone.
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«Porta del medesimo,» disse Renzo: «che lo trovo galantuomo; e lo
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metteremo a letto come l'altro, senza domandargli nome e cognome, e
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di che nazione sarà, e cosa viene a fare, e se ha a stare un pezzo in
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questa città.»
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«Del medesimo,» disse l'oste al garzone, dandogli il fiasco; e ritornò
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a sedere sotto la cappa del cammino.--Altro che lepre!--pensava,
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istoriando di nuovo la cenere:--e in che mani sei capitato! Pezzo
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d'asino! se vuoi affogare, affoga; ma l'oste della luna piena non deve
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andarne di mezzo, per le tue pazzie.--
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Renzo ringraziò la guida, e tutti quegli altri che avevan prese le
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sue parti. «Bravi amici!» disse: «ora vedo proprio che i galantuomini
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si danno la mano, e si sostengono.» Poi, spianando la destra per aria
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sopra la tavola, e mettendosi di nuovo in attitudine di predicatore,
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«gran cosa,» esclamò, «che tutti quelli che regolano il mondo, voglian
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fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per
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aria! Grande smania che hanno que' signori d'adoprar la penna!»
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«Ehi, quel galantuomo di campagna! volete saperne la ragione?» disse
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ridendo uno di que' giocatori, che vinceva.
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«Sentiamo un poco,» rispose Renzo.
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«La ragione è questa,» disse colui: «che que' signori son loro che
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mangian l'oche, e si trovan lì tante penne, tante penne, che qualcosa
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bisogna che ne facciano.»
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Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva.
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«To'» disse Renzo: «è un poeta costui. Ce n'è anche qui de' poeti: già
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ne nasce per tutto. N'ho una vena anch'io, e qualche volta ne dico
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delle curiose.... ma quando le cose vanno bene.»
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Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che,
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presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non
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significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un
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abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello
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bizzarro e un po' balzano, che, ne' discorsi e ne' fatti, abbia
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più dell'arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel
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guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir
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loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi
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domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?
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«Ma la ragione giusta la dirò io,» soggiunse Renzo: «è perchè la
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penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e
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spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti
|
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bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le
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inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo. Hanno poi
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anche un'altra malizia; che, quando vogliono imbrogliare un povero
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figliuolo, che non abbia studiato, ma che abbia un po' di.... so io
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quel che voglio dire....» e, per farsi intendere, andava picchiando,
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e come arietando la fronte con la punta dell'indice; «e s'accorgono
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che comincia a capir l'imbroglio, taffete, buttan dentro nel discorso
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qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli
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la testa. Basta; se ne deve smetter dell'usanze! Oggi, a buon conto,
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s'è fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani,
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se la gente saprà regolarsi, se ne farà anche delle meglio: senza
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torcere un capello a nessuno, però; tutto per via di giustizia.»
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Intanto alcuni di que' compagnoni s'eran rimessi a giocare, altri a
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mangiare, molti a gridare; alcuni se n'andavano; altra gente arrivava;
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l'oste badava agli uni e agli altri: tutte cose che non hanno che
|
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fare con la nostra storia. Anche la sconosciuta guida non vedeva
|
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l'ora d'andarsene; non aveva, a quel che paresse, nessun affare in
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quel luogo; eppure non voleva partire prima d'aver chiacchierato un
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|
altro poco con Renzo in particolare. Si voltò a lui, riattaccò il
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discorso del pane; e dopo alcune di quelle frasi che, da qualche tempo,
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|
correvano per tutte le bocche, venne a metter fuori un suo progetto.
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«Eh! se comandassi io,» disse, «lo troverei il verso di fare andar le
|
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cose bene.»
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«Come vorreste fare?» domandò Renzo, guardandolo con due occhietti
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brillanti più del dovere, e storcendo un po' la bocca, come per star
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più attento.
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«Come vorrei fare?» disse colui: «vorrei che ci fosse pane per tutti;
|
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tanto per i poveri, come per i ricchi.»
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«Ah! così va bene,» disse Renzo.
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«Ecco come farei. Una meta onesta, che tutti ci potessero campare.
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E poi, distribuire il pane in ragione delle bocche: perchè c'è
|
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degl'ingordi indiscreti, che vorrebbero tutto per loro, e fanno a ruffa
|
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raffa, pigliano a buon conto; e poi manca il pane alla povera gente.
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Dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto a
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|
ogni famiglia, in proporzion delle bocche, per andare a prendere il
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pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto
|
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in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e
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|
quattro figliuoli, tutti in età da mangiar pane (notate bene): gli si
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dia pane tanto, e paghi soldi tanti. Ma far le cose giuste, sempre in
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ragion delle bocche. A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto
|
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per.... il vostro nome?»
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«Lorenzo Tramaglino,» disse il giovine; il quale, invaghito del
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progetto, non fece attenzione ch'era tutto fondato su carta, penna e
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calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva essere di
|
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raccogliere i nomi delle persone.
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«Benissimo,» disse lo sconosciuto; «ma avete moglie e figliuoli?»
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«Dovrei bene.... figliuoli no.... troppo presto.... ma la moglie.... se
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il mondo andasse come dovrebbe andare.....»
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«Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione più piccola.»
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«È giusto; ma se presto, come spero.... e con l'aiuto di Dio.... Basta;
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quando avessi moglie anch'io?»
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«Allora si cambia il biglietto, e si cresce la porzione. Come v'ho
|
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detto; sempre in ragion delle bocche,» disse lo sconosciuto, alzandosi.
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|
«Così va bene,» gridò Renzo; e continuò, gridando e battendo il pugno
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sulla tavola: «e perchè non la fanno una legge così?»
|
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|
«Cosa volete che vi dica? Intanto vi do la buona notte, e me ne vo;
|
|
perchè penso che la moglie e i figliuoli m'aspetteranno da un pezzo.»
|
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|
«Un altro gocciolino, un altro gocciolino,» gridava Renzo, riempiendo
|
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in fretta il bicchiere di colui; e subito alzatosi, e acchiappatolo per
|
|
una falda del farsetto, tirava forte, per farlo seder di nuovo. «Un
|
|
altro gocciolino: non mi fate quest'affronto.»
|
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|
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Ma l'amico, con una stratta, si liberò, e lasciando Renzo fare un
|
|
guazzabuglio d'istanze e di rimproveri, disse di nuovo: «buona notte,»
|
|
e se n'andò. Renzo seguitava ancora a predicargli, che quello era
|
|
già in istrada; e poi ripiombò sulla panca. Fissò gli occhi su quel
|
|
bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola
|
|
il garzone, gli accennò di fermarsi, come se avesse qualche affare da
|
|
comunicargli; poi gli accennò il bicchiere, e con una pronunzia lenta
|
|
e solenne, spiccando le parole in un certo modo particolare, disse:
|
|
«ecco, l'avevo preparato per quel galantuomo: vedete; pieno raso,
|
|
proprio da amico; ma non l'ha voluto. Alle volte, la gente ha dell'idee
|
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curiose. Io non ci ho colpa: il mio buon cuore l'ho fatto vedere. Ora,
|
|
giacchè la cosa è fatta, non bisogna lasciarlo andare a male.» Così
|
|
detto, lo prese, e lo votò in un sorso.
|
|
|
|
«Ho inteso,» disse il garzone, andandosene.
|
|
|
|
«Ah! avete inteso anche voi,» riprese Renzo: «dunque è vero. Quando le
|
|
ragioni son giuste...!»
|
|
|
|
Qui è necessario tutto l'amore che portiamo alla verità, per farci
|
|
proseguire fedelmente un racconto di così poco onore a un personaggio
|
|
tanto principale, si potrebbe quasi dire al primo uomo della nostra
|
|
storia. Per questa stessa ragione d'imparzialità, dobbiamo però anche
|
|
avvertire ch'era la prima volta, che a Renzo avvenisse un caso simile:
|
|
e appunto questo suo non esser uso a stravizi fu cagione in gran parte
|
|
che il primo gli riuscisse così fatale. Que' pochi bicchieri che aveva
|
|
buttati giù da principio, l'uno dietro l'altro, contro il suo solito,
|
|
parte per quell'arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione
|
|
d'animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito
|
|
alla testa: a un bevitore un po' esercitato non avrebbero fatto altro
|
|
che levargli la sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione,
|
|
che noi ripeteremo: e conti quel che può contare. Le abitudini
|
|
temperate e oneste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto
|
|
più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena
|
|
appena se n'allontani, se ne risente subito; dimodochè se ne ricorda
|
|
poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scola.
|
|
|
|
Comunque sia, quando que' primi fumi furono saliti alla testa di Renzo,
|
|
vino e parole continuarono a andare, l'uno in giù e l'altre in su,
|
|
senza misura nè regola: e, al punto a cui l'abbiam lasciato, stava già
|
|
come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare: ascoltatori, o
|
|
almeno uomini presenti che potesse prender per tali, non ne mancava; e,
|
|
per qualche tempo, anche le parole eran venute via senza farsi pregare,
|
|
e s'eran lasciate collocare in un certo qual ordine. Ma a poco a poco,
|
|
quella faccenda di finir le frasi cominciò a divenirgli fieramente
|
|
difficile. Il pensiero che s'era presentato vivo e risoluto alla sua
|
|
mente, s'annebbiava e svaniva tutt'a un tratto; e la parola, dopo
|
|
essersi fatta aspettare un pezzo, non era quella che fosse al caso.
|
|
In queste angustie, per uno di que' falsi istinti che, in tante cose,
|
|
rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco. Ma di che aiuto
|
|
gli potesse essere il fiasco, in una tale circostanza, chi ha fior di
|
|
senno lo dica.
|
|
|
|
[Illustrazione: ....tanto che divenne lo zimbello della brigata. (pag.
|
|
218)]
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|
Noi riferiremo soltanto alcune delle moltissime parole che mandò fuori,
|
|
in quella sciagurata sera: le molte più che tralasciamo, disdirebbero
|
|
troppo; perchè, non solo non hanno senso, ma non fanno vista d'averlo:
|
|
condizione necessaria in un libro stampato.
|
|
|
|
«Ah oste, oste!» ricominciò, accompagnandolo con l'occhio intorno alla
|
|
tavola, o sotto la cappa del cammino; talvolta fissandolo dove non era,
|
|
e parlando sempre in mezzo al chiasso della brigata: «oste che tu sei!
|
|
Non posso mandarla giù.... quel tiro del nome, cognome e negozio. A
|
|
un figliuolo par mio...! Non ti sei portato bene. Che soddisfazione,
|
|
che sugo, che gusto.... di mettere in carta un povero figliuolo?
|
|
Parlo bene, signori? Gli osti dovrebbero tenere dalla parte de' buoni
|
|
figliuoli.... Senti, senti, oste; ti voglio fare un paragone.... per la
|
|
ragione.... Ridono eh? Ho un po' di brio, sì.... ma le ragioni le dico
|
|
giuste. Dimmi un poco; chi è che ti manda avanti la bottega? I poveri
|
|
figliuoli, n'è vero? dico bene? Guarda un po' se que' signori delle
|
|
gride vengono mai da te a bere un bicchierino.»
|
|
|
|
«Tutta gente che beve acqua,» disse un vicino di Renzo.
|
|
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«Vogliono stare in sè,» soggiunse un altro, «per poter dir le bugie a
|
|
dovere.»
|
|
|
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«Ah!» gridò Renzo: «ora è il poeta che ha parlato. Dunque intendete
|
|
anche voi altri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: e Ferrer, che è
|
|
il meglio di tutti, è mai venuto qui a fare un brindisi, e a spendere
|
|
un becco d'un quattrino? E quel cane assassino di don...? Sto zitto,
|
|
perchè sono in cervello anche troppo. Ferrer e il padre Crrr.... so
|
|
io, son due galantuomini; ma ce n'è pochi de' galantuomini. I vecchi
|
|
peggio de' giovani; e i giovani.... peggio ancora de' vecchi. Però, son
|
|
contento che non si sia fatto sangue: oibò; barbarie, da lasciarle
|
|
fare al boia. Pane; oh questo sì. Ne ho ricevuti degli urtoni ma....
|
|
ne ho anche dati. Largo! abbondanza! viva!... Eppure, anche Ferrer....
|
|
qualche parolina in latino.... _siés baraòs trapolorum_.... Maledetto
|
|
vizio! Viva! giustizia! pane! ah, ecco le parole giuste!... Là ci
|
|
volevano que' galantuomini.... quando scappò fuori quel maledetto ton
|
|
ton ton, e poi ancora ton ton ton. Non si sarebbe fuggiti, ve', allora.
|
|
Tenerlo lì quel signor curato.... So io a chi penso!»
|
|
|
|
A questa parola, abbassò la testa, e stette qualche tempo, come assorto
|
|
in un pensiero: poi mise un gran sospiro, e alzò il viso, con due
|
|
occhi inumiditi e lustri, con un certo accoramento così svenevole,
|
|
così sguaiato, che guai se chi n'era l'oggetto avesse potuto vederlo
|
|
un momento. Ma quegli omacci che già avevan cominciato a prendersi
|
|
spasso dell'eloquenza appassionata e imbrogliata di Renzo, tanto
|
|
più se ne presero della sua aria compunta; i più vicini dicevano
|
|
agli altri: guardate; e tutti si voltavano a lui; tanto che divenne
|
|
lo zimbello della brigata. Non già che tutti fossero nel loro buon
|
|
senno, o nel loro qual si fosse senno ordinario; ma, per dire il vero,
|
|
nessuno n'era tanto uscito, quanto il povero Renzo: e per di più era
|
|
contadino. Si misero, or l'uno or l'altro a stuzzicarlo con domande
|
|
sciocche e grossolane, con cerimonie canzonatorie. Renzo, ora dava
|
|
segno d'averselo per male, ora prendeva la cosa in ischerzo, ora, senza
|
|
badare a tutte quelle voci, parlava di tutt'altro, ora rispondeva, ora
|
|
interrogava; sempre a salti, e fuor di proposito. Per buona sorte, in
|
|
quel vaneggiamento, gli era però rimasta come un'attenzione istintiva a
|
|
scansare i nomi delle persone; dimodochè anche quello che doveva esser
|
|
più altamente fitto nella sua memoria, non fu proferito: chè troppo
|
|
ci dispiacerebbe se quel nome, per il quale anche noi sentiamo un po'
|
|
d'affetto e di riverenza, fosse stato strascinato per quelle boccacce,
|
|
fosse divenuto trastullo di quelle lingue sciagurate.
|
|
|
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|
|
|
|
CAPITOLO XV.
|
|
|
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|
|
L'oste, vedendo che il gioco andava in lungo, s'era accostato a Renzo;
|
|
e pregando, con buona grazia, quegli altri che lo lasciassero stare,
|
|
l'andava scotendo per un braccio, e cercava di fargli intendere e
|
|
di persuaderlo che andasse a dormire. Ma Renzo tornava sempre da
|
|
capo col nome e cognome, e con le gride, e co' buoni figliuoli. Però
|
|
quelle parole: letto e dormire, ripetute al suo orecchio, gli entraron
|
|
finalmente in testa; gli fecero sentire un po' più distintamente il
|
|
bisogno di ciò che significavano, e produssero un momento di lucido
|
|
intervallo. Quel po' di senno che gli tornò, gli fece in certo modo
|
|
capire che il più se n'era andato: a un di presso come l'ultimo moccolo
|
|
rimasto acceso d'un'illuminazione, fa vedere gli altri spenti. Si
|
|
fece coraggio; stese le mani, e le appuntellò sulla tavola; tentò,
|
|
una e due volte, d'alzarsi; sospirò, barcollò; alla terza, sorretto
|
|
dall'oste, si rizzò. Quello, reggendolo tuttavia, lo fece uscire di tra
|
|
la tavola e la panca; e, preso con una mano un lume, con l'altra, parte
|
|
lo condusse, parte lo tirò, alla meglio, verso l'uscio di scala. Lì
|
|
Renzo, al chiasso de' saluti che coloro gli urlavan dietro, si voltò in
|
|
fretta; e se il suo sostenitore non fosse stato ben lesto a tenerlo per
|
|
un braccio, la voltata sarebbe stata un capitombolo; si voltò dunque,
|
|
e con l'altro braccio che gli rimaneva libero, andava trinciando e
|
|
iscrivendo nell'aria certi saluti, a guisa d'un nodo di Salomone.
|
|
|
|
«Andiamo a letto, a letto,» disse l'oste, strascicandolo; gli fece
|
|
imboccar l'uscio; e con più fatica ancora, lo tirò in cima di quella
|
|
scaletta, e poi nella camera che gli aveva destinata. Renzo, visto il
|
|
letto che l'aspettava, si rallegrò; guardò amorevolmente l'oste, con
|
|
due occhietti che ora scintillavan più che mai, ora s'ecclissavano,
|
|
come due lucciole; cercò d'equilibrarsi sulle gambe; e stese la mano al
|
|
viso dell'oste, per prendergli il ganascino, in segno d'amicizia e di
|
|
riconoscenza; ma non gli riuscì. «Bravo oste!» gli riuscì però di dire:
|
|
«ora vedo che sei un galantuomo: questa è un'opera buona, dare un letto
|
|
a un buon figliuolo; ma quella figura che m'hai fatta, sul nome e
|
|
cognome, quella non era da galantuomo. Per buona sorte che anch'io son
|
|
furbo la mia parte....»
|
|
|
|
L'oste, il quale non pensava che colui potesse ancor tanto connettere;
|
|
l'oste che, per lunga esperienza, sapeva quanto gli uomini, in quello
|
|
stato, sian più soggetti del solito a cambiar di parere, volle
|
|
approfittare di quel lucido intervallo, per fare un altro tentativo.
|
|
«Figliuolo caro,» disse, con una voce e con un fare tutto gentile: «non
|
|
l'ho fatto per seccarvi, nè per sapere i fatti vostri. Cosa volete? è
|
|
legge: anche noi bisogna ubbidire; altrimenti siamo i primi a portarne
|
|
la pena. È meglio contentarli, e.... Di che si tratta finalmente? Gran
|
|
cosa! dir due parole. Non per loro, ma per fare un piacere a me: via;
|
|
qui tra noi, a quattr'occhi, facciam le nostre cose; ditemi il vostro
|
|
nome, e.... e poi andate a letto col cuor quieto.»
|
|
|
|
«Ah birbone!» esclamò Renzo: «mariolo! tu mi torni ancora in campo con
|
|
quell'infamità del nome, cognome e negozio!»
|
|
|
|
«Sta zitto, buffone; va a letto,» diceva l'oste.
|
|
|
|
Ma Renzo continuava più forte: «ho inteso: sei della lega anche tu.
|
|
Aspetta, aspetta, che t'accomodo io.» E voltando la testa verso la
|
|
scaletta, cominciava a urlare più forte ancora: «amici! l'oste è
|
|
della....»
|
|
|
|
«Ho detto per celia,» gridò questo sul viso di Renzo, spingendolo verso
|
|
il letto: «per celia; non hai inteso che ho detto per celia?»
|
|
|
|
«Ah! per celia: ora parli bene. Quando hai detto per celia.... Son
|
|
proprio celie.» E cadde bocconi sul letto.
|
|
|
|
«Animo; spogliatevi; presto,» disse l'oste, e al consiglio aggiunse
|
|
l'aiuto; che ce n'era bisogno. Quando Renzo si fu levato il farsetto,
|
|
(e ce ne volle) l'oste l'agguantò subito, e corse con le mani alle
|
|
tasche, per vedere se c'era il morto. Lo trovò: e pensando che, il
|
|
giorno dopo, il suo ospite avrebbe avuto a fare i conti con tutt'altri
|
|
che con lui, e che quel morto sarebbe probabilmente caduto in mani di
|
|
dove un oste non avrebbe potuto farlo uscire; volle provarsi se almeno
|
|
gli riusciva di concluder quest'altro affare.
|
|
|
|
«Voi siete un buon figliuolo, un galantuomo; n'è v'ero?» disse.
|
|
|
|
«Buon figliuolo, galantuomo,» rispose Renzo, facendo tuttavia litigar
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le dita co' bottoni de' panni che non s'era ancor potuto levare.
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«Bene,» replicò l'oste: «saldate ora dunque quel poco conticino, perchè
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domani io devo uscire per certi miei affari....»
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«Quest'è giusto,» disse Renzo. «Son furbo, ma galantuomo.... Ma i
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danari? Andare a cercare i danari ora!»
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«Eccoli qui,» disse l'oste: e, mettendo in opera tutta la sua pratica,
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tutta la sua pazienza, tutta la sua destrezza, gli riuscì di fare il
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conto con Renzo, e di pagarsi.
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«Dammi una mano, ch'io possa finir di spogliarmi, oste,» disse Renzo.
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«Lo vedo anch'io, ve', che ho addosso un gran sonno.»
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L'oste gli diede l'aiuto richiesto; gli stese per di più la coperta,
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addosso, e gli disse sgarbatamente «buona notte,» che già quello
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russava. Poi, per quella specie d'attrattiva, che alle volte ci tiene
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a considerare un oggetto di stizza, al pari che un oggetto d'amore,
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e che forse non è altro che il desiderio di conoscere ciò che opera
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fortemente sull'animo nostro, si fermò un momento a contemplare
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l'ospite così noioso per lui, alzandogli il lume sul viso, e facendovi,
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con la mano stesa, ribatter sopra la luce; in quell'atto a un dipresso
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che vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente le forme del
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consorte sconosciuto. «Pezzo d'asino!» disse nella sua mente al povero
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addormentato: «sei andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai
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dire che bel gusto ci avrai. Tangheri, che volete girare il mondo,
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senza saper da che parte si levi il sole; per imbrogliar voi e il
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prossimo.»
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Così detto o pensato, ritirò il lume, si mosse, uscì dalla camera,
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e chiuse l'uscio a chiave. Sul pianerottolo della scala, chiamò
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l'ostessa; alla quale disse che lasciasse i figliuoli in guardia a
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una loro servetta, e scendesse in cucina, a far le sue veci. «Bisogna
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ch'io vada fuori, in grazia d'un forestiero capitato qui, non so come
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diavolo, per mia disgrazia,» soggiunse; e le raccontò in compendio il
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noioso accidente. Poi soggiunse ancora: «occhio a tutto; e sopra tutto
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prudenza, in questa maledetta giornata. Abbiamo laggiù una mano di
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scapestrati che, tra il bere, e tra che di natura sono sboccati, ne
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dicon di tutti i colori. Basta, se qualche temerario....»
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«Oh! non sono una bambina, e so anch'io quel che va fatto. Finora, mi
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pare che non si possa dire....»
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«Bene, bene; e badar che paghino; e tutti que' discorsi che fanno,
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sul vicario di provvisione e il governatore e Ferrer e i decurioni e
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i cavalieri e Spagna e Francia e altre simili corbellerie, far vista
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di non sentire; perchè, se si contraddice, la può andar male subito;
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e se si dà ragione, la può andar male in avvenire: e già sai anche tu
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che qualche volta quelli che le dicon più grosse.... Basta; quando
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si senton certe proposizioni, girar la testa, e dire: vengo; come se
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qualcheduno chiamasse da un'altra parte. Io cercherò di tornare più
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presto che posso.»
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Ciò detto, scese con lei in cucina, diede un'occhiata in giro, per
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veder se c'era novità di rilievo; staccò da un cavicchio il cappello e
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la cappa, prese un randello da un cantuccio, ricapitolò con un'altra
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occhiata alla moglie, l'istruzioni che le aveva date; e uscì. Ma,
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già nel far quelle operazioni, aveva ripreso, dentro di sè, il filo
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dell'apostrofe cominciata al letto del povero Renzo; e la proseguiva,
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camminando in istrada.
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--Testardo d'un montanaro!--Chè, per quanto Renzo avesse voluto tener
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nascosto l'esser suo, questa qualità si manifestava da sè, nelle
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parole, nella pronunzia, nell'aspetto e negli atti.--Una giornata come
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questa, a forza di politica, a forza d'aver giudizio, io n'uscivo
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netto; e dovevi venir tu sulla fine, a guastarmi l'uova nel paniere.
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Manca osterie in Milano, che tu dovessi proprio capitare alla mia?
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Fossi almeno capitato solo; che avrei chiuso un occhio per questa
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sera; e domattina t'avrei fatto intender la ragione. Ma no signore; in
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compagnia ci vieni; e in compagnia d'un bargello, per far meglio!--
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A ogni passo, l'oste incontrava o passeggieri scompagnati, o coppie,
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o brigate di gente, che giravano susurrando. A questo punto della sua
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muta allocuzione, vide venire una pattuglia di soldati; e tirandosi
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da parte, per lasciarli passare, li guardò con la coda dell'occhio,
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e continuò tra sè:--eccoli i gastigamatti. E tu, pezzo d'asino, per
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aver visto un po' di gente in giro a far baccano, ti sei cacciato in
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testa che il mondo abbia a mutarsi. E su questo bel fondamento, ti sei
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rovinato te, e volevi anche rovinar me; che non è giusto. Io facevo di
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tutto per salvarti; e tu, bestia, in contraccambio, c'è mancato poco
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che non m'hai messo sottosopra l'osteria. Ora toccherà a te a levarti
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d'impiccio: per me ci penso io. Come se io volessi sapere il tuo nome
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per una mia curiosità! Cosa m'importa a me che tu ti chiami Taddeo o
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Bartolommeo? Ci ho un bel gusto anch'io a prender la penna in mano! ma
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non siete voi altri soli a voler le cose a modo vostro. Lo so anch'io
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che ci son delle gride che non contan nulla: bella novità, da venircela
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a dire un montanaro! Ma tu non sai che le gride contro gli osti
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contano. E pretendi girare il mondo, e parlare; e non sai che, a voler
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fare a modo suo, e impiparsi delle gride, la prima cosa è di parlarne
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con gran riguardo. E per un povero oste che fosse del tuo parere, e
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non domandasse il nome di chi capita a favorirlo, sai tu, bestia, cosa
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c'è di bello? _Sotto pena a qual si voglia dei detti osti, tavernai
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ed altri, come sopra, di trecento scudi_: sì, son lì che covano
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trecento scudi; e per ispenderli così bene; _da essere applicati, per
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i due terzi alla regia Camera, e l'altro all'accusatore o delatore_:
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quel bel cecino! _Ed in caso di inabilità, cinque anni di galera, e
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maggior pena, pecuniaria o corporale, all'arbitrio di sua eccellenza._
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Obbligatissimo alle sue grazie.--
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A queste parole, l'oste toccava la soglia del palazzo di giustizia.
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Lì, come a tutti gli altri ufizi, c'era un gran da fare: per tutto
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s'attendeva a dar gli ordini che parevan più atti a preoccupare il
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giorno seguente, a levare i pretesti e l'ardire agli animi vogliosi di
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nuovi tumulti, ad assicurare la forza nelle mani solite a adoprarla.
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S'accrebbe la soldatesca alla casa del vicario; gli sbocchi della
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strada furono sbarrati di travi, trincerati di carri. S'ordinò a tutti
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i fornai che facessero pane senza intermissione; si spedirono staffette
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a' paesi circonvicini, con ordini di mandar grano alla città; a ogni
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forno furono deputati nobili, che vi si portassero di buon mattino,
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a invigilare sulla distribuzione e a tenere a freno gl'inquieti, con
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l'autorità della presenza, e con le buone parole. Ma per dar, come si
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dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più efficaci i
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consigli con un po' di spavento, si pensò anche a trovar la maniera di
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metter le mani addosso a qualche sedizioso: e questa era principalmente
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la parte del capitano di giustizia; il quale, ognuno può pensare che
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sentimenti avesse per le sollevazioni e per i sollevati, con una
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pezzetta d'acqua vulneraria sur uno degli organi della profondità
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metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino dal principio del
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tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha detto l'oste,
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un bargello travestito, mandato in giro appunto per cogliere sul fatto
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qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, e appostarlo,
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e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta, o il giorno dopo. Sentite
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quattro parole di quella predica di Renzo, colui gli aveva fatto subito
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assegnamento sopra; parendogli quello un reo buon uomo, proprio quel
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che ci voleva. Trovandolo poi nuovo affatto del paese, aveva tentato il
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colpo maestro di condurlo caldo caldo alle carceri, come alla locanda
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più sicura della città; ma gli andò fallito, come avete visto. Potè
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però portare a casa la notizia sicura del nome, cognome e patria, oltre
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cent'altre belle notizie congetturali; dimodochè, quando l'oste capitò
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lì, a dir ciò che sapeva intorno Renzo, ne sapevan già più di lui.
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Entrò nella solita stanza, e fece la sua deposizione: come era giunto
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ad alloggiar da lui un forestiero, che non aveva mai voluto manifestare
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il suo nome.
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«Avete fatto il vostro dovere a informar la giustizia;» disse un notaio
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criminale, mettendo giù la penna, «ma già lo sapevamo.»
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--Bel segreto!--pensò l'oste:--ci vuole un gran talento!--
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«E sappiamo anche,» continuò il notaio, «quel riverito nome.»
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--Diavolo! il nome poi, com'hanno fatto?--pensò l'oste questa volta.
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«Ma voi,» riprese l'altro, con volto serio, «voi non dite tutto
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sinceramente.»
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«Cosa devo dire di più?»
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«Ah! ah! sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria
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una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di
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saccheggio e di sedizione.»
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«Vien uno con un pane in tasca; so assai dov'è andato a prenderlo.
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Perchè, a parlar come in punto di morte, posso dire di non avergli
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visto che un pane solo.»
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«Già; sempre scusare, difendere: chi sente voi altri, son tutti
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galantuomini. Come potete provare che quel pane fosse di buon acquisto?»
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«Cosa ho da provare io? io non c'entro: io fo l'oste.»
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«Non potrete però negare che codesto vostro avventore non abbia avuta
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la temerità di proferir parole ingiuriose contro le gride, e di fare
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atti mali e indecenti contro l' arme di sua eccellenza.»
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[Illustrazione: «Lorenzo Tramaglino!» disse Renzo Tramaglino: «cosa vuoi
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dir questo?»... (pag. 226)]
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«Mi faccia grazia, vossignoria: come può mai essere mio avventore, se
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lo vedo per la prima volta? E il diavolo, con rispetto parlando, che
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l'ha mandato a casa mia: e se lo conoscessi, vossignoria vede bene che
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non avrei avuto bisogno di domandargli il suo nome.»
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«Però, nella vostra osteria, alla vostra presenza, si son dette cose di
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fuoco: parole temerarie, proposizioni sediziose, mormorazioni, strida,
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clamori.»
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«Come vuole vossignoria ch'io badi agli spropositi che posson dire
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tanti urloni che parlan tutti insieme? Io devo attendere a' miei
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interessi, che sono un pover'uomo. E poi vossignoria sa bene che chi
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è di lingua sciolta, per il solito è anche lesto di mano, tanto più
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quando sono una brigata, e....»
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«Sì, sì; lasciateli fare e dire: domani, domani, vedrete se gli sarà
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passato il ruzzo. Cosa credete?»
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«Io non credo nulla.»
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«Che la canaglia sia diventata padrona di Milano?»
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«Oh giusto!»
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«Vedrete, vedrete.»
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«Intendo benissimo: il re sarà sempre il re; ma chi avrà riscosso, avrà
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riscosso: e naturalmente un povero padre di famiglia non ha voglia di
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riscotere. Lor signori hanno la forza: a lor signori tocca.»
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«Avete ancora molta gente in casa?»
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«Un visibilio.»
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«E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a metter su
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la gente, a preparar tumulti per domani?»
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«Quel forestiero, vuol dire vossignoria: è andato a letto.»
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«Dunque avete molta gente.... Basta; badate a non lasciarlo scappare.»
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--Che devo fare il birro io?--pensò l'oste; ma non disse nè sì nè no.
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«Tornate pure a casa; e abbiate giudizio,» riprese il notaio.
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«Io ho sempre avuto giudizio. Vossignoria può dire se ho mai dato da
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fare alla giustizia.»
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«E non crediate che la giustizia abbia perduta la sua forza.»
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«Io? per carità! io non credo nulla: abbado a far l'oste.»
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«La solita canzone: non avete mai altro da dire.»
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«Che ho da dire altro? La verità è una sola.»
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«Basta; per ora riteniamo ciò che avete deposto; se verrà poi il caso,
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|
informerete più minutamente la giustizia, intorno a ciò che vi potrà
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venir domandato.»
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«Cosa ho da informare? io non so nulla; appena ho la testa da attendere
|
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ai fatti miei.»
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«Badate a non lasciarlo partire.»
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«Spero che l'illustrissimo signor capitano saprà che son venuto subito
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a fare il mio dovere. Bacio le mani a vossignoria.»
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Allo spuntar del giorno, Renzo russava da circa sett'ore, ed era
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|
ancora, poveretto! sul più bello, quando due forti scosse alle braccia,
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|
e una voce che dappiè del letto gridava: «Lorenzo Tramaglino!», lo
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fecero riscotere. Si risentì, ritirò le braccia, aprì gli occhi a
|
|
stento; e vide ritto appiè del letto un uomo vestito di nero, e due
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armati, uno di qua, uno di là del capezzale. E, tra la sorpresa, e il
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|
non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che sapete, rimase
|
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un momento come incantato; e credendo di sognare, e non piacendogli
|
|
quel sogno, si dimenava, come per isvegliarsi affatto.
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|
«Ah! avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino?» disse l'uomo dalla
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cappa nera, quel notaio medesimo della sera avanti. «Animo dunque;
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levatevi, e venite con noi.»
|
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|
«Lorenzo Tramaglino!» disse Renzo Tramaglino: «cosa vuol dir questo?
|
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Cosa volete da me? Chi v'ha detto il mio nome?»
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|
«Meno ciarle, e fate presto,» disse uno de' birri che gli stavano a
|
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fianco, prendendogli di nuovo il braccio.
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|
«Ohe! che prepotenza è questa?» gridò Renzo, ritirando il braccio.
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|
«Oste! o l'oste!»
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|
«Lo portiam via in camicia?» disse ancora quel birro, voltandosi al
|
|
notaio.
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«Avete inteso?» disse questo a Renzo: «si farà così, se non vi levate
|
|
subito subito, per venir con noi.»
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«E perchè?» domandò Renzo.
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«Il perchè lo sentirete dal signor capitano di giustizia.»
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«Io? Io sono un galantuomo: non ho fatto nulla; e mi maraviglio....»
|
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«Meglio per voi, meglio per voi; così, in due parole sarete spicciato,
|
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e potrete andarvene per i fatti vostri.»
|
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«Mi lascino andare ora,» disse Renzo: «io non ho che far nulla con la
|
|
giustizia.»
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|
«Orsù, finiamola!» disse un birro.
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|
|
«Lo portiamo via davvero?» disse l'altro.
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|
«Lorenzo Tramaglino!» disse il notaio.
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|
«Come sa il mio nome, vossignoria?»
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«Fate il vostro dovere,» disse il notaio a' birri; i quali misero
|
|
subito le mani addosso a Renzo, per tirarlo fuori del letto.
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|
«Eh! non toccate la carne d'un galantuomo, che...! Mi so vestir da me.»
|
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|
|
«Dunque vestitevi subito,» disse il notaio.
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|
«Mi vesto,» rispose Renzo; e andava di fatti raccogliendo qua e là
|
|
i panni sparsi sul letto, come gli avanzi d'un naufragio sul lido.
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|
E cominciando a metterseli, proseguiva tuttavia dicendo: «ma io non
|
|
ci voglio andare dal capitano di giustizia. Non ho che far nulla con
|
|
lui. Giacchè mi si fa quest'affronto ingiustamente, voglio esser
|
|
condotto da Ferrer. Quello lo conosco, so che è un galantuomo; e m'ha
|
|
dell'obbligazioni.»
|
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|
«Sì, sì, figliuolo, sarete condotto da Ferrer,» rispose il notaio. In
|
|
altre circostanze, avrebbe riso, proprio di gusto, d'una richiesta
|
|
simile; ma non era momento da ridere. Già nel venire, aveva visto per
|
|
le strade un certo movimento, da non potersi ben definire se fossero
|
|
rimasugli d'una sollevazione non del tutto sedata, o princìpi d'una
|
|
nuova: uno sbucar di persone, un accozzarsi, un andare a brigate, un
|
|
far crocchi. E ora, senza farne sembiante, o cercando almeno di non
|
|
farlo, stava in orecchi, e gli pareva che il ronzío andasse crescendo.
|
|
Desiderava dunque di spicciarsi; ma avrebbe anche voluto condur via
|
|
Renzo d'amore e d'accordo; giacchè, se si fosse venuti a guerra aperta
|
|
con lui, non poteva esser certo, quando fossero in istrada, di trovarsi
|
|
tre contr'uno. Perciò dava d'occhio a' birri, che avessero pazienza, e
|
|
non inasprissero il giovine; e dalla parte sua, cercava di persuaderlo
|
|
con buone parole. Il giovine intanto, mentre si vestiva adagino
|
|
adagino, richiamandosi, come poteva, alla memoria gli avvenimenti del
|
|
giorno avanti, indovinava bene, a un di presso, che le gride e il nome
|
|
e il cognome dovevano esser la causa di tutto; ma come diamine colui lo
|
|
sapeva quel nome? E che diamine era accaduto in quella notte, perchè la
|
|
giustizia avesse preso tant'animo, da venire a colpo sicuro, a metter
|
|
le mani addosso a uno de' buoni figliuoli che, il giorno avanti, avevan
|
|
tanta voce in capitolo? e che non dovevano esser tutti addormentati,
|
|
poichè Renzo s'accorgeva anche lui d'un ronzío crescente nella strada.
|
|
Guardando poi in viso il notaio, vi scorgeva in pelle in pelle la
|
|
titubazione che costui si sforzava invano di tener nascosta. Onde, così
|
|
per venire in chiaro delle sue congetture, e scoprir paese, come per
|
|
tirare in lungo, e anche per tentare un colpo, disse: «vedo bene cos'è
|
|
l'origine di tutto questo: gli è per amor del nome e del cognome. Ier
|
|
sera veramente ero un po' allegro: questi osti alle volte hanno certi
|
|
vini traditori; e alle volte, come dico, si sa, quando il vino è giù,
|
|
è lui che parla. Ma, se non si tratta d'altro, ora son pronto a darle
|
|
ogni soddisfazione. E poi, già lei lo sa il mio nome. Chi diamine gliel
|
|
ha detto?»
|
|
|
|
«Bravo, figliuolo, bravo!» rispose il notaio, tutto manieroso: «vedo
|
|
che avete giudizio; e, credete a me che son del mestiere, voi siete più
|
|
furbo che tant'altri. È la miglior maniera d'uscirne presto e bene: con
|
|
codeste buone disposizioni, in due parole siete spicciato, e lasciato
|
|
in libertà. Ma io, vedete figliuolo, ho le mani legate, non posso
|
|
rilasciarvi qui, come vorrei. Via, fate presto, e venite pure senza
|
|
timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dirò.... Lasciate fare
|
|
a me.... Basta; sbrigatevi, figliuolo.»
|
|
|
|
«Ah! lei non può: intendo,» disse Renzo; e continuava a vestirsi,
|
|
rispingendo con de' cenni i cenni che i birri facevano di mettergli le
|
|
mani addosso per farlo spicciare.
|
|
|
|
«Passeremo dalla piazza del duomo?» domandò poi al notaio.
|
|
|
|
«Di dove volete; per la più corta, affine di lasciarvi più presto
|
|
in libertà,» disse quello, rodendosi dentro di sè, di dover
|
|
lasciar cadere in terra quella domanda misteriosa di Renzo, che
|
|
poteva divenire un tema di cento interrogazioni.--Quando uno nasce
|
|
disgraziato!--pensava.--Ecco; mi viene alle mani uno che, si vede,
|
|
non vorrebbe altro che cantare; e, un po' di respiro che s'avesse,
|
|
così _extra formam_, accademicamente, in via di discorso amichevole,
|
|
gli si farebbe confessar, senza corda, quel che uno volesse; un uomo
|
|
da condurlo in prigione già bell'e esaminato, senza che se ne fosse
|
|
accorto: e un uomo di questa sorte mi deve per l'appunto capitare in un
|
|
momento così angustiato. Eh! non c'è scampo,--continuava a pensare,
|
|
tendendo gli orecchi, e piegando la testa all'indietro:--non c'è
|
|
rimedio; e' risica d'essere una giornata peggio di ieri.--Ciò che lo
|
|
fece pensar così, fu un rumore straordinario che si sentì nella strada;
|
|
e non potè tenersi di non aprir l'impannata, per dare un'occhiatina.
|
|
Vide ch'era un crocchio di cittadini, i quali, all'intimazione di
|
|
sbandarsi, fatta loro da una pattuglia, avevan da principio risposto
|
|
con cattive parole, e finalmente si separavan continuando a brontolare;
|
|
e quel che al notaio parve un segno mortale, i soldati eran pieni di
|
|
civiltà. Chiuse l'impannata e stette un momento in forse, se dovesse
|
|
condur l'impresa a termine, o lasciar Renzo in guardia de' due
|
|
birri, e correr dal capitano di giustizia, a render conto di ciò che
|
|
accadeva.--Ma,--pensò subito,--mi si dirà che sono un buon a nulla, un
|
|
pusillanime, e che dovevo eseguir gli ordini. Siamo in ballo; bisogna
|
|
ballare. Malannaggia la furia! Maledetto il mestiere!--
|
|
|
|
Renzo era levato; i due satelliti gli stavano a' fianchi. Il notaio
|
|
accennò a costoro che non lo sforzasser troppo, e disse a lui: «da
|
|
bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi.»
|
|
|
|
Anche Renzo sentiva, vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito,
|
|
salvo il farsetto, che teneva con una mano, frugando con l'altra
|
|
nelle tasche. «Ohe!» disse, guardando il notaio, con un viso molto
|
|
significante: «qui c'era de' soldi e una lettera. Signor mio!»
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«Vi sarà dato ogni cosa puntualmente,» disse il notaio, «dopo adempite
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quelle poche formalità. Andiamo, andiamo.»
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«No, no, no,» disse Renzo, tentennando il capo: «questa non mi va:
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voglio la roba mia, signor mio. Renderò conto delle mie azioni; ma
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voglio la roba mia.»
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«Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto,» disse
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il notaio, levandosi di seno, e consegnando, con un sospiro, a Renzo
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le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava
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tra' denti: «alla larga! bazzicate tanto co' ladri, che avete un poco
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imparato il mestiere.» I birri non potevan più stare alle mosse; ma il
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notaio li teneva a freno con gli occhi, e diceva intanto tra sè:--se tu
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arrivi a metter piede dentro quella soglia, l'hai da pagar con usura,
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l'hai da pagare.--
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Mentre Renzo si metteva il farsetto, e prendeva il cappello, il notaio
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fece cenno a un de' birri, che s'avviasse per la scala; gli mandò
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dietro il prigioniero, poi l'altro amico; poi si mosse anche lui. In
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cucina che furono, mentre Renzo dice: «e quest'oste benedetto dove s'è
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cacciato?» il notaio fa un altro cenno a' birri; i quali afferrano,
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l'uno la destra, l'altro la sinistra del giovine, e in fretta in
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fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell'ipocrita figura
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d'eufemismo, chiamati manichini. Consistevano questi (ci dispiace
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di dover discendere a particolari indegni della gravità storica; ma
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la chiarezza lo richiede), consistevano in una cordicella lunga un
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po' più che il giro d'un polso ordinario, la quale aveva nelle cime
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due pezzetti di legno, come due piccole stanghette. La cordicella
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circondava il polso del paziente; i legnetti, passati tra il medio
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e l'anulare del prenditore, gli rimanevano chiusi in pugno, di modo
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che, girandoli, ristringeva la legatura, a volontà; e con ciò aveva
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mezzo, non solo d'assicurare la presa, ma anche di martirizzare un
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ricalcitrante: e a questo fine, la cordicella era sparsa di nodi.
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Renzo si divincola, grida: «che tradimento è questo? A un
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galantuomo...!» Ma il notaio, che per ogni tristo fatto aveva le sue
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buone parole, «abbiate pazienza,» diceva: «fanno il loro dovere. Cosa
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volete? son tutte formalità; e anche noi non possiamo trattar la gente
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a seconda del nostro cuore. Se non si facesse quello che ci vien
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comandato, staremmo freschi noi altri, peggio di voi. Abbiate pazienza.»
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Mentre parlava, i due a cui toccava a fare, diedero una girata a'
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legnetti. Renzo s'acquietò, come un cavallo bizzarro che si sente il
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labbro stretto tra le morse, e esclamò: «pazienza!»
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«Bravo figliuolo!» disse il notaio: «questa è la vera maniera d'uscirne
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a bene. Cosa volete? è una seccatura; lo vedo anch'io; ma, portandovi
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bene, in un momento ne siete fuori. E giacchè vedo che siete ben
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disposto, e io mi sento inclinato a aiutarvi, voglio darvi anche un
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altro parere, per vostro bene. Credete a me, che son pratico di queste
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cose: andate via diritto diritto, senza guardare in qua e in là, senza
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farvi scorgere: così nessuno bada a voi, nessuno s'avvede di quel che
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è, e voi conservate il vostro onore. Di qui a un'ora voi siete in
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libertà: c'è tanto da fare, che avranno fretta anche loro di sbrigarvi:
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e poi parlerò io.... Ve n'andate per i fatti vostri; e nessuno saprà
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che siete stato nelle mani della giustizia. E voi altri,» continuò poi,
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voltandosi a' birri, con un viso severo: «guardate bene di non fargli
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male, perchè lo proteggo io: il vostro dovere bisogna che lo facciate;
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ma ricordatevi che è un galantuomo, un giovine civile, il quale, di qui
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a poco, sarà in libertà; e che gli deve premere il suo onore. Andate in
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maniera che nessuno s'avveda di nulla: come se foste tre galantuomini
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che vanno a spasso.» E, con tono imperativo, e con sopracciglio
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minaccioso, concluse: «m'avete inteso.» Voltatosi poi a Renzo, col
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sopracciglio spianato, e col viso divenuto a un tratto ridente, che
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pareva volesse dire: oh noi sì che siamo amici!, gli bisbigliò di
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nuovo: «giudizio; fate a mio modo: andate raccolto e quieto; fidatevi
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di chi vi vuol bene: andiamo.» E la comitiva s'avviò.
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Però, di tante belle parole Renzo, non ne credette una: nè che il
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notaio volesse più bene a lui che a' birri, nè che prendesse tanto a
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cuore la sua riputazione, nè che avesse intenzion d'aiutarlo: capì
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benissimo che il galantuomo, temendo che si presentasse per la strada
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qualche buona occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que'
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bei motivi, per istornar lui dallo starci attento e da approfittarne.
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Dimodochè tutte quelle esortazioni non servirono ad altro che a
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confermarlo nel disegno che già aveva in testa, di far tutto il
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contrario.
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Nessuno concluda da ciò che il notaio fosse un furbo inesperto e
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novizio; perchè s'ingannerebbe. Era un furbo matricolato, dice il
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nostro storico, il quale pare che fosse nel numero de' suoi amici:
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ma, in quel momento, si trovava con l'animo agitato. A sangue freddo,
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vi so dir io come si sarebbe fatto beffe di chi, per indurre un altro
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a fare una cosa per sè sospetta, fosse andato suggerendogliela e
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inculcandogliela caldamente, con quella miserabile finta di dargli
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un parere disinteressato, da amico. Ma è una tendenza generale degli
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uomini, quando sono agitati e angustiati, e vedono ciò che un altro
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potrebbe fare per levarli d'impiccio, di chiederglielo con istanza e
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ripetutamente e con ogni sorte di pretesti; e i furbi, quando sono
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angustiati e agitati, cadono anche loro sotto questa legge comune.
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|
Quindi è che, in simili circostanze, fanno per lo più una così meschina
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figura. Que' ritrovati maestri, quelle belle malizie, con le quali
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sono avvezzi a vincere, che son diventate per loro quasi una seconda
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natura, e che, messe in opera a tempo, e condotte con la pacatezza
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d'animo, con la serenità di mente necessarie, fanno il colpo così bene
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e così nascostamente, e conosciute anche, dopo la riuscita, riscotono
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l'applauso universale; i poverini quando sono alle strette, le adoprano
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in fretta, all'impazzata, senza garbo nè grazia. Di maniera che a uno
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che li veda ingegnarsi e arrabattarsi a quel modo, fanno pietà e movon
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le risa, e l'uomo che pretendono allora di mettere in mezzo, quantunque
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meno accorto di loro, scopre benissimo tutto il loro gioco, e da quegli
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artifizi ricava lume per sè, contro di loro. Perciò non si può mai
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abbastanza raccomandare a' furbi di professione di conservar sempre il
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loro sangue freddo, o d'esser sempre i più forti, che è la più sicura.
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Renzo adunque, appena furono in istrada, cominciò a girar gli occhi
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in qua e in là, a sporgersi con la persona, a destra e a sinistra, a
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tender gli orecchi. Non c'era però concorso straordinario; e benchè sul
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viso di più d'un passeggiero si potesse legger facilmente un certo non
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so che di sedizioso, pure ognuno andava diritto per la sua strada; e
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sedizione propriamente detta, non c'era.
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«Giudizio, giudizio!» gli susurrava il notaio dietro le spalle:
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«il vostro onore; l'onore, figliuolo.» Ma quando Renzo, badando
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attentamente a tre che venivano con visi accesi, sentì che parlavan
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d'un forno, di farina nascosta, di giustizia, cominciò anche a far loro
|
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de' cenni col viso, e a tossire in quel modo che indica tutt'altro che
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un raffreddore. Quelli guardarono più attentamente la comitiva, e si
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fermarono; con loro si fermarono altri che arrivavano; altri, che gli
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eran passati davanti, voltatisi al bisbiglio, tornavano indietro, e
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facevan coda.
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«Badate a voi; giudizio, figliuolo; peggio per voi vedete; non guastate
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i fatti vostri; l'onore, la riputazione,» continuava a susurrare il
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notaio. Renzo faceva peggio. I birri, dopo essersi consultati con
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l'occhio, pensando di far bene (ognuno è soggetto a sbagliare), gli
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diedero una stretta di manichini.
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«Ahi! ahi! ahi!» grida il tormentato: al grido, la gente s'affolla
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intorno; n'accorre da ogni parte della strada: la comitiva si trova
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incagliata. «È un malvivente,» bisbigliava il notaio a quelli che gli
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erano a ridosso: «è un ladro colto sul fatto. Si ritirino, lascin
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passar la giustizia.» Ma Renzo, visto il bel momento, visti i birri
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diventar bianchi, o almeno pallidi,--se non m'aiuto ora, pensò, mio
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danno.--E subito alzò la voce: «figliuoli! mi menano in prigione,
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perchè ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son
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galantuomo: aiutatemi, non m'abbandonate, figliuoli!»
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Un mormorío favorevole, voci più chiare di protezione s'alzano in
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risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano
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i più vicini d'andarsene, e di far largo: la folla in vece incalza
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e pigia sempre più. Quelli, vista la mala parata, lascian andare i
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manichini, e non si curan più d'altro che di perdersi nella folla,
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per uscirne inosservati. Il notaio desiderava ardentemente di far lo
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stesso; ma c'era de' guai, per amor della cappa nera. Il pover'uomo,
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pallido e sbigottito, cercava di farsi piccino piccino, s'andava
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storcendo, per isgusciar fuor della folla; ma non poteva alzar gli
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occhi, che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere
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di comparire un estraneo che, passando di lì a caso, si fosse trovato
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stretto nella calca, come una pagliucola nel ghiaccio; e riscontrandosi
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a viso a viso con uno che lo guardava fisso, con un cipiglio peggio
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degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un suo fare
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sciocco, gli domandò: «cos'è stato?»
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«Uh corvaccio!» rispose colui. «Corvaccio! corvaccio!» risonò
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all'intorno. Alle grida s'aggiunsero gli urtoni; di maniera che, in
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poco tempo, parte con le gambe proprie, parte con le gomita altrui,
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ottenne ciò che più gli premeva in quel momento, d'esser fuori di quel
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serra serra.
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CAPITOLO XVI.
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«Scappa, scappa, galantuomo: lì c'è un convento, ecco là una chiesa; di
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qui, di là,» si grida a Renzo da ogni parte. In quanto allo scappare,
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pensate se aveva bisogno di consigli. Fin dal primo momento che gli
|
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era balenato in mente una speranza d'uscir da quell'unghie, aveva
|
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cominciato a fare i suoi conti, e stabilito, se questo gli riusciva,
|
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d'andare senza fermarsi, fin che non fosse fuori, non solo della
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|
città, ma del ducato.--Perchè,--aveva pensato,--il mio nome l'hanno
|
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su' loro libracci, in qualunque maniera l'abbiano avuto; e col nome
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e cognome, mi vengono a prendere quando vogliono.--E in quanto a un
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asilo, non vi si sarebbe cacciato che quando avesse avuto i birri
|
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alle spalle.--Perchè, se posso essere uccel di bosco,--aveva anche
|
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pensato,--non voglio diventare uccel di gabbia.--Aveva dunque disegnato
|
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per suo rifugio quel paese nel territorio di Bergamo, dov'era accasato
|
|
quel suo cugino Bortolo, se ve ne rammentate, che più volte l'aveva
|
|
invitato a andar là. Ma trovar la strada, lì stava il male. Lasciato in
|
|
una parte sconosciuta d'una città si può dire sconosciuta, Renzo non
|
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sapeva neppure da che porta s'uscisse per andare a Bergamo; e quando
|
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l'avesse saputo, non sapeva poi andare alla porta. Fu lì lì per farsi
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insegnar la strada da qualcheduno de' suoi liberatori; ma siccome nel
|
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poco tempo che aveva avuto per meditare su' casi suoi, gli eran passate
|
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per la mente certe idee su quello spadaio così obbligante, padre di
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quattro figliuoli, così, a buon conto, non volle manifestare i suoi
|
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disegni a una gran brigata, dove ce ne poteva essere qualche altro di
|
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quel conio; e risolvette subito d'allontanarsi in fretta di lì: che
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la strada se la farebbe poi insegnare, in luogo dove nessuno sapesse
|
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chi era, nè il perchè la domandasse. Disse a' suoi liberatori: «grazie
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tante, figliuoli: siate benedetti,» e, uscendo per il largo che gli fu
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fatto immediatamente, prese la rincorsa, e via; dentro per un vicolo,
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giù per una stradetta, galoppò un pezzo, senza saper dove. Quando gli
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parve d'essersi allontanato abbastanza, rallentò il passo, per non
|
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dar sospetto; e cominciò a guardare in qua e in là, per isceglier la
|
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persona a cui far la sua domanda, una faccia che ispirasse confidenza.
|
|
Ma anche qui c'era dell'imbroglio. La domanda per sè era sospetta; il
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tempo stringeva; i birri, appena liberati da quel piccolo intoppo,
|
|
dovevan senza dubbio essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo; la
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|
voce di quella fuga poteva essere arrivata fin là; e in tali strette,
|
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Renzo dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la
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figura che gli paresse a proposito. Quel grassotto, che stava ritto
|
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sulla soglia della sua bottega, a gambe larghe, con le mani di dietro,
|
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con la pancia in fuori, col mento in aria, dal quale pendeva una gran
|
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pappagorgia, e che, non avendo altro che fare, andava alternativamente
|
|
sollevando sulla punta de' piedi la sua massa tremolante, e lasciandola
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|
ricadere sui calcagni, aveva un viso di cicalone curioso, che, in vece
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di dar delle risposte, avrebbe fatto delle interrogazioni. Quell'altro
|
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che veniva innanzi, con gli occhi fissi, e col labbro in fuori, non che
|
|
insegnar presto e bene la strada a un altro, appena pareva conoscer
|
|
la sua. Quel ragazzetto, che, a dire il vero, mostrava d'esser molto
|
|
sveglio, mostrava però d'essere anche più malizioso; e probabilmente
|
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avrebbe avuto un gusto matto a far andare un povero contadino dalla
|
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parte opposta a quella che desiderava. Tant'è vero che all'uomo
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impicciato, quasi ogni cosa è un nuovo impiccio! Visto finalmente uno
|
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che veniva in fretta, pensò che questo, avendo probabilmente qualche
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affare pressante, gli risponderebbe subito, senz'altre chiacchiere; e
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sentendolo parlar da sè, giudicò che dovesse essere un uomo sincero.
|
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Gli s'accostò, e disse: «di grazia, quel signore, da che parte si va
|
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per andare a Bergamo?»
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«Per andare a Bergamo? Da porta orientale.»
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«Grazie tante; e per andare a porta orientale?»
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«Prendete questa strada a mancina; vi troverete sulla piazza del duomo;
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poi....»
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«Basta, signore; il resto lo so. Dio gliene renda merito.» E diviato
|
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s'incamminò dalla parte che gli era stata indicata. L'altro gli guardò
|
|
dietro un momento, e, accozzando nel suo pensiero quella maniera
|
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di camminare con la domanda, disse tra sè:--o n'ha fatta una, o
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qualcheduno la vuol fare a lui.--
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Renzo arriva sulla piazza del duomo; l'attraversa, passa accanto a un
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mucchio di cenere e di carboni spenti, e riconosce gli avanzi del falò
|
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di cui era stato spettatore il giorno avanti; costeggia gli scalini
|
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del duomo, rivede il forno delle grucce, mezzo smantellato, e guardato
|
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da soldati; e tira diritto per la strada da cui era venuto insieme con
|
|
la folla; arriva al convento de' cappuccini; dà un'occhiata a quella
|
|
piazza e alla porta della chiesa, e dice tra sè, sospirando:--m'aveva
|
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però dato un buon parere quel frate di ieri: che stessi in chiesa a
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|
aspettare, e a fare un po' di bene.--
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|
Qui, essendosi fermato un momento a guardare attentamente alla porta
|
|
per cui doveva passare, e vedendovi, così da lontano, molta gente a
|
|
guardia, e avendo la fantasia un po' riscaldata (bisogna compatirlo;
|
|
aveva i suoi motivi), provò una certa ripugnanza ad affrontare quel
|
|
passo. Si trovava così a mano un luogo d'asilo, e dove, con quella
|
|
lettera, sarebbe ben raccomandato; fu tentato fortemente d'entrarvi.
|
|
Ma, subito ripreso animo, pensò:--uccel di bosco, fin che si può.
|
|
Chi mi conosce? Di ragione, i birri non si saran fatti in pezzi, per
|
|
andarmi ad aspettare a tutte le porte.--Si voltò, per vedere se mai
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|
venissero da quella parte: non vide nè quelli, nè altri che paressero
|
|
occuparsi di lui. Va innanzi; rallenta quelle gambe benedette, che
|
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volevan sempre correre, mentre conveniva soltanto camminare; e adagio
|
|
adagio, fischiando in semitono, arriva alla porta.
|
|
|
|
C'era, proprio sul passo, un mucchio di gabellini, e, per rinforzo,
|
|
anche de' micheletti spagnoli; ma stavan tutti attenti verso il di
|
|
fuori, per non lasciare entrar di quelli che, alla notizia d'una
|
|
sommossa, v'accorrono, come i corvi al campo dove è stata data
|
|
battaglia; di maniera che Renzo, con un'aria indifferente, con gli
|
|
occhi bassi, e con un andare così tra il viandante e uno che vada a
|
|
spasso, uscì, senza che nessuno gli dicesse nulla; ma il cuore di
|
|
dentro faceva un gran battere. Vedendo a diritta una viottola, entrò
|
|
in quella, per evitare la strada maestra; e camminò un pezzo prima di
|
|
voltarsi neppure indietro.
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Cammina, cammina; trova cascine, trova villaggi, tira innanzi senza
|
|
domandarne il nome; è certo d'allontanarsi da Milano, spera d'andar
|
|
verso Bergamo; questo gli basta per ora. Ogni tanto si voltava
|
|
indietro; ogni tanto, andava anche guardando e strofinando or l'uno
|
|
or l'altro polso, ancora un po' indolenziti, e segnati in giro d'una
|
|
striscia rosseggiante, vestigio della cordicella. I suoi pensieri
|
|
erano, come ognuno può immaginarsi, un guazzabuglio di pentimenti,
|
|
d'inquietudini, di rabbie, di tenerezze; era uno studio faticoso di
|
|
raccapezzare le cose dette e fatte la sera avanti, di scoprir la
|
|
parte segreta della sua dolorosa storia, e sopra tutto come avevan
|
|
potuto risapere il suo nome. I suoi sospetti cadevan naturalmente
|
|
sullo spadaio, al quale si rammentava bene d'averlo spiattellato. E
|
|
ripensando alla maniera con cui gliel aveva cavato di bocca, e a tutto
|
|
il fare di colui, e a tutte quell'esibizioni che riuscivan sempre a
|
|
voler saper qualcosa, il sospetto diveniva quasi certezza. Se non che
|
|
si rammentava poi anche, in confuso, d'aver, dopo la partenza dello
|
|
spadaio, continuato a cicalare; con chi, indovinala grillo; di cosa,
|
|
la memoria, per quanto venisse esaminata, non lo sapeva dire: non
|
|
sapeva dir altro che d'essersi in quel tempo trovata fuor di casa.
|
|
Il poverino si smarriva in quella ricerca: era come un uomo che ha
|
|
sottoscritti molti fogli bianchi, e gli ha affidati a uno che credeva
|
|
il fior de' galantuomini; e scoprendolo poi un imbroglione, vorrebbe
|
|
conoscere lo stato de' suoi affari; che conoscere? è un caos. Un altro
|
|
studio penoso era quello di far sull'avvenire un disegno che gli
|
|
potesse piacere: quelli che non erano in aria, eran tutti malinconici.
|
|
|
|
Ma ben presto, lo studio più penoso fu quello di trovar la strada.
|
|
Dopo aver camminato un pezzo, si può dire, alla ventura, vide che da
|
|
sè non ne poteva uscire. Provava bensì una certa ripugnanza a metter
|
|
fuori quella parola Bergamo, come se avesse un non so che di sospetto,
|
|
di sfacciato; ma non si poteva far di meno. Risolvette dunque di
|
|
rivolgersi, come aveva fatto in Milano, al primo viandante la cui
|
|
fisonomia gli andasse a genio; e così fece.
|
|
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|
«Siete fuor di strada,» gli rispose questo; e, pensatoci un poco, parte
|
|
con parole, parte co' cenni, gl'indicò il giro che doveva fare, per
|
|
rimettersi sulla strada maestra. Renzo lo ringraziò, fece le viste
|
|
di far come gli era stato detto, prese in fatti da quella parte, con
|
|
intenzione però d'avvicinarsi bensì a quella benedetta strada maestra,
|
|
di non perderla di vista, di costeggiarla più che fosse possibile; ma
|
|
senza mettervi piede. Il disegno era più facile da concepirsi che da
|
|
eseguirsi. La conclusione fu che, andando così da destra a sinistra,
|
|
e, come si dice a zig zag, parte seguendo l'altre indicazioni che si
|
|
faceva coraggio a pescar qua e là, parte correggendole secondo i suoi
|
|
lumi, e adattandole al suo intento, parte lasciandosi guidar dalle
|
|
strade in cui si trovava incamminato, il nostro fuggitivo aveva fatte
|
|
forse dodici miglia, che non era distante da Milano più di sei; e in
|
|
quanto a Bergamo, era molto se non se n'era allontanato. Cominciò a
|
|
persuadersi che, anche in quella maniera, non se n'usciva a bene; e
|
|
pensò a trovar qualche altro ripiego. Quello che gli venne in mente,
|
|
fu di scovar, con qualche astuzia, il nome di qualche paese vicino
|
|
al confine, e al quale si potesse andare per istrade comunali: e
|
|
domandando di quello, si farebbe insegnar la strada, senza seminar qua
|
|
e là quella domanda di Bergamo, che gli pareva puzzar tanto di fuga,
|
|
di sfratto, di criminale.
|
|
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|
Mentre cerca la maniera di pescar tutte quelle notizie, senza dar
|
|
sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria, fuori
|
|
d'un paesello. Da qualche tempo, sentiva anche crescere il bisogno di
|
|
ristorar le sue forze; pensò che lì sarebbe il luogo di fare i due
|
|
servizi in una volta; entrò. Non c'era che una vecchia, con la rocca
|
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al fianco, e col fuso in mano. Chiese un boccone; gli fu offerto un
|
|
po' di stracchino e del vin buono; accettò lo stracchino, del vino la
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|
ringraziò (gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva
|
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fatto la sera avanti); e si mise a sedere, pregando la donna che
|
|
facesse presto. Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito
|
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dopo cominciò a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere,
|
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e sui gran fatti di Milano: chè la voce n'era arrivata fin là. Renzo,
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|
non solo seppe schermirsi dalle domande, con molta disinvoltura; ma,
|
|
approfittandosi della difficoltà medesima, fece servire al suo intento
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la curiosità della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato.
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«Devo andare in molti luoghi,» rispose: «e, se trovo un ritaglio
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di tempo, vorrei anche passare un momento da quel paese, piuttosto
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grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di
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Milano.... Come si chiama?»--Qualcheduno ce ne sarà,--pensava intanto
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tra sè.
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«Gorgonzola, volete dire,» rispose la vecchia.
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«Gorgonzola!» ripetè Renzo, quasi per mettersi meglio in mente la
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parola. «È molto lontano di qui?» riprese poi.
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«Non lo so precisamente: saranno dieci, saranno dodici miglia. Se ci
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fosse qualcheduno de' miei figliuoli, ve lo saprebbe dire.»
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«E credete che ci si possa andare per queste belle viottole, senza
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prender la strada maestra? dove c'è una polvere, una polvere! Tanto
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tempo che non piove!»
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«A me mi par di sì: potete domandare nel primo paese che troverete
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andando a diritta.» E glielo nominò.
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«Va bene;» disse Renzo; s'alzò, prese un pezzo di pane che gli era
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avanzato della magra colazione, un pane ben diverso da quello che aveva
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trovato, il giorno avanti, appiè della croce di san Dionigi; pagò il
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conto, uscì, e prese a diritta. E, per non ve l'allungar più del
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bisogno, col nome di Gorgonzola in bocca, di paese in paese, ci arrivò,
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un'ora circa prima di sera.
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Già cammin facendo, aveva disegnato di far lì un'altra fermatina, per
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fare un pasto un po' più sostanzioso. Il corpo avrebbe anche gradito
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un po' di letto; ma prima che contentarlo in questo, Renzo l'avrebbe
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lasciato cader rifinito sulla strada. Il suo proposito era d'informarsi
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all'osteria, della distanza dell'Adda, di cavar destramente notizia
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di qualche traversa che mettesse là, e di rincamminarsi da quella
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parte, subito dopo essersi rinfrescato. Nato e cresciuto alla seconda
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sorgente, per dir così, di quel fiume, aveva sentito dir più volte,
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che, a un certo punto, e per un certo tratto, esso faceva confine
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tra lo stato milanese e il veneto: del punto e del tratto non aveva
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un' idea precisa; ma, allora come allora, l'affar più urgente era di
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passarlo, dovunque si fosse. Se non gli riusciva in quel giorno, era
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risoluto di camminare fin che l'ora e la lena glielo permettessero: e
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d'aspettar poi l'alba, in un campo, in un deserto; dove piacesse a Dio;
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pur che non fosse un'osteria.
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Fatti alcuni passi in Gorgonzola, vide un'insegna, entrò; e all'oste,
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che gli venne incontro, chiese un boccone, e una mezzetta di vino: le
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miglia di più, e il tempo gli avevan fatto passare quell'odio così
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estremo e fanatico. «Vi prego di far presto,» soggiunse: «perchè ho
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bisogno di rimettermi subito in istrada.» E questo lo disse perchè non
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solo era vero, ma anche per paura che l'oste, immaginandosi che volesse
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dormir lì, non gli uscisse fuori a domandar del nome e del cognome, e
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donde veniva, e per che negozio.... Alla larga!
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L'oste rispose a Renzo, che sarebbe servito; e questo si mise a sedere
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in fondo della tavola, vicino all'uscio: il posto de' vergognosi.
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C'erano in quella stanza alcuni sfaccendati del paese, i quali, dopo
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aver discusse e commentate le gran notizie di Milano del giorno
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avanti, si struggevano di sapere un poco come fosse andata anche in
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quel giorno; tanto più che quelle prime eran più atte a stuzzicar
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la curiosità, che a soddisfarla: una sollevazione, nè soggiogata nè
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vittoriosa, sospesa più che terminata dalla notte; una cosa tronca, la
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fine d'un atto piuttosto che d'un dramma. Un di coloro si staccò dalla
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brigata, s'accostò al soprarrivato, e gli domandò se veniva da Milano.
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«Io?» disse Renzo sorpreso, per prender tempo a rispondere.
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«Voi, se la domanda è lecita.»
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Renzo, tentennando il capo, stringendo le labbra, e facendone uscire un
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suono inarticolato, disse: «Milano, da quel che ho sentito dire.... non
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dev'essere un luogo da andarci in questi momenti, meno che per una gran
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necessità.»
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«Continua dunque anche oggi il fracasso?» domandò, con più istanza, il
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curioso.
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«Bisognerebbe esser là, per saperlo,» disse Renzo.
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«Ma voi, non venite da Milano?»
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«Vengo da Liscate,» rispose lesto il giovine, che intanto aveva pensata
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la sua risposta. Ne veniva in fatti, a rigor di termini, perchè c'era
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passato; e il nome l'aveva saputo, a un certo punto della strada, da un
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viandante che gli aveva indicato quel paese come il primo che doveva
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attraversare, per arrivare a Gorgonzola.
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«Oh!» disse l'amico; come se volesse dire: faresti meglio a venir da
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Milano, ma pazienza. «E a Liscate,» soggiunse, «non si sapeva niente di
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Milano?»
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«Potrebb'essere benissimo che qualcheduno là sapesse qualche cosa,»
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rispose il montanaro: «ma io non ho sentito dir nulla.»
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E queste parole le proferì in quella maniera particolare che par che
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voglia dire: ho finito. Il curioso ritornò al suo posto; e, un momento
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dopo, l'oste venne a mettere in tavola.
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«Quanto c'è di qui all'Adda?» gli disse Renzo, mezzo tra' denti, con un
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fare da addormentato, che gli abbiam visto qualche altra volta.
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«All'Adda, per passare?» disse l'oste.
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«Cioè.... sì.... all'Adda.»
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«Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica?»
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«Dove si sia.... Domando così per curiosità.»
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«Eh, volevo dire, perchè quelli sono i luoghi dove passano i
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galantuomini, la gente che può dar conto di sè.»
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«Va bene: e quanto c'è?»
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«Fate conto che, tanto a un luogo, come all'altro, poco più, poco meno,
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ci sarà sei miglia.»
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«Sei miglia! non credevo tanto,» disse Renzo. «E già,» riprese poi,
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con un'aria d'indifferenza, portata fino all'affettazione: «e già, chi
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avesse bisogno di prendere una scorciatoia, ci saranno altri luoghi da
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poter passare?»
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[Illustrazione: ....e subito dopo cominciò a tempestare il suo ospite
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di domande.... (pag. 238)]
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«Ce n'è sicuro,» rispose l'oste, ficcandogli in viso due occhi pieni
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d'una curiosità maliziosa. Bastò questo per far morir tra' denti al
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giovine l'altre domande che aveva preparate. Si tirò davanti il piatto;
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e guardando la mezzetta che l'oste aveva posata, insieme con quello,
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sulla tavola, disse: «il vino è sincero?»
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«Come l'oro,» disse l'oste: «domandatene pure a tutta la gente del
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paese e del contorno, che se n'intende: e poi, lo sentirete.» E così
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dicendo, tornò verso la brigata.
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--Maledetti gli osti!--esclamò Renzo tra sè:--più ne conosco, peggio
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li trovo.--Non ostante si mise a mangiare con grand'appetito,
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stando, nello stesso tempo, in orecchi, senza che paresse suo fatto,
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per veder di scoprir paese, di rilevare come si pensasse colà sul
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|
grand'avvenimento nel quale egli aveva avuta non piccola parte, e
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|
d'osservare specialmente se, tra que' parlatori, ci fosse qualche
|
|
galantuomo, a cui un povero figliuolo potesse fidarsi di domandar la
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strada, senza timore d'esser messo alle strette, e forzato a ciarlare
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de' fatti suoi.
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«Ma!» diceva uno: «questa volta par proprio che i milanesi abbian
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voluto far davvero. Basta; domani al più tardi, si saprà qualcosa.»
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«Mi pento di non esser andato a Milano stamattina,» diceva un altro.
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«Se vai domani, vengo anch'io,» disse un terzo; poi un altro, poi un
|
|
altro.
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«Quel che vorrei sapere,» riprese il primo, «è se que' signori di
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|
Milano penseranno anche alla povera gente di campagna, o se faranno
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far la legge buona solamente per loro. Sapete come sono eh? Cittadini
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superbi, tutto per loro: gli altri, come se non ci fossero.»
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«La bocca l'abbiamo anche noi, sia per mangiare, sia per dir la nostra
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ragione,» disse un altro, con voce tanto più modesta, quanto più la
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|
proposizione era avanzata: «e quando la cosa sia incamminata....» Ma
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credette meglio di non finir la frase.
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«Del grano nascosto, non ce n'è solamente in Milano,» cominciava un
|
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altro, con un'aria cupa e maliziosa; quando sentono avvicinarsi un
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cavallo. Corron tutti all'uscio; e, riconosciuto colui che arrivava,
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gli vanno incontro. Era un mercante di Milano, che, andando più volte
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l'anno a Bergamo, per i suoi traffichi, era solito passar la notte in
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quell'osteria; e siccome ci trovava quasi sempre la stessa compagnia,
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li conosceva tutti. Gli s'affollano intorno; uno prende la briglia, un
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altro la staffa. «Ben arrivato, ben arrivato!»
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«Ben trovati.»
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«Avete fatto buon viaggio?»
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«Benissimo; e voi altri, come state?»
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|
«Bene, bene. Che nuove ci portate di Milano?
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«Ah! ecco quelli delle novità,» disse il mercante smontando, e
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|
lasciando il cavallo in mano d'un garzone. «E poi, e poi,» continuò,
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entrando con la compagnia, «a quest'ora le saprete forse meglio di me.»
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«Non sappiamo nulla, davvero,» disse più d'uno, mettendosi la mano al
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petto.
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«Possibile?» disse il mercante. «Dunque ne sentirete delle belle....
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o delle brutte. Ehi, oste, il mio letto solito è in libertà? Bene: un
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bicchier di vino, e il mio solito boccone, subito; perchè voglio andare
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a letto presto, per partir presto domattina, e arrivare a Bergamo per
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|
l'ora del desinare. E voi altri,» continuò, mettendosi a sedere, dalla
|
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parte opposta a quella dove stava Renzo, zitto e attento, «voi altri
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non sapete di tutte quelle diavolerie di ieri?»
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«Di ieri sì.»
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«Vedete dunque,» riprese il mercante, «se le sapete le novità. Lo
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dicevo io che, stando qui sempre di guardia, per frugar quelli che
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passano....»
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«Ma oggi, com'è andata oggi?»
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«Ah oggi. Non sapete niente d'oggi?»
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«Niente affatto: non è passato nessuno.»
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«Dunque lasciatemi bagnar le labbra; e poi vi dirò le cose d'oggi.
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|
Sentirete.» Empi il bicchiere, lo prese con una mano, poi con le
|
|
prime due dita dell'altra sollevò i baffi, poi si lisciò la barba,
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bevette, e riprese: «oggi, amici cari, ci mancò poco, che non fosse una
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giornata brusca come ieri, o peggio. E non mi par quasi vero d'esser
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|
qui a chiacchierar con voi altri; perchè avevo già messo da parte ogni
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pensiero di viaggio, per restare a guardar la mia povera bottega.»
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«Che diavolo c'era?» disse uno degli ascoltanti.
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«Proprio il diavolo: sentirete.» E trinciando la pietanza che gli
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era stata messa davanti, e poi mangiando, continuò il suo racconto.
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I compagni, ritti di qua e di là della tavola, lo stavano a sentire,
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con la bocca aperta; Renzo, al suo posto, senza che paresse suo fatto,
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stava attento, forse più di tutti, masticando adagio adagio gli ultimi
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suoi bocconi.
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«Stamattina dunque que' birboni che ieri avevano fatto quel chiasso
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orrendo, si trovarono a' posti convenuti (già c'era un'intelligenza:
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tutte cose preparate); si riunirono, e ricominciarono quella bella
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storia di girare di strada in strada, gridando per tirar altra gente.
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Sapete che è come quando si spazza, con riverenza parlando, la casa;
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il mucchio del sudiciume ingrossa quanto più va avanti. Quando parve
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loro d'esser gente abbastanza, s'avviarono verso la casa del signor
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|
vicario di provvisione; come se non bastassero le tirannie che gli
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hanno fatte ieri: a un signore di quella sorte! oh che birboni! E la
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roba che dicevan contro di lui! Tutte invenzioni: un signor dabbene,
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|
puntuale; e io lo posso dire, che son tutto di casa, e lo servo di
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panno per le livree della servitù. S'incamminaron dunque verso quella
|
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casa: bisognava veder che canaglia, che facce: figuratevi che son
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passati davanti alla mia bottega: facce che.... i giudei della _Via
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Crucis_ non ci son per nulla. E le cose che uscivan da quelle bocche!
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da turarsene gli orecchi, se non fosse stato che non tornava conto
|
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di farsi scorgere. Andavan dunque con la buona intenzione di dare il
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sacco; ma....» E qui, alzata in aria, e stesa la mano sinistra, si mise
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la punta del pollice alla punta del naso.
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«Ma?» dissero forse tutti gli ascoltatori.
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«Ma,» continuò il mercante, «trovaron la strada chiusa con travi e con
|
|
carri, e, dietro quella barricata, una bella fila di micheletti, con
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|
gli archibugi spianati per riceverli come si meritavano. Quando videro
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questo bell'apparato.... Cosa avreste fatto voi altri?»
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«Tornare indietro.»
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«Sicuro; e così fecero. Ma vedete un poco se non era il demonio che li
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portava. Son lì sul Cordusio, vedon lì quel forno che, fin da ieri,
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avevan voluto saccheggiare; e cosa si faceva in quella bottega? si
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distribuiva il pane agli avventori; c'era de' cavalieri, e fior di
|
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cavalieri, a invigilare che tutto andasse bene; e costoro (avevano il
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diavolo addosso vi dico, e poi c'era chi gli aizzava), costoro, dentro
|
|
come disperati; piglia tu, che piglio anch'io: in un batter d'occhio,
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|
cavalieri, fornai, avventori, pani, banco, panche, madie, casse,
|
|
sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sottosopra.»
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|
«E i micheletti?»
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|
«I micheletti avevan la casa del vicario da guardare: non si può
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cantare, e portar la croce. Fu in un batter d'occhio, vi dico: piglia
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piglia; tutto ciò che c'era buono a qualcosa, fu preso. E poi torna in
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campo quel bel ritrovato di ieri, di portare il resto sulla piazza, e
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|
di farne una fiammata. E già cominciavano, i manigoldi, a tirar fuori
|
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roba; quando uno più manigoldo degli altri, indovinate un po' con che
|
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bella proposta venne fuori.»
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|
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«Con che cosa?»
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«Di fare un mucchio di tutto nella bottega, e di dar fuoco al mucchio e
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|
alla casa insieme. Detto fatto....»
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«Ci han dato fuoco?»
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|
«Aspettate. Un galantuomo del vicinato ebbe un'ispirazione dal cielo.
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Corse su nelle stanze, cercò d'un Crocifisso, lo trovò, l'attaccò
|
|
all'archetto d'una finestra, prese da capo d'un letto due candele
|
|
benedette, le accese, e le mise sul davanzale, a destra e a sinistra
|
|
del Crocifisso. La gente guarda in su. In un Milano bisogna dirla,
|
|
c'è ancora del timor di Dio; tutti tornarono in sè. La più parte,
|
|
voglio dire; c'era bensì de' diavoli che, per rubare, avrebbero dato
|
|
fuoco anche al paradiso; ma visto che la gente non era del loro
|
|
parere, dovettero smettere, e star cheti. Indovinate ora chi arrivò
|
|
all'improvviso. Tutti i monsignori del duomo, in processione, a croce
|
|
alzata, in abito corale; e monsignor Mazenta, arciprete, cominciò a
|
|
predicare da una parte, e monsignor Settala, penitenziere, da un'altra,
|
|
e gli altri anche loro: ma, brava gente! ma cosa volete fare? ma è
|
|
questo l'esempio che date a' vostri figliuoli? ma tornate a casa; ma
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|
non sapete che il pane è a buon mercato, più di prima? ma andate a
|
|
vedere, che c'è l'avviso sulle cantonate.»
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|
|
|
«Era vero?»
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«Diavolo! Volete che i monsignori del duomo venissero in cappa magna a
|
|
dir delle fandonie?»
|
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«E la gente cosa fece?»
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|
|
|
«A poco a poco se n'andarono; corsero alle cantonate; e, chi sapeva
|
|
leggere, la c'era proprio la meta. Indovinate un poco: un pane
|
|
d'ott'once per un soldo.»
|
|
|
|
«Che bazza!»
|
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|
|
«La vigna è bella; pur che la duri. Sapete quanta farina hanno mandata
|
|
a male, tra ieri e stamattina? Da mantenerne il ducato per due mesi.»
|
|
|
|
«E per fuori di Milano, non s'è fatta nessuna legge buona?»
|
|
|
|
«Quel che s'è fatto per Milano, è tutto a spese della città. Non so
|
|
che vi dire: per voi altri sarà quel che Dio vorrà. A buon conto, i
|
|
fracassi son finiti. Non v'ho detto tutto; ora viene il buono.»
|
|
|
|
«Cosa c'è ancora?»
|
|
|
|
«C'è che, ier sera o stamattina che sia, ne sono stati agguantati
|
|
molti; e subito s'è saputo che i capi saranno impiccati. Appena
|
|
cominciò a spargersi questa voce, ognuno andava a casa per la più
|
|
corta, per non arrischiare d'esser nel numero. Milano, quand'io ne sono
|
|
uscito, pareva un convento di frati.»
|
|
|
|
«Gl'impiccheranno poi davvero?»
|
|
|
|
«Eccome! e presto,» rispose il mercante.
|
|
|
|
«E la gente cosa farà?» domandò ancora colui che aveva fatta l'altra
|
|
domanda.
|
|
|
|
«La gente? anderà a vedere,» disse il mercante. «Avevan tanta voglia di
|
|
veder morire un cristiano all'aria aperta, che volevano, birboni! far
|
|
la festa al signor vicario di provvisione. In vece sua, avranno quattro
|
|
tristi, serviti con tutte le formalità, accompagnati da' cappuccini, e
|
|
da' confratelli della buona morte; è gente che se l'è meritato. È una
|
|
provvidenza, vedete; era una cosa necessaria. Cominciavan già a prender
|
|
il vizio d'entrar nelle botteghe, e di servirsi, senza metter mano alla
|
|
borsa; se li lasciavan fare, dopo il pane sarebbero venuti al vino, e
|
|
così di mano in mano.... Pensate se coloro volevano smettere, di loro
|
|
spontanea volontà, una usanza così comoda. E vi so dir io che, per un
|
|
galantuomo che ha bottega aperta, era un pensier poco allegro.»
|
|
|
|
«Davvero,» disse uno degli ascoltatori. «Davvero,» ripeteron gli altri,
|
|
a una voce.
|
|
|
|
«E,» continuò il mercante, asciugandosi la barba col tovagliolo, «l'era
|
|
ordita da un pezzo; c'era una lega, sapete?»
|
|
|
|
«C'era una lega?»
|
|
|
|
«C'era una lega. Tutte cabale ordite da' navarrini, da quel cardinale
|
|
là di Francia, sapete chi voglio dire, che ha un certo nome mezzo
|
|
turco, e che ogni giorno ne pensa una, per far qualche dispetto alla
|
|
corona di Spagna. Ma sopra tutto, tende a far qualche tiro a Milano;
|
|
perchè vede bene, il furbo, che qui sta la forza del re.»
|
|
|
|
«Già.»
|
|
|
|
«Ne volete una prova? Chi ha fatto il più gran chiasso, eran
|
|
forestieri; andavano in giro facce, che in Milano non s'eran mai
|
|
vedute. Anzi mi dimenticavo di dirvene una che m'è stata data per
|
|
certa. La giustizia aveva acchiappato uno in un'osteria....» Renzo, il
|
|
quale non perdeva un ette di quel discorso, al tocco di questa corda,
|
|
si sentì venir freddo, e diede un guizzo, prima che potesse pensare a
|
|
contenersi. Nessuno però se n'avvide; e il dicitore, senza interrompere
|
|
il filo del racconto, seguitò: «uno che non si sa bene ancora da che
|
|
parte fosse venuto, da chi fosse mandato, nè che razza d'uomo si fosse;
|
|
ma certo era uno de' capi. Già ieri, nel forte del baccano, aveva fatto
|
|
il diavolo; e poi, non contento di questo, s'era messo a predicare, e
|
|
a proporre, così una galanteria, che s'ammazzassero tutti i signori.
|
|
Birbante! Chi farebbe viver la povera gente, quando i signori fossero
|
|
ammazzati? La giustizia, che l'aveva appostato, gli mise l'unghie
|
|
addosso; gli trovarono un fascio di lettere; e lo menavano in gabbia;
|
|
ma che? i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all'osteria,
|
|
vennero in gran numero, e lo liberarono, il manigoldo.»
|
|
|
|
«E cosa n'è stato?»
|
|
|
|
«Non si sa; sarà scappato, o sarà nascosto in Milano: son gente
|
|
che non ha nè casa nè tetto, e trovan per tutto da alloggiare e da
|
|
rintanarsi: però finchè il diavolo può, e vuole aiutarli: ci dan poi
|
|
dentro quando meno se lo pensano; perchè, quando la pera è matura,
|
|
convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere son rimaste
|
|
in mano della giustizia, e che c'è descritta tutta la cabala; e si dice
|
|
che n'anderà di mezzo molta gente. Peggio per loro; che hanno messo
|
|
a soqquadro mezzo Milano, e volevano anche far peggio. Dicono che
|
|
i fornai son birboni. Lo so anch'io; ma bisogna impiccarli per via
|
|
di giustizia. C'è del grano nascosto. Chi non lo sa? Ma tocca a chi
|
|
comanda a tener buone spie, e andarlo a disotterrare, e mandare anche
|
|
gl'incettatori a dar calci all'aria, in compagnia de' fornai. E se chi
|
|
comanda non fa nulla, tocca alla città a ricorrere; e se non danno
|
|
retta alla prima, ricorrere ancora; che a forza di ricorrere s'ottiene;
|
|
e non metter su un'usanza così scellerata d'entrar nelle botteghe e ne'
|
|
fondachi, a prender la roba a man salva.»
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A Renzo quel poco mangiare era andato in tanto veleno. Gli pareva
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mill'anni d'esser fuori e lontano da quell'osteria, da quel paese; e
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più di dieci volte aveva detto a sè stesso; andiamo, andiamo. Ma quella
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paura di dar sospetto, cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di
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tutti i suoi pensieri, l'aveva tenuto sempre inchiodato sulla panca.
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In quella perplessità, pensò che il ciarlone doveva poi finire di
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parlar di lui; e concluse tra sè, di moversi, appena sentisse attaccare
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qualche altro discorso.
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«E per questo,» disse uno della brigata, «io che so come vanno queste
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faccende, e che ne' tumulti i galantuomini non ci stanno bene, non mi
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son lasciato vincere dalla curiosità, e son rimasto a casa mia.»
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«E io, mi son mosso?» disse un altro.
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«Io?» soggiunse un terzo: «Se per caso mi fossi trovato in Milano,
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avrei lasciato imperfetto qualunque affare, e sarei tornato subito a
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casa mia. Ho moglie e figliuoli; e poi, dico la verità, i baccani non
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mi piacciono.»
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A questo punto, l'oste, ch'era stato anche lui a sentire, andò verso
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l'altra cima della tavola, per veder cosa faceva quel forestiero. Renzo
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colse l'occasione, chiamò l'oste con un cenno, gli chiese il conto, lo
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saldò senza tirare, quantunque l'acque fossero molto basse; e, senza
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far altri discorsi, andò diritto all'uscio, passò la soglia, e, a guida
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della Provvidenza, s'incamminò dalla parte opposta a quella per cui era
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venuto.
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CAPITOLO XVII.
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Basta spesso una voglia, per non lasciar ben avere un uomo; pensate poi
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due alla volta, l'una in guerra coll'altra. Il povero Renzo n'aveva,
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da molte ore, due tali in corpo, come sapete: la voglia di correre,
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e quella di star nascosto: e le sciagurate parole del mercante gli
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avevano accresciuta oltremodo l'una e l'altra a un colpo. Dunque la sua
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avventura aveva fatto chiasso; dunque lo volevano a qualunque patto;
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chi sa quanti birri erano in campo per dargli la caccia! quali ordini
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erano stati spediti di frugar ne' paesi, nell'osterie, per le strade!
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Pensava bensì che finalmente i birri che lo conoscevano, eran due
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soli, e che il nome non lo portava scritto in fronte; ma gli tornavano
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in mente certe storie che aveva sentite raccontare, di fuggitivi
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colti e scoperti per istrane combinazioni, riconosciuti all'andare,
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all'aria sospettosa, ad altri segnali impensati: tutto gli faceva
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ombra. Quantunque nel momento che usciva di Gorgonzola, scoccassero le
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ventiquattro, e le tenebre che venivano innanzi, diminuissero sempre
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più que' pericoli, ciò non ostante prese contro voglia la strada
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maestra, e si propose d'entrar nella prima viottola che gli paresse
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condur dalla parte dove gli premeva di riuscire. Sul principio,
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incontrava qualche viandante; ma, pieno la fantasia di quelle brutte
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apprensioni, non ebbe cuore d'abbordarne nessuno, per informarsi della
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strada.--Ha detto sei miglia, colui,--pensava,--se andando fuor di
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strada, dovessero anche diventar otto o dieci, le gambe che hanno fatte
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l'altre, faranno anche queste. Verso Milano non vo di certo; dunque vo
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verso l'Adda. Cammina, cammina, o presto o tardi ci arriverò. L'Adda
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ha buona voce; e, quando le sarò vicino, non ho più bisogno di chi
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me l'insegni. Se qualche barca c'è, da poter passare, passo subito;
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altrimenti mi fermerò fino alla mattina, in un campo, sur una pianta,
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come le passere: meglio sur una pianta, che in prigione.--
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[Illustrazione: ....s'accorse d'entrare in un bosco.... (pag. 251)]
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Ben presto vide aprirsi una straducola a mancina; e v'entrò. A
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quell'ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe più fatte
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tante cerimonie per farsi insegnar la strada; ma non sentiva anima
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vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva; e pensava:
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--Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di
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lettere, io! I miei compagni che mi stavano a far la guardia! Pagherei
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qualche cosa a trovarmi a viso a viso con quel mercante, di là
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dall'Adda (ah quando l'avrò passata quest'Adda benedetta!), e fermarlo,
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e domandargli con comodo dov'abbia pescate tutte quelle belle notizie.
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Sappiate ora, mio caro signore, che la cosa è andata così e così, e che
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il diavolo ch'io ho fatto, è stato d'aiutar Ferrer, come se fosse stato
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un mio fratello; sappiate che que' birboni che, a sentir voi, erano i
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miei amici, perchè in un certo momento, io dissi una parola da buon
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cristiano, mi vollero fare un brutto scherzo; sappiate che, intanto che
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voi stavate a guardar la vostra bottega, io mi faceva schiacciar le
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costole, per salvare il vostro signor vicario di provvisione, che non
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l'ho mai nè visto nè conosciuto. Aspetta che mi mova un'altra volta per
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aiutar signori.... È vero che bisogna farlo per l'anima: son prossimo
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anche loro. E quel gran fascio di lettere, dove c'era tutta la cabala,
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e che adesso è in mano della giustizia, come voi sapete di certo;
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scommettiamo che ve lo fo comparir qui, senza l'aiuto del diavolo?
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Avreste curiosità di vederlo quel fascio? Eccolo qui.... Una lettera
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sola?... Sì signore, una lettera sola; e questa lettera, se lo volete
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sapere, l'ha scritta un religioso che vi può insegnar la dottrina,
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quando si sia; un religioso che, senza farvi torto, val più un pelo
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della sua barba che tutta la vostra; e è scritta, questa lettera,
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come vedete, a un altro religioso, un uomo anche lui.... Vedete ora
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quali sono i furfanti miei amici. E imparate a parlare un'altra volta;
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principalmente quando si tratta del prossimo.--
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Ma dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri simili cessarono
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affatto: le circostanze presenti occupavan tutte le facoltà del
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povero pellegrino. La paura d'essere inseguito o scoperto, che aveva
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tanto amareggiato il viaggio in pieno giorno, non gli dava ormai più
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fastidio; ma quante cose rendevan questo molto più noioso! Le tenebre,
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la solitudine, la stanchezza cresciuta, e ormai dolorosa; tirava una
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brezzolina sorda, uguale, sottile, che doveva far poco servizio a
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chi si trovava ancora indosso quegli stessi vestiti che s'era messi
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per andare a nozze in quattro salti, e tornare subito trionfante a
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casa sua; e, ciò che rendeva ogni cosa più grave, quell'andare alla
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ventura, e, per dir così, al tasto, cercando un luogo di riposo e di
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sicurezza.
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Quando s'abbatteva a passare per qualche paese, andava adagio adagio,
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guardando però se ci fosse ancora qualche uscio aperto; ma non vide mai
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altro segno di gente desta, che qualche lumicino trasparente da qualche
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impannata. Nella strada fuor dell'abitato, si soffermava ogni tanto;
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stava in orecchi, per veder se sentiva quella benedetta voce dell'Adda;
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ma invano. Altre voci non sentiva, che un mugolìo di cani, che veniva
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da qualche cascina isolata, vagando per l'aria, lamentevole insieme e
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minaccioso. Al suo avvicinarsi a qualcheduna di quelle, il mugolìo si
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cambiava in un abbaiar frettoloso e rabbioso: nel passar davanti alla
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porta, sentiva, vedeva quasi, il bestione, col muso al fessolino della
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porta, raddoppiar gli urli: cosa che gli faceva andar via la tentazione
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di picchiare, e di chieder ricovero. E forse, anche senza i cani, non
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ci si sarebbe risolto.--Chi è là?--pensava:--cosa volete a quest'ora?
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Come siete venuto qui? Fatevi conoscere. Non c'è osterie da alloggiare?
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Ecco, andandomi bene, quel che mi diranno, se picchio: quand'anche non
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ci dorma qualche pauroso che, a buon conto, si metta a gridare: aiuto!
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al ladro! Bisogna aver subito qualcosa di chiaro da rispondere: e cosa
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ho da rispondere io? Chi sente un rumore la notte, non gli viene in
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testa altro che ladri, malviventi, trappole: non si pensa mai che un
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galantuomo possa trovarsi in istrada di notte, se non è un cavaliere in
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carrozza.--Allora serbava quel partito all'estrema necessità, e tirava
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innanzi, con la speranza di scoprire almeno l'Adda, se non passarla, in
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quella notte; e di non dover andarne alla cerca, di giorno chiaro.
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Cammina, cammina: arrivò dove la campagna coltivata moriva in una
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sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno
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un certo qual argomento di fiume vicino, e s'inoltrò per quella,
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seguendo un sentiero che l'attraversava. Fatti pochi passi, si fermò
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ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta
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dalla salvatichezza del luogo, da quel non veder più nè un gelso, nè
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una vite, nè altri segni di coltura umana, che prima pareva quasi
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che gli facessero una mezza compagnia. Ciò non ostante andò avanti;
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e siccome nella sua mente cominciavano a suscitarsi certe immagini,
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certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar
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da bambino, così, per discacciarle, o per acquietarle, recitava,
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camminando, dell'orazioni per i morti.
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A poco a poco, si trovò tra macchie più alte, di pruni, di quercioli,
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di marruche. Seguitando a andare avanti, e allungando il passo, con più
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impazienza che voglia, cominciò a veder tra le macchie qualche albero
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sparso; e andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s'accorse
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d'entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma
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lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più che s'inoltrava, più
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il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi
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che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi,
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mostruose; l'annoiava l'ombra delle cime leggermente agitate, che
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tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso
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scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando,
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aveva per il suo orecchio un non so che d'odioso. Le gambe provavano
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come una smania, un impulso di corsa, e nello stesso tempo pareva
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che durassero fatica a regger la persona. Sentiva la brezza notturna
|
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batter più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote; se la sentiva
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scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e penetrar più acuta
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nelle ossa rotte dalla stanchezza, e spegnervi quell'ultimo rimasuglio
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di vigore. A un certo punto, quell'uggia, quell'orrore indefinito con
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cui l'animo combatteva da qualche tempo, parve che a un tratto lo
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soverchiasse. Era per perdersi affatto; ma atterrito, più che d'ogni
|
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altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e
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gli comandò che reggesse. Così rinfrancato un momento, si fermò su due
|
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piedi a deliberare; e risolveva d'uscir subito di lì per la strada già
|
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fatta, d'andar diritto all'ultimo paese per cui era passato, di tornar
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tra gli uomini, e di cercare un ricovero, anche all'osteria. E stando
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così fermo, sospeso il fruscio de' piedi nel fogliame, tutto tacendo
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d'intorno a lui, cominciò a sentire un rumore, un mormorío, un mormorío
|
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d'acqua corrente. Sta in orecchi; n'è certo; esclama: «è l'Adda!» Fu il
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ritrovamento d'un amico, d'un fratello, d'un salvatore. La stanchezza
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quasi scomparve, gli tornò il polso, sentì il sangue scorrer libero
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e tepido per tutte le vene, sentì crescer la fiducia de' pensieri, e
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svanire in gran parte quell'incertezza e gravità delle cose; e non
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esitò a internarsi sempre più nel bosco, dietro all'amico rumore.
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Arrivò in pochi momenti all'estremità del piano, sull'orlo d'una riva
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profonda; e guardando in giù tra le macchie che tutta la rivestivano,
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vide l'acqua luccicare e correre. Alzando poi lo sguardo, vide il vasto
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piano dell'altra riva, sparso di paesi, e al di là i colli, e sur uno
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di quelli una gran macchia biancastra, che gli parve dover essere una
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città, Bergamo sicuramente. Scese un po' sul pendio, e, separando e
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diramando, con le mani e con le braccia, il prunaio, guardò giù se
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qualche barchetta si movesse nel fiume, ascoltò se sentisse batter
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de' remi; ma non vide nè sentì nulla. Se fosse stato qualcosa di meno
|
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dell'Adda, Renzo scendeva subito, per tentarne il guado; ma sapeva bene
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che l'Adda non era fiume da trattarsi così in confidenza.
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Per ciò si mise a consultar tra sè, molto a sangue freddo, sul partito
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da prendere. Arrampicarsi sur una pianta, e star lì a aspettar
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l'aurora, per forse sei ore che poteva ancora indugiare, con quella
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brezza, con quella brina, vestito così, c'era più che non bisognasse
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per intirizzir davvero. Passeggiare innanzi e indietro, tutto quel
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tempo, oltre che sarebbe stato poco efficace aiuto contro il rigore
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del sereno, era un richieder troppo da quelle povere gambe, che già
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avevano fatto più del loro dovere. Gli venne in mente d'aver veduto, in
|
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uno de' campi più vicini alla sodaglia, una di quelle capanne coperte
|
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di paglia, costrutte di tronchi e di rami, intonacati poi con la mota,
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dove i contadini del milanese usan, l'estate, depositar la raccolta,
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e ripararsi la notte a guardarla: nell'altre stagioni, rimangono
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abbandonate. La disegnò subito per suo albergo; si rimise sul sentiero,
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ripassò il bosco, le macchie, la sodaglia; e andò verso la capanna.
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Un usciaccio intarlato e sconnesso, era rabbattuto, senza chiave nè
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catenaccio; Renzo l'aprì, entrò; vide sospeso per aria, e sostenuto
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da ritorte di rami, un graticcio, a foggia d'hamac; ma non si curò di
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salirvi. Vide in terra un po' di paglia; e pensò che, anche lì, una
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dormitina sarebbe ben saporita.
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Prima però di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza gli aveva
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preparato, vi s'inginocchiò, a ringraziarla di quel benefizio, e
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di tutta l'assistenza che aveva avuta da essa, in quella terribile
|
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giornata. Disse poi le sue solite divozioni; e per di più, chiese
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perdono a Domeneddio di non averle dette la sera avanti; anzi, per dir
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le sue parole, d'essere andato a dormire come un cane, e peggio.--E
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per questo,--soggiunse poi tra sè; appoggiando le mani sulla paglia,
|
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e d'inginocchioni mettendosi a giacere:--per questo, m'è toccata,
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la mattina, quella bella svegliata.--Raccolse poi tutta la paglia
|
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che rimaneva all'intorno, e se l'accomodò addosso, facendosene, alla
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|
meglio, una specie di coperta, per temperare il freddo, che anche là
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dentro si faceva sentir molto bene; e vi si rannicchiò sotto, con
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l'intenzione di dormire un bel sonno, parendogli d'averlo comprato
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anche più caro del dovere.
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Ma appena ebbe chiusi gli occhi, cominciò nella sua memoria o nella sua
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fantasia (il luogo preciso non ve lo saprei dire), cominciò, dico, un
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andare e venire di gente, così affollato, così incessante, che addio
|
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sonno. Il mercante, il notaio, i birri, lo spadaio, l'oste, Ferrer, il
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vicario, la brigata dell'osteria, tutta quella turba delle strade, poi
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don Abbondio, poi don Rodrigo: tutta gente con cui Renzo aveva che dire.
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Tre sole immagini gli si presentavano non accompagnate da alcuna
|
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memoria amara, nette d'ogni sospetto, amabili in tutto; e due
|
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principalmente, molto differenti al certo, ma strettamente legate
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nel cuore del giovine: una treccia nera e una barba bianca. Ma anche
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la consolazione che provava nel fermare sopra di esse il pensiero,
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era tutt'altro che pretta e tranquilla. Pensando al buon frate,
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sentiva più vivamente la vergogna delle proprie scappate, della turpe
|
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intemperanza, del bel caso che aveva fatto de' paterni consigli di lui;
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e contemplando l'immagine di Lucia! non ci proveremo a dire ciò che
|
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sentisse: il lettore conosce le circostanze; se lo figuri. E quella
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|
povera Agnese, come l'avrebbe potuta dimenticare? Quell'Agnese che
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l'aveva scelto, che l'aveva già considerato come una cosa sola con la
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|
sua unica figlia, e prima di ricever da lui il titolo di madre, n'aveva
|
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preso il linguaggio e il cuore, e dimostrata co' fatti la premura. Ma
|
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era un dolore di più, e non il meno pungente, quel pensiero, che, in
|
|
grazia appunto di così amorevoli intenzioni, di tanto bene che voleva
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|
a lui, la povera donna si trovava ora snidata, quasi raminga, incerta
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|
dell'avvenire, e raccoglieva guai e travagli da quelle cose appunto da
|
|
cui aveva sperato il riposo e la giocondità degli ultimi suoi anni.
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|
Che notte, povero Renzo! Quella che doveva esser la quinta delle
|
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sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E dopo qual giornata!
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|
E per arrivare a qual domani, a qual serie di giorni!--Quel che Dio
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vuole,--rispondeva ai pensieri che gli davan più noia:--quel che Dio
|
|
vuole. Lui sa quel che fa: c'è anche per noi. Vada tutto in isconto de'
|
|
miei peccati. Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo,
|
|
un pezzo, un pezzo!--
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Tra questi pensieri, o disperando ormai d'attaccar sonno, e
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|
facendosegli il freddo sentir sempre più, a segno ch'era costretto
|
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ogni tanto a tremare e a battere i denti, sospirava la venuta del
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|
giorno, e misurava con impazienza il lento scorrer dell'ore. Dico
|
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misurava, perchè, ogni mezz'ora, sentiva in quel vasto silenzio,
|
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rimbombare i tocchi d'un orologio: m'immagino che dovesse esser quello
|
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di Trezzo. E la prima volta che gli ferì gli orecchi quello scocco,
|
|
così inaspettato, senza che potesse avere alcuna idea del luogo donde
|
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venisse, gli fece un senso misterioso e solenne, come d'un avvertimento
|
|
che venisse da persona non vista, con una voce sconosciuta.
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|
Quando finalmente quel martello ebbe battuto undici tocchi, ch'era
|
|
l'ora disegnata da Renzo per levarsi, s'alzò mezzo intirizzito, si mise
|
|
inginocchioni, disse, e con più fervore del solito, le divozioni della
|
|
mattina, si rizzò, si stirò in lungo e in largo, scosse la vita e le
|
|
spalle, come per mettere insieme tutte le membra, che ognuno pareva che
|
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facesse da sè, soffiò in una mano, poi nell'altra, se le stropicciò,
|
|
aprì l'uscio della capanna; e, per la prima cosa, diede un'occhiata in
|
|
qua e in là, per veder se c'era nessuno. E non vedendo nessuno, cercò
|
|
con l'occhio il sentiero della sera avanti; lo riconobbe subito, e
|
|
prese per quello.
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|
Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e
|
|
senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d'un bigio ceruleo, che,
|
|
giù giù verso l'oriente, s'andava sfumando leggermente in un giallo
|
|
roseo. Più giù, all'orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali,
|
|
poche nuvole, tra l'azzurro e il bruno, le più basse orlate al di
|
|
sotto d'una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva
|
|
più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme,
|
|
leggieri e soffici, per dir così, s'andavan lumeggiando di mille
|
|
colori senza nome: quel cielo di Lombardia, così bello quand'è bello,
|
|
così splendido, così in pace. Se Renzo si fosse trovato lì andando a
|
|
spasso, certo avrebbe guardato in su, e ammirato quell'albeggiare così
|
|
diverso da quello ch'era solito vedere ne' suoi monti; ma badava alla
|
|
sua strada, e camminava a passi lunghi, per riscaldarsi e per arrivar
|
|
presto. Passa i campi, passa la sodaglia, passa le macchie, attraversa
|
|
il bosco, guardando in qua e in là, e ridendo e vergognandosi nello
|
|
stesso tempo, del ribrezzo che vi aveva provato poche ore prima; è sul
|
|
ciglio della riva, guarda giù; e, di tra i rami, vede una barchetta
|
|
di pescatore, che veniva adagio, contr'acqua, radendo quella sponda.
|
|
Scende subito per la più corta, tra i pruni; è sulla riva; dà una voce
|
|
leggiera leggiera al pescatore; e, con l'intenzione di far come se
|
|
chiedesse un servizio di poca importanza, ma, senza avvedersene, in una
|
|
maniera mezzo supplichevole, gli accenna che approdi. Il pescatore gira
|
|
uno sguardo lungo la riva, guarda attentamente lungo l'acqua che viene,
|
|
si volta a guardare indietro, lungo l'acqua che va, e poi dirizza la
|
|
prora verso Renzo, e approda. Renzo che stava sull'orlo della riva,
|
|
quasi con un piede nell'acqua, afferra la punta del battello, ci salta
|
|
dentro, e dice: «mi fareste il servizio, col pagare, di tragittarmi
|
|
di là?» Il pescatore l'aveva indovinato, e già voltava da quella
|
|
parte. Renzo, vedendo sul fondo della barca un altro remo, si china, e
|
|
l'afferra.
|
|
|
|
«Adagio, adagio,» disse il padrone; ma nel veder poi con che garbo il
|
|
giovine aveva preso lo strumento, e si disponeva a maneggiarlo, «ah,
|
|
ah,» riprese: «siete del mestiere.»
|
|
|
|
«Un pochino,» rispose Renzo, e ci si mise con un vigore e con una
|
|
maestria, più che da dilettante. E senza mai rallentare, dava ogni
|
|
tanto un'occhiata ombrosa alla riva da cui s'allontanavano, e poi
|
|
una impaziente a quella dov'eran rivolti, e si coceva di non poterci
|
|
andar per la più corta; che la corrente era, in quel luogo, troppo
|
|
rapida, per tagliarla direttamente; e la barca, parte rompendo, parte
|
|
secondando il filo dell'acqua, doveva fare un tragitto diagonale. Come
|
|
accade in tutti gli affari un po' imbrogliati, che le difficoltà alla
|
|
prima si presentino all'ingrosso, e nell'eseguire poi, vengan fuori
|
|
per minuto, Renzo, ora che l'Adda era, si può dir, passata, gli dava
|
|
fastidio il non saper di certo se lì essa fosse confine, o se, superato
|
|
quell'ostacolo, gliene rimanesse un altro da superare. Onde, chiamato
|
|
il pescatore, e accennando col capo quella macchia biancastra che aveva
|
|
veduta la notte avanti, e che allora gli appariva ben più distinta,
|
|
disse: «è Bergamo, quel paese?»
|
|
|
|
«La città di Bergamo,» rispose il pescatore.
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«E quella riva lì, è bergamasca?»
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«Terra di san Marco.»
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«Viva san Marco!» esclamò Renzo. Il pescatore non disse nulla.
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Toccano finalmente quella riva; Renzo vi si slancia; ringrazia Dio tra
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sè, e poi con la bocca il barcaiolo; mette le mani in tasca, tira fuori
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una berlinga, che, attese le circostanze, non fu un piccolo sproprio,
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e la porge al galantuomo, il quale, data ancora un'occhiata alla riva
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milanese, e al fiume di sopra e di sotto, stese la mano, prese la
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mancia, la ripose, poi strinse le labbra, e per di più ci mise il dito
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in croce, accompagnando quel gesto con un' occhiata espressiva; e disse
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poi: «buon viaggio,» e tornò indietro.
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Perchè la così pronta e discreta cortesia di costui verso uno
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sconosciuto non faccia troppo maravigliare il lettore, dobbiamo
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informarlo che quell'uomo, pregato spesso d'un simile servizio da
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contrabbandieri e da banditi, era avvezzo a farlo; non tanto per amore
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del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire, quanto per non
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farsi de' nemici in quelle classi. Lo faceva, dico, ogni volta che
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potesse esser sicuro che non lo vedessero nè gabellieri, nè birri,
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nè esploratori. Così, senza voler più bene ai primi che ai secondi,
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cercava di soddisfarli tutti, con quell'imparzialità, che è la dote
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ordinaria di chi è obbligato a trattar con cert'uni, e soggetto a
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render conto a cert'altri.
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Renzo si fermò un momentino sulla riva a contemplar la riva opposta,
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quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi.--Ah!
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ne son proprio fuori!--fu il suo primo pensiero.--Sta lì, maledetto
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paese,--fu il secondo, l'addio alla patria. Ma il terzo corse a chi
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lasciava in quel paese. Allora incrociò le braccia sul petto, mise un
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sospiro, abbassò gli occhi sull'acqua che gli scorreva a' piedi, e
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pensò--è passata sotto il ponte!--Così, all'uso del suo paese, chiamava
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per antonomasia, quello di Lecco.--Ah mondo birbone! Basta; quel che
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Dio vuole.--
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[Illustrazione: «Eh la mia donna! lo sa il padre provinciale; se lo sa
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anche lui».... (pag. 270)]
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Voltò le spalle a que' tristi oggetti, e s'incamminò, prendendo per
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punto di mira la macchia biancastra sul pendio del monte, finchè
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trovasse qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta. E bisognava
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vedere con che disinvoltura s'accostava a' viandanti, e, senza tanti
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rigiri, nominava il paese dove abitava quel suo cugino. Dal primo a cui
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si rivolse, seppe che gli rimanevano ancor nove miglia da fare.
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Quel viaggio non fu lieto. Senza parlare de' guai che Renzo portava
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con sè, il suo occhio veniva ogni momento rattristato da oggetti
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dolorosi, da' quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in
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cui s'inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta la
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strada, e più ancora nelle terre e ne' borghi, incontrava a ogni passo
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poveri, che non eran poveri di mestiere, e mostravan la miseria più
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nel viso che nel vestiario: contadini, montanari, artigiani, famiglie
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intere; e un misto ronzío di preghiere, di lamenti e di vagiti. Quella
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vista, oltre la compassione e la malinconia, lo metteva anche in
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pensiero dei casi suoi.
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--Chi sa,--andava meditando,--se trovo da far bene? se c'è lavoro, come
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negli anni passati? Basta; Bortolo mi voleva bene, è un buon figliuolo,
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ha fatto danari, m'ha invitato tante volte; non m'abbandonerà. E poi,
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la Provvidenza m'ha aiutato finora; m'aiuterà anche per l'avvenire.--
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Intanto l'appetito, risvegliato già da qualche tempo, andava crescendo
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di miglio in miglio; e quantunque Renzo, quando cominciò a dargli
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retta, sentisse di poter reggere, senza grand'incomodo, per quelle
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due o tre che gli potevan rimanere; pensò, da un'altra parte, che non
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sarebbe una bella cosa di presentarsi al cugino, come un pitocco, e
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dirgli, per primo complimento: dammi da mangiare. Si levò di tasca
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tutte le sue ricchezze, le fece scorrere sur una mano, tirò la somma.
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Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica; ma però
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c'era abbondantemente da fare una mangiatina. Entrò in un'osteria a
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ristorarsi lo stomaco; e in fatti, pagato che ebbe, gli rimase ancor
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qualche soldo.
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Nell'uscire, vide, accanto alla porta, che quasi v'inciampava,
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sdraiate in terra, più che sedute, due donne, una attempata, un'altra
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più giovine, con un bambino, che, dopo aver succhiata invano l'una e
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l'altra mammella, piangeva, piangeva; tutti del color della morte: e
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ritto, vicino a loro, un uomo, nel viso del quale e nelle membra, si
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potevano ancora vedere i segni d'un'antica robustezza, domata e quasi
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spenta dal lungo disagio. Tutt'e tre stesero la mano verso colui che
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usciva con passo franco, e con l'aspetto rianimato: nessuno parlò; che
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poteva dir di più una preghiera?
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«La c'è la Provvidenza!» disse Renzo; e, cacciata subito la mano in
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tasca, la votò di que' pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più
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vicina, e riprese la sua strada.
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La refezione e l'opera buona (giacchè siam composti d'anima e di
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corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri. Certo,
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dall'essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più
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di confidenza per l'avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne
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dieci volte tanti. Perchè, se a sostenere in quel giorno que' poverini
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che mancavano sulla strada, la Provvidenza aveva tenuti in serbo
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proprio gli ultimi quattrini d'un estraneo, fuggitivo, incerto anche
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lui del come vivrebbe; chi poteva credere che volesse poi lasciare
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in secco colui del quale s'era servita a ciò, e a cui aveva dato un
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sentimento così vivo di sè stessa, così efficace, così risoluto? Questo
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era, a un di presso, il pensiero del giovine; però men chiaro ancora
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di quello ch'io l'abbia saputo esprimere. Nel rimanente della strada,
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ripensando a' casi suoi, tutto gli si spianava. La carestia doveva
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poi finire: tutti gli anni si miete: intanto aveva il cugino Bortolo
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e la propria abilità: aveva, per di più, a casa un po' di danaro, che
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si farebbe mandar subito. Con quello, alla peggio, camperebbe, giorno
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per giorno, finchè tornasse l'abbondanza.--Ecco poi tornata finalmente
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l'abbondanza,--proseguiva Renzo nella sua fantasia:--rinasce la furia
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de' lavori: i padroni fanno a gara per aver degli operai milanesi,
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che son quelli che sanno bene il mestiere; gli operai milanesi alzan
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la cresta; chi vuol gente abile, bisogna che la paghi; si guadagna
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da vivere per più d'uno, e da metter qualcosa da parte; e si fa
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scrivere alle donne che vengano.... E poi, perchè aspettar tanto? Non
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è vero che, con quel poco che abbiamo in serbo, si sarebbe campati
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là, anche quest'inverno? Così camperemo qui. De' curati ce n'è per
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tutto. Vengono quelle due care donne: si mette su casa. Che piacere,
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andar passeggiando su questa stessa strada tutti insieme! andar fino
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all'Adda in baroccio, e far merenda sulla riva, proprio sulla riva,
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e far vedere alle donne il luogo dove mi sono imbarcato, il prunaio
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da cui sono sceso, quel posto dove sono stato a guardare se c'era un
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battello.--
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Arriva al paese del cugino; nell'entrare, anzi prima di mettervi piede,
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distingue una casa alta alta, a più ordini di finestre lunghe lunghe;
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riconosce un filatoio, entra, domanda ad alta voce, tra il rumore
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dell'acqua cadente e delle rote, se stia lì un certo Bortolo Castagneri.
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«Il signor Bortolo! Eccolo là.»
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--Signore? buon segno,--pensa Renzo; vede il cugino, gli corre
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incontro. Quello si volta, riconosce il giovine, che gli dice: «son
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qui.» Un oh! di sorpresa, un alzar di braccia, un gettarsele al collo
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scambievolmente. Dopo quelle prime accoglienze, Bortolo tira il nostro
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giovine lontano dallo strepito degli ordigni, e dagli occhi de'
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curiosi, in un'altra stanza, e gli dice: «ti vedo volentieri; ma sei un
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benedetto figliuolo. T'avevo invitato tante volte; non sei mai voluto
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venire; ora arrivi in un momento un po' critico.»
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«Se te lo devo dire, non sono venuto via di mia volontà,» disse Renzo;
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e, con la più gran brevità, non però senza molta commozione, gli
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raccontò la dolorosa storia.
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«È un altro par di maniche,» disse Bortolo. «Oh povero Renzo! Ma tu
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hai fatto capitale di me; e io non t'abbandonerò. Veramente, ora non
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c'è ricerca d'operai; anzi appena appena ognuno tiene i suoi, per non
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perderli e disviare il negozio; ma il padrone mi vuoi bene, e ha della
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roba. E, a dirtela, in gran parte la deve a me, senza vantarmi: lui
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il capitale, e io quella poca abilità. Sono il primo lavorante, sai?
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e poi, a dirtela, sono il _factotum._ Povera Lucia Mondella! Me ne
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ricordo, come se fosse ieri: una buona ragazza! sempre la più composta
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in chiesa; e quando si passava da quella sua casuccia.... Mi par di
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vederla, quella casuccia, appena fuor del paese, con un bel fico che
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passava il muro....»
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«No, no; non ne parliamo.»
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«Volevo dire che, quando si passava da quella casuccia, sempre si
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sentiva quell'aspo, che girava, girava, girava. E quel don Rodrigo!
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già, anche al mio tempo, era per quella strada; ma ora fa il diavolo
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affatto, a quel che vedo: fin che Dio gli lascia la briglia sul collo.
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Dunque, come ti dicevo, anche qui si patisce un po' la fame.... A
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proposito, come stai d'appetito?»
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«Ho mangiato poco fa, per viaggio.»
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«E a danari, come stiamo?»
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Renzo stese una mano, l'avvicinò alla bocca, e vi fece scorrer sopra un
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piccol soffio.
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«Non importa,» disse Bortolo: «n'ho io: e non ci pensare, che, presto
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presto, cambiandosi le cose, se Dio vorrà, me li renderai, e te
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n'avanzerà anche per te.»
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«Ho qualcosina a casa; e me li farò mandare.»
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«Va bene; e intanto fa conto di me. Dio m'ha dato del bene, perchè
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faccia del bene; e se non ne fo a' parenti e agli amici, a chi ne farò?»
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«L'ho detto io della Provvidenza!» esclamò Renzo, stringendo
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affettuosamente la mano al buon cugino.
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«Dunque,» riprese questo, «in Milano hanno fatto tutto quel chiasso.
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Mi paiono un po' matti coloro. Già, n'era corsa la voce anche qui; ma
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voglio che tu mi racconti poi la cosa più minutamente. Eh! n'abbiamo
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delle cose da discorrere. Qui però, vedi, la va più quietamente, e si
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fanno le cose con un po' più di giudizio. La città ha comprate duemila
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some di grano da un mercante che sta a Venezia: grano che vien di
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Turchia; ma, quando si tratta di mangiare, la non si guarda tanto per
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il sottile. Ora senti un po' cosa nasce: nasce che i rettori di Verona
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e di Brescia chiudono i passi, e dicono: di qui non passa grano. Che ti
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fanno i bergamaschi? Spediscono a Venezia Lorenzo Torre, un dottore,
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ma di quelli! È partito in fretta, s'è presentato al doge, e ha detto:
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che idea è venuta a que' signori rettori? Ma un discorso! un discorso,
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dicono, da dare alle stampe. Cosa vuol dire avere un uomo che sappia
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parlare! Subito un ordine che si lasci passare il grano; e i rettori,
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non solo lasciarlo passare, ma bisogna che lo facciano scortare; ed
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è in viaggio. E s'è pensato anche al contado. Giovanbatista Biava,
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nunzio di Bergamo in Venezia (un uomo anche quello!) ha fatto intendere
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al senato che, anche in campagna, si pativa la fame; e il senato ha
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concesso quattro mila staia di miglio. Anche questo aiuta a far pane.
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E poi, lo vuoi sapere? se non ci sarà pane, mangeremo del companatico.
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Il Signore m'ha dato del bene, come ti dico. Ora ti condurrò dal mio
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padrone: gli ho parlato di te tante volte, e ti farà buona accoglienza.
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Un buon bergamascone all'antica, un uomo di cuor largo. Veramente, ora
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non t'aspettava; ma quando sentirà la storia.... E poi gli operai sa
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tenerli di conto, perchè la carestia passa, e il negozio dura. Ma prima
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di tutto, bisogna che t'avverta d'una cosa. Sai come ci chiamano in
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questo paese, noi altri dello stato di Milano?»
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«Come ci chiamano?»
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«Ci chiaman baggiani.»
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«Non è un bel nome.»
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«Tant'è: chi è nato nel milanese, e vuol vivere nel bergamasco, bisogna
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prenderselo in santa pace. Per questa gente, dar del baggiano a un
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milanese, è come dar dell'illustrissimo a un cavaliere.»
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«Lo diranno, m'immagino, a chi se lo vorrà lasciar dire.»
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«Figliuolo mio, se tu non sei disposto a succiarti del baggiano a tutto
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pasto, non far conto di poter viver qui. Bisognerebbe esser sempre col
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coltello in mano: e quando, supponiamo, tu n'avessi ammazzati due,
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tre, quattro, verrebbe poi quello che ammazzerebbe te: e allora, che
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bel gusto di comparire al tribunal di Dio, con tre o quattro omicidi
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sull'anima!»
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«E un milanese che abbia un po' di....» e qui picchiò la fronte col
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dito, come aveva fatto nell'osteria della luna piena. «Voglio dire, uno
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che sappia bene il suo mestiere?»
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«Tutt'uno: qui è un baggiano anche lui. Sai come dice il mio padrone,
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quando parla di me co' suoi amici?--Quel baggiano è stato la man
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di Dio, per il mio negozio; se non avessi quel baggiano, sarei ben
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impicciato.--L'è usanza così.»
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«L'è un'usanza sciocca. E vedendo quello che sappiam fare (chè
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finalmente chi ha portata qui quest'arte, e chi la fa andare, siamo
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noi), possibile che non si sian corretti?»
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«Finora no: col tempo può essere; i ragazzi che vengon su; ma gli
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uomini fatti, non c'è rimedio: hanno preso quel vizio, non lo smetton
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più. Cos'è poi finalmente? Era ben un'altra cosa quelle galanterie
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che t'hanno fatte, e il di più che ti volevan fare i nostri cari
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compatriotti.»
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«Già, è vero: se non c'è altro di male....»
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«Ora che sei persuaso di questo, tutto anderà bene. Vieni dal padrone,
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e coraggio.»
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Tutto infatti andò bene, e tanto a seconda delle promesse di Bortolo,
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che crediamo inutile di farne particolar relazione. E fu veramente
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provvidenza; perchè la roba e i quattrini che Renzo aveva lasciati in
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casa, vedremo or ora quanto fosse da farci assegnamento.
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CAPITOLO XVIII.
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Quello stesso giorno, 13 di novembre, arriva un espresso al signor
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podestà di Lecco, e gli presenta un dispaccio del signor capitano
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di giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e più
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opportuna inquisizione, per iscoprire se un certo giovine nominato
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Lorenzo Tramaglino, filatore di seta, scappato dalle forze _praedicti
|
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egregii domini capitanei,_ sia tornato, _palam vel clam,_ al suo
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paese, _ignotum_ quale per l'appunto, _verum in territorio Leuci:
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quod si compertum fuerit sic esse,_ cerchi il detto signor podestà,
|
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_quanta maxima diligentia fieri poterit,_ d'averlo nelle mani; e,
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legato a dovere, _videlizet_ con buone manette, attesa l'esperimentata
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|
insufficienza de' manichini per il nominato soggetto, lo faccia
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condurre nelle carceri, e lo ritenga lì, sotto buona custodia, per
|
|
farne consegna a chi sarà spedito a prenderlo; e tanto nel caso del
|
|
sì, come nel caso del no, _accedatis ad domum praedicti Laurentii
|
|
Tramaliini; et, facta debita diligentia, quidquid ad rem repertum
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fuerit auferatis; et informationes de illius prava qualitate, vita, et
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|
complicibus sumatis;_ e di tutto il detto e il fatto, il trovato e il
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|
non trovato, il preso e il lasciato, _diligenter referatis._ Il signor
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podestà, dopo essersi umanamente cerziorato che il soggetto non era
|
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tornato in paese, fa chiamare il console del villaggio, e si fa condur
|
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da lui alla casa indicata, con gran treno di notaio e di birri. La
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casa è chiusa; chi ha le chiavi non c'è, o non si lascia trovare. Si
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sfonda l'uscio; si fa la debita diligenza, vale a dire che si fa come
|
|
in una città presa d'assalto. La voce di quella spedizione si sparge
|
|
immediatamente per tutto il contorno; viene agli orecchi del padre
|
|
Cristoforo; il quale, attonito non meno che afflitto, domanda al terzo
|
|
e al quarto, per aver qualche lume intorno alla cagione d'un fatto così
|
|
inaspettato; ma non raccoglie altro che congetture in aria, e scrive
|
|
subito al padre Bonaventura, dal quale spera di poter ricevere qualche
|
|
notizia più precisa. Intanto i parenti e gli amici di Renzo vengono
|
|
citati a deporre ciò che posson sapere della sua _prava qualità_: aver
|
|
nome Tramaglino è una disgrazia, una vergogna, un delitto: il paese
|
|
è sottosopra. A poco a poco, si viene a sapere che Renzo è scappato
|
|
dalla giustizia, nel bel mezzo di Milano, e poi scomparso; corre voce
|
|
che abbia fatto qualcosa di grosso; ma la cosa poi non si sa dire, o
|
|
si racconta in cento maniere. Quanto più è grossa, tanto meno vien
|
|
creduta nel paese, dove Renzo è conosciuto per un bravo giovine: i più
|
|
presumono, e vanno susurrandosi agli orecchi l'uno con l'altro, che è
|
|
una macchina mossa da quel prepotente di don Rodrigo, per rovinare il
|
|
suo povero rivale. Tant'è vero che, a giudicar per induzione, e senza
|
|
la necessaria cognizione de' fatti, si fa alle volte gran torto anche
|
|
ai birbanti.
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|
|
|
Ma noi, co' fatti alla mano, come si suol dire, possiamo affermare
|
|
che, se colui non aveva avuto parte nella sciagura di Renzo, se ne
|
|
compiacque però, come se fosse opera sua, e ne trionfò co' suoi
|
|
fidati, e principalmente col conte Attilio. Questo, secondo i suoi
|
|
primi disegni, avrebbe dovuto a quell'ora trovarsi già in Milano;
|
|
ma, alle prime notizie del tumulto, e della canaglia che girava per
|
|
le strade, in tutt'altra attitudine che di ricever bastonate, aveva
|
|
creduto bene di trattenersi in campagna, fino a cose quiete. Tanto più
|
|
che, avendo offeso molti, aveva qualche ragion di temere che alcuno
|
|
de' tanti, che solo per impotenza stavano cheti, non prendesse animo
|
|
dalle circostanze, e giudicasse il momento buono da far le vendette di
|
|
tutti. Questa sospensione non fu di lunga durata: l'ordine venuto da
|
|
Milano dell'esecuzione da farsi contro Renzo era già un indizio che le
|
|
cose avevan ripreso il corso ordinario; e, quasi nello stesso tempo,
|
|
se n'ebbe la certezza positiva. Il conte Attilio partì immediatamente,
|
|
animando il cugino a persister nell'impresa, a spuntar l'impegno, e
|
|
promettendogli che, dal canto suo, metterebbe subito mano a sbrigarlo
|
|
dal frate; al qual affare, il fortunato accidente dell'abietto rivale
|
|
doveva fare un gioco mirabile. Appena partito Attilio, arrivò il Griso
|
|
da Monza sano e salvo, e riferì al suo padrone ciò che aveva potuto
|
|
raccogliere: che Lucia era ricoverata nel tal monastero, sotto la
|
|
protezione della tal signora; e stava sempre nascosta, come se fosse
|
|
una monaca anche lei, non mettendo mai piede fuor della porta, e
|
|
assistendo alle funzioni di chiesa da una finestrina con la grata: cosa
|
|
che dispiaceva a molti, i quali avendo sentito motivar non so che di
|
|
sue avventure, e dir gran cose del suo viso, avrebbero voluto un poco
|
|
vedere come fosse fatto.
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|
|
Questa relazione mise il diavolo addosso a don Rodrigo, o, per dir
|
|
meglio, rendè più cattivo quello che già ci stava di casa. Tante
|
|
circostanze favorevoli al suo disegno infiammavano sempre più la sua
|
|
passione, cioè quel misto di puntiglio, di rabbia e d'infame capriccio,
|
|
di cui la sua passione era composta. Renzo assente, sfrattato,
|
|
bandito, di maniera che ogni cosa diventava lecita contro di lui,
|
|
e anche la sua sposa poteva esser considerata, in certo modo, come
|
|
roba di rubello: il solo uomo al mondo che volesse e potesse prender
|
|
le sue parti, e fare un rumore da esser sentito anche lontano e da
|
|
persone alte, l'arrabbiato frate, tra poco sarebbe probabilmente
|
|
anche lui fuor del caso di nuocere. Ed ecco che un nuovo impedimento,
|
|
non che contrappesare tutti que' vantaggi, li rendeva, si può dire,
|
|
inutili. Un monastero di Monza, quand'anche non ci fosse stata una
|
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principessa, era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e
|
|
per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel ricovero, non
|
|
sapeva immaginar nè via nè verso d'espugnarlo, nè con la forza, nè per
|
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insidie. Fu quasi quasi per abbandonar l'impresa; fu per risolversi
|
|
d'andare a Milano, allungando anche la strada, per non passar neppure
|
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da Monza; e a Milano, gettarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti,
|
|
per discacciar, con pensieri affatto allegri, quel pensiero divenuto
|
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ormai tutto tormentoso. Ma, ma, ma, gli amici; piano un poco con
|
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questi amici. In vece d'una distrazione, poteva aspettarsi di trovar
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nella loro compagnia nuovi dispiaceri: perchè Attilio certamente,
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avrebbe già preso la tromba, e messo tutti in aspettativa. Da ogni
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parte gli verrebbero domandate notizie della montanara: bisognava
|
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render ragione. S'era voluto, s'era tentato; cosa s'era ottenuto?
|
|
S'era preso un impegno: un impegno un po' ignobile, a dire il vero:
|
|
ma, via, uno non può alle volte regolare i suoi capricci; il punto è
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di soddisfarli; e come s'usciva da quest'impegno? Dandola vinta a un
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villano e a un frate! Uh! E quando una buona sorte inaspettata, senza
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fatica del buon a nulla, aveva tolto di mezzo l'uno, e un abile amico
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l'altro, il buon a nulla non aveva saputo valersi della congiuntura, e
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si ritirava vilmente dall'impresa. Ce n'era più del bisogno, per non
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alzar mai più il viso tra i galantuomini, o avere ogni momento la spada
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alle mani. E poi, come tornare, o come rimanere in quella villa, in
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quel paese, dove, lasciando da parte i ricordi incessanti e pungenti
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della passione, si porterebbe lo sfregio d'un colpo fallito? dove,
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nello stesso tempo, sarebbe cresciuto l'odio pubblico, e scemata la
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riputazion del potere? dove sul viso d'ogni mascalzone, anche in mezzo
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agl'inchini, si potrebbe leggere un amaro: l'hai ingoiata, ci ho gusto?
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La strada dell'iniquità, dice qui il manoscritto, è larga; ma questo
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non vuol dire che sia comoda: ha i suoi buoni intoppi, i suoi passi
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scabrosi; è noiosa la sua parte, e faticosa, benchè vada all'ingiù.
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[Illustrazione: ....fa chiamar fra Cristoforo, gli fa vedere
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l'obbedienza.... (pag. 283)]
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A don Rodrigo, il quale non voleva uscirne, nè dare addietro, nè
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fermarsi, e non poteva andare avanti da sè, veniva bensì in mente un
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mezzo con cui potrebbe: ed era di chieder l'aiuto d'un tale, le cui
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mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri: un
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uomo o un diavolo, per cui la difficoltà dell'imprese era spesso uno
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stimolo a prenderle sopra di sè. Ma questo partito aveva anche i suoi
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inconvenienti e i suoi rischi, tanto più gravi quanto meno si potevano
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calcolar prima; giacchè nessuno avrebbe saputo prevedere fin dove
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anderebbe, una volta che si fosse imbarcato con quell'uomo, potente
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ausiliario certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiere.
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Tali pensieri tennero per più giorni don Rodrigo tra un sì e un no,
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l'uno e l'altro più che noiosi. Venne intanto una lettera del cugino,
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la quale diceva che la trama era ben avviata. Poco dopo il baleno,
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scoppiò il tuono; vale a dire che, una bella mattina, si sentì che il
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padre Cristoforo era partito dal convento di Pescarenico. Questo buon
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successo così pronto, la lettera d'Attilio che faceva un gran coraggio,
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e minacciava di gran canzonature, fecero inclinar sempre più don
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Rodrigo al partito rischioso: ciò che gli diede l'ultima spinta, fu la
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notizia inaspettata che Agnese era tornata a casa sua: un impedimento
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di meno vicino a Lucia. Rendiam conto di questi due avvenimenti,
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cominciando dall'ultimo.
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Le due povere donne s'erano appena accomodate nel loro ricovero, che
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si sparse per Monza, e per conseguenza anche nel monastero, la nuova
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di quel gran fracasso di Milano; e dietro alla nuova grande, una serie
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infinita di particolari, che andavano crescendo e variandosi ogni
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momento. La fattoressa, che, dalla sua casa, poteva tenere un orecchio
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alla strada, e uno al monastero, raccoglieva notizie di qui, notizie
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di lì, e ne faceva parte all'ospiti. «Due, sei, otto, quattro, sette
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ne hanno messi in prigione; gl'impiccheranno, parte davanti al forno
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_delle grucce_, parte in cima alla strada dove c'è la casa del vicario
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di provvisione.... Ehi, ehi, sentite questa! n'è scappato uno, che è di
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Lecco, o di quelle parti. Il nome non lo so; ma verrà qualcheduno che
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me lo saprà dire; per veder se lo conoscete.»
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Quest'annunzio, con la circostanza d'esser Renzo appunto arrivato in
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Milano nel giorno fatale, diede qualche inquietudine alle donne, e
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principalmente a Lucia; ma pensate cosa fu quando la fattoressa venne
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a dir loro: «è proprio del vostro paese quello che se l'è battuta, per
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non essere impiccato: un filatore di seta, che si chiama Tramaglino: lo
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conoscete?»
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A Lucia, ch'era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro
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di mano; impallidì, si cambiò tutta, di maniera che la fattoressa se
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ne sarebbe avvista certamente, se le fosse stata più vicina. Ma era
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ritta sulla soglia con Agnese; la quale, conturbata anche lei, però
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non tanto, potè star forte; e, per risponder qualcosa, disse che, in
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un piccolo paese, tutti si conoscono, e che lo conosceva; ma che non
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sapeva pensare come mai gli fosse potuta seguire una cosa simile;
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perchè era un giovine posato. Domandò poi se era scappato di certo, e
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dove.
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«Scappato, lo dicon tutti; dove, non si sa; può essere che
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l'acchiappino ancora, può essere che sia in salvo; ma se gli torna
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sotto l'unghie, il vostro giovine posato....»
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Qui, per buona sorte, la fattoressa fu chiamata, e se n'andò:
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figuratevi come rimanessero la madre e la figlia. Più d'un giorno,
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dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare in una tale
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incertezza, a mulinare sul come, sul perchè, sulle conseguenze di quel
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fatto doloroso, a commentare, ognuna tra sè, o sottovoce tra loro,
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quando potevano, quelle terribili parole.
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Un giovedì finalmente, capitò al monastero un uomo a cercar d'Agnese.
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Era un pesciaiolo di Pescarenico, che andava a Milano, secondo
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l'ordinario, a spacciarla sua mercanzia; e il buon frate Cristoforo
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l'aveva pregato che, passando per Monza, facesse una scappata al
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monastero, salutasse le donne da parte sua, raccontasse loro quel che
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si sapeva del tristo caso di Renzo, raccomandasse loro d'aver pazienza,
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e confidare in Dio; e che lui povero frate non si dimenticherebbe
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certamente di loro, e spierebbe l'occasione di poterle aiutare; e
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intanto non mancherebbe, ogni settimana, di far loro saper le sue
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nuove, per quel mezzo, o altrimenti. Intorno a Renzo, il messo non
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seppe dir altro di nuovo e di certo, se non la visita fattagli in casa,
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e le ricerche per averlo nelle mani; ma insieme ch'erano andate tutte a
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vôto, e si sapeva di certo che s'era messo in salvo sul bergamasco. Una
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tale certezza, e non fa bisogno di dirlo, fu un gran balsamo per Lucia:
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d'allora in poi le sue lacrime scorsero più facili e più dolci; provò
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maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre; e in tutte le sue
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preghiere, c'era mescolato un ringraziamento.
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Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio privato, e
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la tratteneva talvolta lungamente, compiacendosi dell'ingenuità e
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della dolcezza della poverina, e nel sentirsi ringraziare e benedire
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ogni momento. Le raccontava anche, in confidenza, una parte (la
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parte netta) della sua storia, di ciò che aveva patito, per andar
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lì a patire; e quella prima maraviglia sospettosa di Lucia s'andava
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cambiando in compassione. Trovava in quella storia ragioni più che
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sufficienti a spiegar ciò che c'era d'un po' strano nelle maniere della
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sua benefattrice; tanto più con l'aiuto di quella dottrina d'Agnese
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su' cervelli de' signori. Per quanto però si sentisse portata a
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contraccambiare la confidenza che Gertrude le dimostrava, non le passò
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neppur per la testa di parlarle delle sue nuove inquietudini, della sua
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nuova disgrazia, di dirle chi fosse quel filatore scappato; per non
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rischiare di spargere una voce così piena di dolore e di scandolo. Si
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schermiva anche, quanto poteva, dal rispondere alle domande curiose di
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quella, sulla storia antecedente alla promessa; ma qui non eran ragioni
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di prudenza. Era perchè alla povera innocente quella storia pareva
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più spinosa, più difficile da raccontarsi, di tutte quelle che aveva
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sentite, e che credesse di poter sentire dalla signora. In queste c'era
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tirannia, insidie, patimenti; cose brutte e dolorose, ma che pur si
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potevan nominare: nella sua c'era mescolato per tutto un sentimento,
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una parola, che non le pareva possibile di proferire, parlando di sè; e
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alla quale non avrebbe mai trovato da sostituire una perifrasi che non
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le paresse sfacciata: l'amore!
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Qualche volta, Gertrude quasi s'indispettiva di quello star così sulle
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difese; ma vi traspariva tanta amorevolezza, tanto rispetto, tanta
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riconoscenza, e anche tanta fiducia! Qualche volta forse, quel pudore
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così delicato, così ombroso, le dispiaceva ancor più per un altro
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verso; ma tutto si perdeva nella soavità d'un pensiero che le tornava
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ogni momento, guardando Lucia:--a questa fo del bene.--Ed era vero;
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perchè, oltre il ricovero, que' discorsi, quelle carezze famigliari
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erano di non poco conforto a Lucia. Un altro ne trovava nel lavorar
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di continuo; e pregava sempre che le dessero qualcosa da fare: anche
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nel parlatorio, portava sempre qualche lavoro da tener le mani in
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esercizio: ma, come i pensieri dolorosi si caccian per tutto! cucendo,
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cucendo, ch'era un mestiere quasi nuovo per lei, le veniva ogni poco in
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mente il suo aspo; e dietro all'aspo, quante cose!
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Il secondo giovedì, tornò quel pesciaiolo o un altro messo, co' saluti
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del padre Cristoforo, e con la conferma della fuga felice di Renzo.
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Notizie più positive intorno a' suoi guai, nessuna; perchè, come
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abbiam detto al lettore, il cappuccino aveva sperato d'averle dal suo
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confratello di Milano, a cui l'aveva raccomandato; e questo rispose
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di non aver veduto nè la persona, nè la lettera; che uno di campagna
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era bensì venuto al convento, a cercar di lui; ma che, non avendocelo
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trovato, era andato via, e non era più comparso.
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Il terzo giovedì, non si vide nessuno; e, per le povere donne, fu
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non solo una privazione d'un conforto desiderato e sperato, ma, come
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accade per ogni piccola cosa a chi è afflitto e impicciato, una cagione
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d'inquietudine, di cento sospetti molesti. Già prima d'allora, Agnese
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aveva pensato a fare una scappata a casa; questa novità di non vedere
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l'ambasciatore promesso, la fece risolvere. Per Lucia era una faccenda
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seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania
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di saper qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quell'asilo così
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guardato e sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro
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che Agnese anderebbe il giorno seguente ad aspettar sulla strada
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il pesciaiolo che doveva passar di lì, tornando da Milano; e gli
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chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi condurre a'
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suoi monti. Lo trovò infatti, gli domandò se il padre Cristoforo non
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gli aveva data qualche commissione per lei: il pesciaiolo, tutto il
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giorno avanti la sua partenza era stato a pescare, e non aveva saputo
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niente del padre. La donna non ebbe bisogno di pregare, per ottenere il
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piacere che desiderava: prese congedo dalla signora e dalla figlia, non
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senza lacrime, promettendo di mandar subito le sue nuove, e di tornar
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presto; e partì.
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Nel viaggio, non accadde nulla di particolare. Riposarono parte della
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notte in un'osteria, secondo il solito; ripartirono innanzi giorno; e
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arrivaron di buon'ora a Pescarenico. Agnese smontò sulla piazzetta del
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convento, lasciò andare il suo conduttore con molti: Dio ve ne renda
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merito; e giacchè era lì, volle, prima d'andare a casa, vedere il suo
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buon frate benefattore. Sonò il campanello; chi venne a aprire, fu fra
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Galdino, quel delle noci.
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«Oh! la mia donna, che vento v'ha portata?»
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«Vengo a cercare il padre Cristoforo.»
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«Il padre Cristoforo? Non c'è.»
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«Oh! starà molto a tornare?»
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«Ma...?» disse il frate, alzando le spalle, e ritirando nel cappuccio
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la testa rasa.
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«Dov'è andato?»
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«A Rimini.»
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«A?»
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«A Rimini.»
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«Dov'è questo paese?»
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«Eh eh eh!» rispose il frate, trinciando verticalmente l'aria con la
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mano distesa, per significare una gran distanza.
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«Oh povera me! Ma perchè è andato via così all'improvviso?»
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«Perchè ha voluto così il padre provinciale.»
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«E perchè mandarlo via? che faceva tanto bene qui? Oh Signore!»
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«Se i superiori dovessero render conto degli ordini che danno, dove
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sarebbe l'ubbidienza, la mia donna?»
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«Sì; ma questa è la mia rovina.»
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«Sapete cosa sarà? Sarà che a Rimini avranno avuto bisogno d'un buon
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predicatore; (ce n'abbiamo per tutto; ma alle volte ci vuol quell'uomo
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fatto apposta) il padre provinciale di là avrà scritto al padre
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provinciale di qui, se aveva un soggetto così e così; e il padre
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provinciale avrà detto: qui ci vuole il padre Cristoforo. Dev'esser
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proprio così, vedete.»
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«Oh poveri noi! Quand'è partito?»
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«Jerlaltro.»
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«Ecco! s'io davo retta alla mia ispirazione di venir via qualche giorno
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prima! E non si sa quando possa tornare? così a un di presso?»
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«Eh la mia donna! lo sa il padre provinciale; se lo sa anche lui.
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Quando un nostro padre predicatore ha preso il volo, non si può
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prevedere su che ramo potrà andarsi a posare. Li cercan di qua, li
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cercan di là: e abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo.
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|
Supponete che, a Rimini, il padre Cristoforo faccia un gran fracasso
|
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col suo quaresimale: perchè non predica sempre a braccio, come faceva
|
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qui, per i pescatori e i contadini: per i pulpiti delle città, ha le
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sue belle prediche scritte; e fior di roba. Si sparge la voce, da
|
|
quelle parti, di questo gran predicatore; e lo possono cercare da....
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|
da che so io? E allora, bisogna mandarlo; perchè noi viviamo della
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|
carità di tutto il mondo, ed è giusto che serviamo tutto il mondo.»
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|
«Oh Signore! Signore!» esclamò di nuovo Agnese, quasi piangendo: «come
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devo fare, senza quell'uomo? Era quello che ci faceva da padre! Per noi
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è una rovina.»
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«Sentite, buona donna; il padre Cristoforo era veramente un uomo; ma
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ce n'abbiamo degli altri, sapete? pieni di carità e di talento, e che
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sanno trattare ugualmente co' signori e co' poveri. Volete il padre
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Atanasio? volete il padre Girolamo? volete il padre Zaccaria? È un uomo
|
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di vaglia, vedete, il padre Zaccaria. E non istate a badare, come fanno
|
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certi ignoranti, che sia così mingherlino, con una vocina fessa, e una
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barbetta misera misera: non dico per predicare, perchè ognuno ha i suoi
|
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doni; ma per dar pareri, è un uomo, sapete?»
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«Oh per carità!» esclamò Agnese, con quel misto di gratitudine e
|
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d'impazienza, che si prova a un'esibizione in cui si trovi più la buona
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volontà altrui, che la propria convenienza: «cosa m'importa a me che
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uomo sia o non sia un altro, quando quel pover'uomo che non c'è più,
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|
era quello che sapeva le nostre cose, e aveva preparato tutto per
|
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aiutarci?»
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«Allora, bisogna aver pazienza.»
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«Questo lo so,» rispose Agnese: «scusate dell'incomodo.»
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«Di che cosa, la mia donna? mi dispiace per voi. E se vi risolvete di
|
|
cercar qualcheduno de' nostri padri, il convento è qui che non si move.
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|
Ehi, mi lascerò poi veder presto, per la cerca dell'olio.»
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|
«State bene,» disse Agnese; e s'incamminò verso il suo paesetto,
|
|
desolata, confusa, sconcertata, come il povero cieco che avesse perduto
|
|
il suo bastone.
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|
Un po' meglio informati che fra Galdino, noi possiamo dire come andò
|
|
veramente la cosa. Attilio, appena arrivato a Milano, andò, come aveva
|
|
promesso a don Rodrigo, a far visita al loro comune zio del Consiglio
|
|
segreto. (Era una consulta, composta allora di tredici personaggi di
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|
toga e di spada, da cui il governatore prendeva parere, e che, morendo
|
|
uno di questi, o venendo mutato, assumeva temporariamente il governo.)
|
|
Il conte zio, togato, e uno degli anziani del consiglio, vi godeva un
|
|
certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri,
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|
non c'era il suo compagno. Un parlare ambiguo, un tacere significativo,
|
|
un restare a mezzo, uno stringer d'occhi che esprimeva: non posso
|
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parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia;
|
|
tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in
|
|
pro. A segno che fino a un: io non posso niente in questo affare:
|
|
detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era
|
|
creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà del suo
|
|
potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di
|
|
speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla; ma servono
|
|
a mantenere il credito alla bottega. Quello del conte zio, che, da gran
|
|
tempo, era sempre andato crescendo a lentissimi gradi, ultimamente
|
|
aveva fatto in una volta un passo, come si dice, di gigante, per
|
|
un'occasione straordinaria, un viaggio a Madrid, con una missione
|
|
alla corte; dove, che accoglienza gli fosse fatta, bisognava sentirlo
|
|
raccontar da lui. Per non dir altro, il conte duca l'aveva trattato
|
|
con una degnazione particolare, e ammesso alla sua confidenza, a segno
|
|
d'avergli una volta domandato, in presenza, si può dire, di mezza la
|
|
corte, come gli piacesse Madrid, e d'avergli un'altra volta detto a
|
|
quattr'occhi, nel vano d'una finestra, che il duomo di Milano era il
|
|
tempio più grande che fosse negli stati del re.
|
|
|
|
Fatti i suoi complimenti al conte zio, e presentatigli quelli del
|
|
cugino, Attilio, con un suo contegno serio, che sapeva prendere
|
|
a tempo, disse: «credo di fare il mio dovere, senza mancare alla
|
|
confidenza di Rodrigo, avvertendo il signor zio d'un affare che,
|
|
se lei non ci mette una mano, può diventar serio, e portar delle
|
|
conseguenze....»
|
|
|
|
«Qualcheduna delle sue, m'immagino.»
|
|
|
|
«Per giustizia, devo dire che il torto non è dalla parte di mio
|
|
cugino. Ma è riscaldato; e, come dico, non c'è che il signore zio, che
|
|
possa....»
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|
|
|
«Vediamo, vediamo.»
|
|
|
|
«C'è da quelle parti un frate cappuccino che l'ha con Rodrigo; e la
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|
cosa è arrivata a un punto, che....»
|
|
|
|
«Quante volte v'ho detto, all'uno e all'altro, che i frati bisogna
|
|
lasciarli cuocere nel loro brodo? Basta il da fare che danno a chi
|
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deve.... a chi tocca....» E qui soffiò. «Ma voi altri che potete
|
|
scansarli....»
|
|
|
|
«Signore zio, in questo, è mio dovere di dirle che Rodrigo l'avrebbe
|
|
scansato, se avesse potuto. E il frate che l'ha con lui, che ha preso a
|
|
provocarlo in tutte le maniere....»
|
|
|
|
«Che diavolo ha codesto frate con mio nipote?»
|
|
|
|
«Prima di tutto, è una testa inquieta, conosciuto per tale, e che fa
|
|
professione di prendersela coi cavalieri. Costui protegge, dirige, che
|
|
so io? una contadinotta di là; e ha per questa creatura una carità, una
|
|
carità.... non dico pelosa, ma una carità molto gelosa, sospettosa,
|
|
permalosa.»
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|
|
|
«Intendo,» disse il conte zio; e sur un certo fondo di goffaggine,
|
|
dipintogli in viso dalla natura, velato poi e ricoperto, a più mani,
|
|
di politica, balenò un raggio di malizia, che vi faceva un bellissimo
|
|
vedere.
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|
|
«Ora, da qualche tempo,» continuò Attilio, «s'è cacciato in testa
|
|
questo frate, che Rodrigo avesse non so che disegni sopra questa....»
|
|
|
|
«S'è cacciato in testa, s'è cacciato in testa: lo conosco anch'io il
|
|
signor don Rodrigo; e ci vuoi altro avvocato che vossignoria, per
|
|
giustificarlo in queste materie.»
|
|
|
|
«Signore zio, che Rodrigo possa aver fatto qualche scherzo a quella
|
|
creatura, incontrandola per la strada, non sarei lontano dal crederlo:
|
|
è giovine, e finalmente non è cappuccino; ma queste son bazzecole da
|
|
non trattenerne il signor zio: il serio è che il frate s'è messo a
|
|
parlar di Rodrigo come si farebbe d'un mascalzone, cerca d'aizzargli
|
|
contro tutto il paese....»
|
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|
«E gli altri frati?»
|
|
|
|
«Non se ne impicciano, perchè lo conoscono per una testa calda, e hanno
|
|
tutto il rispetto per Rodrigo; ma, dall'altra parte, questo frate ha un
|
|
gran credito presso i villani, perchè fa poi anche il santo, e....»
|
|
|
|
«M'immagino che non sappia che Rodrigo è mio nipote.»
|
|
|
|
«Se lo sa! Anzi questo è quel che gli mette più il diavolo addosso.»
|
|
|
|
«Come? come?»
|
|
|
|
«Perchè, e lo va dicendo lui, ci trova più gusto a farla vedere a
|
|
Rodrigo, appunto perchè questo ha un protettor naturale, di tanta
|
|
autorità come vossignoria: e che lui se la ride de' grandi e de'
|
|
politici, e che il cordone di san Francesco tien legate anche le spade,
|
|
e che....»
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|
«Oh frate temerario! Come si chiama costui?»
|
|
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|
«Fra Cristoforo da ***» disse Attilio; e il conte zio, preso da una
|
|
cassetta del suo tavolino, un libriccino di memorie, vi scrisse,
|
|
soffiando, soffiando, quel povero nome. Intanto Attilio seguitava: «è
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sempre stato di quell'umore, costui: si sa la sua vita. Era un plebeo
|
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che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del
|
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suo paese; e, per rabbia di non poterla vincere con tutti, ne ammazzò
|
|
uno: onde, per iscansar la forca, si fece frate.»
|
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|
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«Ma bravo! ma bene! La vedremo, la vedremo,» diceva il conte zio,
|
|
seguitando a soffiare.
|
|
|
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«Ora poi,» continuava Attilio, «è più arrabbiato che mai, perchè gli
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è andato a monte un disegno che gli premeva molto molto: e da questo
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il signore zio capirà che uomo sia. Voleva costui maritare quella sua
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creatura: fosse per levarla dai pericoli del mondo, lei m'intende,
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o per che altro si fosse, la voleva maritare assolutamente; e aveva
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trovato il.... l'uomo: un'altra sua creatura, un soggetto, che, forse
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e senza forse, anche il signore zio lo conoscerà di nome; perchè tengo
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per certo che il Consiglio segreto avrà dovuto occuparsi di quel degno
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soggetto.»
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«Chi è costui?»
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«Un filatore di seta, Lorenzo Tramaglino, quello che....»
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«Lorenzo Tramaglino!» esclamò il conte zio. «Ma bene! ma bravo, padre!
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Sicuro.... in fatti.... aveva una lettera per un.... Peccato che.... Ma
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non importa; va bene. E perchè il signor don Rodrigo non mi dice nulla
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di tutto questo? perchè lascia andar le cose tant'avanti, e non si
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rivolge a chi lo può e vuole dirigere e sostenere?»
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«Dirò il vero anche in questo,» proseguiva Attilio. «Da una parte,
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sapendo quante brighe, quante cose ha per la testa il signore zio....»
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(questo, soffiando, vi mise la mano, come per significare la gran
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fatica ch'era a farcele star tutte) «s'è fatto scrupolo di darle una
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briga di più. E poi, dirò tutto: da quello che ho potuto capire, è così
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irritato, così fuor de' gangheri, così stucco delle villanie di quel
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frate, che ha più voglia di farsi giustizia da sè, in qualche maniera
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sommaria, che d'ottenerla in una maniera regolare, dalla prudenza e dal
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braccio del signore zio. Io ho cercato di smorzare; ma vedendo che la
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cosa andava per le brutte, ho creduto che fosse mio dovere d'avvertir
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di tutto il signore zio, che alla fine è il capo e la colonna della
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casa....»
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«Avresti fatto meglio a parlare un poco prima.»
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«È vero; ma io andavo sperando che la cosa svanirebbe da sè, o che il
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frate tornerebbe finalmente in cervello, o che se n'anderebbe da quel
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convento, come accade di questi frati, che ora sono qua, ora sono là; e
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allora tutto sarebbe finito. Ma....»
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«Ora toccherà a me a raccomodarla.»
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«Così ho pensato anch'io. Ho detto tra me: il signore zio, con la sua
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avvedutezza, con la sua autorità, saprà lui prevenire uno scandolo,
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e insieme salvar l'onore di Rodrigo, che è poi anche il suo. Questo
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frate, dicevo io, l'ha sempre col cordone di san Francesco; ma per
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adoprarlo a proposito, il cordone di san Francesco, non è necessario
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d'averlo intorno alla pancia. Il signore zio ha cento mezzi ch'io
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non conosco: so che il padre provinciale ha, com'è giusto, una gran
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deferenza per lui; e se il signore zio crede che in questo caso
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il miglior ripiego sia di far cambiar aria al frate, lui con due
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parole....»
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«Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria,» disse un po' ruvidamente
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il conte zio.
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«Ah è vero!» esclamò Attilio, con una tentennatina di testa, e con un
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sogghigno di compassione per sè stesso. «Son io l'uomo da dar pareri al
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signore zio! Ma è la passione che ho della riputazione del casato che
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mi fa parlare. E ho anche paura d'aver fatto un altro male,» soggiunse
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con un'aria pensierosa: «ho paura d'aver fatto torto a Rodrigo nel
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concetto del signore zio. Non mi darei pace, se fossi cagione di farle
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pensare che Rodrigo non abbia tutta quella fede in lei, tutta quella
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sommissione che deve avere. Creda, signore zio, che in questo caso è
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proprio....»
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«Via, via; che torto, che torto tra voi altri due? che sarete sempre
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amici, finchè l'uno non metta giudizio. Scapestrati, scapestrati, che
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sempre ne fate una; e a me tocca di rattopparle: che.... mi fareste
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dire uno sproposito, mi date più da pensare voi altri due, che,» e qui
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immaginatevi che soffio mise, «tutti questi benedetti affari di stato.»
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Attilio fece ancora qualche scusa, qualche promessa, qualche
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complimento; poi si licenziò, e se n'andò, accompagnato da un «e
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abbiamo giudizio,» ch'era la formola di commiato del conte zio per i
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suoi nipoti.
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CAPITOLO XIX.
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Chi, vedendo in un campo mal coltivato, un'erbaccia, per esempio un bel
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lapazio, volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato nel
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campo stesso, o portatovi dal vento, o lasciatovi cader da un uccello,
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per quanto ci pensasse, non ne verrebbe mai a una conclusione. Così
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anche noi non sapremmo dire se dal fondo naturale del suo cervello, o
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dall'insinuazione d'Attilio, venisse al conte zio la risoluzione di
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servirsi del padre provinciale per troncare nella miglior maniera quel
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nodo imbrogliato. Certo è che Attilio non aveva detta a caso quella
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parola; e quantunque dovesse aspettarsi che, a un suggerimento così
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scoperto, la boria ombrosa del conte zio avrebbe ricalcitrato, a ogni
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modo volle fargli balenar dinanzi l'idea di quel ripiego, e metterlo
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sulla strada, dove desiderava che andasse. Dall'altra parte, il ripiego
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era talmente adattato all'umore del conte zio, talmente indicato dalle
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circostanze, che, senza suggerimento di chi si sia, si può scommettere
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che l'avrebbe trovato da sè. Si trattava che, in una guerra pur troppo
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aperta, uno del suo nome, un suo nipote, non rimanesse al di sotto:
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punto essenzialissimo alla riputazione del potere che gli stava tanto a
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cuore. La soddisfazione che il nipote poteva prendersi da sè, sarebbe
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stata un rimedio peggior del male, una sementa di guai; e bisognava
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impedirla, in qualunque maniera, e senza perder tempo. Comandargli che
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partisse in quel momento dalla sua villa; già non avrebbe ubbidito; e
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quand'anche avesse, era un cedere il campo, una ritirata della casa
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dinanzi a un convento. Ordini, forza legale, spauracchi di tal genere,
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non valevano contro un avversario di quella condizione: il clero
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regolare e secolare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale;
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non solo le persone, ma i luoghi ancora abitati da esso: come deve
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sapere anche chi non avesse letta altra storia che la presente; che
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starebbe fresco. Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era
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cercar d'allontanarlo, e il mezzo a ciò era il padre provinciale, in
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arbitrio del quale era l'andare e lo stare di quello.
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Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un'antica
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conoscenza: s'eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni
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d'amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi. E alle volte, è
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meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con
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un solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che
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la sua passione, non cura che il suo punto; mentre l'altro vede in un
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tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose
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da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento
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parti.
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Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranzo il padre
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provinciale, e gli fece trovare una corona di commensali assortiti con
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un intendimento sopraffino. Qualche parente de' più titolati, di quelli
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il cui solo casato era un gran titolo; e che, col solo contegno, con
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una certa sicurezza nativa, con una sprezzatura signorile, parlando
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di cose grandi con termini famigliari, riuscivano, anche senza farlo
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apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni momento, l'idea della
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superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa per una
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dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la
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vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca,
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con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il
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corpo, con tutta l'anima, alle frutte v'avevan ridotto un uomo a non
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ricordarsi più come si facesse a dir di no.
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A tavola, il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul tema
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di Madrid. A Roma si va per più strade; a Madrid egli andava per
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tutte. Parlò della corte, del conte duca, de' ministri, della famiglia
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del governatore, delle cacce del toro, che lui poteva descriver
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benissimo, perchè le aveva godute da un posto distinto dell'Escuriale,
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di cui poteva render conto a un puntino, perchè un creato del conte
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duca l'aveva condotto per tutti i buchi. Per qualche tempo, tutta la
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compagnia stette, come un uditorio, attenta a lui solo, poi si divise
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in colloqui particolari; e lui allora continuò a raccontare altre di
|
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quelle belle cose, come in confidenza, al padre provinciale che gli era
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accanto, e che lo lasciò dire, dire e dire. Ma a un certo punto, diede
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una giratina al discorso, lo staccò da Madrid, e di corte in corte, di
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dignità in dignità, lo tirò sul cardinal Barberini, ch'era cappuccino,
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e fratello del papa allora sedente, Urbano VIII: niente meno. Il conte
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zio dovette anche lui lasciar parlare un poco, e stare a sentire,
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e ricordarsi che finalmente, in questo mondo, non c'era soltanto i
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personaggi che facevan per lui. Poco dopo alzati da tavola, pregò il
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padre provinciale di passar con lui in un'altra stanza.
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Due potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a
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fronte. Il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo,
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sedette anche lui, e cominciò: «stante l'amicizia che passa tra di
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noi, ho creduto di far parola a vostra paternità d'un affare di comune
|
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interesse, da concluder tra di noi, senz'andar per altre strade, che
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potrebbero.... E perciò, alla buona, col cuore in mano, le dirò di che
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si tratta; e in due parole son certo che anderemo d'accordo. Mi dica:
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nel loro convento di Pescarenico c'è un padre Cristoforo da ***?»
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Il provinciale fece cenno di sì.
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«Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico....
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questo soggetto.... questo padre.... Di persona io non lo conosco; e sì
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che de' padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d'oro, zelanti,
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prudenti, umili: sono stato amico dell'ordine fin da ragazzo.... Ma in
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tutte le famiglie un po' numerose.... c'è sempre qualche individuo,
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qualche testa.... E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che
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è un uomo.... un po' amico de' contrasti.... che non ha tutta quella
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prudenza, tutti que' riguardi.... Scommetterei che ha dovuto dar più
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d'una volta da pensare a vostra paternità.»
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--Ho inteso: è un impegno,--pensava intanto il provinciale:--Colpa mia;
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lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare
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di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare sei mesi in un luogo,
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specialmente in conventi di campagna.--
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«Oh!» disse poi: «mi dispiace davvero di sentire che vostra
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magnificenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mentre, per
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quanto ne so io, è un religioso.... esemplare in convento, e tenuto in
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molta stima anche di fuori.»
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«Intendo benissimo; vostra paternità deve.... Però, però, da amico
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sincero, voglio avvertirla d'una cosa che le sarà utile di sapere; e
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se anche ne fosse già informata, posso, senza mancare a' miei doveri,
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metterle sott'occhio certe conseguenze.... possibili: non dico di più.
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Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo di quelle
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parti, un uomo.... vostra paternità n'avrà sentito parlare; quello che,
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|
con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo aver fatto,
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|
in quella terribile giornata di san Martino, cose.... cose.... Lorenzo
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Tramaglino!»
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--Ahi!--pensò il provinciale; e disse: «questa circostanza mi riesce
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nuova; ma vostra magnificenza sa bene che una parte del nostro ufizio è
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appunto d'andare in cerca de' traviati, per ridurli....»
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«Va bene; ma la protezione de' traviati d'una certa specie...! Son cose
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spinose, affari delicati....» E qui, in vece di gonfiar le gote e di
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soffiare, strinse le labbra, e tirò dentro tant'aria quanta ne soleva
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mandar fuori, soffiando. E riprese: «ho creduto bene di darle un cenno
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|
su questa circostanza, perchè se mai sua eccellenza.... Potrebbe esser
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fatto qualche passo a Roma.... non so niente.... e da Roma venirle....»
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«Son ben tenuto a vostra magnificenza di codesto avviso; però son certo
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che, se si prenderanno informazioni su questo proposito, si troverà che
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|
il padre Cristoforo non avrà avuto che fare con l'uomo che lei dice, se
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non a fine di mettergli il cervello a partito. Il padre Cristoforo, lo
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conosco.»
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«Già lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo, le cosette che
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ha fatte in gioventù.»
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«È la gloria dell'abito questa, signor conte, che un uomo, il quale al
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|
secolo ha potuto far dir di sè, con questo indosso, diventi un altro. E
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|
da che il padre Cristoforo porta quest'abito....»
|
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«Vorrei crederlo: lo dico di cuore: vorrei crederlo; ma alle volte,
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|
come dice il proverbio.... l'abito non fa il monaco.»
|
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Il proverbio non veniva in taglio esattamente; ma il conte l'aveva
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sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla punta della
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lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio.
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«Ho de' riscontri,» continuava, «ho de' contrassegni....»
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|
«Se lei sa positivamente,» disse il provinciale, «che questo religioso
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abbia commesso qualche errore (tutti si può mancare), avrò per un vero
|
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favore l'esserne informato. Son superiore: indegnamente; ma lo sono
|
|
appunto per correggere, per rimediare.»
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«Le dirò: insieme con questa circostanza dispiacevole della protezione
|
|
aperta di questo padre per chi le ho detto, c'è un'altra cosa
|
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disgustosa, e che potrebbe.... Ma, tra di noi, accomoderemo tutto in
|
|
una volta. C'è, dico, che lo stesso padre Cristoforo ha preso a cozzare
|
|
con mio nipote, don Rodrigo ***.»
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«Oh! questo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace davvero.»
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«Mio nipote è giovine, vivo, si sente quello che è, non è avvezzo a
|
|
esser provocato....»
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«Sarà mio dovere di prender buone informazioni d'un fatto simile. Come
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|
ho già detto a vostra magnificenza, e parlo con un signore che non ha
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meno giustizia che pratica di mondo, tutti siamo di carne, soggetti
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a sbagliare.... tanto da una parte, quanto dall'altra: e se il padre
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|
Cristoforo avrà mancato....»
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«Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di
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noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo.... si fa peggio.
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Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche, principiano talvolta da
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una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il
|
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fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent'altri imbrogli.
|
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Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire. Mio nipote è
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giovine; il religioso, da quel che sento, ha ancora tutto lo spirito,
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le.... inclinazioni d'un giovine; e tocca a noi, che abbiamo nostri
|
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anni.... pur troppo eh, padre molto reverendo?...»
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Chi fosse stato lì a vedere, in quel punto, fu come quando, nel mezzo
|
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d'un'opera seria, s'alza, per isbaglio, uno scenario, prima del tempo,
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e si vede un cantante che, non pensando, in quel momento, che ci sia un
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pubblico al mondo, discorre alla buona con un suo compagno. Il viso,
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|
l'atto, la voce del conte zio, nel dir quel _pur troppo!_, tutto fu
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|
naturale: lì non c'era politica: era proprio vero che gli dava noia
|
|
d'avere i suoi anni. Non già che piangesse i passatempi, il brio,
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|
l'avvenenza della gioventù: frivolezze, sciocchezze, miserie! La cagion
|
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del suo dispiacere era ben più soda e importante: era che sperava un
|
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certo posto più alto, quando fosse vacato; e temeva di non arrivare a
|
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tempo. Ottenuto che l'avesse, si poteva esser certi che non si sarebbe
|
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più curato degli anni, non avrebbe desiderato altro, e sarebbe morto
|
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contento, come tutti quelli che desideran molto una cosa, assicurano di
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voler fare, quando siano arrivati a ottenerla.
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|
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Ma per lasciarlo parlar lui, «tocca a noi,» continuò, «a aver giudizio
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per i giovani, e a rassettar le loro malefatte. Per buona sorte,
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|
siamo ancora a tempo; la cosa non ha fatto chiasso; è ancora il caso
|
|
d'un buon _principiis obsta_. Allontanare il fuoco dalla paglia. Alle
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volte un soggetto che, in un luogo, non fa bene, o che può esser
|
|
causa di qualche inconveniente, riesce a maraviglia in un altro.
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|
Vostra paternità saprà ben trovare la nicchia conveniente a questo
|
|
religioso. C'è giusto anche l'altra circostanza, che possa esser caduto
|
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in sospetto di chi.... potrebbe desiderare che fosse rimosso: e,
|
|
collocandolo in qualche posto un po' lontanetto, facciamo un viaggio e
|
|
due servizi; tutto s'accomoda da sè, o per dir meglio, non c'è nulla di
|
|
guasto.»
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|
|
|
Questa conclusione, il padre provinciale se l'aspettava fino dal
|
|
principio del discorso.--Eh già!--pensava tra sè:--vedo dove vuoi andar
|
|
a parare: delle solite; quando un povero frate è preso a noia da voi
|
|
altri, o da uno di voi altri, o vi dà ombra, subito, senza cercar se
|
|
abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare.--
|
|
|
|
E quando il conte ebbe finito, e messo un lungo soffio, che equivaleva
|
|
a un punto fermo, «intendo benissimo,» disse il provinciale, «quel che
|
|
il signor conte vuol dire; ma prima di fare un passo....»
|
|
|
|
«È un passo e non è un passo, padre molto reverendo: è una cosa
|
|
naturale, una cosa ordinaria; e se non si prende questo ripiego,
|
|
e subito, prevedo un monte di disordini, un'iliade di guai. Uno
|
|
sproposito.... mio nipote non crederei.... ci son io, per questo....
|
|
Ma, al punto a cui la cosa è arrivata, se non la tronchiamo noi,
|
|
senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile che si fermi,
|
|
che resti segreta.... e allora non è più solamente mio nipote.... Si
|
|
stuzzica un vespaio, padre molto reverendo. Lei vede; siamo una casa,
|
|
abbiamo attinenze....»
|
|
|
|
«Cospicue.»
|
|
|
|
«Lei m'intende: tutta gente che ha sangue nelle vene, e che, a questo
|
|
mondo.... è qualche cosa. C'entra il puntiglio; diviene un affare
|
|
comune; e allora.... anche chi è amico della pace.... Sarebbe un vero
|
|
crepacuore per me, di dovere.... di trovarmi.... io che ho sempre avuta
|
|
tanta propensione per i padri cappuccini...! Loro padri, per far del
|
|
bene, come fanno con tanta edificazione del pubblico, hanno bisogno di
|
|
pace, di non aver contese, di stare in buona armonia con chi.... E poi,
|
|
hanno de' parenti al secolo.... e questi affaracci di puntiglio, per
|
|
poco che vadano in lungo, s'estendono, si ramificano, tiran dentro....
|
|
mezzo mondo. Io mi trovo in questa benedetta carica, che m'obbliga
|
|
a sostenere un certo decoro.... Sua eccellenza.... i miei signori
|
|
colleghi.... tutto diviene affar di corpo.... tanto più con quell'altra
|
|
circostanza.... Lei sa come vanno queste cose.»
|
|
|
|
«Veramente,» disse il padre provinciale, «il padre Cristoforo
|
|
è predicatore; e avevo già qualche pensiero.... Mi si richiede
|
|
appunto.... Ma in questo momento, in tali circostanze, potrebbe parere
|
|
una punizione; e una punizione prima d'aver ben messo in chiaro....»
|
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|
«No punizione, no: un provvedimento prudenziale, un ripiego di comune
|
|
convenienza, per impedire i sinistri che potrebbero.... mi sono
|
|
spiegato.»
|
|
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|
«Tra il signor conte e me, la cosa rimane in questi termini; intendo.
|
|
Ma, stando il fatto come fu riferito a vostra magnificenza, è
|
|
impossibile, mi pare, che nel paese non sia traspirato qualcosa. Per
|
|
tutto c'è degli aizzatori, de' mettimale, o almeno de' curiosi maligni
|
|
che, se posson vedere alle prese signori e religiosi, ci hanno un
|
|
gusto matto; e fiutano, interpretano, ciarlano.... Ognuno ha il suo
|
|
decoro da conservare; e io poi, come superiore (indegno), ho un dovere
|
|
espresso.... L'onor dell'abito.... non è cosa mia.... è un deposito
|
|
del quale.... Il suo signor nipote, giacchè è così alterato, come dice
|
|
vostra magnificenza, potrebbe prender la cosa come una soddisfazione
|
|
data a lui, e.... non dico vantarsene, trionfarne, ma....»
|
|
|
|
«Le pare, padre molto reverendo? Mio nipote è un cavaliere che nel
|
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mondo è considerato.... secondo il suo grado e il dovere: ma davanti
|
|
a me è un ragazzo; e non farà nè più nè meno di quello che gli
|
|
prescriverò io. Le dirò di più: mio nipote non ne saprà nulla. Che
|
|
bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tra di noi,
|
|
da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia pensiero
|
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di ciò. Devo essere avvezzo a non parlare.» E soffiò. «In quanto ai
|
|
cicaloni,» riprese, «che vuol che dicano? Un religioso che vada a
|
|
predicare in un altro paese, è cosa così ordinaria! E poi, noi che
|
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vediamo.... noi che prevediamo.... noi che ci tocca.... non dobbiamo
|
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poi curarci delle ciarle.»
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«Però, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest'occasione, il
|
|
suo signor nipote facesse qualche dimostrazione, desse qualche segno
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|
palese d'amicizia, di riguardo.... non per noi, ma per l'abito....»
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«Sicuro, sicuro; quest'è giusto.... Però non c'è bisogno: so che i
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cappuccini son sempre accolti come si deve da mio nipote. Lo fa per
|
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inclinazione: è un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata a
|
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me. Del resto, in questo caso.... qualcosa di straordinario.... è
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troppo giusto. Lasci fare a me, padre molto reverendo; che comanderò a
|
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mio nipote.... Cioè bisognerà insinuargli con prudenza, affinchè non
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s'avveda di quel che è passato tra di noi. Perchè non vorrei alle volte
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che mettessimo un impiastro dove non c'è ferita. E per quel che abbiamo
|
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concluso, quanto più presto sarà, meglio. E se si trovasse qualche
|
|
nicchia un po' lontana.... per levar proprio ogni occasione....»
|
|
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«Mi vien chiesto per l'appunto un predicatore da Rimini; e fors'anche,
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senz'altro motivo, avrei potuto metter gli occhi....»
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«Molto a proposito, molto a proposito. E quando...?»
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«Giacchè la cosa si deve fare, si farà presto.»
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«Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. E,»
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continuava poi, alzandosi da sedere, «se posso qualche cosa, tanto io,
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come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini....»
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«Conosciamo per prova la bontà della casa,» disse il padre provinciale,
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alzatosi anche lui, e avviandosi verso l'uscio, dietro al suo vincitore.
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«Abbiamo spento una favilla,» disse questo, soffermandosi, «una
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favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un grand'incendio.
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Tra buoni amici, con due parole s'accomodano di gran cose.»
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Arrivato all'uscio, lo spalancò, e volle assolutamente che il padre
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provinciale andasse avanti: entrarono nell'altra stanza, e si riunirono
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al resto della compagnia.
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Un grande studio, una grand'arte, di gran parole, metteva quel
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signore nel maneggio d'un affare; ma produceva poi anche effetti
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corrispondenti. Infatti, col colloquio che abbiam riferito, riuscì a
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far andar fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini, che è una
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bella passeggiata.
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Una sera, arriva a Pescarenico un cappuccino di Milano, con un plico
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per il padre guardiano. C'è dentro l'obbedienza per fra Cristoforo,
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di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima. La lettera al
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guardiano porta l'istruzione d'insinuare al detto frate che deponga
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ogni pensiero d'affari che potesse avere avviati nel paese da cui
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deve partire, e che non vi mantenga corrispondenze: il frate latore
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dev'essere il compagno di viaggio. Il guardiano non dice nulla la sera;
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la mattina, fa chiamar fra Cristoforo, gli fa vedere l'obbedienza, gli
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dice che vada a prender la sporta, il bastone, il sudario e la cintura,
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e con quel padre compagno che gli presenta, si metta poi subito in
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viaggio.
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Se fu un colpo per il nostro frate, lo lascio pensare a voi. Renzo,
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Lucia, Agnese, gli vennero subito in mente; e esclamò, per dir così,
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dentro di sè:--oh Dio! cosa faranno que' meschini, quando io non sarò
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più qui!--Ma alzò gli occhi al cielo, e s'accusò d'aver mancato di
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fiducia, d'essersi creduto necessario a qualche cosa. Mise le mani
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in croce sul petto, in segno d'ubbidienza, e chinò la testa davanti
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al padre guardiano; il quale lo tirò poi in disparte, e gli diede
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quell'altro avviso, con parole di consiglio, e con significazione
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di precetto. Fra Cristoforo andò alla sua cella, prese la sporta,
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vi ripose il breviario, il suo quaresimale, e il pane del perdono,
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s'allacciò la tonaca con la sua cintura di pelle, si licenziò da' suoi
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confratelli che si trovavano in convento, andò da ultimo a prender la
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benedizione del guardiano, e col compagno, prese la strada che gli era
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stata prescritta.
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Abbiamo detto che don Rodrigo, intestato più che mai di venire a fine
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della sua bella impresa, s'era risoluto di cercare il soccorso d'un
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terribile uomo. Di costui non possiam dare nè il nome, nè il cognome,
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nè un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò: cosa
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tanto più strana, che del personaggio troviamo memoria in più d'un
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libro (libri stampati, dico) di quel tempo. Che il personaggio sia quel
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medesimo, l'identità de' fatti non lascia luogo a dubitarne; ma per
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tutto un grande studio a scansarne il nome, quasi avesse dovuto bruciar
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la penna, la mano dello scrittore. Francesco Rivola, nella vita del
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cardinal Federigo Borromeo, dovendo parlar di quell'uomo, lo chiama «un
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signore altrettanto potente per ricchezze, quanto nobile per nascita,»
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e fermi lì. Giuseppe Ripamonti, che, nel quinto libro della quinta
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decade della sua _Storia Patria_, ne fa più distesa menzione, lo nomina
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uno, costui, colui, quest'uomo, quel personaggio. «Riferirò,» dice, nel
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suo bel latino, da cui traduciamo come ci riesce, «il caso d'un tale
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che, essendo de' primi tra i grandi della città, aveva stabilita la
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sua dimora in una campagna, situata sul confine; e lì, assicurandosi
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a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni
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magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente;
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ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato,
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come se niente fosse....» Da questo scrittore prenderemo qualche altro
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passo, che ci venga in taglio per confermare e per dilucidare il
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racconto del nostro anonimo; col quale tiriamo avanti.
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Fare ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque;
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esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz'altro interesse
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che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da
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coloro ch'eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni
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tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza, allo
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spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista
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di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d'invidia
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impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava occasione,
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anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più famosi di quella
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professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a
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dovere, o tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze
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e di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza,
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ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male,
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molti n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan
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piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori,
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che gli stessero alla sinistra. Nel fatto però, veniva anche lui a
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essere il faccendiere, lo strumento di tutti coloro: essi non mancavano
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di richiedere ne' loro impegni l'opera d'un tanto ausiliario; per
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lui, tirarsene indietro sarebbe stato decadere dalla sua riputazione,
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mancare al suo assunto. Di maniera che, per conto suo, e per conto
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d'altri, tante ne fece che, non bastando nè il nome, nè il parentado,
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nè gli amici, nè la sua audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici,
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e contro tante animosità potenti, dovette dar luogo, e uscir dallo
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stato. Credo che a questa circostanza si riferisca un tratto notabile
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raccontato dal Ripamonti. «Una volta che costui ebbe a sgomberare il
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paese, la segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali:
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attraversò la città a cavallo, con un seguito di cani, a suon di
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tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia
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un'imbasciata d'impertinenze per il governatore.»
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Nell'assenza, non ruppe le pratiche, nè tralasciò le corrispondenze
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con que' suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre
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letteralmente dal Ripamonti, «in lega occulta di consigli atroci, e di
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cose funeste.» Pare anzi che allora contraesse con più alte persone,
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certe nuove terribili pratiche, delle quali lo storico summentovato
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parla con una brevità misteriosa. «Anche alcuni principi esteri,» dice,
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«si valsero più volte dell'opera sua, per qualche importante omicidio,
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e spesso gli ebbero a mandar da lontano rinforzi di gente che servisse
|
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sotto i suoi ordini.»
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Finalmente (non si sa dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, per
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qualche potente intercessione, o l'audacia di quell'uomo gli tenesse
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|
luogo d'immunità, si risolvette di tornare a casa, e vi tornò difatti;
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non però in Milano, ma in un castello confinante col territorio
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bergamasco, che allora era, come ognun sa, stato Veneto. «Quella casa,»
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cito ancora il Ripamonti, «era come un'officina di mandati sanguinosi:
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servitori la cui testa era messa a taglia, e che avevan per mestiere di
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troncar teste: nè cuoco, nè sguattero dispensati dall'omicidio: le mani
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de' ragazzi insanguinate.» Oltre a questa bella famiglia domestica,
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n'aveva, come afferma lo stesso storico, un'altra di soggetti simili,
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dispersi e posti come a quartiere in vari luoghi de' due stati sul
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lembo de' quali viveva, e pronti sempre a' suoi ordini.
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Tutti i tiranni, per un bel tratto di paese all'intorno, avevan dovuto,
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chi in un'occasione e chi in un'altra, scegliere tra l'amicizia e
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l'inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma i primi che avevano
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voluto provar di resistergli, la gli era andata così male, che nessuno
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si sentiva più di mettersi a quella prova. E neppur col badare a' fatti
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suoi, con lo stare a sè, uno non poteva rimanere indipendente da lui.
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Capitava un suo messo a intimargli che abbandonasse la tale impresa,
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che cessasse di molestare il tal debitore, o cose simili: bisognava
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rispondere sì o no. Quando una parte, con un omaggio vassallesco, era
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andata a rimettere in lui un affare qualunque, l'altra parte si trovava
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a quella dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi
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suo nemico; il che equivaleva a esser, come si diceva altre volte,
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tisico in terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per
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aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per preoccupare
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un così gran patrocinio, e chiuderne l'adito all'avversario: gli uni e
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gli altri divenivano più specialmente suoi dipendenti. Accadde qualche
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volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse
|
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a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente
|
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a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava
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duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi
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che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto e più
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terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e abborrito
|
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era stato benedetto un momento: perchè, non dirò quella giustizia,
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ma quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in
|
|
que' tempi, aspettarlo da nessun'altra forza nè privata, nè pubblica.
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Più spesso, anzi per l'ordinario, la sua era stata ed era ministra di
|
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voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi. Ma gli
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usi così diversi di quella forza producevan sempre l'effetto medesimo,
|
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d'imprimere negli animi una grand'idea di quanto egli potesse volere
|
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e eseguire in onta dell'equità e dell'iniquità, quelle due cose che
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metton tanti ostacoli alla volontà degli uomini, e li fanno così spesso
|
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tornare indietro. La fama de' tiranni ordinari rimaneva per lo più
|
|
ristretta in quel piccolo tratto di paese dov'erano i più ricchi e i
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più forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che
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non c'era ragione che la gente s'occupasse di quelli che non aveva a
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ridosso. Ma la fama di questo nostro era già da gran tempo diffusa in
|
|
ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita era un soggetto di
|
|
racconti popolari; e il suo nome significava qualcosa d'irresistibile,
|
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di strano, di favoloso. Il sospetto che per tutto s'aveva de' suoi
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collegati e de' suoi sicari, contribuiva anch'esso a tener viva per
|
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tutto la memoria di lui. Non eran più che sospetti; giacchè chi avrebbe
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confessata apertamente una tale dipendenza? ma ogni tiranno poteva
|
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essere un suo collegato, ogni malandrino, uno de' suoi; e l'incertezza
|
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stessa rendeva più vasta l'opinione, e più cupo il terrore della cosa.
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E ogni volta che in qualche parte si vedessero comparire figure di
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bravi sconosciute e più brutte dell'ordinario, a ogni fatto enorme
|
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di cui non si sapesse alla prima indicare o indovinar l'autore, si
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proferiva, si mormorava il nome di colui che noi, grazie a quella
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benedetta, per non dir altro, circospezione de' nostri autori, saremo
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costretti a chiamare l'innominato.
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Dal castellaccio di costui al palazzotto di don Rodrigo, non c'era più
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di sette miglia: e quest'ultimo, appena divenuto padrone e tiranno,
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aveva dovuto vedere che, a così poca distanza da un tal personaggio,
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non era possibile far quel mestiere senza venire alle prese, o andar
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d'accordo con lui. Gli s'era perciò offerto e gli era divenuto amico,
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al modo di tutti gli altri, s'intende; gli aveva reso più d'un servizio
|
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(il manoscritto non dice di più); e n'aveva riportate ogni volta
|
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promesse di contraccambio e d'aiuto, in qualunque occasione. Metteva
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però molta cura a nascondere una tale amicizia, o almeno a non lasciare
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scorgere quanto stretta, e di che natura fosse. Don Rodrigo voleva
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bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione
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era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in
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città; godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile; e
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perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti,
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coltivasse l'amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance
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della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua parte,
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o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione, sulla
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testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente
|
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che con l'armi della violenza privata. Ora, l'intrinsichezza, diciam
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meglio, una lega con un uomo di quella sorte, con un aperto nemico
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della forza pubblica, non gli avrebbe certamente fatto buon gioco a
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ciò, specialmente presso il conte zio. Però quel tanto d'una tale
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amicizia che non era possibile di nascondere, poteva passare per una
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relazione indispensabile con un uomo la cui inimicizia era troppo
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pericolosa; e così ricevere scusa dalla necessità: giacchè chi ha
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l'assunto di provvedere, e non n'ha la volontà, o non ne trova il
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verso, alla lunga acconsente che altri provveda da sè, fino a un certo
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segno, a' casi suoi; e se non acconsente espressamente, chiude un
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occhio.
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Una mattina, don Rodrigo uscì a cavallo, in treno da caccia, con una
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piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro altri
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in coda; e s'avviò al castello dell'innominato.
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CAPITOLO XX.
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Il castello dell'innominato era a cavaliere a una valle angusta e
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uggiosa, sulla cima d'un poggio che sporge in fuori da un'aspra giogaia
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di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o
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separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di
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tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella
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che guarda la valle è la sola praticabile; un pendio piuttosto erto,
|
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ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi
|
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qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre
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un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di
|
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confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così,
|
|
l'altra parete della valle, hanno anch'essi un po' di falda coltivata;
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il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno
|
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qualche cespuglio ne' fessi e sui ciglioni.
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Dall'alto del castellaccio, come l'aquila dal suo nido insanguinato,
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il selvaggio signore dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede
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d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al di sopra di sè, nè
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più in alto. Dando un'occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i
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pendii, il fondo, le strade praticate là dentro. Quella che, a gomiti e
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a giravolte, saliva al terribile domicilio, si spiegava davanti a chi
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guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle
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feritoie, poteva il signore contare a suo bell'agio i passi di chi
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veniva, e spianargli l'arme contro, cento volte. E anche d'una grossa
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compagnia, avrebbe potuto, con quella guarnigione di bravi che teneva
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lassù, stenderne sul sentiero, o farne ruzzolare al fondo parecchi,
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prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma
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neppure nella valle, e neppur di passaggio, non ardiva metter piede
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nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello. Il birro poi
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che vi si fosse lasciato vedere, sarebbe stato trattato come una spia
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|
nemica che venga colta in un accampamento. Si raccontavano le storie
|
|
tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar l'impresa; ma eran già
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storie antiche; e nessuno de' giovani si rammentava d'aver veduto nella
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valle uno di quella razza, nè vivo, nè morto.
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|
Tale è la descrizione che l'anonimo fa del luogo: del nome, nulla;
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anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del
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viaggio di don Rodrigo, e lo porta addirittura nel mezzo della valle,
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appiè del poggio, all'imboccatura dell'erto e tortuoso sentiero. Lì
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c'era una taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di
|
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guardia. Sur una vecchia insegna che pendeva sopra l'uscio, era dipinto
|
|
da tutt'e due le parti un sole raggiante; ma la voce pubblica, che
|
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talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li rifà a
|
|
modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte.
|
|
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|
Al rumore d'una cavalcatura che s'avvicinava, comparve sulla soglia
|
|
un ragazzaccio, armato come un saracino; e data un'occhiata, entrò ad
|
|
informare tre sgherri, che stavan giocando, con certe carte sudice
|
|
e piegate in forma di tegoli. Colui che pareva il capo s'alzò,
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|
s'affacciò all'uscio, e, riconosciuto un amico del suo padrone, lo
|
|
salutò rispettosamente. Don Rodrigo, resogli con molto garbo il
|
|
saluto, domandò se il signore si trovasse al castello; e rispostogli
|
|
da quel caporalaccio, che credeva di sì, smontò da cavallo, e buttò
|
|
la briglia al Tiradritto, uno del suo seguito. Si levò lo schioppo, e
|
|
lo consegnò al Montanarolo, come per isgravarsi d'un peso inutile, e
|
|
salir più lesto; ma, in realtà, perchè sapeva bene, che su quell'erta
|
|
non era permesso d'andar con lo schioppo. Si cavò poi di tasca alcune
|
|
berlinghe, e le diede al Tanabuso, dicendogli: «voi altri state ad
|
|
aspettarmi; e intanto starete un po' allegri con questa brava gente.»
|
|
Cavò finalmente alcuni scudi d'oro, e li mise in mano al caporalaccio,
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|
assegnandone metà a lui, e metà da dividersi tra i suoi uomini.
|
|
Finalmente, col Griso, che aveva anche lui posato lo schioppo, cominciò
|
|
a piedi la salita. Intanto i tre bravi sopraddetti, e lo Squinternotto
|
|
ch'era il quarto (oh! vedete che bei nomi, da serbarceli con tanta
|
|
cura), rimasero coi tre dell'innominato, e con quel ragazzo allevato
|
|
alle forche, a giocare, a trincare, e a raccontarsi a vicenda le loro
|
|
prodezze.
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|
|
Un altro bravaccio dell'innominato, che saliva, raggiunse poco dopo
|
|
don Rodrigo; lo guardò, lo riconobbe, e s'accompagnò con lui; e gli
|
|
risparmiò così la noia di dire il suo nome, e di rendere altro conto di
|
|
sè a quant'altri avrebbe incontrati, che non lo conoscessero. Arrivato
|
|
al castello, e introdotto (lasciando però il Griso alla porta), fu
|
|
fatto passare per un andirivieni di corridoi bui, e per varie sale
|
|
tappezzate di moschetti, di sciabole e di partigiane, e in ognuna delle
|
|
quali c'era di guardia qualche bravo; e, dopo avere alquanto aspettato,
|
|
fu ammesso in quella dove si trovava l'innominato.
|
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|
|
Questo gli andò incontro, rendendogli il saluto, e insieme guardandogli
|
|
le mani e il viso, come faceva per abitudine, e ormai quasi
|
|
involontariamente, a chiunque venisse da lui, per quanto fosse de'
|
|
più vecchi e provati amici. Era grande, bruno, calvo; bianchi i pochi
|
|
capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si
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|
sarebbe dato più de' sessant'anni che aveva; ma il contegno, le mosse,
|
|
la durezza risentita de' lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo
|
|
degli occhi, indicavano una forza di corpo e d'animo, che sarebbe stata
|
|
straordinaria in un giovine.
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|
|
|
Don Rodrigo disse che veniva per consiglio e per aiuto; che,
|
|
trovandosi in un impegno difficile, dal quale il suo onore non gli
|
|
permetteva di ritirarsi, s'era ricordato delle promesse di quell'uomo
|
|
che non prometteva mai troppo, nè invano; e si fece ad esporre il
|
|
suo scellerato imbroglio. L'innominato che ne sapeva già qualcosa,
|
|
ma in confuso, stette a sentire con attenzione, e come curioso di
|
|
simili storie, e per essere in questa mischiato un nome a lui noto e
|
|
odiosissimo, quello di fra Cristoforo, nemico aperto de' tiranni, e in
|
|
parole e, dove poteva, in opere. Don Rodrigo, sapendo con chi parlava,
|
|
si mise poi a esagerare le difficoltà dell'impresa; la distanza del
|
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luogo, un monastero, la signora!... A questo, l'innominato, come se
|
|
un demonio nascosto nel suo cuore gliel avesse comandato, interruppe
|
|
subitamente, dicendo che prendeva l'impresa sopra di sè. Preso
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|
l'appunto del nome della nostra povera Lucia, e licenziò don Rodrigo,
|
|
dicendo: «tra poco avrete da me l'avviso di quel che dovrete fare.»
|
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|
Se il lettore si ricorda di quello sciagurato Egidio che abitava
|
|
accanto al monastero dove la povera Lucia stava ricoverata, sappia ora
|
|
che costui era uno de' più stretti ed intimi colleghi di scelleratezze
|
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che avesse l'innominato: perciò questo aveva lasciata correre così
|
|
prontamente e risolutamente la sua parola. Ma appena rimase solo, si
|
|
trovò, non dirò pentito, ma indispettito d'averla data. Già da qualche
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tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert'uggia delle
|
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sue scelleratezze. Quelle tante ch'erano ammontate, se non sulla sua
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coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che
|
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ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all'animo brutte e
|
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troppe: era come il crescere e crescere d'un peso già incomodo. Una
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certa ripugnanza provata ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa
|
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quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi,
|
|
l'immagine d'un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d'una
|
|
vitalità vigorosa, riempivano l'animo d'una fiducia spensierata: ora
|
|
all'opposto, i pensieri dell'avvenire eran quelli che rendevano più
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noioso il passato.--Invecchiare! morire! e poi?--E, cosa notabile!
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l'immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d'un
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nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell'uomo, e infondergli
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un'ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel
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silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva
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addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da
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un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi
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migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro;
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era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto
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che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero,
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quella s'avvicinava. Ne' primi tempi, gli esempi così frequenti, lo
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spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta,
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dell'omicidio, ispirandogli un'emulazione feroce, gli avevano anche
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servito come d'una specie d'autorità contro la coscienza: ora, gli
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rinasceva ogni tanto nell'animo l'idea confusa, ma terribile, d'un
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giudizio individuale, d'una ragione indipendente dall'esempio; ora,
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l'essere uscito dalla turba volgare de' malvagi, l'essere innanzi a
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tutti, gli dava talvolta il sentimento d'una solitudine tremenda. Quel
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Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava
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di negare nè di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci
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fosse, ora, in certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore
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senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sè: Io sono però.
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Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro,
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sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora,
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quando gli tornava d'improvviso alla mente, la mente, suo malgrado,
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la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che
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aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi
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profondamente, e la mascherava con l'apparenze d'una più cupa ferocia;
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e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a sè stesso, o di
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soffogarla. Invidiando (giacchè non poteva annientarli nè dimenticarli)
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que' tempi in cui era solito commettere l'iniquità senza rimorso,
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senz'altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli
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tornare, per ritenere o per riafferrare quell'antica volontà, pronta,
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superba, imperturbata, per convincer sè stesso ch'era ancor quello.
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Così in quest'occasione, aveva subito impegnata la sua parola a don
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Rodrigo, per chiudersi l'adito a ogni esitazione. Ma appena partito
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costui, sentendo scemare quella fermezza che s'era comandata per
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promettere, sentendo a poco a poco venirsi innanzi nella mente pensieri
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che lo tentavano di mancare a quella parola, e l'avrebbero condotto
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a scomparire in faccia a un amico, a un complice secondario; per
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troncare a un tratto quel contrasto penoso, chiamò il Nibbio, uno de'
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più destri e arditi ministri delle sue enormità, e quello di cui era
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solito servirsi per la corrispondenza con Egidio. E, con aria risoluta,
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gli comandò che montasse subito a cavallo, andasse diritto a Monza,
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informasse Egidio dell'impegno contratto, e richiedesse il suo aiuto
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per adempirlo.
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Il messo ribaldo tornò più presto che il suo padrone non se
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l'aspettasse, con la risposta d'Egidio: che l'impresa era facile e
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sicura; gli si mandasse subito una carrozza, con due o tre bravi ben
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travisati; e lui prendeva la cura di tutto il resto, e guiderebbe la
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cosa. A quest'annunzio, l'innominato, comunque stesse di dentro, diede
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ordine in fretta al Nibbio stesso, che disponesse tutto secondo aveva
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detto Egidio, e andasse con due altri che gli nominò, alla spedizione.
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Se per rendere l'orribile servizio che gli era stato chiesto,
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Egidio avesse dovuto far conto de' soli suoi mezzi ordinari, non
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avrebbe certamente data così subito una promessa così decisa. Ma, in
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quell'asilo stesso dove pareva che tutto dovesse essere ostacolo,
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l'atroce giovine aveva un mezzo noto a lui solo; e ciò che per gli
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altri sarebbe stata la maggior difficoltà, era strumento per lui. Noi
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abbiamo riferito come la sciagurata signora desse una volta retta alle
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sue parole; e il lettore può avere inteso che quella volta non fu
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l'ultima, non fu che un primo passo in una strada d'abbominazione e di
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sangue. Quella stessa voce, che aveva acquistato forza, e direi quasi,
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autorità dal delitto, le impose ora il sagrifizio dell'innocente che
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aveva in custodia.
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La proposta riuscì spaventosa a Gertrude. Perder Lucia per un caso
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impreveduto, senza colpa, le sarebbe parsa una sventura, una punizione
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amara: e le veniva comandato di privarsene con una scellerata perfidia,
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di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo d'espiazione. La sventurata
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tentò tutte le strade per esimersi dall'orribile comando; tutte,
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fuorchè la sola ch'era sicura, e che le stava pur sempre aperta
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davanti. Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non
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divien forte se non chi se ne ribella interamente. A questo Gertrude
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non voleva risolversi; e ubbidì.
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Era il giorno stabilito; l'ora convenuta s'avvicinava; Gertrude,
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ritirata con Lucia nel suo parlatorio privato, le faceva più carezze
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dell'ordinario, e Lucia le riceveva e le contraccambiava con tenerezza
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crescente: come la pecora, tremolando senza timore sotto la mano del
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pastore che la palpa e la strascina mollemente, si volta a leccar
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quella mano; e non sa che, fuori della stalla, l'aspetta il macellaio,
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a cui il pastore l'ha venduta un momento prima.
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«Ho bisogno d'un gran servizio; e voi sola potete farmelo. Ho tanta
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gente a' miei comandi; ma di cui mi fidi, nessuno. Per un affare
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di grand'importanza, che vi dirò poi, ho bisogno di parlar subito
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subito con quel padre guardiano de' cappuccini che v'ha condotta qui
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da me, la mia povera Lucia; ma è anche necessario che nessuno sappia
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che l'ho mandato a chiamare io. Non ho che voi per far segretamente
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quest'imbasciata.»
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Lucia fu atterrita d'una tale richiesta; e con quella sua suggezione,
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ma senza nascondere una gran maraviglia, addusse subito, per
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disimpegnarsene, le ragioni che la signora doveva intendere, che
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avrebbe dovute prevedere: senza la madre, senza nessuno, per una strada
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solitaria, in un paese sconosciuto.... Ma Gertrude, ammaestrata a una
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scola infernale, mostrò tanta maraviglia anche lei, e tanto dispiacere
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di trovare una tal ritrosia nella persona di cui credeva poter far
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più conto, figurò di trovar così vane quelle scuse! di giorno chiaro,
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quattro passi, una strada che Lucia aveva fatta pochi giorni prima,
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e che, quand'anche non l'avesse mai veduta, a insegnargliela, non la
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poteva sbagliare!... Tanto disse, che la poverina, commossa e punta a
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un tempo, si lasciò sfuggir di bocca: «e bene; cosa devo fare?»
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«Andate al convento de' cappuccini:» e le descrisse la strada di nuovo:
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«fate chiamare il padre guardiano, ditegli, da solo a solo, che venga
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da me subito subito; ma che non dica a nessuno che son io che lo mando
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a chiamare.»
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«Ma cosa dirò alla fattoressa, che non m'ha mai vista uscire, e mi
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domanderà dove vo?»
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«Cercate di passare senz'esser vista; e se non vi riesce, ditele che
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andate alla chiesa tale, dove avete promesso di fare orazione.»
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Nuova difficoltà per la povera giovine: dire una bugia; ma la signora
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si mostrò di nuovo così afflitta delle ripulse, le fece parer così
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brutta cosa l'anteporre un vano scrupolo alla riconoscenza, che Lucia,
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sbalordita più che convinta, e soprattutto commossa più che mai,
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rispose: «e bene; anderò. Dio m'aiuti!» E si mosse.
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Quando Gertrude, che dalla grata la seguiva con l'occhio fisso e
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torbido, la vide metter piede sulla soglia, come sopraffatta da un
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sentimento irresistibile, aprì la bocca, e disse: «sentite, Lucia!»
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Questa si voltò, e tornò verso la grata. Ma già un altro pensiero,
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un pensiero avvezzo a predominare, aveva vinto di nuovo nella mente
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sciagurata di Gertrude. Facendo le viste di non esser contenta
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dell'istruzioni già date, spiegò di nuovo a Lucia la strada che doveva
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tenere, e la licenziò dicendo: «fate ogni cosa come v'ho detto, e
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tornate presto.» Lucia partì.
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Passò inosservata la porta del chiostro, prese la strada, con gli
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occhi bassi, rasente al muro; trovò, con l'indicazioni avute e con le
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proprie rimembranze, la porta del borgo, n'uscì, andò tutta raccolta
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e un po' tremante, per la strada maestra, arrivò in pochi momenti a
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quella che conduceva al convento; e la riconobbe. Quella strada era,
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ed è tutt'ora, affondata, a guisa d'un letto di fiume, tra due alte
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rive orlate di macchie, che vi forman sopra una specie di volta. Lucia,
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entrandovi, e vedendola affatto solitaria, sentì crescere la paura, e
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allungava il passo; ma poco dopo si rincorò alquanto, nel vedere una
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carrozza da viaggio ferma, e accanto a quella, davanti allo sportello
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aperto, due viaggiatori che guardavano in qua e in là, come incerti
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della strada. Andando avanti, sentì uno di que' due, che diceva:
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«ecco una buona giovine che c'insegnerà la strada.» Infatti, quando
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fu arrivata alla carrozza, quel medesimo, con un fare più gentile che
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non fosse l'aspetto, si voltò, e disse, «quella giovine, ci sapreste
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insegnar la strada di Monza?»
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«Andando di lì, vanno a rovescio,» rispondeva la poverina, «Monza
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è di qua....» e si voltava, per accennar col dito; quando l'altro
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compagno (era il Nibbio), afferrandola d'improvviso per la vita,
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l'alzò da terra. Lucia girò la testa indietro atterrita, e cacciò un
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urlo; il malandrino la mise per forza nella carrozza: uno che stava a
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sedere davanti, la prese e la cacciò, per quanto lei si divincolasse e
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stridesse, a sedere dirimpetto a sè: un altro, mettendole un fazzoletto
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alla bocca, le chiuse il grido in gola. Intanto il Nibbio entrò presto
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presto anche lui nella carrozza: lo sportello si chiuse, e la carrozza
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partì di carriera. L'altro che le aveva fatta quella domanda traditora,
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rimasto nella strada, diede un'occhiata in qua e in là, per veder se
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fosse accorso qualcheduno agli urli di Lucia: non c'era nessuno; saltò
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sur una riva, attaccandosi a un albero della macchia, e disparve.
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Era costui uno sgherro d'Egidio; era stato, facendo l'indiano, sulla
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porta del suo padrone, per veder quando Lucia usciva dal monastero;
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l'aveva osservata bene, per poterla riconoscere; ed era corso, per una
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scorciatoia, ad aspettarla a posto convenuto.
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Chi potrà ora descrivere il terrore, l'angoscia di costei, esprimere
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ciò che passava nel suo animo? Spalancava gli occhi spaventati, per
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ansietà di conoscere la sua orribile situazione, e li richiudeva
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subito, per il ribrezzo e per il terrore di que' visacci: si storceva,
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ma era tenuta da tutte le parti: raccoglieva tutte le sue forze, e
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dava delle stratte, per buttarsi verso lo sportello; ma due braccia
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nerborute la tenevano come conficcata nel fondo della carrozza; quattro
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altre manacce ve l'appuntellavano. Ogni volta che aprisse la bocca
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per cacciare un urlo, il fazzoletto veniva a soffogarglielo in gola.
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Intanto tre bocche d'inferno, con la voce più umana che sapessero
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formare, andavan ripetendo: «zitta, zitta, non abbiate paura, non
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vogliamo farvi male.» Dopo qualche momento d'una lotta così angosciosa,
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parve che s'acquietasse; allentò le braccia, lasciò cader la testa
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all'indietro, alzò a stento le palpebre, tenendo l'occhio immobile; e
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quegli orridi visacci che le stavan davanti le parvero confondersi e
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ondeggiare insieme in un miscuglio mostruoso: le fuggì il colore dal
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viso; un sudor freddo glielo coprì; s'abbandonò, e svenne.
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«Su, su, coraggio,» diceva il Nibbio. «Coraggio, coraggio,» ripetevan
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gli altri due birboni; ma lo smarrimento d'ogni senso preservava in
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quel momento Lucia dal sentire i conforti di quelle orribili voci.
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«Diavolo! par morta,» disse uno di coloro: «se fosse morta davvero?»
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«Oh! morta!» disse l'altro: «è uno di quegli svenimenti che vengono
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alle donne. Io so che, quando ho voluto mandare all'altro mondo
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qualcheduno, uomo o donna che fosse, c'è voluto altro.»
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«Via!» disse il Nibbio: «attenti al vostro dovere, e non andate a
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cercar altro. Tirate fuori dalla cassetta i tromboni, e teneteli
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pronti; chè in questo bosco dove s'entra ora, c'è sempre de' birboni
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annidati. Non così in mano, diavolo! riponeteli dietro le spalle, lì
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stesi: non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla?
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Se vede armi, è capace di morir davvero. E quando sarà rinvenuta,
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badate bene di non farle paura; non la toccate, se non vi fo segno; a
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tenerla basto io. E zitti: lasciate parlare a me.»
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[Illustrazione: ....Lucia girò la testa indietro atterrita; e cacciò un
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urlo... (pag. 295)]
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Intanto la carrozza, andando sempre di corsa, s'era inoltrata nel bosco.
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Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominciò a risentirsi, come da
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un sonno profondo e affannoso, e aprì gli occhi. Penò alquanto a
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distinguere gli spaventosi oggetti che la circondavano, a raccogliere
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i suoi pensieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione.
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Il primo uso che fece delle poche forze ritornatele, fu di buttarsi
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ancora verso lo sportello, per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta, e non
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potè che vedere un momento la solitudine selvaggia del luogo per cui
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passava. Cacciò di nuovo un urlo; ma il Nibbio, alzando la manaccia col
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fazzoletto, «via,» le disse, più dolcemente che potè; «state zitta, che
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sarà meglio per voi: non vogliamo farvi male; ma se non istate zitta,
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vi faremo star noi.»
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«Lasciatemi andare! Chi siete voi? Dove mi conducete? Perchè m'avete
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presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare!»
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«Vi dico che non abbiate paura: non siete una bambina, e dovete
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capire che noi non vogliamo farvi male. Non vedete che avremmo potuto
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ammazzarvi cento volte, se avessimo cattive intenzioni? Dunque state
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quieta.»
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«No, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi conosco.»
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«Vi conosciamo noi.»
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«Oh santissima Vergine! come mi conoscete? Lasciatemi andare, per
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carità. Chi siete voi? Perchè m'avete presa?»
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«Perchè c'è stato comandato.»
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«Chi? chi? chi ve lo può aver comandato?»
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«Zitta!» disse con un visaccio severo il Nibbio: «a noi non si fa di
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codeste domande.»
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Lucia tentò un'altra volta di buttarsi d'improvviso allo sportello;
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ma vedendo ch'era inutile, ricorse di nuovo alle preghiere; e con la
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testa bassa, con le gote irrigate di lacrime, con la voce interrotta
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dal pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra, «oh!» diceva: «per
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l'amor di Dio, e della Vergine santissima, lasciatemi andare! Cosa v'ho
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fatto di male io? Sono una povera creatura che non v'ha fatto niente.
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Quello che m'avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio
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per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate
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quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che
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dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi
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misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore mi farà
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trovar la mia strada.»
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«Non possiamo.»
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«Non potete? Oh Signore! perchè non potete? Dove volete condurmi?
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Perchè...?»
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«Non possiamo: è inutile: non abbiate paura, che non vogliamo farvi
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male: state quieta, e nessuno vi toccherà.»
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Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole
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non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano
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il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si
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strinse, il più che potè, nel canto della carrozza, mise le braccia
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in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata
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fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e con più
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affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando
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d'avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar
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coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti,
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poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci
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regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa
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ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr'ore; e
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dopo il quale avremo altre ore angosciose da passare. Trasportiamoci al
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castello dove l'infelice era aspettata.
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Era aspettata dall'innominato, con un'inquietudine, con una sospension
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d'animo insolita. Cosa strana! quell'uomo, che aveva disposto a sangue
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freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per
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nulla i dolori da lui cagionati, se non qualche volta per assaporare
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in essi una selvaggia voluttà di vendetta, ora, nel metter le mani
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addosso a questa sconosciuta, a questa povera contadina, sentiva come
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un ribrezzo, direi quasi un terrore. Da un'alta finestra del suo
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castellaccio, guardava da qualche tempo verso uno sbocco della valle;
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ed ecco spuntar la carrozza, e venire innanzi lentamente: perchè quel
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primo andar di carriera aveva consumata la foga, e domate le forze de'
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cavalli. E benchè, dal punto dove stava a guardare, la non paresse più
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che una di quelle carrozzine che si danno per balocco ai fanciulli, la
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riconobbe subito, e si sentì il cuore batter più forte.
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--Ci sarà?--pensò subito; e continuava tra sè:--che noia mi dà costei!
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Liberiamocene.--
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E voleva chiamare uno de' suoi sgherri, e spedirlo subito incontro alla
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carrozza, a ordinare al Nibbio che voltasse, e conducesse colei al
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palazzo di don Rodrigo. Ma un no imperioso che risonò nella sua mente,
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fece svanire quel disegno. Tormentato però dal bisogno di dar qualche
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ordine, riuscendogli intollerabile lo stare aspettando oziosamente
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quella carrozza che veniva avanti passo passo, come un tradimento, che
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so io? come un gastigo, fece chiamare una sua vecchia donna.
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Era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di
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esso, e aveva passata lì tutta la sua vita. Ciò che aveva veduto e
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sentito fin dalle fasce, le aveva impresso nella mente un concetto
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magnifico e terribile del potere de' suoi padroni; e la massima
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principale che aveva attinta dall'istruzioni e dagli esempi, era che
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bisognava ubbidirli in ogni cosa, perchè potevano far del gran male
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e del gran bene. L'idea del dovere, deposta come un germe nel cuore
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di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme co' sentimenti d'un
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rispetto, d'un terrore, d'una cupidigia servile, s'era associata e
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adattata a quelli. Quando l'innominato, divenuto padrone, cominciò
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a far quell'uso spaventevole della sua forza, costei ne provò da
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principio un certo ribrezzo insieme, e un sentimento più profondo di
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sommissione. Col tempo, s'era avvezzata a ciò che aveva tutto il giorno
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davanti agli occhi e negli orecchi: la volontà potente e sfrenata d'un
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così gran signore, era per lei come una specie di giustizia fatale.
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Ragazza già fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco
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dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, lasciò l'ossa sur una
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strada, e lei vedova nel castello. La vendetta che il signore ne fece
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subito, le diede una consolazione feroce, e le accrebbe l'orgoglio di
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trovarsi sotto una tal protezione. D'allora in poi, non mise piede
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fuor del castello, che molto di rado; e a poco a poco non le rimase
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del vivere umano quasi altre idee, salvo quelle che ne riceveva in
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quel luogo. Non era addetta ad alcun servizio particolare, ma, in
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quella masnada di sgherri, ora l'uno ora l'altro, le davan da fare
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ogni poco; ch'era il suo rodimento. Ora aveva cenci da rattoppare, ora
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da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione,
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ora feriti da medicare. I comandi poi di coloro, i rimproveri, i
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ringraziamenti, eran conditi di beffe e d'improperi: vecchia, era il
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suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qualcheduno sempre ci se
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n'attaccava, variavano secondo le circostanze e l'umore dell'amico. E
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colei, disturbata nella pigrizia, e provocata nella stizza, ch'erano
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due delle sue passioni predominanti, contraccambiava alle volte que'
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complimenti con parole, in cui Satana avrebbe riconosciuto più del suo
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ingegno, che in quelle de' provocatori.
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«Tu vedi laggiù quella carrozza!» le disse il signore.
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«La vedo,» rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appuntato, e
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aguzzando gli occhi infossati, come se cercasse di spingerli su gli
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orli dell'occhiaie.
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«Fa allestir subito una bussola, entraci, e fatti portare alla
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Malanotte. Subito subito; che tu ci arrivi prima di quella carrozza:
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già la viene avanti col passo della morte. In quella carrozza c'è....
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ci dev'essere.... una giovine. Se c'è, dì al Nibbio, in mio nome, che
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la metta nella bussola, e lui venga su subito da me. Tu starai nella
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bussola, con quella.... giovine; e quando sarete quassù, la condurrai
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nella tua camera. Se ti domanda dove la meni, di chi è il castello,
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guarda di non....»
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«Oh!» disse la vecchia.
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«Ma,» continuò l'innominato, «falle coraggio.»
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«Cosa le devo dire?»
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«Cosa le devi dire? Falle coraggio, ti dico. Tu sei venuta a codesta
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età, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole!
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Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai
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le parole che fanno piacere in que' momenti? Dille di quelle parole:
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trovale, alla malora. Va.»
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E partita che fu, si fermò alquanto alla finestra, con gli occhi fissi
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a quella carrozza, che già appariva più grande di molto; poi gli alzò
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al sole, che in quel momento si nascondeva dietro la montagna; poi
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guardò le nuvole sparse al di sopra, che di brune si fecero, quasi
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a un tratto, di fuoco. Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a
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camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore
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frettoloso.
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CAPITOLO XXI.
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La vecchia era corsa a ubbidire e a comandare, con l'autorità di quel
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nome che, da chiunque fosse pronunziato in quel luogo, li faceva
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spicciar tutti; perchè a nessuno veniva in testa che ci fosse uno tanto
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ardito da servirsene falsamente. Si trovò infatti alla Malanotte un po'
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prima che la carrozza ci arrivasse; e vistala venire, uscì di bussola,
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fece segno al cocchiere che fermasse, s'avvicinò allo sportello; e al
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Nibbio, che mise il capo fuori, riferì sottovoce gli ordini del padrone.
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Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie
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di letargo. Si sentì da capo rimescolare il sangue, spalancò la bocca
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e gli occhi, e guardò. Il Nibbio s'era tirato indietro; e la vecchia,
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col mento sullo sportello, guardando Lucia, diceva: «venite, la mia
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giovine; venite, poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi
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bene e di farvi coraggio.»
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Al suono d'una voce di donna, la poverina provò un conforto, un
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coraggio momentaneo; ma ricadde subito in uno spavento più cupo. «Chi
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siete?» disse con voce tremante, fissando lo sguardo attonito in viso
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alla vecchia.
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«Venite, venite, poverina,» andava questa ripetendo. Il Nibbio
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e gli altri due, argomentando dalle parole e dalla voce così
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straordinariamente raddolcita di colei, quali fossero l'intenzioni del
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signore, cercavano di persuader con le buone l'oppressa a ubbidire.
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Ma lei seguitava a guardar fuori; e benchè il luogo selvaggio e
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sconosciuto, e la sicurezza de' suoi guardiani non le lasciassero
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concepire speranza di soccorso, apriva non ostante la bocca per
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gridare; ma vedendo il Nibbio far gli occhiacci del fazzoletto,
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ritenne il grido, tremò, si storse, fu presa e messa nella bussola.
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Dopo, c'entrò la vecchia; il Nibbio disse ai due altri manigoldi che
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andassero dietro, e prese speditamente la salita, per accorrere ai
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comandi del padrone.
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«Chi siete?» domandava con ansietà Lucia al ceffo sconosciuto e
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deforme: «perchè son con voi? dove sono? dove mi conducete?»
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«Da chi vuol farvi del bene,» rispondeva la vecchia, «da un gran....
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Fortunati quelli a cui vuol far del bene. Buon per voi, buon per voi.
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Non abbiate paura, state allegra, chè m'ha comandato di farvi coraggio.
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Glielo direte, eh? che v'ho fatto coraggio?»
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«Chi è? perchè? che vuol da me? Io non son sua. Ditemi dove sono;
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lasciatemi andare; dite a costoro che mi lascino andare, che mi portino
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in qualche chiesa. Oh! voi che siete una donna, in nome di Maria
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Vergine...!»
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Quel nome santo e soave, già ripetuto con venerazione ne' primi anni,
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e poi non più invocato per tanto tempo, nè forse sentito proferire,
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faceva nella mente della sciagurata che lo sentiva in quel momento,
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un'impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce,
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in un vecchione accecato da bambino.
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Intanto l'innominato, ritto sulla porta del castello, guardava in
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giù; e vedeva la bussola venir passo passo, come prima la carrozza,
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e avanti, a una distanza che cresceva ogni momento, salir di corsa
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il Nibbio. Quando questo fu in cima, il signore gli accennò che lo
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seguisse; e andò con lui in una stanza del castello.
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«Ebbene?» disse, fermandosi lì.
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«Tutto a un puntino,» rispose, inchinandosi, il Nibbio: «l'avviso a
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tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno
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comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma....»
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«Ma che?»
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«Ma.... dico il vero, che avrei avuto più piacere che l'ordine fosse
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stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare,
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senza vederla in viso.»
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«Cosa? cosa? che vuoi tu dire?»
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«Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo.... M'ha fatto
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troppa compassione.»
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«Compassione! Che sai tu di compassione? Cos'è la compassione?»
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«Non l'ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la
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compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso,
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non è più uomo.»
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«Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione.»
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«O signore illustrissimo! tanto tempo...! piangere, pregare, e far
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cert'occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e
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pregar di nuovo, e certe parole....»
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--Non la voglio in casa costei,--pensava intanto l'innominato.--Sono
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stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. Quando
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sarà lontana....--E alzando la testa, in atto di comando, verso il
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Nibbio, «ora,» gli disse, «metti da parte la compassione: monta a
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cavallo, prendi un compagno, due se vuoi; e va di corsa a casa di quel
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don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi.... ma subito subito, perchè
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altrimenti....»
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Ma un altro no interno più imperioso del primo gli proibì di finire.
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«No,» disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sè stesso il
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comando di quella voce segreta, «no: va a riposarti; e domattina....
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farai quello che ti dirò!»
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--Un qualche demonio ha costei dalla sua,--pensava poi, rimasto solo,
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ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo sguardo immobile
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sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna, entrando da
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una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata
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a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata più minutamente dai
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piccoli compartimenti delle vetriate.--Un qualche demonio, o.... un
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qualche angelo che la protegge.... Compassione al Nibbio!... Domattina,
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domattina di buon'ora, fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne
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parli più, e,--proseguiva tra sè, con quell'animo con cui si comanda
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a un ragazzo indocile, sapendo che non ubbidirà,--e non ci si pensi
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più. Quell'animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con
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ringraziamenti; che.... non voglio più sentir parlar di costei. L'ho
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servito perchè.... perchè ho promesso: e ho promesso perchè.... è il
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mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui.
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Vediamo un poco....--
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E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso,
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per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di nuovo alla
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mente quelle parole: compassione al Nibbio!--Come può aver fatto
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costei?--continuava, strascinato da quel pensiero.--Voglio vederla....
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Eh! no.... Sì, voglio vederla.
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E d'una stanza in un'altra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò
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alla camera della vecchia, e picchiò all'uscio con un calcio.
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«Chi è?»
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«Apri.»
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A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentì scorrere
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il paletto negli anelli, e l'uscio si spalancò. L'innominato, dalla
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soglia, diede un'occhiata in giro; e, al lume d'una lucerna che ardeva
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sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il più
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lontano dall'uscio.
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«Chi t'ha detto che tu la buttassi là come un sacco di cenci,
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sciagurata?» disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo.
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«S'è messa dove le è piaciuto,» rispose umilmente colei: «io ho fatto
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di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei; ma non c'è stato
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verso.»
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«Alzatevi,» disse l'innominato a Lucia, andandole vicino. Ma Lucia, a
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cui il picchiare, l'aprire, il comparir di quell'uomo, le sue parole,
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avevan messo un nuovo spavento nell'animo spaventato, stava più che
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mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e non
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movendosi, se non che tremava tutta.
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«Alzatevi, chè non voglio farvi del male.... e posso farvi del bene,»
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ripetè il signore.... «Alzatevi!» tonò poi quella voce, sdegnata d'aver
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due volte comandato invano.
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Come rinvigorita dallo spavento, l'infelicissima si rizzò subito
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inginocchioni; e giungendo le mani, come avrebbe fatto davanti a
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un'immagine, alzò gli occhi in viso all'innominato, e riabbassandoli
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subito, disse: «son qui: m'ammazzi.»
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«V'ho detto che non voglio farvi del male,» rispose, con voce mitigata,
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l'innominato, fissando quel viso turbato dall'accoramento e dal terrore.
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«Coraggio, coraggio,» diceva la vecchia: «se ve lo dice lui, che non
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vuoi farvi del male....»
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«E perchè,» riprese Lucia con una voce, in cui, col tremito della
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paura, si sentiva una certa sicurezza dell'indegnazione disperata,
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«perchè mi fa patire le pene dell'inferno? Cosa le ho fatto io?...»
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«V'hanno forse maltrattata? Parlate.»
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«Oh maltrattata! M'hanno presa a tradimento, per forza! perchè? perchè
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m'hanno presa? perchè son qui? dove sono? Sono una povera creatura:
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cosa le ho fatto? In nome di Dio....»
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«Dio, Dio,» interruppe l'innominato: «sempre Dio: coloro che non
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possono difendersi da sè, che non hanno la forza, sempre han questo Dio
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da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con
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codesta vostra parola. Di farmi...?» e lasciò la frase a mezzo.
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[Illustrazione: «O Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata
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tante volte».... (pag. 309)]
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«Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non
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che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un'opera di
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misericordia! Mi lasci andare; per carità mi lasci andare! Non torna
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conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera
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creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare!
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|
M'hanno portata qui per forza. Mi mandi con questa donna a ***, dov'è
|
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mia madre. Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per carità, mia
|
|
madre! Forse non è lontana di qui.... ho veduto i miei monti! Perchè
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lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei,
|
|
tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola? Oh ecco! vedo che si
|
|
move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose,
|
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per un'opera di misericordia!»
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--Oh perchè non è figlia d'uno di que' cani che m'hanno
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bandito!--pensava l'innominato:--d'uno di que' vili che mi vorrebbero
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morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece....--
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|
«Non iscacci una buona ispirazione!» proseguiva fervidamente Lucia,
|
|
rianimata dal vedere una cert'aria d'esitazione nel viso e nel contegno
|
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del suo tiranno. «Se lei non mi fa questa carità, me la farà il
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|
Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!... Forse un
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giorno anche lei.... Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la
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preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a
|
|
patir queste pene...!»
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|
«Via, fatevi coraggio,» interruppe l'innominato, con una dolcezza che
|
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fece strasecolar la vecchia. «V'ho fatto nessun male? V'ho minacciata?»
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|
«Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa povera
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creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura più di tutti gli altri,
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potrebbe farmi morire; e in vece mi ha.... un po' allargato il cuore.
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Dio gliene renderà merito. Compisca l'opera di misericordia: mi liberi,
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mi liberi.»
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«Domattina....»
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«Oh mi liberi ora, subito....»
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«Domattina ci rivedremo, vi dico. Via, intanto fatevi coraggio.
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Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno.»
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«No, no; io moio se alcuno entra qui: io moio. Mi conduca lei in
|
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chiesa.... que' passi Dio glieli conterà.»
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«Verrà una donna a portarvi da mangiare,» disse l'innominato; e
|
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dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un
|
|
tal ripiego, e che gli fosse nato il bisogno di cercarne uno, per
|
|
rassicurare una donnicciola.
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«E tu,» riprese poi subito, voltandosi alla vecchia, «falle coraggio
|
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che mangi; mettila a dormire in questo letto: e se ti vuole in
|
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compagnia, bene; altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in terra.
|
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Falle coraggio, ti dico; tienla allegra. E che non abbia a lamentarsi
|
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di te!»
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Così detto, si mosse rapidamente verso l'uscio. Lucia s'alzò e corse
|
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per trattenerlo, e rinnovare la sua preghiera; ma era sparito.
|
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|
«Oh povera me! Chiudete, chiudete subito.» E sentito ch'ebbe accostare
|
|
i battenti e scorrere il paletto, tornò a rannicchiarsi nel suo
|
|
cantuccio. «Oh povera me!» esclamò di nuovo singhiozzando: «chi
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pregherò ora? Dove sono? Ditemi voi, ditemi per carità, chi è quel
|
|
signore.... quello che m'ha parlato?»
|
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«Chi è, eh? chi è? Volete ch'io ve lo dica. Aspetta ch'io te lo dica.
|
|
Perchè vi protegge, avete messo su superbia; e volete esser soddisfatta
|
|
voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui. S'io vi contentassi
|
|
anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buone parole che avete
|
|
sentite voi.»--Io son vecchia, son vecchia,--continuò, mormorando tra
|
|
i denti.--Maledette le giovani, che fanno bel vedere a piangere e a
|
|
ridere, e hanno sempre ragione.--Ma sentendo Lucia singhiozzare, e
|
|
tornandole minaccioso alla mente il comando del padrone, si chinò verso
|
|
la povera rincantucciata, e, con voce raddolcita, riprese: «via, non
|
|
v'ho detto niente di male: state allegra. Non mi domandate di quelle
|
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cose che non vi posso dire; e del resto, state di buon animo. Oh se
|
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sapeste quanta gente sarebbe contenta di sentirlo parlare come ha
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parlato a voi! State allegra, chè or ora verrà da mangiare; e io che
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capisco.... nella maniera che v'ha parlato, ci sarà della roba buona.
|
|
E poi anderete a letto, e.... mi lascerete un cantuccino anche a me,
|
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spero,» soggiunse, con una voce, suo malgrado, stizzosa.
|
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|
«Non voglio mangiare, non voglio dormire. Lasciatemi stare; non
|
|
v'accostate; non partite di qui!»
|
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«No, no, via,» disse la vecchia, ritirandosi, e mettendosi a sedere sur
|
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una seggiolaccia, donde dava alla poverina certe occhiate di terrore
|
|
e d'astio insieme; e poi guardava il suo covo, rodendosi d'esserne
|
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forse esclusa per tutta la notte, e brontolando contro il freddo. Ma
|
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si rallegrava col pensiero della cena, e con la speranza che ce ne
|
|
sarebbe anche per lei. Lucia non s'avvedeva del freddo, non sentiva la
|
|
fame, e come sbalordita, non aveva de' suoi dolori, de' suoi terrori
|
|
stessi, che un sentimento confuso, simile all'immagini sognate da un
|
|
febbricitante.
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|
Si riscosse quando senti picchiare; e, alzando la faccia atterrita,
|
|
gridò: «chi è? chi è? Non venga nessuno!»
|
|
|
|
«Nulla, nulla; buone nuove,» disse la vecchia: «è Marta che porta da
|
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mangiare.»
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|
|
«Chiudete, chiudete!» gridava Lucia.
|
|
|
|
«Ih! subito, subito,» rispondeva la vecchia; e presa una paniera dalle
|
|
mani di quella Marta, la mandò via, richiuse, e venne a posar la
|
|
paniera sur una tavola nel mezzo della camera. Invitò poi più volte
|
|
Lucia che venisse a goder di quella buona roba. Adoprava le parole più
|
|
efficaci, secondo lei, a mettere appetito alla poverina, prorompeva in
|
|
esclamazioni sulla squisitezza de' cibi: «di que' bocconi che, quando
|
|
le persone come noi possono arrivare a assaggiarne, se ne ricordan
|
|
per un pezzo! Del vino che beve il padrone co' suoi amici.... quando
|
|
capita qualcheduno di quelli...! e vogliono stare allegri! Ehm!» Ma
|
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vedendo che tutti gl'incanti riuscivano inutili, «siete voi che non
|
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volete,» disse. «Non istate poi a dirgli domani ch'io non v'ho fatto
|
|
coraggio. Mangerò io; e ne resterà più che abbastanza per voi, per
|
|
quando metterete giudizio, e vorrete ubbidire.» Così detto, si mise a
|
|
mangiare avidamente. Saziata che fu, s'alzò, andò verso il cantuccio,
|
|
e, chinandosi sopra Lucia, l'invitò di nuovo a mangiare, per andar poi
|
|
a letto.
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|
|
«No, no, non voglio nulla,» rispose questa, con voce fiacca e come
|
|
sonnolenta. Poi, con più risolutezza, riprese: «è serrato l'uscio? è
|
|
serrato bene?» E dopo aver guardato in giro per la camera, s'alzò, e,
|
|
con le mani avanti, con passo sospettoso, andava verso quella parte.
|
|
|
|
La vecchia ci corse prima di lei, stese la mano al paletto, lo scosse,
|
|
e disse: «sentite? vedete? è serrato bene? siete contenta ora?»
|
|
|
|
«Oh contenta! contenta io qui!» disse Lucia, rimettendosi di nuovo nel
|
|
suo cantuccio. «Ma il Signore lo sa che ci sono!»
|
|
|
|
«Venite a letto: cosa volete far lì, accucciata come un cane? S'è mai
|
|
visto rifiutare i comodi, quando si possono avere?»
|
|
|
|
«No, no; lasciatemi stare.»
|
|
|
|
«Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto
|
|
sulla sponda; starò incomoda per voi. Se volete venire a letto, sapete
|
|
come avete a fare. Ricordatevi che v'ho pregata più volte.» Così
|
|
dicendo, si cacciò sotto, vestita; e tutto tacque.
|
|
|
|
Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con
|
|
le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col
|
|
viso nascosto nelle mani. Non era il suo nè sonno nè veglia, ma una
|
|
rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d'immaginazioni,
|
|
di spaventi. Ora, più presente a sè stessa, e rammentandosi più
|
|
distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata,
|
|
s'applicava dolorosamente alle circostanze dell'oscura e formidabile
|
|
realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in
|
|
una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati
|
|
dall'incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest'angoscia;
|
|
alfine, più che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite,
|
|
si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato più
|
|
somigliante a un sonno vero. Ma tutt'a un tratto si risentì, come a
|
|
una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente,
|
|
di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come,
|
|
perchè. Tese l'orecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato
|
|
della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire
|
|
e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a
|
|
spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir
|
|
così, indietro, come è il venire e l'andare dell'onda sulla riva: e
|
|
quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa
|
|
rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una
|
|
successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni,
|
|
ricomparendo nella mente, l'aiutarono a distinguere ciò che appariva
|
|
confuso al senso. L'infelice risvegliata riconobbe la sua prigione:
|
|
tutte le memorie dell'orribil giornata trascorsa, tutti i terrori
|
|
dell'avvenire, l'assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa
|
|
dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell'abbandono in cui
|
|
era lasciata, le facevano un nuovo terrore: e fu vinta da un tale
|
|
affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che
|
|
poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore
|
|
come un'improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò
|
|
a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo
|
|
labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata.
|
|
Tutt'a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero: che la sua
|
|
orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando,
|
|
nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di
|
|
quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacchè,
|
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in quel momento, l'animo suo non poteva sentire altra affezione che di
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spavento, nè concepire altro desiderio che della liberazione; se ne
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ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S'alzò, e si mise
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in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva
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la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: «o Vergine
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santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante
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volte m'avete consolata! Voi che avete patito tanti dolori, e siete ora
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tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati;
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aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con
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mia madre, o Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine;
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rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d'altri che
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vostra.»
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Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno
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al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a
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un tempo, come un'armatura della nuova milizia a cui s'era ascritta.
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Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell'animo una certa
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tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel _domattina_
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ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella
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parola una promessa di salvazione. I sensi affaticati da tanta guerra
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s'assopirono a poco a poco in quell'acquietamento di pensieri; e
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finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco
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tra le labbra, Lucia s'addormentò d'un sonno perfetto e continuo.
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Ma c'era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto
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fare altrettanto, e non potè mai. Partito, o quasi scappato da Lucia,
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dato l'ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi
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posti del castello, sempre con quell'immagine viva nella mente, e
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con quelle parole risonanti all'orecchio, il signore s'era andato a
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cacciare in camera, s'era chiuso dentro in fretta e in furia, come se
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avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi,
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pure in furia, era andato a letto. Ma quell'immagine, più che mai
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presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai.--Che
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sciocca curiosità da donnicciola,--pensava,--m'è venuta di vederla? Ha
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ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più
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uomo!... Io?... io non son più uomo, io? Cos'è stato? che diavolo m'è
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venuto addosso? che c'è di nuovo? Non lo sapevo io prima d'ora, che le
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donne strillano? Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si
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possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito belar donne?--
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E qui, senza che s'affaticasse molto a rintracciare nella memoria,
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la memoria da sè gli rappresentò più d'un caso in cui nè preghi nè
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lamenti non l'avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma
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la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza,
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che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell'animo
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quella molesta pietà; vi destava invece una specie di terrore, una non
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so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il
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tornare a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato
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di rinfrancare il suo coraggio.--È viva costei,--pensava,--è qui;
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sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel
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viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi.... Perdonatemi? io
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domandar perdono? a una donna? io...! Ah, eppure! se una parola, una
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parola tale mi potesse far bene, levarmi d'addosso un po' di questa
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diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto!
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Non son più uomo, non son più uomo!... Via!--disse poi, rivoltandosi
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arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute
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pesanti pesanti:--via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa
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altre volte. Passerà anche questa.--
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E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa
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importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente,
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onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva
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cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri,
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ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo
|
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divenuto tutt'a un tratto restìo per un'ombra, non voleva più andare
|
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avanti. Pensando all'imprese avviate e non finite, in vece d'animarsi
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al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira in quel
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momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno
|
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spavento de' passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti vôto
|
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d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di
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memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava
|
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così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti
|
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i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una
|
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cosa che gl'importasse; anzi l'idea di rivederli, di trovarsi tra loro,
|
|
era un nuovo peso, un'idea di schifo e d'impiccio. E se volle trovare
|
|
un'occupazione per l'indomani, un'opera fattibile, dovette pensare che
|
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all'indomani poteva lasciare in libertà quella poverina.
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--La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò:
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andate, andate. La farò accompagnare.... E la promessa? e l'impegno? e
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|
don Rodrigo?... Chi è don Rodrigo?--
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|
A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante
|
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d'un superiore, l'innominato pensò subito a rispondere a questa che
|
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s'era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto
|
|
terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l'antico. Andava
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|
dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d'esser pregato, s'era
|
|
potuto risolvere a prender l'impegno di far tanto patire, senz'odio,
|
|
senza timore, un'infelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che
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|
riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a
|
|
scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a sè stesso come ci si
|
|
fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato
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|
un movimento istantaneo dell'animo ubbidiente a sentimenti antichi,
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abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato
|
|
esaminator di sè stesso, per rendersi ragione d'un sol fatto, si trovò
|
|
ingolfato nell'esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d'anno
|
|
in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza
|
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in scelleratezza: ognuna ricompariva all'animo consapevole e nuovo,
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|
separata da' sentimenti che l'avevan fatta volere e commettere;
|
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ricompariva con una mostruosità che que' sentimenti non avevano allora
|
|
lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l'orrore di questo
|
|
pensiero, rinascente a ognuna di quell'immagini, attaccato a tutte,
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|
crebbe fino alla disperazione. S'alzò in furia a sedere, gettò in
|
|
furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la
|
|
staccò, e.... al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il
|
|
suo pensiero sorpreso da un terrore, da un'inquietudine, per dir così,
|
|
superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere
|
|
dopo la sua fine. S'immaginava con raccapriccio il suo cadavere
|
|
sformato, immobile, in balía del più vile sopravvissuto; la sorpresa,
|
|
la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui,
|
|
senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che
|
|
se ne sarebber fatti lì, d'intorno, lontano; la gioia de' suoi nemici.
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|
Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte
|
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qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe
|
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esitato, se fosse stato di giorno, all'aperto, in faccia alla gente:
|
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buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste contemplazioni
|
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tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva
|
|
del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un
|
|
altro pensiero.--Se quell'altra vita di cui m'hanno parlato quand'ero
|
|
ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella
|
|
vita non c'è; se è un'invenzione de' preti; che fo io? perchè morire?
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|
cos'importa quello che ho fatto? cos'importa? è una pazzia la mia.... E
|
|
se c'è quest'altra vita....!--
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|
[Illustrazione: FEDERIGO BORROMEO (pag. 316)]
|
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|
A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione
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più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la
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morte. Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' capelli, battendo
|
|
i denti, tremando. Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che
|
|
aveva sentite e risentite, poche ore prima:--Dio perdona tante cose,
|
|
per un'opera di misericordia!--E non gli tornavan già con quell'accento
|
|
d'umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno
|
|
d'autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un
|
|
momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un'attitudine più
|
|
composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite
|
|
quelle parole, e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come
|
|
una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni.
|
|
Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire
|
|
dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s'immaginava
|
|
di condurla lui stesso alla madre.--E poi? che farò domani, il resto
|
|
della giornata? che farò doman l'altro? che farò dopo doman l'altro? E
|
|
la notte? la notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! no, no,
|
|
la notte!--E ricaduto nel vôto penoso dell'avvenire, cercava indarno
|
|
un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti.
|
|
Ora si proponeva d'abbandonare il castello, e d'andarsene in paesi
|
|
lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che
|
|
lui, lui sarebbe sempre con sè: ora gli rinasceva una fosca speranza
|
|
di ripigliar l'animo antico, le antiche voglie; e che quello fosse
|
|
come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo
|
|
vedere a' suoi così miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come
|
|
se dovesse portar la luce anche ne' suoi pensieri. Ed ecco, appunto
|
|
sull'albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s'era addormentata,
|
|
ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all'orecchio
|
|
come un'onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che
|
|
d'allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano;
|
|
e dopo qualche momento, sentì anche l'eco del monte, che ogni tanto
|
|
ripeteva languidamente il concerto, e si confondeva con esso. Di lì a
|
|
poco, sente un altro scampanío più vicino, anche quello a festa; poi
|
|
un altro.--Che allegria c'è? cos'hanno di bello tutti costoro?--Saltò
|
|
fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire
|
|
una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il
|
|
cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma,
|
|
al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva,
|
|
nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva
|
|
dalle case, e s'avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a
|
|
destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un'alacrità
|
|
straordinaria.
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|
--Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo maledetto
|
|
paese? dove va tutta quella canaglia?--E data una voce a un bravo
|
|
fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la
|
|
cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva quanto lui, rispose
|
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che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato
|
|
alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini,
|
|
donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi
|
|
gli era avanti, s'accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa,
|
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s'univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un
|
|
viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e
|
|
una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle
|
|
varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la
|
|
voce di que' gesti, e il supplimento delle parole che non potevano
|
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arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che
|
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curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a
|
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tanta gente diversa.
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CAPITOLO XXII.
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Poco dopo, il bravo venne a riferire che, il giorno avanti, il
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cardinal Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era arrivato a
|
|
***, e ci starebbe tutto quel giorno; e che la nuova sparsa la sera
|
|
di quest'arrivo ne' paesi d'intorno aveva invogliati tutti d'andare a
|
|
veder quell'uomo; e si scampanava più per allegria, che per avvertir
|
|
la gente. Il signore, rimasto solo, continuò a guardar nella valle,
|
|
ancor più pensieroso.--Per un uomo! Tutti premurosi, tutti allegri,
|
|
per vedere un uomo! E però ognuno di costoro avrà il suo diavolo che
|
|
lo tormenti. Ma nessuno, nessuno n'avrà uno come il mio; nessuno avrà
|
|
passata una notte come la mia! Cos'ha quell'uomo, per render tanta
|
|
gente allegra? Qualche soldo che distribuirà così alla ventura....
|
|
Ma costoro non vanno tutti per l'elemosina. Ebbene, qualche segno
|
|
nell'aria, qualche parola.... Oh se le avesse per me le parole che
|
|
possono consolare! se....! Perchè non vado anch'io? Perchè no?....
|
|
Anderò, anderò; e gli voglio parlare: a quattr'occhi gli voglio
|
|
parlare. Cosa gli dirò? Ebbene, quello che, quello che.... Sentirò cosa
|
|
sa dir lui, quest'uomo!--
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|
Fatta così in confuso questa risoluzione, finì in fretta di vestirsi,
|
|
mettendosi una sua casacca d'un taglio che aveva qualche cosa del
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|
militare; prese la terzetta rimasta sul letto, e l'attaccò alla
|
|
cintura da una parte; dall'altra, un'altra che staccò da un chiodo
|
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della parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata
|
|
pur dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui, se la mise
|
|
ad armacollo; prese il cappello, uscì di camera; e andò prima di
|
|
tutto a quella dove aveva lasciata Lucia. Posò fuori la carabina in
|
|
un cantuccio vicino all'uscio, e picchiò, facendo insieme sentir la
|
|
sua voce. La vecchia scese il letto in un salto, e corse ad aprire.
|
|
Il signore entrò, e data un'occhiata per la camera, vide Lucia
|
|
rannicchiata nel suo cantuccio e quieta.
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«Dorme?» domandò sotto voce alla vecchia: «là, dorme? eran questi i
|
|
miei ordini, sciagurata?»
|
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«Io ho fatto di tutto,» rispose quella: «ma non ha mai voluto mangiare,
|
|
non è mai voluta venire....»
|
|
|
|
«Lasciala dormire in pace; guarda di non la disturbare; e quando si
|
|
sveglierà.... Marta verrà qui nella stanza vicina; e tu manderai
|
|
a prendere qualunque cosa che costei possa chiederti. Quando si
|
|
sveglierà.... dille che io.... che il padrone è partito per poco tempo,
|
|
che tornerà, e che.... farà tutto quello che lei vorrà.»
|
|
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|
La vecchia rimase tutta stupefatta pensando tra sè:--che sia qualche
|
|
principessa costei?--
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|
Il signore usci, riprese la sua carabina, mandò Marta a fare
|
|
anticamera, mandò il primo bravo che incontrò a far la guardia, perchè
|
|
nessun altro che quella donna mettesse piede nella camera; e poi uscì
|
|
dal castello, e prese la scesa, di corsa.
|
|
|
|
Il manoscritto non dice quanto ci fosse dal castello al paese dov'era
|
|
il cardinale; ma dai fatti che siam per raccontare, risulta che non
|
|
doveva esser più che una lunga passeggiata. Dal solo accorrere de'
|
|
valligiani, e anche di gente più lontana, a quel paese, questo non si
|
|
potrebbe argomentare; giacchè nelle memorie di quel tempo troviamo che
|
|
da venti e più miglia veniva gente in folla, per veder Federigo.
|
|
|
|
I bravi che s'abbattevano sulla salita, si fermavano rispettosamente al
|
|
passar del signore, aspettando se mai avesse ordini da dar loro, o se
|
|
volesse prenderli seco, per qualche spedizione; e non sapevan che si
|
|
pensare della sua aria, e dell'occhiate che dava in risposta a' loro
|
|
inchini.
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|
|
|
Quando fu nella strada pubblica, quello che faceva maravigliare i
|
|
passeggieri, era di vederlo senza seguito. Del resto, ognuno gli faceva
|
|
luogo, prendendola larga, quanto sarebbe bastato anche per il seguito,
|
|
e levandosi rispettosamente il cappello. Arrivato al paese, trovò una
|
|
gran folla; ma il suo nome passò subito di bocca in bocca; e la folla
|
|
s'apriva. S'accostò a uno, e gli domandò dove fosse il cardinale. «In
|
|
casa del curato,» rispose quello, inchinandosi, e gl'indicò dov'era.
|
|
Il signore andò là, entrò in un cortiletto dove c'eran molti preti,
|
|
che tutti lo guardarono con un'attenzione maravigliata e sospettosa.
|
|
Vide dirimpetto un uscio spalancato, che metteva in un salottino, dove
|
|
molti altri preti eran congregati. Si levò la carabina, e l'appoggiò in
|
|
un canto del cortile; poi entrò nel salottino: e anche lì, occhiate,
|
|
bisbigli, un nome ripetuto, e silenzio. Lui, voltatosi a uno di quelli,
|
|
gli domandò dove fosse il cardinale; e che voleva parlargli.
|
|
|
|
«Io son forestiero,» rispose l'interrogato, e data un'occhiata intorno,
|
|
chiamò il cappellano crocifero, che in un canto del salottino, stava
|
|
appunto dicendo sotto voce a un suo compagno: «colui? quel famoso? che
|
|
ha a far qui colui? alla larga!» Però, a quella chiamata che risonò
|
|
nel silenzio generale, dovette venire; inchinò l'innominato, stette a
|
|
sentir quel che voleva, e alzando con una curiosità inquieta gli occhi
|
|
su quel viso, e riabbassandoli subito, rimase lì un poco, poi disse
|
|
o balbettò: «non saprei se monsignore illustrissimo.... in questo
|
|
momento.... si trovi.... sia.... possa.... Basta, vado a vedere.» E
|
|
andò a malincorpo a far l'imbasciata nella stanza vicina, dove si
|
|
trovava il cardinale.
|
|
|
|
A questo punto della nostra storia, noi non possiam far a meno di
|
|
non fermarci qualche poco, come il viandante, stracco e tristo da un
|
|
lungo camminare per un terreno arido e salvatico, si trattiene e perde
|
|
un po' di tempo all'ombra d'un bell'albero, sull'erba, vicino a una
|
|
fonte d'acqua viva. Ci siamo abbattuti in un personaggio, il nome e
|
|
la memoria del quale, affacciandosi, in qualunque tempo, alla mente,
|
|
la ricreano con una placida commozione di riverenza, e con un senso
|
|
giocondo di simpatia: ora, quanto più dopo tante immagini di dolore,
|
|
dopo la contemplazione d'una moltiplice e fastidiosa perversità!
|
|
Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo
|
|
quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia
|
|
d'andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente.
|
|
|
|
Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque
|
|
tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi d'una
|
|
grand'opulenza, tutti i vantaggi d'una condizione privilegiata, un
|
|
intento continuo, nella ricerca e nell'esercizio del meglio. La sua
|
|
vita è come un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza
|
|
ristagnare nè intorbidarsi mai, in un lungo corso per diversi terreni,
|
|
va limpido a gettarsi nel fiume. Tra gli agi e le pompe, badò fin dalla
|
|
puerizia a quelle parole d'annegazione e d'umiltà, a quelle massime
|
|
intorno alla vanità de' piaceri, all'ingiustizia dell'orgoglio, alla
|
|
vera dignità e a' veri beni, che, sentite o non sentite ne' cuori,
|
|
vengono trasmesse da una generazione all'altra, nel più elementare
|
|
insegnamento della religione. Badò, dico, a quelle parole, a quelle
|
|
massime, le prese sul serio, le gustò, le trovò vere; vide che non
|
|
potevan dunque esser vere altre parole e altre massime opposte, che
|
|
pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa
|
|
sicurezza, e talora dalle stesse labbra; e propose di prender per norma
|
|
dell'azioni e de' pensieri quelle che erano il vero. Persuaso che la
|
|
vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa
|
|
per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto,
|
|
cominciò da fanciullo a pensare come potesse render la sua utile e
|
|
santa.
|
|
|
|
Nel 1580, manifestò la risoluzione di dedicarsi al ministero
|
|
ecclesiastico, e ne prese l'abito dalle mani di quel suo cugino Carlo,
|
|
che una fama, già fin d'allora antica e universale, predicava santo.
|
|
Entrò poco dopo nel collegio fondato da questo in Pavia, e che porta
|
|
ancora il nome del loro casato; e lì, applicandosi assiduamente alle
|
|
occupazioni che trovò prescritte, due altre ne assunse di sua volontà;
|
|
e furono d'insegnar la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del
|
|
popolo, e di visitare, servire, consolare e soccorrere gl'infermi.
|
|
Si valse dell'autorità che tutto gli conciliava in quel luogo, per
|
|
attirare i suoi compagni a secondarlo in tali opere; e in ogni cosa
|
|
onesta e profittevole esercitò come un primato d'esempio, un primato
|
|
che le sue doti personali sarebbero forse bastate a procacciargli,
|
|
se fosse anche stato l'infimo per condizione. I vantaggi d'un altro
|
|
genere, che la sua gli avrebbe potuto procurare, non solo non li
|
|
ricercò, ma mise ogni studio a schivarli. Volle una tavola piuttosto
|
|
povera che frugale, usò un vestiario piuttosto povero che semplice;
|
|
a conformità di questo, tutto il tenore della vita e il contegno. Nè
|
|
credette mai di doverlo mutare, per quanto alcuni congiunti gridassero
|
|
e si lamentassero che avvilisse così la dignità della casa. Un'altra
|
|
guerra ebbe a sostenere con gl'istitutori, i quali, furtivamente e
|
|
come per sorpresa, cercavano di mettergli davanti, addosso, intorno,
|
|
qualche suppellettile più signorile, qualcosa che lo facesse distinguer
|
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dagli altri, e figurare come il principe del luogo: o credessero
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di farsi alla lunga ben volere con ciò; o fossero mossi da quella
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svisceratezza servile che s'invanisce e si ricrea nello splendore
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altrui; o fossero di que' prudenti che s'adombrano delle virtù come de'
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vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo
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fissan giusto in quel punto dov'essi sono arrivati, e ci stanno comodi.
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Federigo, non che lasciarsi vincere da que' tentativi, riprese coloro
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che li facevano; e ciò tra la pubertà e la giovinezza.
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Che, vivente il cardinal Carlo, maggior di lui di ventisei anni,
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davanti a quella presenza grave, solenne, ch'esprimeva così al vivo
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la santità, e ne rammentava le opere, e alla quale, se ce ne fosse
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stato bisogno, avrebbe aggiunto autorità ogni momento l'ossequio
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manifesto e spontaneo de' circostanti, quali e quanti si fossero,
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Federigo fanciullo e giovinetto cercasse di conformarsi al contegno e
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al pensare d'un tal superiore, non è certamente da farsene maraviglia;
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ma è bensì cosa molto notabile che, dopo la morte di lui, nessuno si
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sia potuto accorgere che a Federigo, allor di vent'anni, fosse mancata
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una guida e un censore. La fama crescente del suo ingegno, della sua
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dottrina e della sua pietà, la parentela e gl'impegni di più d'un
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cardinale potente, il credito della sua famiglia, il nome stesso, a
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cui Carlo aveva quasi annessa nelle menti un'idea di santità e di
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preminenza, tutto ciò che deve, e tutto ciò che può condurre gli uomini
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alle dignità ecclesiastiche, concorreva a pronosticargliele. Ma egli,
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persuaso in cuore di ciò che nessuno il quale professi cristianesimo
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può negar con la bocca, non ci esser giusta superiorità d'uomo sopra
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gli uomini, se non in loro servizio, temeva le dignità, e cercava di
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scansarle; non certamente perchè sfuggisse di servire altrui; chè poche
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vite furono spese in questo come la sua; ma perchè non si stimava
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abbastanza degno nè capace di così alto e pericoloso servizio. Perciò,
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venendogli, nel 1595, proposto da Clemente VIII l'arcivescovado di
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Milano, apparve fortemente turbato, e ricusò senza esitare. Cedette poi
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al comando espresso del papa.
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Tali dimostrazioni, e chi non lo sa? non sono nè difficili nè rare;
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e l'ipocrisia non ha bisogno d'un più grande sforzo d'ingegno per
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farle, che la buffoneria per deriderle a buon conto, in ogni caso. Ma
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cessan forse per questo d'esser l'espressione naturale d'un sentimento
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virtuoso e sapiente? La vita è il paragone delle parole: e le parole
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ch'esprimono quel sentimento, fossero anche passate sulle labbra di
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tutti gl'impostori e di tutti i beffardi del mondo, saranno sempre
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belle, quando siano precedute e seguite da una vita di disinteresse e
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di sacrifizio.
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In Federigo arcivescovo apparve uno studio singolare e continuo di non
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prender per sè, delle ricchezze, del tempo, delle cure, di tutto sè
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stesso in somma, se non quanto fosse strettamente necessario. Diceva,
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come tutti dicono, che le rendite ecclesiastiche sono patrimonio
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de' poveri: come poi intendesse in fatti una tal massima, si veda
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da questo. Volle che si stimasse a quanto poteva ascendere il suo
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mantenimento e quello della sua servitù; e dettogli che seicento scudi
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(scudo si chiamava allora quella moneta d'oro che, rimanendo sempre
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dello stesso peso e titolo, fu poi detta zecchino), diede ordine
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che tanti se ne contasse ogni anno dalla sua cassa particolare a
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quella della mensa; non credendo che a lui ricchissimo fosse lecito
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vivere di quel patrimonio. Del suo poi era così scarso e sottile
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misuratore a sè stesso, che badava di non ismettere un vestito, prima
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che fosse logoro affatto: unendo però, come fu notato da scrittori
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contemporanei, al genio della semplicità quello d'una squisita pulizia:
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due abitudini notabili infatti, in quell'età sudicia e sfarzosa.
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Similmente, affinchè nulla si disperdesse degli avanzi della sua mensa
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frugale, gli assegnò a un ospizio di poveri; e uno di questi, per
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suo ordine, entrava ogni giorno nella sala del pranzo a raccoglier
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ciò che fosse rimasto. Cure, che potrebbero forse indur concetto
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d'una virtù gretta, misera, angustiosa, d'una mente impaniata nelle
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minuzie, e incapace di disegni elevati; se non fosse in piedi questa
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biblioteca ambrosiana, che Federigo ideo con sì animosa lautezza, ed
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eresse, con tanto dispendio, da' fondamenti; per fornir la quale di
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libri e di manoscritti, oltre il dono de' già raccolti con grande
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studio e spesa da lui, spedi otto uomini, de' più colti ed esperti
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che potè avere, a farne incetta, per l'Italia, per la Francia, per la
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Spagna, per la Germania, per le Fiandre, nella Grecia, al Libano, a
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Gerusalemme. Così riuscì a radunarvi circa trentamila volumi stampati,
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e quattordicimila manoscritti. Alla biblioteca unì un collegio di
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dottori (furon nove, e pensionati da lui fin che visse; dopo, non
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bastando a quella spesa l'entrate ordinarie, furon ristretti a due);
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e il loro ufizio era di coltivare vari studi, teologia, storia,
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lettere, antichità ecclesiastiche, lingue orientali, con l'obbligo ad
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ognuno di pubblicar qualche lavoro sulla materia assegnatagli; v'unì
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un collegio da lui detto trilingue, per lo studio delle lingue greca,
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latina e italiana; un collegio d'alunni, che venissero istruiti in
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quelle facoltà e lingue, per insegnarle un giorno; v'unì una stamperia
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di lingue orientali, dell'ebraica cioè, della caldea, dell'arabica,
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della persiana, dell'armena; una galleria di quadri, una di statue,
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e una scuola delle tre principali arti del disegno. Per queste, potè
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trovar professori già formati; per il rimanente, abbiam visto che da
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fare gli avesse dato la raccolta de' libri e de' manoscritti; certo
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più difficili a trovarsi dovevano essere i tipi di quelle lingue,
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allora molto men coltivate in Europa che al presente; più ancora de'
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tipi, gli uomini. Basterà il dire che, di nove dottori, otto ne prese
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tra i giovani alunni del seminario; e da questo si può argomentare
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che giudizio facesse degli studi consumati e delle riputazioni fatte
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di quel tempo: giudizio conforme a quello che par che n'abbia portato
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la posterità, col mettere gli uni e le altre in dimenticanza. Nelle
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regole che stabilì per l'uso e per il governo della biblioteca, si vede
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un intento d'utilità perpetua, non solamente bello in sè, ma in molte
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parti sapiente e gentile molto al di là dell'idee e dell'abitudini
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comuni di quel tempo. Prescrisse al bibliotecario che mantenesse
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commercio con gli uomini più dotti d'Europa, per aver da loro notizie
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dello stato delle scienze, e avviso de' libri migliori che venissero
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fuori in ogni genere, e farne acquisto; gli prescrisse d'indicare agli
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studiosi i libri che non conoscessero, e potesser loro esser utili;
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ordinò che a tutti, fossero cittadini o forestieri, si desse comodità
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e tempo di servirsene, secondo il bisogno. Una tale intenzione deve
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ora parere ad ognuno troppo naturale, e immedesimata con la fondazione
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d'una biblioteca: allora non era così. E in una storia dell'ambrosiana,
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scritta (col costrutto e con l'eleganze comuni del secolo) da un
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Pierpaolo Bosca, che vi fu bibliotecario dopo la morte di Federigo,
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vien notato espressamente, come cosa singolare, che in questa libreria,
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eretta da un privato, quasi tutta a sue spese, i libri fossero esposti
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alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e datogli anche
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da sedere, e carta, penne e calamaio, per prender gli appunti che
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gli potessero bisognare; mentre in qualche altra insigne biblioteca
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pubblica d'Italia, i libri non erano nemmen visibili, ma chiusi in
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armadi, donde non si levavano se non per gentilezza de' bibliotecari,
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quando si sentivano di farli vedere un momento; di dare ai concorrenti
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il comodo di studiare, non se n'aveva neppur l'idea. Dimodochè
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arricchir tali biblioteche era un sottrar libri all'uso comune: una
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di quelle coltivazioni, come ce n'era e ce n'è tuttavia molte, che
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isteriliscono il campo.
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Non domandate quali siano stati gli effetti di questa fondazione del
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Borromeo sulla coltura pubblica: sarebbe facile dimostrare in due
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frasi, al modo che si dimostra, che furon miracolosi, o che non furon
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niente; cercare e spiegare, fino a un certo segno, quali siano stati
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veramente, sarebbe cosa di molta fatica, di poco costrutto, e fuor
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di tempo. Ma pensate che generoso, che giudizioso, che benevolo, che
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perseverante amatore del miglioramento umano, dovess'essere colui
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che volle una tal cosa, la volle in quella maniera, e l'eseguì, in
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mezzo a quell'ignorantaggine, a quell'inerzia, a quell'antipatia
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generale per ogni applicazione studiosa, e per conseguenza in mezzo ai
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_cos'importa?_ e _c'era altro da pensare?_ e _che bell'invenzione!_
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e, _mancava anche questa_, e simili; che saranno certissimamente
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stati più che gli scudi spesi da lui in quell'impresa; i quali furon
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centocinquemila, la più parte de' suoi.
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Per chiamare un tal uomo sommamente benefico e liberale, può parer che
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non ci sia bisogno di sapere se n'abbia spesi molt'altri in soccorso
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immediato de' bisognosi; e ci son forse ancora di quelli che pensano
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che le spese di quel genere, e sto per dire tutte le spese, siano la
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migliore e la più utile elemosina. Ma Federigo teneva l'elemosina
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propriamente detta per un dovere principalissimo; e qui, come nel
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resto, i suoi fatti furon consentanei all'opinione. La sua vita fu
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un continuo profondere ai poveri; e a proposito di questa stessa
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carestia di cui ha già parlato la nostra storia, avremo tra poco
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occasione di riferire alcuni tratti, dai quali si vedrà che sapienza
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e che gentilezza abbia saputo mettere anche in questa liberalità. De'
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molti esempi singolari che d'una tale sua virtù hanno notati i suoi
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biografi, ne citeremo qui un solo. Avendo risaputo che un nobile usava
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artifizi e angherie per far monaca una sua figlia, la quale desiderava
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piuttosto di maritarsi, fece venire il padre; e cavatogli di bocca
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che il vero motivo di quella vessazione era il non avere quattromila
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scudi che, secondo lui, sarebbero stati necessari a maritar la figlia
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convenevolmente, Federigo la dotò di quattromila scudi. Forse a taluno
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parrà questa una larghezza eccessiva, non ben ponderata, troppo
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condiscendente agli stolti capricci d'un superbo; e che quattromila
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scudi potevano esser meglio impiegati in cent'altre maniere. A questo
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non abbiamo nulla da rispondere, se non che sarebbe da desiderarsi
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che si vedessero spesso eccessi d'una virtù così libera dall'opinioni
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dominanti (ogni tempo ha le sue), così indipendente dalla tendenza
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generale, come, in questo caso, fu quella che mosse un uomo a dar
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quattromila scudi, perchè una giovine non fosse fatta monaca.
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La carità inesausta di quest'uomo, non meno che nel dare, spiccava
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in tutto il suo contegno. Di facile abbordo con tutti, credeva di
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dovere specialmente a quelli che si chiamano di bassa condizione, un
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viso gioviale, una cortesia affettuosa; tanto più, quanto ne trovan
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meno nel mondo. E qui pure ebbe a combattere co' galantuomini del _ne
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quid nimis_, i quali, in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star ne'
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limiti, cioè ne' loro limiti. Uno di costoro, una volta che, nella
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visita d'un paese alpestre e salvatico, Federigo istruiva certi poveri
|
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fanciulli, e, tra l'interrogare e l'insegnare, gli andava amorevolmente
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accarezzando, l'avvertì che usasse più riguardo nel far tante carezze
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a que' ragazzi, perchè eran troppo sudici e stomacosi: come se
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supponesse, il buon uomo, che Federigo non avesse senso abbastanza per
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|
fare una tale scoperta, o non abbastanza perspicacia, per trovar da
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sè quel ripiego così fino. Tale è, in certe condizioni di tempi e di
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cose, la sventura degli uomini costituiti in certe dignità: che mentre
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così di rado si trova chi gli avvisi de' loro mancamenti, non manca poi
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gente coraggiosa a riprenderli del loro far bene. Ma il buon vescovo,
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non senza un certo risentimento, rispose: «sono mie anime, e forse non
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vedranno mai più la mia faccia; e non volete che gli abbracci?»
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Ben raro però era il risentimento in lui, ammirato per la soavità
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de' suoi modi, per una pacatezza imperturbabile, che si sarebbe
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attribuita a una felicità straordinaria di temperamento; ed era
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l'effetto d'una disciplina costante sopra un'indole viva e risentita.
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Se qualche volta si mostrò severo, anzi brusco, fu co' pastori suoi
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subordinati che scoprisse rei d'avarizia o di negligenza o d'altre
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tacce specialmente opposte allo spirito del loro nobile ministero.
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Per tutto ciò che potesse toccare o il suo interesse, o la sua gloria
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temporale, non dava mai segno di gioia, nè di rammarico, nè d'ardore,
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nè d'agitazione: mirabile se questi moti non si destavano nell'animo
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suo, più mirabile se vi si destavano. Non solo da' molti conclavi ai
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quali assistette, riportò il concetto di non aver mai aspirato a quel
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posto così desiderabile all'ambizione, e così terribile alla pietà; ma
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una volta che un collega, il quale contava molto, venne a offrirgli
|
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il suo voto e quelli della sua fazione (brutta parola, ma era quella
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che usavano), Federigo rifiutò una tal proposta in modo, che quello
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depose il pensiero, e si rivolse altrove. Questa stessa modestia,
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quest'avversione al predominare apparivano ugualmente nell'occasioni
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più comuni della vita. Attento e infaticabile a disporre e a
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governare, dove riteneva che fosse suo dovere il farlo, sfuggì sempre
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d'impicciarsi negli affari altrui; anzi si scusava a tutto potere
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dall'ingerirvisi ricercato: discrezione e ritegno non comune, come
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ognuno sa, negli uomini zelatori del bene, qual era Federigo.
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Se volessimo lasciarci andare al piacere di raccogliere i tratti
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notabili del suo carattere, ne risulterebbe certamente un complesso
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singolare di meriti in apparenza opposti, e certo difficili a
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trovarsi insieme. Però non ometteremo di notare un'altra singolarità
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di quella bella vita: che, piena come fu d'attività, di governo, di
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funzioni, d'insegnamento, d'udienze, di visite diocesane, di viaggi,
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di contrasti, non solo lo studio c'ebbe una parte, ma ce n'ebbe tanta,
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|
che per un letterato di professione sarebbe bastato. E infatti, con
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tant'altri e diversi titoli di lode, Federigo ebbe anche, presso i suoi
|
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contemporanei, quello d'uom dotto.
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Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e
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sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d'oggi
|
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parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a
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coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo volesse
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difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta,
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ch'erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi: scusa che, per
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|
certe cose, e quando risulti dall'esame particolare de' fatti, può
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aver qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla
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cieca, come si fa d'ordinario, non significa proprio nulla. E perciò,
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|
non volendo risolvere con formole semplici questioni complicate, nè
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allungar troppo un episodio, tralasceremo anche d'esporle; bastandoci
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d'avere accennato così alla sfuggita che, d'un uomo così ammirabile
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in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugualmente;
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perchè non paia che abbiam voluto scrivere un'orazion funebre.
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Non è certamente fare ingiuria ai nostri lettori il supporre che
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qualcheduno di loro domandi se di tanto ingegno e di tanto studio
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quest'uomo abbia lasciato qualche monumento. Se n'ha lasciati! Circa
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cento son l'opere che rimangon di lui, tra grandi e piccole, tra latine
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e italiane, tra stampate e manoscritte, che si serbano nella biblioteca
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da lui fondata: trattati di morale, orazioni, dissertazioni di storia,
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d'antichità sacra e profana, di letteratura, d'arti e d'altro.
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--E come mai, dirà codesto lettore, tante opere sono dimenticate, o
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almeno così poco conosciute, così poco ricercate? Come mai, con tanto
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ingegno, con tanto studio, con tanta pratica degli uomini e delle cose,
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con tanto meditare, con tanta passione per il buono e per il bello,
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con tanto candor d'animo, con tant'altre di quelle qualità che fanno
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il grande scrittore, questo, in cento opere, non ne ha lasciata neppur
|
|
una di quelle che son riputate insigni anche da chi non le approva in
|
|
tutto, e conosciute di titolo anche da chi non le legge? Come mai,
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|
tutte insieme, non sono bastate a procurare, almeno col numero, al suo
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|
nome una fama letteraria presso noi posteri?--
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|
La domanda è ragionevole senza dubbio, e la questione, molto
|
|
interessante; perchè le ragioni di questo fenomeno si troverebbero
|
|
con l'osservar molti fatti generali: e trovate, condurrebbero alla
|
|
spiegazione di più altri fenomeni simili. Ma sarebbero molte e
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|
prolisse: e poi se non v'andassero a genio? se vi facessero arricciare
|
|
il naso? Sicchè sarà meglio che riprendiamo il filo della storia, e
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che, in vece di cicalar più a lungo intorno a quest'uomo, andiamo a
|
|
vederlo in azione, con la guida del nostro autore.
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CAPITOLO XXIII.
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|
Il cardinal Federigo, intanto che aspettava l'ora d'andar in chiesa a
|
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celebrar gli ufizi divini, stava studiando, com'era solito di fare in
|
|
tutti i ritagli di tempo; quando entrò il cappellano crocifero, con un
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viso alterato.
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|
«Una strana visita, strana davvero, monsignore illustrissimo!»
|
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|
«Chi è?» domandò il cardinale.
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|
«Niente meno che il signor....» riprese il cappellano; e spiccando le
|
|
sillabe con una gran significazione, proferì quel nome che noi non
|
|
possiamo scrivere ai nostri lettori. Poi soggiunse: «è qui fuori in
|
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persona; e chiede nient'altro che d'esser introdotto da vossignoria
|
|
illustrissima.»
|
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«Lui!» disse il cardinale, con un viso animato, chiudendo il libro, e
|
|
alzandosi da sedere: «venga! venga subito!»
|
|
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|
«Ma....» replicò il cappellano, senza moversi: «vossignoria
|
|
illustrissima deve sapere chi è costui: quel bandito, quel famoso....»
|
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|
«E non è una fortuna per un vescovo, che a un tal uomo sia nata la
|
|
volontà di venirlo a trovare?»
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«Ma....» insistette il cappellano: «noi non possiamo mai parlare di
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|
certe cose, perchè monsignore dice che le son ciance: però, quando
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viene il caso, mi pare che sia un dovere.... Lo zelo fa de' nemici,
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|
monsignore; e noi sappiamo positivamente che più d'un ribaldo ha osato
|
|
vantarsi che, un giorno o l'altro....»
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«E che hanno fatto?» interruppe il cardinale.
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«Dico che costui è un appaltatore di delitti, un disperato, che tiene
|
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corrispondenza co' disperati più furiosi, e che può esser mandato....»
|
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«Oh, che disciplina è codesta,» interruppe ancora sorridendo Federigo,
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|
«che i soldati esortino il generale ad aver paura?» Poi, divenuto serio
|
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e pensieroso, riprese: «san Carlo non si sarebbe trovato nel caso di
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dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe andato a cercarlo.
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Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo.»
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|
Il cappellano si mosse, dicendo tra sè:--non c'è rimedio: tutti questi
|
|
santi sono ostinati.--
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|
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Aperto l'uscio, e affacciatosi alla stanza dov'era il signore e la
|
|
brigata, vide questa ristretta in una parte, a bisbigliare e a guardar
|
|
di sott'occhio quello, lasciato solo in un canto. S'avviò verso di
|
|
lui; e intanto squadrandolo, come poteva, con la coda dell'occhio,
|
|
andava pensando che diavolo d'armeria poteva esser nascosta sotto
|
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quella casacca; e che, veramente, prima d'introdurlo, avrebbe dovuto
|
|
proporgli almeno.... ma non si seppe risolvere. Gli s'accostò, e
|
|
disse: «monsignore aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me.»
|
|
E precedendolo in quella piccola folla, che subito fece ala, dava a
|
|
destra e a sinistra occhiate, le quali significavano: cosa volete? non
|
|
lo sapete anche voi altri, che fa sempre a modo suo?
|
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Appena introdotto l'innominato, Federigo gli andò incontro, con un
|
|
volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona
|
|
desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale
|
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ubbidì.
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|
I due rimasti stettero alquanto senza parlare, e diversamente sospesi.
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|
L'innominato, ch'era stato come portato lì per forza da una smania
|
|
inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno,
|
|
ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte,
|
|
quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio
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|
al tormento interno, e dall'altra parte una stizza, una vergogna di
|
|
venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a
|
|
confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, nè
|
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quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell'uomo, si
|
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sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso
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|
insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto,
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e senza prender l'orgoglio di fronte, l'abbatteva, e, dirò così,
|
|
gl'imponeva silenzio.
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|
|
|
La presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una
|
|
superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente composto,
|
|
e quasi involontariamente maestoso, non incurvato nè impigrito punto
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dagli anni; l'occhio grave e vivace la fronte serena e pensierosa; con
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|
la canizie, nel pallore, tra segni dell'astinenza, della meditazione,
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|
della fatica, una specie di floridezza verginale: tutte le forme
|
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del volto indicavano che, in altre età, c'era stata quella che più
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|
propriamente si chiama bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e
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benevoli, la pace interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini,
|
|
la gioia continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita
|
|
una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in quella
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magnifica semplicità della porpora.
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Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell'aspetto dell'innominato
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il suo sguardo penetrante, ed esercitato da lungo tempo a ritrarre
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dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato,
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parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza
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da lui concepita al primo annunzio d'una tal visita, tutt'animato,
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«oh!» disse: «che preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser
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grato d'una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po' del
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rimprovero!»
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«Rimprovero!» esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle
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parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il
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ghiaccio, e avviato un discorso qualunque.
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«Certo, m'è un rimprovero,» riprese questo, «ch'io mi sia lasciato
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prevenir da voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto
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venir da voi io.»
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«Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene il mio nome?»
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«E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si manifesta nel
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mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla all'annunzio, alla
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vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la fate provare; voi, dico,
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che avrei dovuto cercare; voi che almeno ho tanto amato e pianto, per
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cui ho tanto pregato; voi, de' miei figli, che pure amo tutti e di
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cuore, quello che avrei più desiderato d'accogliere e d'abbracciare,
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se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le
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maraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri
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servi.»
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L'innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle
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parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva ancor
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detto, nè era ben determinato di dire; e commosso ma sbalordito, stava
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in silenzio. «E che?» riprese, ancor più affettuosamente, Federigo:
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«voi avete una buona nuova da darmi, e me la fate tanto sospirare?»
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«Una buona nuova, io? Ho l'inferno nel cuore; e vi darò una buona
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nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che
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aspettate da un par mio.»
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«Che Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,» rispose pacatamente
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il cardinale.
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«Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è questo Dio?»
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«Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l'ha vicino? Non ve lo
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sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare,
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e nello stesso tempo v'attira, vi fa presentire una speranza di quiete,
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di consolazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa, subito che
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voi lo riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?»
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«Oh, certo! ho qui qualche cosa che m'opprime, che mi rode! Ma Dio! Se
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c'è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?»
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Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con
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un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: «cosa può far
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Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua
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bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare.
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Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi, che mille e mille
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voci detestino le vostre opere....» (l'innominato si scosse, e rimase
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stupefatto un momento nel sentir quel linguaggio così insolito, più
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stupefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un sollievo);
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«che gloria,» proseguiva Federigo, «ne viene a Dio? Son voci di
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terrore, son voci d'interesse; voci forse anche di giustizia, ma
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d'una giustizia così facile, così naturale! alcune forse, pur troppo,
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d'invidia di codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad
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oggi, deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a
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condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora! allora Dio
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sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di voi? Chi son
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io pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar
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da voi un tal Signore? cosa possa fare di codesta volontà impetuosa,
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di codesta imperturbata costanza, quando l'abbia animata, infiammata
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d'amore, di speranza, di pentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi
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pensiate d'aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel
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male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio
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far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compire in voi l'opera della
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redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? Oh pensate! se io
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omiciattolo, io miserabile, e pur così pieno di me stesso, io qual mi
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sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per essa darei con
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gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni che mi rimangono; oh
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pensate! quanta, quale debba essere la carità di Colui che m'infonde
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questa così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come vi voglia
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Quello che mi comanda e m'ispira un amore per voi che mi divora!»
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[Illustrazione: «Monsignore aspetta vossignoria».... (pag. 326)]
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A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, il volto, lo
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sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La faccia del suo ascoltatore,
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di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi
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si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi
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occhi, che dall'infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono;
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quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede
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in un dirotto pianto, che fu come l'ultima e più chiara risposta.
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«Dio grande e buono!» esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al
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cielo: «che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perchè
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Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perchè mi faceste degno
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d'assistere a un sì giocondo prodigio!» Così dicendo, stese la mano a
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prender quella dell'innominato.
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«No!» gridò questo, «no! lontano, lontano da me voi: non lordate quella
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mano innocente e benefica. Non sapete tutto ciò che ha fatto questa che
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volete stringere.»
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«Lasciate,» disse Federigo, prendendola con amorevole violenza,
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«lasciate ch'io stringa codesta mano che riparerà tanti torti, che
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spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti afflitti, che si
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stenderà disarmata, pacifica, umile a tanti nemici.»
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«È troppo!» disse, singhiozzando, l'innominato. «Lasciatemi,
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monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un popolo affollato v'aspetta;
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tant'anime buone, tant'innocenti, tanti venuti da lontano, per vedervi
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una volta, per sentirvi: e voi vi trattenete.... con chi!»
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«Lasciamo le novantanove pecorelle,» rispose il cardinale: «sono in
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sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch'era smarrita.
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Quell'anime son forse ora ben più contente, che di vedere questo
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povero vescovo. Forse Dio, che ha operato in voi il prodigio della
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misericordia, diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora
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la cagione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: forse lo
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Spirito mette ne' loro cuori un ardore indistinto di carità, una
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preghiera ch'esaudisce per voi, un rendimento di grazie di cui voi
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siete l'oggetto non ancor conosciuto.» Così dicendo, stese le braccia
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al collo dell'innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e
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resistito un momento, cedette, come vinto da quell'impeto di carità,
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abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull'omero di lui il suo
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volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora
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incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano
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affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a
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portar l'armi della violenza e del tradimento.
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L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì di nuovo
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gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: «Dio
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veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo
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chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso;
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eppure....! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale
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non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!»
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«È un saggio,» disse Federigo, «che Dio vi da per cattivarvi al suo
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servizio, per animarvi ad entrar risolutamente nella nuova vita in cui
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avrete tanto da disfare, tanto da riparare, tanto da piangere!»
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«Me sventurato!» esclamò il signore, «quante, quante.... cose, le quali
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non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d'intraprese, d'appena
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avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso
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romper subito, disfare, riparare.»
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Federigo si mise in attenzione; e l'innominato raccontò brevemente,
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ma con parole d'esecrazione anche più forti di quelle che abbiamo
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adoprato noi, la prepotenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della
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poverina, e come aveva implorato, e la smania che quell'implorare aveva
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messa addosso a lui, e come essa era ancor nel castello....
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«Ah, non perdiam tempo!» esclamò Federigo, ansante di pietà e di
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sollecitudine. «Beato voi! Questo è pegno del perdono di Dio! far
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che possiate diventare strumento di salvezza a chi volevate esser di
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rovina. Dio vi benedica! Dio v'ha benedetto! Sapete di dove sia questa
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povera nostra travagliata?»
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Il signore nominò il paese di Lucia.
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«Non è lontano di qui,» disse il cardinale: «lodato sia Dio; e
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probabilmente....» Così dicendo, corse a un tavolino, e scosse un
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campanello. E subito entrò con ansietà il cappellano crocifero,
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e per la prima cosa, guardò l'innominato; e vista quella faccia
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mutata, e quegli occhi rossi di pianto, guardò il cardinale; e sotto
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quell'inalterabile compostezza, scorgendogli in volto come un grave
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contento, e una premura quasi impaziente, era per rimanere estatico
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con la bocca aperta, se il cardinale non l'avesse subito svegliato da
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quella contemplazione, domandandogli se, tra i parrochi radunati lì, si
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trovasse quello di ***.
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«C'è, monsignore illustrissimo,» rispose il cappellano.
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«Fatelo venir subito,» disse Federigo, «e con lui il parroco qui della
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chiesa.»
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Il cappellano uscì, e andò nella stanza dov'eran que' preti riuniti:
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tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con la bocca tuttavia aperta,
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col viso ancor tutto dipinto di quell'estasi, alzando le mani, e
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movendole per aria, disse: «signori! signori! _haec mutatio dexterae
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Excelsi_.» E stette un momento senza dir altro. Poi, ripreso il tono
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e la voce della carica, soggiunse: «sua signoria illustrissima e
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reverendissima vuole il signor curato della parrocchia, e il signor
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curato di ***.»
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Il primo chiamato venne subito avanti, e nello stesso tempo, uscì
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di mezzo alla folla un: «io?» strascicato, con un'intonazione di
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maraviglia.
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«Non è lei il signor curato di ***?» riprese il cappellano.
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«Per l'appunto; ma....»
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«Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol lei.»
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«Me?» disse ancora quella voce, significando chiaramente in quel
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monosillabo: come ci posso entrar io? Ma questa volta, insieme con
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la voce, venne fuori l'uomo, don Abbondio in persona, con un passo
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forzato, e con un viso tra l'attonito e il disgustato. Il cappellano
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gli fece un cenno con la mano, che voleva dire: a noi; andiamo; ci
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vuol tanto? E precedendo i due curati, andò all'uscio, l'aprì, e
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gl'introdusse.
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Il cardinale lasciò andar la mano dell'innominato, col quale intanto
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aveva concertato quello che dovevan fare; si discostò un poco, e chiamò
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con un cenno il curato della chiesa. Gli disse in succinto di che si
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trattava; e se saprebbe trovar subito una buona donna che volesse
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andare in una lettiga al castello, a prender Lucia: una donna di cuore
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e di testa, da sapersi ben governare in una spedizione così nuova,
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e usar le maniere più a proposito, trovar le parole più adattate,
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a rincorare, a tranquillizzare quella poverina, a cui, dopo tante
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angosce, e in tanto turbamento, la liberazione stessa poteva metter
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nell'animo una nuova confusione. Pensato un momento, il curato disse
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che aveva la persona a proposito, e uscì. Il cardinale chiamò con
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un altro cenno il cappellano, al quale ordinò che facesse preparare
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subito la lettiga e i lettighieri, e sellare due mule. Uscito anche il
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cappellano, si voltò a don Abbondio.
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Questo, che già gli era vicino, per tenersi lontano da quell'altro
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signore, e che intanto dava un'occhiatina di sotto in su ora all'uno
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ora all'altro, seguitando a almanaccar tra sè che cosa mai potesse
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essere tutto quel rigirio, s'accostò di più, fece una riverenza, e
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disse: «m'hanno significato che vossignoria illustrissima mi voleva me;
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ma io credo che abbiano sbagliato.»
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«Non hanno sbagliato,» rispose Federigo: «ho una buona nuova da darvi,
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e un consolante, un soavissimo incarico. Una vostra parrocchiana, che
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avrete pianta per ismarrita, Lucia Mondella, è ritrovata, è qui vicino,
|
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in casa di questo mio caro amico; e voi anderete ora con lui, e con una
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donna che il signor curato di qui è andato a cercare, anderete, dico, a
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prendere quella vostra creatura, e l'accompagnerete qui.»
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Don Abbondio fece di tutto per nascondere la noia, che dico? l'affanno
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e l'amaritudine che gli dava una tale proposta, o comando che fosse;
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e non essendo più a tempo a sciogliere e a scomporre un versaccio già
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formato sulla sua faccia, lo nascose, chinando profondamente la testa,
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in segno d'ubbidienza. E non l'alzò che per fare un altro profondo
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inchino all'innominato, con un'occhiata pietosa che diceva: sono nelle
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vostre mani: abbiate misericordia: _parcere subjectis_.
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Gli domandò poi il cardinale, che parenti avesse Lucia.
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«Di stretti, e con cui viva, o vivesse, non ha che la madre,» rispose
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don Abbondio.
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«E questa si trova al suo paese?»
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«Monsignor, sì.»
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«Giacchè,» riprese Federigo, «quella povera giovine non potrà esser
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così presto restituita a casa sua, le sarà una gran consolazione di
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veder subito la madre: quindi, se il signor curato di qui non torna
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prima ch'io vada in chiesa, fatemi voi il piacere di dirgli che trovi
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un baroccio o una cavalcatura e spedisca un uomo di giudizio a cercar
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quella donna, per condurla qui.»
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«E se andassi io?» disse don Abbondio.
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«No, no, voi: v'ho già pregato d'altro,» rispose il cardinale.
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«Dicevo,» replicò don Abbondio, «per disporre quella povera madre. È
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una donna molto sensitiva; e ci vuole uno che la conosca, e la sappia
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prendere per il suo verso, per non farle male in vece di bene.»
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«E per questo, vi prego d'avvertire il signor curato che scelga un
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uomo di proposito: voi siete molto più necessario altrove,» rispose il
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cardinale. E avrebbe voluto dire: quella povera giovine ha molto più
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|
bisogno di veder subito una faccia conosciuta, una persona sicura, in
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quel castello, dopo tant'ore di spasimo, e in una terribile oscurità
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dell'avvenire. Ma questa non era ragione da dirsi così chiaramente
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davanti a quel terzo. Parve però strano al cardinale che don Abbondio
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non l'avesse intesa per aria, anzi pensata da sè; e così fuor di luogo
|
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gli parve la proposta e l'insistenza, che pensò doverci esser sotto
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qualche cosa. Lo guardò in viso, e vi scoprì facilmente la paura di
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|
viaggiare con quell'uomo tremendo, d'andare in quella casa, anche per
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pochi momenti. Volendo quindi dissipare affatto quell'ombre codarde,
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e non piacendogli di tirare in disparte il curato e di bisbigliar con
|
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lui in segreto, mentre il suo nuovo amico era lì in terzo, pensò che il
|
|
mezzo più opportuno era di far ciò che avrebbe fatto anche senza questo
|
|
motivo, parlare all'innominato medesimo; e dalle sue risposte don
|
|
Abbondio intenderebbe finalmente che quello non era più uomo da averne
|
|
paura. S'avvicinò dunque all'innominato, e con quell'aria di spontanea
|
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confidenza, che si trova in una nuova e potente affezione, come in
|
|
un'antica intrinsichezza, «non crediate,» gli disse, «ch'io mi contenti
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|
di questa visita per oggi. Voi tornerete, n'è vero? in compagnia di
|
|
questo ecclesiastico dabbene?»
|
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|
|
«S'io tornerò?» rispose l'innominato: «quando voi mi rifiutaste,
|
|
rimarrei ostinato alla vostra porta, come il povero. Ho bisogno di
|
|
parlarvi! ho bisogno di sentirvi, di vedervi! ho bisogno di voi!»
|
|
|
|
Federigo gli prese la mano, gliela strinse, e disse: «favorirete dunque
|
|
di restare a desinare con noi. V'aspetto. Intanto, io vo a pregare,
|
|
e a render grazie col popolo; e voi a cogliere i primi frutti della
|
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misericordia.»
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|
|
|
Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come un ragazzo pauroso,
|
|
che veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio grosso,
|
|
rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per morsi e per
|
|
ispaventi, e senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione,
|
|
quieto, quieto: guarda il padrone, e non contraddice nè approva; guarda
|
|
il cane e non ardisce accostarglisi, per timore che il buon bestione
|
|
non gli mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce
|
|
allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a
|
|
casa mia!
|
|
|
|
Al cardinale, che s'era mosso per uscire, tenendo sempre per la mano e
|
|
conducendo seco l'innominato, diede di nuovo nell'occhio il pover'uomo,
|
|
che rimaneva indietro, mortificato, malcontento, facendo il muso senza
|
|
volerlo. E pensando che forse quel dispiacere gli potesse anche venire
|
|
dal parergli d'esser trascurato, e come lasciato in un canto, tanto più
|
|
in paragone d'un facinoroso così ben accolto, così accarezzato, se gli
|
|
voltò nel passare, si fermò un momento, e con un sorriso amorevole, gli
|
|
disse: «signor curato, voi siete sempre con me nella casa del nostro
|
|
buon Padre; ma questo.... questo _perierat, et inventus est_.»
|
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|
|
«Oh quanto me ne rallegro!» disse don Abbondio, facendo una gran
|
|
riverenza a tutt'e due in comune.
|
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|
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L'arcivescovo andò avanti, spinse l'uscio, che fu subito spalancato
|
|
di fuori da due servitori, che stavano uno di qua e uno di là: e la
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|
mirabile coppia apparve agli sguardi bramosi del clero raccolto nella
|
|
stanza. Si videro que' due volti sui quali era dipinta una commozione
|
|
diversa, ma ugualmente profonda; una tenerezza riconoscente, un'umile
|
|
gioia nell'aspetto venerabile di Federigo; in quello dell'innominato,
|
|
una confusione temperata di conforto, un nuovo pudore, una compunzione,
|
|
dalla quale però traspariva tuttavia il vigore di quella selvaggia
|
|
e risentita natura. E si seppe poi, che a più d'uno de' riguardanti
|
|
era allora venuto in mente quel detto d'Isaia: _il lupo e l'agnello
|
|
andranno ad un pascolo; il leone e il bue mangeranno insieme lo
|
|
strame_. Dietro veniva don Abbondio, a cui nessuno badò.
|
|
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|
Quando furono nel mezzo della stanza, entrò dall'altra parte
|
|
l'aiutante di camera del cardinale, e gli s'accostò, per dirgli che
|
|
aveva eseguiti gli ordini comunicatigli dal cappellano; che la lettiga
|
|
e le due mule eran preparate, e s'aspettava soltanto la donna che il
|
|
curato avrebbe condotta. Il cardinale gli disse che, appena arrivato
|
|
questo, lo facesse parlar subito con don Abbondio: e tutto poi fosse
|
|
agli ordini di questo e dell'innominato; al quale strinse di nuovo la
|
|
mano, in atto di commiato, dicendo: «v'aspetto.» Si voltò a salutar don
|
|
Abbondio, e s'avviò dalla parte che conduceva alla chiesa. Il clero gli
|
|
andò dietro, tra in folla e in processione: i due compagni di viaggio
|
|
rimasero soli nella stanza.
|
|
|
|
Stava l'innominato tutto raccolto in sè, pensieroso, impaziente che
|
|
venisse il momento d'andare a levar di pene e di carcere la sua
|
|
Lucia: sua ora in un senso così diverso da quello che lo fosse il
|
|
giorno avanti: e il suo viso esprimeva un'agitazione concentrata, che
|
|
all'occhio ombroso di don Abbondio poteva facilmente parere qualcosa
|
|
di peggio. Lo sogguardava, avrebbe voluto attaccare un discorso
|
|
amichevole; ma,--cosa devo dirgli?--pensava:--devo dirgli ancora: mi
|
|
rallegro? Mi rallegro di che? che essendo stato finora un demonio, vi
|
|
siate finalmente risoluto di diventare un galantuomo come gli altri?
|
|
Bel complimento! Eh eh eh! in qualunque maniera io le rigiri, le
|
|
congratulazioni non vorrebbero dir altro che questo. E se sarà poi vero
|
|
che sia diventato galantuomo: così a un tratto! Delle dimostrazioni se
|
|
ne fanno tante a questo mondo, e per tante cagioni! Che so io, alle
|
|
volte? E intanto mi tocca a andar con lui! in quel castello! Oh che
|
|
storia! che storia! che storia! Chi me l'avesse detto stamattina! Ah,
|
|
se posso uscirne a salvamento, m'ha da sentire la signora Perpetua,
|
|
d'avermi cacciato qui per forza, quando non c'era necessità, fuor della
|
|
mia pieve: e che tutti i parrochi d'intorno accorrevano, anche più
|
|
da lontano; e che non bisognava stare indietro; e che questo, e che
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quest'altro; e imbarcarmi in un affare di questa sorte! Oh povero me!
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Eppure qualcosa bisognerà dirgli a costui.--E pensa e ripensa, aveva
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trovato che gli avrebbe potuto dire: non mi sarei mai aspettato questa
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fortuna d'incontrarmi in una così rispettabile compagnia; e stava per
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aprir bocca, quando entrò l'aiutante di camera, col curato del paese,
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il quale annunziò che la donna era pronta nella lettiga; e poi si voltò
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a don Abbondio, per ricevere da lui l'altra commissione del cardinale.
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Don Abbondio se ne sbrigò come potè, in quella confusione di mente;
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e accostatosi poi all'aiutante, gli disse: «mi dia almeno una bestia
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quieta; perchè, dico la verità, sono un povero cavalcatore.»
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«Si figuri,» rispose l'aiutante, con un mezzo sogghigno: «è la mula del
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segretario, che è un letterato.»
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«Basta....» replicò don Abbondio, e continuò pensando:--il cielo me la
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mandi buona.--
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Il signore s'era incamminato di corsa, al primo avviso: arrivato
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all'uscio, s'accorse di don Abbondio, ch'era rimasto indietro. Si fermò
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ad aspettarlo; e quando questo arrivò frettoloso, in aria di chieder
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perdono, l'inchinò, e lo fece passare avanti, con un atto cortese e
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umile: cosa che raccomodò alquanto lo stomaco al povero tribolato. Ma
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appena messo piede nel cortiletto, vide un'altra novità che gli guastò
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quella poca consolazione; vide l'innominato andar verso un canto,
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prender per la canna, con una mano, la sua carabina, poi per la cigna
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con l'altra, e, con un movimento spedito, come se facesse l'esercizio,
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mettersela ad armacollo.
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--Ohi! ohi! ohi!--pensò don Abbondio:--cosa vuol farne di
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quell'ordigno, costui? Bel cilizio, bella disciplina da convertito! E
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se gli salta qualche grillo? Oh che spedizione! oh che spedizione!--
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Se quel signore avesse potuto appena sospettare che razza di
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pensieri passavano per la testa al suo compagno, non si può dire
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cosa avrebbe fatto per rassicurarlo; ma era lontano le mille miglia
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da un tal sospetto; e don Abbondio stava attento a non far nessun
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atto che significasse chiaramente: non mi fido di vossignoria.
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Arrivati all'uscio di strada, trovarono le due cavalcature in ordine:
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l'innominato saltò su quella che gli fu presentata da un palafreniere.
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«Vizi non ne ha?» disse all'aiutante di camera don Abbondio, rimettendo
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in terra il piede, che aveva già alzato verso la staffa.
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«Vada pur su di buon animo: è un agnello.» Don Abbondio, arrampicandosi
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alla sella, sorretto dall'aiutante, su, su, su, è a cavallo.
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La lettiga, ch'era innanzi qualche passo, portata da due mule, si
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mosse, a una voce del lettighiero; e la comitiva partì.
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Si doveva passar davanti alla chiesa piena zeppa di popolo, per una
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piazzetta piena anch'essa d'altro popolo del paese e forestieri, che
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non avevan potuto entrare in quella. Già la gran nuova era corsa; e
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all'apparir della comitiva, all'apparir di quell'uomo, oggetto ancor
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poche ore prima di terrore e d'esecrazione, ora di lieta maraviglia,
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s'alzò nella folla un mormorío quasi d'applauso; e facendo largo, si
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faceva insieme alle spinte, per vederlo da vicino. La lettiga passò,
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l'innominato passò; e davanti alla porta spalancata della chiesa,
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si levò il cappello, e chinò quella fronte tanto temuta, fin sulla
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criniera della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: Dio
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la benedica! Don Abbondio si levò anche lui il cappello, si chinò,
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si raccomandò al cielo; ma sentendo il concerto solenne de' suoi
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confratelli che cantavano a distesa, provò un'invidia, una mesta
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tenerezza, un accoramento tale, che durò fatica a tener le lacrime.
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Fuori poi dell'abitato, nell'aperta campagna, negli andirivieni
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talvolta affatto deserti della strada, un velo più nero si stese sui
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suoi pensieri. Altro oggetto non aveva su cui riposar con fiducia
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lo sguardo, che il lettighiero, il quale, essendo al servizio del
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cardinale, doveva essere certamente un uomo dabbene, e insieme non
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aveva aria d'imbelle. Ogni tanto, comparivano viandanti, anche a
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comitive, che accorrevano per vedere il cardinale; ed era un ristoro
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per don Abbondio; ma passeggiare, ma s'andava verso quella valle
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tremenda, dove non s'incontrerebbe che sudditi dell'amico: e che
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sudditi! Con l'amico avrebbe desiderato ora più che mai d'entrare in
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discorso, tanto per tastarlo sempre più, come per tenerlo in buona; ma
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vedendolo così soprappensiero, gliene passava la voglia. Dovette dunque
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parlar con sè stesso; ed ecco una parte di ciò che il pover'uomo si
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disse in quel tragitto: chè, a scriver tutto, ci sarebbe da farne un
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libro.
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--È un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver
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l'argento vivo addosso, e non si contentino d'esser sempre in moto
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loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere umano;
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e che i più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non
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cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne' loro affari: io che non
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chiedo altro che d'esser lasciato vivere! Quel matto birbone di don
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Rodrigo! Cosa gli mancherebbe per esser l'uomo il più felice di questo
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mondo, se avesse appena un pochino di giudizio? Lui ricco, lui giovine,
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lui rispettato, lui corteggiato: gli dà noia il bene stare; e bisogna
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che vada accattando guai per sè e per gli altri. Potrebbe far l'arte di
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Michelaccio; no, signore: vuol fare il mestiere di molestar le femmine:
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il più pazzo, il più ladro, il più arrabbiato mestiere di questo mondo;
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potrebbe andare in paradiso in carrozza, e vuoi andare a casa del
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diavolo a piè zoppo. E costui!....--E qui lo guardava, come se avesse
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sospetto che quel costui sentisse i suoi pensieri,--costui, dopo aver
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messo sottosopra il mondo con le scelleratezze, ora lo mette sottosopra
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con la conversione.... se sarà vero. Intanto tocca a me a farne
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l'esperienza!.... È finita: quando son nati con quella smania in corpo,
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bisogna che faccian sempre fracasso. Ci vuol tanto a fare il galantuomo
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tutta la vita, com'ho fatt'io? No, signore: si deve squartare,
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ammazzare, fare il diavolo.... oh povero me!... e poi uno scompiglio,
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anche per far penitenza. La penitenza, quando s'ha buona volontà,
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si può farla a casa sua, quietamente, senza tant'apparato, senza
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dar tant'incomodo al prossimo. E sua signoria illustrissima, subito
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subito, a braccia aperte, caro amico, amico caro; stare a tutto quel
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che gli dice costui, come se l'avesse visto far miracoli; e prendere
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addirittura una risoluzione, mettercisi dentro con le mani e co' piedi,
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presto di qua, presto di là: a casa mia si chiama precipitazione.
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E senza avere una minima caparra, dargli in mano un povero curato!
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questo si chiama giocare un uomo a pari e caffo. Un vescovo santo,
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com'è lui, de' curati dovrebbe esserne geloso, come della pupilla degli
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occhi suoi. Un pochino di flemma, un pochino di prudenza, un pochino
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di carità, mi pare che possa stare anche con la santità..... E se
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fosse tutto un'apparenza? Chi può conoscer tutti i fini degli uomini?
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e dico degli uomini come costui? A pensare che mi tocca a andar con
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lui, a casa sua! Ci può esser sotto qualche diavolo: oh povero me! è
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meglio non ci pensare. Che imbroglio è questo di Lucia? Che ci fosse
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un'intesa con don Rodrigo? che gente! ma almeno la cosa sarebbe chiara.
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Ma come l'ha avuta nell'unghie costui? Chi lo sa? È tutto un segreto
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con monsignore: e a me che mi fanno trottare in questa maniera, non si
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dice nulla. Io non mi curo di sapere i fatti degli altri; ma quando
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uno ci ha a metter la pelle, ha anche ragione di sapere. Se fosse
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proprio per andare a prendere quella povera creatura, pazienza! Benchè,
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poteva ben condurla con sè addirittura. E poi, se è così convertito,
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se è diventato un santo padre, che bisogno c'era di me? Oh che caos!
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Basta; voglia il cielo che la sia così: sarà stato un incomodo grosso,
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ma pazienza! Sarò contento anche per quella povera Lucia: anche lei
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deve averla scampata grossa; sa il cielo cos'ha patito: la compatisco;
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ma è nata per la mia rovina.... Almeno potessi vedergli proprio in
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cuore a costui, come la pensa. Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare
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sant'Antonio nel deserto; ora pare Oloferne in persona. Oh povero me!
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povero me! Basta: il cielo è in obbligo d'aiutarmi, perchè non mi ci
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son messo io di mio capriccio.--
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Infatti, sul volto dell'innominato si vedevano, per dir così, passare
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i pensieri, come, in un'ora burrascosa, le nuvole trascorrono dinanzi
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alla faccia del sole, alternando ogni momento una luce arrabbiata e
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un freddo buio. L'animo, ancor tutto inebriato dalle soavi parole di
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Federigo, e come rifatto e ringiovanito nella nuova vita, s'elevava a
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quell'idee di misericordia, di perdono e d'amore; poi ricadeva sotto
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il peso del terribile passato. Correva con ansietà a cercare quali
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fossero le iniquità riparabili, cosa si potesse troncare a mezzo, quali
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i rimedi più espedienti e più sicuri, come scioglier tanti nodi, che
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fare di tanti complici: era uno sbalordimento a pensarci. A quella
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stessa spedizione, ch'era la più facile e così vicina al termine,
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andava con un'impazienza mista d'angoscia, pensando che intanto quella
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creatura pativa, Dio sa quanto, e che lui, il quale pure si struggeva
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di liberarla, era lui che la teneva intanto a patire. Dove c'eran due
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strade, il lettighiero si voltava, per saper quale dovesse prendere:
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l'innominato gliel'indicava con la mano, e insieme accennava di far
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presto.
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Entrano nella valle. Come stava allora il povero don Abbondio! Quella
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valle famosa, della quale aveva sentito raccontar tante storie
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orribili, esserci dentro: que' famosi uomini, il fiore della bravería
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d'Italia, quegli uomini senza paura e senza misericordia, vederli in
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carne e in ossa, incontrarne uno o due o tre a ogni voltata di strada.
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Si chinavano sommessamente al signore; ma certi visi abbronzati!
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certi baffi irti! certi occhiacci, che a don Abbondio pareva che
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volessero dire: fargli la festa a quel prete? A segno che, in un
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punto di somma costernazione, gli venne detto tra sè:--gli avessi
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maritati! non mi poteva accader di peggio.--Intanto s'andava avanti
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per un sentiero sassoso, lungo il torrente: al di là quel prospetto di
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balze aspre, scure, disabitate; al di qua quella popolazione da far
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parer desiderabile ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di
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Malebolge.
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Passan davanti la Malanotte; bravacci sull'uscio, inchini al signore,
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occhiate al suo compagno e alla lettiga. Coloro non sapevan cosa si
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pensare: già la partenza dell'innominato solo, la mattina, aveva
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dello straordinario; il ritorno non lo era meno. Era una preda che
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conduceva? E come l'aveva fatta da sè? E come una lettiga forestiera? E
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di chi poteva esser quella livrea? Guardavano, guardavano, ma nessuno
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si moveva, perchè questo era l'ordine che il padrone dava loro con
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dell'occhiate.
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Fanno la salita, sono in cima. I bravi che si trovan sulla spianata
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e sulla porta, si ritirano di qua e di là, per lasciare il passo
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libero: l'innominato fa segno che non si movan di più; sprona, e passa
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davanti alla lettiga; accenna al lettighiero e a don Abbondio che lo
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seguano; entra in un primo cortile, da quello in un secondo; va verso
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un usciolino, fa stare indietro con un gesto un bravo che accorreva per
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tenergli la staffa, e gli dice: «tu sta costì, e non venga nessuno.»
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Smonta, lega in fretta la mula a un'inferriata, va alla lettiga,
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s'accosta alla donna, che aveva tirata la tendina, e le dice sottovoce:
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«consolatela subito; fatele subito capire che è libera, in mano
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d'amici. Dio ve ne renderà merito.» Poi fa cenno al lettighiero, che
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apra; poi s'avvicina a don Abbondio, e, con un sembiante così sereno
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come questo non gliel aveva ancor visto, nè credeva che lo potesse
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avere, con dipintavi la gioia dell'opera buona che finalmente stava
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per compire, gli dice, ancora sottovoce: «signor curato, non le chiedo
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scusa dell'incomodo che ha per cagion mia: lei lo fa per Uno che paga
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bene, e per questa sua poverina.» Ciò detto, prende con una mano il
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morso, con l'altra la staffa, per aiutar don Abbondio a scendere.
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Quel volto, quelle parole, quell'atto, gli avevan dato la vita. Mise
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un sospiro, che da un'ora gli s'aggirava dentro, senza mai trovar
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l'uscita; si chinò verso l'innominato, rispose a voce bassa bassa:
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«le pare? Ma, ma, ma, ma,...!» e sdrucciolò alla meglio dalla sua
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cavalcatura. L'innominato legò anche quella, e detto al lettighiero
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che stesse lì a aspettare, si levò una chiave di tasca, aprì l'uscio,
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entrò, fece entrare il curato e la donna, s'avviò davanti a loro alla
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scaletta; e tutt'e tre salirono in silenzio.
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CAPITOLO XXIV.
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Lucia s'era risentita da poco tempo; e di quel tempo una parte aveva
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penato a svegliarsi affatto, a separar le torbide visioni del sonno
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dalle memorie e dall'immagini di quella realtà troppo somigliante a
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una funesta visione d'infermo inferno. La vecchia le si era subito
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avvicinata, e, con quella voce forzatamente umile, le aveva detto: «ah!
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avete dormito? Avreste potuto dormire in letto: ve l'ho pur detto tante
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volte ier sera.» E non ricevendo risposta, aveva continuato, sempre
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con un tono di supplicazione stizzosa: «mangiate una volta: abbiate
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giudizio. Uh come siete brutta! Avete bisogno di mangiare. E poi se,
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quando torna, la piglia con me?»
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«No, no; voglio andar via, voglio andar da mia madre. Il padrone me
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l'ha promesso, ha detto: domattina. Dov'è il padrone?»
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«È uscito; m'ha detto che tornerà presto, e che farà tutto quel che
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volete.»
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«Ha detto così? ha detto così? Ebbene; io voglio andar da mia madre;
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subito, subito.»
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Ed ecco si sente un calpestío nella stanza vicina; poi un picchio
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all'uscio. La vecchia accorre, domanda: «chi è?»
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«Apri,» risponde sommessamente la nota voce. La vecchia tira il
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paletto; l'innominato, spingendo leggermente i battenti, fa un po'
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di spiraglio: ordina alla vecchia di venir fuori, fa entrar subito
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don Abbondio con la buona donna. Socchiude poi di nuovo l'uscio, si
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ferma dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lontana del
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castellaccio; come aveva già mandata via anche l'altra donna che stava
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fuori, di guardia.
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Tutto questo movimento, quel punto d'aspetto, il primo apparire di
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persone nuove, cagionarono un soprassalto d'agitazione a Lucia, alla
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quale, se lo stato presente era intollerabile, ogni cambiamento però
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era motivo di sospetto e di nuovo spavento. Guardò, vide un prete, una
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donna; si rincorò alquanto: guarda più attenta: è lui, o non è lui?
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Riconosce don Abbondio, e rimane con gli occhi fissi, come incantata.
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La donna, andatale vicino, si chinò sopra di lei, e, guardandola
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pietosamente, prendendole le mani, come per accarezzarla e alzarla a un
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tempo, le disse: «oh poverina! venite, venite con noi.»
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«Chi siete?» le domandò Lucia; ma, senza aspettar la risposta, si voltò
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ancora a don Abbondio, che s'era trattenuto discosto due passi, con un
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viso, anche lui, tutto compassionevole; lo fissò di nuovo, e esclamò:
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«lei! è lei? il signor curato? Dove siamo?... Oh povera me! son fuori
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di sentimento!»
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«No, no,» rispose don Abbondio: «son io davvero: fatevi coraggio.
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Vedete? siam qui per condurvi via. Son proprio il vostro curato, venuto
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qui apposta, a cavallo....»
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Lucia, come riacquistate in un tratto tutte le sue forze, si rizzò
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precipitosamente; poi fissò ancora lo sguardo su que' due visi, e
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disse: «è dunque la Madonna che vi ha mandati.»
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«Io credo di sì,» disse la buona donna.
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«Ma possiamo andar via, possiamo andar via davvero?» riprese Lucia,
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abbassando la voce, e con uno sguardo timido e sospettoso. «E tutta
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quella gente...?» continuò, con le labbra contratte e tremanti di
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spavento e d'orrore: «e quel signore...! quell'uomo...! Già, me l'aveva
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promesso....»
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«È qui anche lui in persona, venuto apposta con noi,» disse don
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|
Abbondio: «è qui fuori che aspetta. Andiamo presto; non lo facciamo
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aspettare, un par suo.»
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Allora, quello di cui si parlava, spinse l'uscio, e si fece vedere;
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Lucia, che poco prima lo desiderava, anzi, non avendo speranza in
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altra cosa del mondo, non desiderava che lui, ora, dopo aver veduti
|
|
visi, e sentite voci amiche, non potè reprimere un subitaneo ribrezzo;
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si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla buona donna, e le
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nascose il viso in seno. L'innominato, alla vista di quell'aspetto sul
|
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quale già la sera avanti non aveva potuto tener fermo lo sguardo, di
|
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quell'aspetto reso ora più squallido, sbattuto, affannato dal patire
|
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prolungato e dal digiuno, era rimasto lì fermo, quasi sull'uscio; nel
|
|
veder poi quell'atto di terrore, abbassò gli occhi, stette ancora un
|
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momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la poverina non
|
|
aveva detto, «è vero,» esclamò: «perdonatemi!»
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«Viene a liberarvi; non è più quello; è diventato buono: sentite che vi
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chiede perdono?» diceva la buona donna all'orecchio di Lucia.
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«Si può dir di più? Via, su quella testa; non fate la bambina; che
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possiamo andar presto,» le diceva don Abbondio. Lucia alzò la testa,
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guardò l'innominato, e, vedendo bassa quella fronte, atterrato e
|
|
confuso quello sguardo, presa da un misto sentimento di conforto, di
|
|
riconoscenza e di pietà, disse: «oh, il mio signore! Dio le renda
|
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merito della sua misericordia!»
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|
«E a voi, cento volte, il bene che mi fanno codeste vostre parole.»
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|
Così detto, si voltò, andò verso l'uscio, e uscì il primo. Lucia, tutta
|
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rianimata, con la donna che le dava braccio, gli andò dietro; don
|
|
Abbondio in coda. Scesero la scala, arrivarono all'uscio che metteva
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nel cortile. L'innominato lo spalancò, andò alla lettiga, aprì lo
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sportello, e, con una certa gentilezza quasi timida (due cose nuove
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in lui) sorreggendo il braccio di Lucia, l'aiutò ad entrarvi, poi la
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buona donna. Slegò quindi la mula di don Abbondio, e l'aiutò anche lui
|
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a montare.
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«Oh che degnazione!» disse questo; e montò molto più lesto che non
|
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avesse fatto la prima volta. La comitiva si mosse quando l'innominato
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fu anche lui a cavallo. La sua fronte s'era rialzata; lo sguardo aveva
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ripreso la solita espressione d'impero. I bravi che incontrava, vedevan
|
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bene sul suo viso i segni d'un forte pensiero, d'una preoccupazione
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straordinaria; ma non capivano, nè potevan capire più in là. Al
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castello, non si sapeva ancor nulla della gran mutazione di quell'uomo;
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e per congettura, certo, nessun di coloro vi sarebbe arrivato.
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La buona donna aveva subito tirate le tendine della lettiga: prese
|
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poi affettuosamente le mani di Lucia, s'era messa a confortarla, con
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parole di pietà, di congratulazione e di tenerezza. E vedendo come,
|
|
oltre la fatica di tanto travaglio sofferto, la confusione e l'oscurità
|
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degli avvenimenti impedivano alla poverina di sentir pienamente la
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contentezza della sua liberazione, le disse quanto poteva trovar di più
|
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atto a distrigare, a ravviare, per dir così, i suoi poveri pensieri. Le
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|
nominò il paese dove andavano.
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|
«Sì?» disse Lucia, la qual sapeva ch'era poco discosto da suo. «Ah
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Madonna santissima, vi ringrazio! Mia madre! mia madre!»
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«La manderemo a cercar subito,» disse la buona donna, la quale non
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sapeva che la cosa era già fatta.
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«Sì, sì; che Dio ve ne renda merito.... E voi, chi siete? Come siete
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|
venuta....»
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|
«M'ha mandata il nostro curato,» disse la buona donna: «perchè questo
|
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signore, Dio gli ha toccato il cuore (sia benedetto!), ed è venuto
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al nostro paese, per parlare al signor cardinale arcivescovo (che
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l'abbiamo là in visita, quel sant'uomo), e s'è pentito de' suoi
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peccatacci, e vuoi mutar vita; e ha detto al cardinale che aveva fatta
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rubare una povera innocente, che siete voi, d'intesa con un altro senza
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timor di Dio, che il curato non m'ha detto chi possa essere.»
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Lucia alzò gli occhi al cielo.
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«Lo saprete forse voi,» continuò la buona donna: «basta; dunque il
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signor cardinale ha pensato che, trattandosi d'una giovine, ci voleva
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una donna per venire in compagnia, e ha detto al curato che ne cercasse
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una; e il curato, per sua bontà, è venuto da me....»
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«Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carità!»
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«Che dite mai, la mia povera giovine? E m'ha detto il signor curato,
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che vi facessi coraggio, e cercassi di sollevarvi subito, e farvi
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intendere come il Signore v'ha salvata miracolosamente....»
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«Ah sì! proprio miracolosamente; per intercession della Madonna.»
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«Dunque, che stiate di buon animo, e perdonare a chi v'ha fatto del
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male, e esser contenta che Dio gli abbia usata misericordia, anzi
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pregare per lui; chè, oltre all'acquistarne merito, vi sentirete anche
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allargare il cuore.»
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Lucia rispose con uno sguardo che diceva di sì, tanto chiaro come
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avrebbero potuto far le parole, e con una dolcezza che le parole non
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avrebbero saputa esprimere.
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«Brava giovine!» riprese la donna: «e trovandosi al nostro paese anche
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il vostro curato (che ce n'è tanti tanti, di tutto il contorno, da
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mettere insieme quattro ufizi generali), ha pensato il signor cardinale
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di mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già
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l'avevo sentito dire ch'era un uomo da poco; ma in quest'occasione, ho
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dovuto proprio vedere che è più impicciato che un pulcin nella stoppa.»
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«E questo....» domandò Lucia, «questo che è diventato buono.... chi è?»
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«Come! non lo sapete?» disse la buona donna, e lo nominò.
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«Oh misericordia!» esclamò Lucia. Quel nome, quante volte l'aveva
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sentito ripetere con orrore in più d'una storia, in cui figurava sempre
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come in altre storie quello dell'orco! E ora, al pensiero d'essere
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stata nel suo terribil potere, e d'essere sotto la sua guardia pietosa;
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al pensiero d'una così orrenda sciagura, e d'una così improvvisa
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redenzione; a considerare di chi era quel viso che aveva veduto
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burbero, poi commosso, poi umiliato, rimaneva come estatica, dicendo
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solo, ogni poco: «oh misericordia!»
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«È una gran misericordia davvero!» diceva la buona donna: «dev'essere
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un gran sollievo per mezzo mondo. A pensare quanta gente teneva
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sottosopra; e ora, come m'ha detto il nostro curato.... e poi, solo
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a guardarlo in viso, è diventato un santo! E poi si vedon subito le
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opere.»
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Dire che questa buona donna non provasse molta curiosità di conoscere
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un po' più distintamente la grand'avventura nella quale si trovava a
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fare una parte, non sarebbe la verità. Ma bisogna dire a sua gloria
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che, compresa d'una pietà rispettosa per Lucia, sentendo in certo modo
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la gravità e la dignità dell'incarico che le era stato affidato, non
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pensò neppure a farle una domanda indiscreta, nè oziosa: tutte le sue
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parole, in quel tragitto, furono di conforto e di premura per la povera
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giovine.
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«Dio sa quant'è che non avete mangiato!»
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«Non me ne ricordo più.... Da un pezzo.»
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«Poverina! Avrete bisogno di ristorarvi.»
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«Sì,» rispose Lucia con voce fioca.
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«A casa mia, grazie a Dio, troveremo subito qualcosa. Fatevi coraggio,
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che ormai c'è poco.»
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Lucia si lasciava poi cader languida sul fondo della lettiga, come
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assopita; e allora la buona donna la lasciava in riposo.
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Per don Abbondio questo ritorno non era certo così angoscioso come
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l'andata di poco prima; ma non fu neppur esso un viaggio di piacere.
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Al cessar di quella pauraccia, s'era da principio sentito tutto
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scarico, ma ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent'altri
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dispiaceri; come, quand'è stato sbarbato un grand'albero, il terreno
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rimane sgombro per qualche tempo, ma poi si copre tutto d'erbacce.
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Era diventato più sensibile a tutto il resto; e tanto nel presente,
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quanto ne' pensieri dell'avvenire, non gli mancava pur troppo materia
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di tormentarsi. Sentiva ora, molto più che nell'andare, l'incomodo di
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quel modo di viaggiare, al quale non era molto avvezzo; e specialmente
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sul principio, nella scesa dal castello al fondo della valle. Il
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lettighiero, stimolato da' cenni dell'innominato, faceva andar di
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buon passo le sue bestie; le due cavalcature andavan dietro dietro,
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con lo stesso passo; onde seguiva che, a certi luoghi più ripidi,
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il povero don Abbondio, come se fosse messo a leva per di dietro,
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tracollava sul davanti, e, per reggersi, doveva appuntellarsi con la
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mano all'arcione; e non osava però pregare che s'andasse più adagio, e
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dall'altra parte avrebbe voluto esser fuori di quel paese più presto
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che fosse possibile. Oltre di ciò, dove la strada era sur un rialto,
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sur un ciglione, la mula, secondo l'uso de' pari suoi, pareva che
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facesse per dispetto a tener sempre dalla parte di fuori, e a metter
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proprio le zampe sull'orlo; e don Abbondio vedeva sotto di sè, quasi
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a perpendicolo, un salto, o come pensava lui, un precipizio.--Anche
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tu,--diceva tra sè alla bestia,--hai quel maledetto gusto d'andare a
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cercare i pericoli, quando c'è tanto sentiero!--E tirava la briglia
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dall'altra parte; ma inutilmente. Sicchè, al solito, rodendosi di
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stizza e di paura, si lasciava condurre a piacere altrui. I bravi non
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gli facevan più tanto spavento, ora che sapeva più di certo come la
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pensava il padrone.--Ma,--rifletteva però,--se la notizia di questa
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gran conversione si sparge qua dentro, intanto che ci siamo ancora,
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chi sa come l'intenderanno costoro! Chi sa cosa nasce! Che s'andassero
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a immaginare che sia venuto io a fare il missionario! Povero me! mi
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martirizzano!--Il cipiglio dell'innominato non gli dava fastidio.--Per
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tenere a segno quelle facce lì,--pensava,--non ci vuol meno di questa
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qui; lo capisco anch'io; ma perchè deve toccare a me a trovarmi tra
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tutti costoro!--
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Basta; s'arrivò in fondo alla scesa, e s'uscì finalmente anche dalla
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valle. La fronte dell'innominato s'andò spianando. Anche don Abbondio
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prese una faccia più naturale, sprigionò alquanto la testa di tra
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le spalle, sgranchì le braccia e le gambo, si mise a stare un po'
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più sulla vita, che faceva un tutt'altro vedere, mandò più larghi
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respiri, e, con animo più riposato, si mise a considerare altri lontani
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pericoli.--Cosa dirà quel bestione di don Rodrigo? Rimaner con tanto
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di naso a questo modo, col danno e con le beffe, figuriamoci se la gli
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deve parere amara. Ora è quando fa il diavolo davvero. Sta a vedere
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che se la piglia anche con me, perchè mi son trovato dentro in questa
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cerimonia. Se ha avuto cuore fin d'allora di mandare que' due demòni
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a farmi una figura di quella sorte sulla strada, ora poi, chi sa cosa
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farà! Con sua signoria illustrissima non la può prendere, che è un
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pezzo molto più grosso di lui; lì bisognerà rodere il freno. Intanto
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il veleno l'avrà in corpo, e sopra qualcheduno lo vorrà sfogare. Come
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finiscono queste faccende? I colpi cascano sempre all'ingiù; i cenci
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vanno all'aria. Lucia, di ragione, sua signoria illustrissima penserà a
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metterla in salvo: quell'altro poveraccio mal capitato è fuor del tiro,
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e ha già avuto la sua: ecco che il cencio son diventato io. La sarebbe
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barbara, dopo tant'incomodi, dopo tante agitazioni, e senza acquistarne
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merito, che ne dovessi portar la pena io. Cosa farà ora sua signoria
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illustrissima per difendermi, dopo avermi messo in ballo? Mi può
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star mallevadore lui che quel dannato non mi faccia un'azione peggio
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della prima? E poi, ha tanti affari per la testa! mette mano a tante
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cose! Come si può badare a tutto? Lascian poi alle volte le cose più
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imbrogliate di prima. Quelli che fanno il bene, lo fanno all'ingrosso:
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quand'hanno provata quella soddisfazione, n'hanno abbastanza, e non
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si voglion seccare a star dietro a tutte le conseguenze; ma coloro
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che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci
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stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie, perchè hanno
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quel canchero che li rode. Devo andar io a dire che son venuto qui per
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comando espresso di sua signoria illustrissima, e non di mia volontà?
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Parrebbe che volessi tenere dalla parte dell'iniquità. Oh santo cielo!
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Dalla parte dell'iniquità io! Per gli spassi che la mi dà! Basta; il
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meglio sarà raccontare a Perpetua la cosa com'è; e lascia poi fare a
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Perpetua a mandarla in giro. Purchè a monsignore non venga il grillo
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di far qualche pubblicità, qualche scena inutile, e mettermici dentro
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anche me. A buon conto, appena siamo arrivati, se è uscito di chiesa,
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vado a riverirlo in fretta in fretta; se no, lascio le mie scuse, e
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me ne vo diritto diritto a casa mia. Lucia è bene appoggiata; di me
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non ce n'è più bisogno; e dopo tant'incomodi, posso pretendere anch'io
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d'andarmi a riposare. E poi.... che non venisse anche curiosità a
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monsignore di saper tutta la storia, e mi toccasse a render conto
|
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dell'affare del matrimonio! Non ci mancherebbe altro. E se viene in
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visita anche alla mia parrocchia!.... Oh! sarà quel che sarà; non vo'
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confondermi prima del tempo: n'ho abbastanza de' guai. Per ora vo a
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chiudermi in casa. Fin che monsignore si trova da queste parti, don
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Rodrigo non avrà faccia di far pazzie. E poi.... E poi? Ah! vedo che i
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miei ultimi anni ho da passarli male!--
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La comitiva arrivò che le funzioni di chiesa non erano ancor terminate;
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passò per mezzo alla folla medesima non meno commossa della prima
|
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volta; e poi si divise. I due a cavallo voltarono sur una piazzetta di
|
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fianco, in fondo a cui era la casa del parroco; la lettiga andò avanti
|
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verso quella della buona donna.
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Don Abbondio fece quello che aveva pensato: appena smontato, fece i più
|
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sviscerati complimenti all'innominato, e lo pregò di volerlo scusar
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con monsignore; che lui doveva tornare alla parrocchia addirittura,
|
|
per affari urgenti. Andò a cercare quel che chiamava il suo cavallo,
|
|
cioè il bastone che aveva lasciato in un cantuccio del salotto, e
|
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s'incamminò. L'innominato stette a aspettare che il cardinale tornasse
|
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di chiesa.
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La buona donna, fatta seder Lucia nel miglior luogo della sua cucina,
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s'affaccendava a preparar qualcosa da ristorarla, ricusando, con una
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certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse che questa
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rinnovava ogni tanto.
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Presto presto, rimettendo stipa sotto un calderotto, dove notava
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un buon cappone, fece alzare il bollore al brodo, e riempitane una
|
|
scodella già guarnita di fette di pane, potè finalmente presentarla
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a Lucia. E nel vedere la poverina a riaversi a ogni cucchiaiata, si
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congratulava ad alta voce con sè stessa che la cosa fosse accaduta in
|
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un giorno in cui, com'essa diceva, non c'era il gatto nel fuoco. «Tutti
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s'ingegnano oggi a far qualcosina,» aggiungeva: «meno que' poveri
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|
poveri che stentano a aver pane di vecce e polenta di saggina; però
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oggi da un signore così caritatevole sperano di buscar tutti qualcosa.
|
|
Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di
|
|
mio marito, e qualcosa che abbiamo al sole, si campa. Sicchè mangiate
|
|
senza pensieri intanto; chè presto il cappone sarà a tiro, e potrete
|
|
ristorarvi un po' meglio.» Così detto, ritornò ad accudire al desinare,
|
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e ad apparecchiare.
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Lucia, tornatele alquanto le forze, e acquietandosele sempre più
|
|
l'animo, andava intanto assettandosi, per un'abitudine, per un istinto
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di pulizia e di verecondia: rimetteva e fermava le trecce allentate
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e arruffate, raccomodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo.
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In far questo, le sue dita s'intralciarono nella corona che ci aveva
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messa, la notte avanti; lo sguardo vi corse; si fece nella mente
|
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un tumulto istantaneo; la memoria del voto, oppressa fino allora e
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|
soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d'improvviso,
|
|
e vi comparve chiara e distinta. Allora tutte le potenze del suo
|
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animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se
|
|
quell'animo non fosse stato così preparato da una vita d'innocenza, di
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|
rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento,
|
|
sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que' pensieri che
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|
non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente
|
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furono:--oh povera me, cos'ho fatto!--
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Ma non appena l'ebbe pensate, ne risentì come uno spavento. Le
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|
tornarono in mente tutte le circostanze del voto, l'angoscia
|
|
intollerabile, il non avere una speranza di soccorso, il fervore della
|
|
preghiera, la pienezza del sentimento con cui la promessa era stata
|
|
fatta. E dopo avere ottenuta la grazia, pentirsi della promessa, le
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|
parve un'ingratitudine sacrilega, una perfidia verso Dio e la Madonna;
|
|
le parve che una tale infedeltà le attirerebbe nuove e più terribili
|
|
sventure, in mezzo alle quali non potrebbe più sperare neppur nella
|
|
preghiera; e s'affrettò di rinnegare quel pentimento momentaneo.
|
|
Si levò con divozione la corona dal collo, e tenendola nella mano
|
|
tremante, confermò, rinnovò il voto, chiedendo nello stesso tempo, con
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|
una supplicazione accorata, che le fosse concessa la forza d'adempirlo,
|
|
che le fossero risparmiati i pensieri e l'occasioni le quali avrebbero
|
|
potuto, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo. La lontananza
|
|
di Renzo, senza nessuna probabilità di ritorno, quella lontananza che
|
|
fin allora le era stata così amara, le parve ora una disposizione della
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|
Provvidenza, che avesse fatti andare insieme i due avvenimenti per un
|
|
fine solo; e si studiava di trovar nell'uno la ragione d'esser contenta
|
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dell'altro. E dietro a quel pensiero, s'andava figurando ugualmente che
|
|
quella Provvidenza medesima, per compir l'opera, saprebbe trovar la
|
|
maniera di far che Renzo si rassegnasse anche lui, non pensasse più....
|
|
Ma una tale idea, appena trovata, mise sottosopra la mente ch'era
|
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andata a cercarla. La povera Lucia, sentendo che il cuore era lì lì
|
|
per pentirsi, ritornò alla preghiera, alle conferme, al combattimento,
|
|
dal quale s'alzò, se ci si passa quest'espressione, come il vincitore
|
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stanco e ferito, di sopra il nemico abbattuto: non dico ucciso.
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|
|
Tutt'a un tratto, si sente uno scalpiccio, e un chiasso di voci
|
|
allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un
|
|
fanciullo entran saltando; si fermano un momento a dare un'occhiata
|
|
curiosa a Lucia, poi corrono alla mamma, e le s'aggrappano intorno:
|
|
chi domanda il nome dell'ospite sconosciuta, e il come e il perchè;
|
|
chi vuol raccontare le maraviglie vedute: la buona donna risponde a
|
|
tutto e a tutti con un «zitti, zitti.» Entra poi, con un passo più
|
|
quieto, ma con una premura cordiale dipinta in viso, il padrone di
|
|
casa. Era, se non l'abbiamo ancor detto, il sarto del villaggio, e de'
|
|
contorni; un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più
|
|
d'una volta il Leggendario de' Santi, il Guerrin meschino e i Reali
|
|
di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di
|
|
scienza: lode però che rifiutava modestamente, dicendo soltanto che
|
|
aveva sbagliato la vocazione; e che se fosse andato agli studi, in vece
|
|
di tant'altri....! Con questo, la miglior pasta del mondo. Essendosi
|
|
trovato presente quando sua moglie era stata pregata dal curato
|
|
d'intraprendere quel viaggio caritatevole, non solo ci aveva data la
|
|
sua approvazione, ma le avrebbe fatto coraggio, se ce ne fosse stato
|
|
bisogno. E ora che la funzione, la pompa, il concorso, e soprattutto
|
|
la predica del cardinale avevano, come si dice, esaltati tutti i suoi
|
|
buoni sentimenti, tornava a casa con un'aspettativa, con un desiderio
|
|
ansioso di sapere come la cosa fosse riuscita, e di trovare la povera
|
|
innocente salvata.
|
|
|
|
«Guardate un poco,» gli disse, al suo entrare, la buona donna,
|
|
accennando Lucia; la quale fece il viso rosso, s'alzò, e cominciava
|
|
a balbettar qualche scusa. Ma lui, avvicinatosele, l'interruppe
|
|
facendole una gran festa, e esclamando: «ben venuta, ben venuta! Siete
|
|
la benedizione del cielo in questa casa. Come son contento di vedervi
|
|
qui! Già ero sicuro che sareste arrivata a buon porto; perchè non ho
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|
mai trovato che il Signore abbia cominciato un miracolo senza finirlo
|
|
bene; ma son contento di vedervi qui. Povera giovine! Ma è però una
|
|
gran cosa d'aver ricevuto un miracolo!»
|
|
|
|
Nè si creda che fosse lui il solo a qualificar così quell'avvenimento,
|
|
perchè aveva letto il Leggendario: per tutto il paese e per tutt'i
|
|
contorni non se ne parlò con altri termini, fin che ce ne rimase la
|
|
memoria. E, a dir la verità, con le frange che vi s'attaccarono, non
|
|
gli poteva convenire altro nome.
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|
Accostatosi poi passo passo alla moglie, che staccava il calderotto
|
|
dalla catena, le disse sottovoce: «è andato bene ogni cosa?»
|
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|
«Benone: ti racconterò poi tutto.»
|
|
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|
«Sì, sì; con comodo.»
|
|
|
|
Messo poi subito in tavola, la padrona andò a prender Lucia, ve
|
|
l'accompagnò, la fece sedere; e staccata un'ala di quel cappone, gliela
|
|
mise davanti; si mise a sedere anche lei e il marito, facendo tutt'e
|
|
due coraggio all'ospite abbattuta e vergognosa, perchè mangiasse. Il
|
|
sarto cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con grand'enfasi, in
|
|
mezzo all'interruzioni de' ragazzi, che mangiavano intorno alla tavola,
|
|
e che in verità avevano viste troppe cose straordinarie, per fare alla
|
|
lunga la sola parte d'ascoltatori. Descriveva le cerimonie solenni, poi
|
|
saltava a parlare della conversione miracolosa. Ma ciò che gli aveva
|
|
fatto più impressione, e su cui tornava più spesso, era la predica del
|
|
cardinale.
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|
|
|
«A vederlo lì davanti all'altare,» diceva, «un signore di quella sorte,
|
|
come un curato....»
|
|
|
|
«E quella cosa d'oro che aveva in testa....» diceva una bambinetta.
|
|
|
|
«Sta zitta. A pensare, dico, che un signore di quella sorte, e un uomo
|
|
tanto sapiente, che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci
|
|
sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, nè anche in Milano;
|
|
a pensare che sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti
|
|
intendano....»
|
|
|
|
«Ho inteso anch'io,» disse l'altra chiacchierina.
|
|
|
|
«Sta zitta! cosa vuoi avere inteso, tu?»
|
|
|
|
«Ho inteso che spiegava il Vangelo in vece del signor curato.»
|
|
|
|
«Sta zitta. Non dico chi sa qualche cosa; chè allora uno è obbligato
|
|
a intendere; ma anche i più duri di testa, i più ignoranti, andavan
|
|
dietro al filo del discorso. Andate ora a domandar loro se saprebbero
|
|
ripeter le parole che diceva: sì; non ne ripescherebbero una; ma il
|
|
sentimento lo hanno qui. E senza mai nominare quel signore, come si
|
|
capiva che voleva parlar di lui! E poi, per capire, sarebbe bastato
|
|
osservare quando aveva le lacrime agli occhi. E allora tutta la gente a
|
|
piangere....»
|
|
|
|
«È proprio vero,» scappò fuori il fanciullo: «ma perchè piangevan tutti
|
|
a quel modo, come bambini?»
|
|
|
|
«Sta zitto. E sì che c'è de' cuori duri in questo paese. E ha fatto
|
|
proprio vedere che, benchè ci sia la carestia, bisogna ringraziare
|
|
il Signore, ed esser contenti: far quel che si può, industriarsi,
|
|
aiutarsi, e poi esser contenti. Perchè la disgrazia non è il patire,
|
|
e l'esser poveri; la disgrazia è il far del male. E non son belle
|
|
parole; perchè si sa che anche lui vive da pover'uomo, e si leva il
|
|
pane di bocca per darlo agli affamati; quando potrebbe far vita scelta,
|
|
meglio di chi si sia. Ah! allora un uomo dà soddisfazione a sentirlo
|
|
discorrere; non come tant'altri, fate quello che dico, e non fate quel
|
|
che fo. E poi ha fatto proprio vedere che anche coloro che non son
|
|
signori, se hanno più del necessario, sono obbligati di farne parte a
|
|
chi patisce.»
|
|
|
|
Qui interruppe il discorso da sè, come sorpreso da un pensiero. Stette
|
|
un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch'eran sulla
|
|
tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso
|
|
questo per le quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore:
|
|
«piglia qui.» Le diede nell'altra mano un fiaschette di vino, e
|
|
soggiunse: «va qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che
|
|
è per stare un po' allegra co' suoi bambini. Ma con buona maniera,
|
|
ve'; che non paia che tu le faccia l'elemosina. E non dir niente, se
|
|
incontri qualcheduno; e guarda di non rompere.»
|
|
|
|
Lucia fece gli occhi rossi, e sentì in cuore una tenerezza ricreatrice;
|
|
come già da' discorsi di prima aveva ricevuto un sollievo che un
|
|
discorso fatto apposta non le avrebbe potuto dare. L'animo attirato da
|
|
quelle descrizioni, da quelle fantasie di pompa, da quelle commozioni
|
|
di pietà e di maraviglia, preso dall'entusiasmo medesimo del narratore,
|
|
si staccava da' pensieri dolorosi di sè; e anche ritornandoci sopra,
|
|
si trovava più forte contro di essi. Il pensiero stesso del gran
|
|
sacrifizio, non già che avesse perduto il suo amaro, ma insiem con esso
|
|
aveva un non so che d'una gioia austera e solenne.
|
|
|
|
Poco dopo, entrò il curato del paese, e disse d'esser mandato dal
|
|
cardinale a informarsi di Lucia, ad avvertirla che monsignore voleva
|
|
vederla in quel giorno, e a ringraziare in suo nome il sarto e la
|
|
moglie. E questi e quella, commossi e confusi, non trovavan parole per
|
|
corrispondere a tali dimostrazioni d'un tal personaggio.
|
|
|
|
«E vostra madre non è ancora arrivata?» disse il curato a Lucia.
|
|
|
|
«Mia madre!» esclamò questa. Dicendole poi il curato, che l'aveva
|
|
mandata a prendere, d'ordine dell'arcivescovo, si mise il grembiule
|
|
agli occhi, e diede in un dirotto pianto, che durò un pezzo dopo che
|
|
fu andato via il curato. Quando poi gli affetti tumultuosi che le si
|
|
erano suscitati a quell'annunzio, cominciarono a dar luogo a pensieri
|
|
più posati, la poverina si ricordò che quella consolazione allora
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così vicina, di riveder la madre, una consolazione così inaspettata
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poche ore prima, era stata da lei espressamente implorata in quell'ore
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terribili, e messa quasi come una condizione al voto. _Fatemi tornar
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salva con mia madre_, aveva detto; e queste parole le ricomparvero
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ora distinte nella memoria. Si confermò più che mai nel proposito di
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mantener la promessa, e si fece di nuovo, e più amaramente, scrupolo di
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quel _povera me!_ che le era scappato detto tra sè, nel primo momento.
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Agnese infatti, quando si parlava di lei, era già poco lontana. È
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facile pensare come la povera donna fosse rimasta, a quell'invito così
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inaspettato, e a quella notizia, necessariamente tronca e confusa, d'un
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pericolo, si poteva dir, cessato, ma spaventoso; d'un caso terribile,
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che il messo non sapeva nè circostanziare nè spiegare; e lei non aveva
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a che attaccarsi per ispiegarlo da sè. Dopo essersi cacciate le mani
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ne' capelli, dopo aver gridato più volte: «ah Signore! ah Madonna!»,
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dopo aver fatte al messo varie domande, alle quali questo non sapeva
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che rispondere, era entrata in fretta e in furia nel baroccio,
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continuando per la strada a esclamare e interrogare, senza profitto.
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Ma, a un certo punto, aveva incontrato don Abbondio che veniva adagio
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adagio, mettendo avanti, a ogni passo, il suo bastone. Dopo un «oh!» di
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tutt'e due le parti, lui s'era fermato, lei aveva fatto fermare, ed era
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smontata; e s'eran tirati in disparte in un castagneto che costeggiava
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la strada. Don Abbondio l'aveva ragguagliata di ciò che aveva potuto
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sapere e dovuto vedere. La cosa non era chiara; ma almeno Agnese fu
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assicurata che Lucia era affatto in salvo; e respirò.
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Dopo, don Abbondio era voluto entrare in un altro discorso, e darle
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una lunga istruzione sulla maniera di regolarsi con l'arcivescovo,
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se questo, com'era probabile, avesse desiderato di parlar con lei
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e con la figliuola; e soprattutto che non conveniva far parola del
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matrimonio.... Ma Agnese, accorgendosi che il brav'uomo non parlava che
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per il suo proprio interesse, l'aveva piantato, senza promettergli,
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anzi senza risolver nulla; chè aveva tutt'altro da pensare. E s'era
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rimessa in istrada.
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Finalmente il baroccio arriva, e si ferma alla casa del sarto. Lucia
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s'alza precipitosamente; Agnese scende, e dentro di corsa: sono nelle
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braccia l'una dell'altra. La moglie del sarto, ch'era la sola che si
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trovava lì presente, fa coraggio a tutt'e due, le acquieta, si rallegra
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con loro, e poi, sempre discreta, le lascia sole, dicendo che andava
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a preparare un letto per loro; che aveva il modo, senza incomodarsi;
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ma che, in ogni caso, tanto lei, come suo marito, avrebbero piuttosto
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voluto dormire in terra, che lasciarle andare a cercare un ricovero
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altrove.
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Passato quel primo sfogo d'abbracciamenti e di singhiozzi, Agnese
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volle sapere i casi di Lucia, e questa si mise affannosamente a
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raccontarglieli. Ma, come il lettore sa, era una storia che nessuno
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la conosceva tutta; e per Lucia stessa c'eran delle parti oscure,
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inesplicabili affatto. E principalmente quella fatale combinazione
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d'essersi la terribile carrozza trovata lì sulla strada, per l'appunto
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quando Lucia vi passava per un caso straordinario: su di che la madre e
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la figlia facevan cento congetture, senza mai dar nel segno, anzi senza
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neppure andarci vicino.
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In quanto all'autor principale della trama, tanto l'una che l'altra non
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potevano fare a meno di non pensare che fosse don Rodrigo.
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«Ah anima nera! ah tizzone d'inferno!» esclamava Agnese: «ma verrà
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la sua ora anche per lui. Domeneddio lo pagherà secondo il merito; e
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allora proverà anche lui....»
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«No, no, mamma; no!» interruppe Lucia: «non gli augurate di patire, non
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l'augurate a nessuno! Se sapeste cosa sia patire! Se aveste provato!
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No, no! preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli
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tocchi il cuore, come ha fatto a quest'altro povero signore, ch'era
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peggio di lui; e ora è un santo.»
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Il ribrezzo che Lucia provava nel tornare sopra memorie così recenti e
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così crudeli, la fece più d'una volta restare a mezzo; più d'una volta
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disse che non le bastava l'animo di continuare, e dopo molte lacrime,
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riprese la parola a stento. Ma un sentimento diverso la tenne sospesa,
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a un certo punto del racconto: quando fu al voto. Il timore che la
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madre le desse dell'imprudente e della precipitosa; e che, come aveva
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fatto nell'affare del matrimonio, mettesse in campo qualche sua regola
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larga di coscienza, e volesse fargliela trovar giusta per forza; o che,
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povera donna, dicesse la cosa a qualcheduno in confidenza, se non altro
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per aver lume e consiglio, e la facesse così divenir pubblica, cosa che
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Lucia, solamente a pensarci, si sentiva venire il viso rosso; anche
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una certa vergogna della madre stessa, una ripugnanza inesplicabile
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a entrare in quella materia; tutte queste cose insieme fecero che
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nascose quella circostanza importante, proponendosi di farne prima la
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confidenza al padre Cristoforo. Ma come rimase allorchè, domandando di
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lui, si sentì rispondere che non c'era più, ch'era stato mandato in un
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paese lontano lontano, in un paese che aveva un certo nome!
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«E Renzo?» disse Agnese.
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«È in salvo, n'è vero?» disse ansiosamente Lucia.
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«Questo è sicuro, perchè tutti lo dicono; si tien per certo che si sia
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ricoverato sul bergamasco; ma il luogo proprio nessuno lo sa dire: e
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lui finora non ha mai fatto saper nulla. Che non abbia ancora trovata
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la maniera.»
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«Ah, se è in salvo, sia ringraziato il Signore!» disse Lucia; e cercava
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di cambiar discorso; quando il discorso fu interrotto da una novità
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inaspettata: la comparsa del cardinale arcivescovo.
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Questo, tornato di chiesa, dove l'abbiam lasciato, sentito
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dall'innominato che Lucia era arrivata, sana e salva, era andato a
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tavola con lui, facendoselo sedere a destra, in mezzo a una corona
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di preti, che non potevano saziarsi di dare occhiate a quell'aspetto
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così ammansato senza debolezza, così umiliato senza abbassamento, e di
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paragonarlo con l'idea che da lungo tempo s'eran fatta del personaggio.
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Finito di desinare, loro due s'eran ritirati di nuovo insieme. Dopo un
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colloquio che durò molto più del primo, l'innominato era partito per
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il suo castello, su quella stessa mula della mattina; e il cardinale,
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fatto chiamare il curato, gli aveva detto che desiderava d'esser
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condotto alla casa dov'era ricoverata Lucia.
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«Oh! monsignore,» aveva risposto il curato, «non s'incomodi: manderò io
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subito ad avvertire che venga qui la giovine, la madre, se è arrivata,
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anche gli ospiti, se monsignore li vuole, tutti quelli che desidera
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vossignoria illustrissima.»
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«Desidero d'andar io a trovarli,» aveva replicato Federigo.
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«Vossignoria illustrissima non deve incomodarsi: manderò io subito
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a chiamarli: è cosa d'un momento,» aveva insistito il curato
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guastamestieri (buon uomo del resto), non intendendo che il cardinale
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voleva con quella visita rendere onore alla sventura, all'innocenza,
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all'ospitalità e al suo proprio ministero in un tempo. Ma, avendo
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il superiore espresso di nuovo il medesimo desiderio, l'inferiore
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s'inchinò e si mosse.
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Quando i due personaggi furon veduti spuntar nella strada, tutta la
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gente che c'era andò verso di loro; e in pochi momenti n'accorse da
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ogni parte, camminando loro ai fianchi chi poteva, e gli altri dietro,
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alla rinfusa. Il curato badava a dire: «via, indietro, ritiratevi;
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ma! ma!» Federigo gli diceva: «lasciateli fare,» e andava avanti, ora
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alzando la mano a benedir la gente, ora abbassandola ad accarezzare
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i ragazzi che gli venivan tra' piedi. Così arrivarono alla casa, e
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c'entrarono: la folla rimase ammontata al di fuori. Ma nella folla si
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trovava anche il sarto, il quale era andato dietro come gli altri, con
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gli occhi fissi e con la bocca aperta, non sapendo dove si riuscirebbe.
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Quando vide quel dove inaspettato, si fece far largo, pensate con che
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strepito, gridando e rigridando: «lasciate passare chi ha da passare:»
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e entrò.
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Agnese e Lucia sentirono un ronzío crescente nella strada; mentre
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pensavano cosa potesse essere, videro l'uscio spalancarsi, e comparire
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il porporato col parroco.
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«È quella?» domandò il primo al secondo; e, a un cenno affermativo,
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andò verso Lucia, ch'era rimasta lì con la madre, tutt'e due immobili
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e mute dalla sorpresa e dalla vergogna. Ma il tono di quella voce,
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l'aspetto, il contegno, e soprattutto le parole di Federigo l'ebbero
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subito rianimate. «Povera giovine,» cominciò: «Dio ha permesso che
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foste messa a una gran prova; ma v'ha anche fatto vedere che non aveva
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levato l'occhio da voi, che non v'aveva dimenticata. V'ha rimessa in
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salvo; e s'è servito di voi per una grand'opera, per fare una gran
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misericordia a uno, e per sollevar molti nello stesso tempo.»
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Qui comparve nella stanza la padrona, la quale, al rumore, s'era
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affacciata anch'essa alla finestra, e avendo veduto chi le entrava in
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casa, aveva sceso le scale, di corsa, dopo essersi raccomodata alla
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meglio; e quasi nello stesso tempo, entrò il sarto da un altr'uscio.
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Vedendo avviato il discorso, andarono a riunirsi in un canto, dove
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rimasero con gran rispetto. Il cardinale, salutatili cortesemente,
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continuò a parlar con le donne, mescolando ai conforti qualche domanda,
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per veder se nelle risposte potesse trovar qualche congiuntura di far
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del bene a chi aveva tanto patito.
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«Bisognerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che
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tenessero un po' dalla parte de' poveri, e non aiutassero a metterli
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in imbroglio, per cavarsene loro,» disse Agnese, animata dal contegno
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così famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che
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il signor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli altri,
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pretendesse poi anche d'impedir loro un piccolo sfogo, un lamento con
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chi era al di sopra di lui, quando, per un caso raro, n'era venuta
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l'occasione.
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«Dite pure tutto quel che pensate,» disse il cardinale; «parlate
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liberamente.»
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«Voglio dire che, se il nostro signor curato avesse fatto il suo
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dovere, la cosa non sarebbe andata così.»
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Ma facendole il cardinale nuove istanze perchè si spiegasse meglio,
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quella cominciò a trovarsi impicciata a dover raccontare una storia
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nella quale aveva anch'essa una parte che non si curava di far sapere,
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specialmente a un tal personaggio. Trovò però il verso d'accomodarla
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con un piccolo stralcio: raccontò del matrimonio concertato, del
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rifiuto di don Abbondio, non lasciò fuori il pretesto _de' superiori_
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che lui aveva messo in campo (ah, Agnese!); e saltò all'attentato di
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don Rodrigo, e come, essendo stati avvertiti, avevano potuto scappare.
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«Ma sì,» soggiunse e concluse: «scappare per inciamparci di nuovo. Se
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in vece il signor curato ci avesse detto sinceramente la cosa, e avesse
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subito maritati i miei poveri giovani, noi ce n'andavamo via subito,
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tutti insieme, di nascosto, lontano, in luogo che nè anche l'aria non
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l'avrebbe saputo. Così s'è perduto tempo; ed è nato quel che è nato.»
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«Il signor curato mi renderà conto di questo fatto,» disse il cardinale.
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«No, signore, no, signore,» disse subito Agnese: «non ho parlato per
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questo: non lo gridi, perchè già quel che è stato è stato; e poi non
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serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo
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stesso.»
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Ma Lucia, non contenta di quella maniera di raccontar la storia,
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soggiunse: «anche noi abbiamo fatto del male: si vede che non era la
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volontà del Signore che la cosa dovesse riuscire.»
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«Che male avete potuto far voi, povera giovine?» disse Federigo.
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Lucia, malgrado gli occhiacci che la madre cercava di farle alla
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sfuggita, raccontò la storia del tentativo fatto in casa di don
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Abbondio; e concluse dicendo: «abbiam fatto male: e Dio ci ha
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gastigati.»
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«Prendete dalla sua mano i patimenti che avete sofferti, e state di
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buon animo,» disse Federigo: «perchè, chi avrà ragione di rallegrarsi e
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di sperare, se non chi ha patito, e pensa ad accusar sè medesimo?»
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Domandò allora dove fosse il promesso sposo, e sentendo da Agnese
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(Lucia stava zitta, con la testa e gli occhi bassi) ch'era scappato dal
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suo paese, ne provò e ne mostrò maraviglia e dispiacere; e volle sapere
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|
il perchè.
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Agnese raccontò alla meglio tutto quel poco che sapeva della storia di
|
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Renzo.
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«Ho sentito parlare di questo giovine,» disse il cardinale: «ma come
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mai uno che si trovò involto in affari di quella sorte, poteva essere
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in trattato di matrimonio con una ragazza così?»
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«Era un giovine dabbene,» disse Lucia, facendo il viso rosso, ma con
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voce sicura.
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«Era un giovine quieto, fin troppo,» soggiunse Agnese: «e questo lo può
|
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domandare a chi si sia, anche al signor curato. Chi sa che imbroglio
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avranno fatto laggiù, che cabale? I poveri, ci vuol poco a farli
|
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comparir birboni.»
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«È vero pur troppo,» disse il cardinale: «m'informerò di lui senza
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dubbio:» e fattosi dire nome e cognome del giovine, ne prese l'appunto
|
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sur un libriccin di memorie. Aggiunse poi che contava di portarsi al
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loro paese tra pochi giorni, che allora Lucia potrebbe venir là senza
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timore, e che intanto penserebbe lui a provvederla d'un luogo dove
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potesse esser al sicuro, fin che ogni cosa fosse accomodata per il
|
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meglio.
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Si voltò quindi ai padroni di casa, che vennero subito avanti.
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Rinnovò i ringraziamenti che aveva fatti fare dal curato, e domandò
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se sarebbero stati contenti di ricoverare, per que' pochi giorni, le
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ospiti che Dio aveva loro mandate.
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|
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«Oh! sì signore,» rispose la donna, con un tono di voce e con un viso
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ch'esprimeva molto più di quell'asciutta risposta, strozzata dalla
|
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vergogna. Ma il marito, messo in orgasmo dalla presenza d'un tale
|
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interrogatore, dal desiderio di farsi onore in un'occasione di tanta
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importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. Raggrinzò la
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fronte, torse gli occhi in traverso, strinse le labbra, tese a tutta
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forza l'arco dell'intelletto, cercò, frugò, sentì di dentro un cozzo
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d'idee monche e di mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale
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accennava già d'avere interpretato il silenzio: il pover'uomo aprì la
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|
bocca, e disse: «si figuri!» Altro non gli volle venire. Cosa, di cui
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non solo rimase avvilito sul momento; ma sempre poi quella rimembranza
|
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importuna gli guastava la compiacenza del grand'onore ricevuto. E
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quante volte, tornandoci sopra, e rimettendosi col pensiero in quella
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circostanza, gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che
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tutte sarebbero state meglio di quell'insulso _si figuri!_ Ma, come
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dice un antico proverbio, del senno di poi ne son piene le fosse.
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Il cardinale partì, dicendo: «la benedizione del Signore sia sopra
|
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questa casa.»
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Domandò poi la sera al curato come si sarebbe potuto in modo
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|
convenevole ricompensare quell'uomo, che non doveva esser ricco,
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dell'ospitalità costosa, specialmente in que' tempi. Il curato rispose
|
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che, per verità, nè i guadagni della professione, nè le rendite di
|
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certi campicelli, che il buon sarto aveva del suo, non sarebbero
|
|
bastate, in quell'annata, a metterlo in istato d'esser liberale con
|
|
gli altri; ma che, avendo fatto degli avanzi negli anni addietro, si
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|
trovava de' più agiati del contorno, e poteva far qualche spesa di
|
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più, senza dissesto, come certo faceva questa volentieri; e che, del
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|
rimanente, non ci sarebbe stato verso di fargli accettare nessuna
|
|
ricompensa.
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|
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«Avrà probabilmente,» disse il cardinale, «crediti con gente che non
|
|
può pagare.»
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|
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«Pensi, monsignore illustrissimo: questa povera gente paga con quel che
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|
le avanza della raccolta: l'anno scorso, non avanzò nulla; in questo,
|
|
tutti rimangono indietro del necessario.»
|
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|
|
«Ebbene,» disse Federigo: «prendo io sopra di me tutti que' debiti;
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|
e voi mi farete il piacere d'aver da lui la nota delle partite, e di
|
|
saldarle.»
|
|
|
|
«Sarà una somma ragionevole.»
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|
|
«Tanto meglio: e avrete pur troppo di quelli ancor più bisognosi, che
|
|
non hanno debiti perchè non trovan credenza.»
|
|
|
|
«Eh, pur troppo! Si fa quel che si può, ma come arrivare a tutto, in
|
|
tempi di questa sorte?»
|
|
|
|
«Fate che lui li vesta a mio conto, e pagatelo bene. Veramente, in
|
|
quest'anno, mi par rubato tutto ciò che non va in pane; ma questo è un
|
|
caso particolare.»
|
|
|
|
Non vogliam però chiudere la storia di quella giornata, senza raccontar
|
|
brevemente come la terminasse l'innominato.
|
|
|
|
Questa volta, la nuova della sua conversione l'aveva preceduto
|
|
nella valle; vi s'era subito sparsa, e aveva messo per tutto uno
|
|
sbalordimento, un'ansietà, un cruccio, un susurro. Ai primi bravi, o
|
|
servitori (era tutt'uno) che vide, accennò che lo seguissero; e così di
|
|
mano in mano. Tutti venivan dietro, con una sospensione nuova, e con
|
|
la suggezione solita; finchè, con un seguito sempre crescente, arrivò
|
|
al castello. Accennò a quelli che si trovavan sulla porta, che gli
|
|
venissero dietro con gli altri; entrò nel primo cortile, andò verso il
|
|
mezzo, e lì, essendo ancora a cavallo, mise un suo grido tonante: era
|
|
il segno usato, al quale accorrevano tutti que' suoi che l'avessero
|
|
sentito. In un momento, quelli ch'erano sparsi per il castello, vennero
|
|
dietro alla voce, e s'univano ai già radunati, guardando tutti il
|
|
padrone.
|
|
|
|
[Illustrazione: «Andate ad aspettarmi nella sala grande», disse loro.
|
|
(pag. 361)]
|
|
|
|
«Andate ad aspettarmi nella sala grande,» disse loro; e dall'alto della
|
|
sua cavalcatura, gli stava a veder partire. Ne scese poi, la menò lui
|
|
stesso alla stalla, e andò dov'era aspettato. Al suo apparire, cessò
|
|
subito un gran bisbiglio che c'era; tutti si ristrinsero da una parte,
|
|
lasciando vôto per lui un grande spazio della sala: potevano essere una
|
|
trentina.
|
|
|
|
L'innominato alzò la mano, come per mantener quel silenzio improvviso;
|
|
alzò la testa, che passava tutte quelle della brigata, e disse:
|
|
«ascoltate tutti, e nessuno parli, se non è interrogato. Figliuoli!
|
|
la strada per la quale siamo andati finora, conduce nel fondo
|
|
dell'inferno. Non è un rimprovero ch'io voglia farvi, io che sono
|
|
avanti a tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ciò che v'ho da dire.
|
|
Dio misericordioso m'ha chiamato a mutar vita; e io la muterò, l'ho
|
|
già mutata: così faccia con tutti voi. Sappiate dunque, e tenete per
|
|
fermo che son risoluto di prima morire che far più nulla contro la sua
|
|
santa legge. Levo a ognun di voi gli ordini scellerati che avete da
|
|
me; voi m'intendete; anzi vi comando di non far nulla di ciò che v'era
|
|
comandato. E tenete per fermo ugualmente, che nessuno, da qui avanti,
|
|
potrà far del male con la mia protezione, al mio servizio. Chi vuoi
|
|
restare a questi patti, sarà per me come un figliuolo: e mi troverei
|
|
contento alla fine di quel giorno, in cui non avessi mangiato per
|
|
satollar l'ultimo di voi, con l'ultimo pane che mi rimanesse in casa.
|
|
Chi non vuole, gli sarà dato quello che gli è dovuto di salario, e un
|
|
regalo di più: potrà andarsene; ma non metta più piede qui: quando non
|
|
fosse per mutar vita; che per questo sarà sempre ricevuto a braccia
|
|
aperte. Pensateci questa notte: domattina vi chiamerò, a uno a uno, a
|
|
darmi la risposta; e allora vi darò nuovi ordini. Per ora, ritiratevi,
|
|
ognuno al suo posto. E Dio che ha usato con me tanta misericordia, vi
|
|
mandi il buon pensiero.»
|
|
|
|
Qui finì, e tutto rimase in silenzio. Per quanto vari e tumultuosi
|
|
fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci, non ne apparve
|
|
di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce del loro
|
|
signore come la manifestazione d'una volontà con la quale non c'era da
|
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ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era mutata, non
|
|
dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro passò neppur
|
|
per la mente che, per esser lui convertito, si potesse prendergli il
|
|
sopravvento, rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano in lui un
|
|
santo, ma un di que' santi che si dipingono con la testa alta, e con la
|
|
spada in pugno. Oltre il timore, avevano anche per lui (principalmente
|
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quelli ch'eran nati sul suo, ed erano una gran parte) un'affezione come
|
|
d'uomini ligi; avevan poi tutti una benevolenza d'ammirazione; e alla
|
|
sua presenza sentivano una specie di quella, dirò pur così, verecondia,
|
|
che anche gli animi più zotici e più petulanti provano davanti a una
|
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superiorità che hanno già riconosciuta. Le cose poi che allora avevan
|
|
sentite da quella bocca, erano bensì odiose a' loro orecchi, ma non
|
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false nè affatto estranee ai loro intelletti: se mille volte se n'eran
|
|
fatti beffe, non era già perchè non le credessero, ma per prevenir con
|
|
le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, a pensarci sul serio. E
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ora, a veder l'effetto di quella paura in un animo come quello del
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loro padrone, chi più, chi meno, non ce ne fu uno che non gli se
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n'attaccasse, almeno per qualche tempo. S'aggiunga a tutto ciò, che
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quelli tra loro che, trovandosi la mattina fuor della valle, avevan
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risaputa per i primi la gran nuova, avevano insieme veduto, e avevano
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anche riferito la gioia, la baldanza della popolazione, l'amore e la
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venerazione per l'innominato, ch'erano entrati in luogo dell'antico
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odio e dell'antico terrore. Di maniera che, nell'uomo che avevan
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sempre riguardato, per dir così, di basso in alto, anche quando loro
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medesimi erano in gran parte la sua forza, vedevano ora la maraviglia,
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l'idolo d'una moltitudine; lo vedevano al di sopra degli altri, ben
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diversamente di prima, ma non meno; sempre fuori della schiera comune,
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sempre capo.
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Stavano adunque sbalorditi, incerti l'uno dell'altro, e ognun di sè.
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Chi si rodeva, chi faceva disegni del dove sarebbe andato a cercar
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ricovero e impiego; chi s'esaminava se avrebbe potuto adattarsi a
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diventar galantuomo; chi anche, tocco da quelle parole, se ne sentiva
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una certa inclinazione; chi, senza risolver nulla, proponeva di
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prometter tutto a buon conto, di rimanere intanto a mangiare quel pane
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offerto così di buon cuore, e allora così scarso, e d'acquistar tempo:
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nessuno fiatò. E quando l'innominato, alla fine delle sue parole, alzò
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di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n'andassero, quatti
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quatti, come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono. Uscì
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anche lui, dietro a loro, e, piantatosi prima nel mezzo del cortile,
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stette a vedere al barlume come si sbrancassero, e ognuno s'avviasse
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al suo posto. Salito poi a prendere una sua lanterna, girò di nuovo i
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cortili, i corridoi, le sale, visitò tutte l'entrature, e, quando vide
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ch'era tutto quieto, andò finalmente a dormire. Sì, a dormire; perchè
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aveva sonno.
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Affari intralciati, e insieme urgenti, per quanto ne fosse sempre
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andato in cerca, non se n'era mai trovati addosso tanti, in nessuna
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congiuntura, come allora; eppure aveva sonno. I rimorsi che gliel
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avevan levato la notte avanti, non che essere acquietati, mandavano
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anzi grida più alte, più severe, più assolute; eppure aveva sonno.
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L'ordine, la specie di governo stabilito là dentro da lui in tant'anni,
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con tante cure, con un tanto singolare accoppiamento d'audacia e di
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perseveranza, ora l'aveva lui medesimo messo in forse, con poche
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parole; la dipendenza illimitata di que' suoi, quel loro esser disposti
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a tutto, quella fedeltà da masnadieri, sulla quale era avvezzo da tanto
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tempo a riposare, l'aveva ora smossa lui medesimo; i suoi mezzi, gli
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aveva fatti diventare un monte d'imbrogli, s'era messa la confusione e
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l'incertezza in casa; eppure aveva sonno.
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Andò dunque in camera, s'accostò a quel letto in cui la notte avanti
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aveva trovate tante spine; e vi s'inginocchiò accanto, con l'intenzione
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di pregare. Trovò infatti in un cantuccio riposto e profondo della
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mente, le preghiere ch'era stato ammaestrato a recitar da bambino;
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cominciò a recitarle; e quelle parole, rimaste lì tanto tempo ravvolte
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insieme, venivano l'una dopo l'altra come sgomitolandosi. Provava in
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questo un misto di sentimenti indefinibile; una certa dolcezza in quel
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ritorno materiale all'abitudini dell'innocenza; un inasprimento di
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dolore al pensiero dell'abisso che aveva messo tra quel tempo e questo;
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un ardore d'arrivare, con opere di espiazione, a una coscienza nuova,
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a uno stato il più vicino all'innocenza, a cui non poteva tornare; una
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riconoscenza, una fiducia in quella misericordia che lo poteva condurre
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a quello stato, e che gli aveva già dati tanti segni di volerlo.
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Rizzatosi poi, andò a letto, e s'addormentò immediatamente.
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Così terminò quella giornata, tanto celebre ancora quando scriveva il
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nostro anonimo; e ora, se non era lui, non se ne saprebbe nulla, almeno
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de' particolari; giacchè il Ripamonti e il Rivola, citati di sopra, non
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dicono se non che quel sì segnalato tiranno, dopo un abboccamento con
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Federigo, mutò mirabilmente vita, e per sempre. E quanti son quelli che
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hanno letto i libri di que' due? Meno ancora di quelli che leggeranno
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il nostro. E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di
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cercarla, e l'abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e
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confusa tradizione del fatto? Son nate tante cose da quel tempo in poi!
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CAPITOLO XXV.
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Il giorno seguente, nel paesetto di Lucia e in tutto il territorio di
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Lecco, non si parlava che di lei, dell'innominato, dell'arcivescovo
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e d'un altro tale, che, quantunque gli piacesse molto d'andar per le
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bocche degli uomini, n'avrebbe, in quella congiuntura, fatto volentieri
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di meno: vogliam dire il signor don Rodrigo.
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Non già che prima d'allora non si parlasse de' fatti suoi; ma eran
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discorsi rotti, segreti: bisognava che due si conoscessero bene bene
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tra di loro, per aprirsi sur un tale argomento. E anche, non ci
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mettevano tutto il sentimento di che sarebbero stati capaci: perchè
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gli uomini, generalmente parlando, quando l'indegnazione non si possa
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sfogare senza grave pericolo, non solo dimostran meno, o tengono
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affatto in sè quella che sentono, ma ne senton meno in effetto. Ma ora,
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chi si sarebbe tenuto d'informarsi, e di ragionare d'un fatto così
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strepitoso, in cui s'era vista la mano del cielo, e dove facevan buona
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figura due personaggi tali? uno, in cui un amore della giustizia tanto
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animoso andava unito a tanta autorità; l'altro, con cui pareva che la
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prepotenza in persona si fosse umiliata, che la bravería fosse venuta,
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per dir così, a render l'armi, e a chiedere il riposo. A tali paragoni,
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il signor don Rodrigo diveniva un po' piccino. Allora si capiva
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da tutti cosa fosse tormentar l'innocenza per poterla disonorare,
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perseguitarla con un'insistenza così sfacciata, con sì atroce violenza,
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con sì abbominevoli insidie. Si faceva, in quell'occasione, una rivista
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di tant'altre prodezze di quel signore: e su tutto la dicevan come la
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sentivano, incoraggiti ognuno dal trovarsi d'accordo con tutti. Era un
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susurro, un fremito generale; alla larga però, per ragione di tutti
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que' bravi che colui aveva d'intorno.
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Una buona parte di quest'odio pubblico cadeva ancora sui suoi amici e
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cortigiani. Si rosolava bene il signor podestà, sempre sordo e cieco e
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muto sui fatti di quel tiranno; ma alla lontana, anche lui, perchè, se
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non aveva i bravi, aveva i birri. Col dottor Azzecca-garbugli, che non
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aveva se non chiacchiere e cabale, e con altri cortigianelli suoi pari,
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non s'usava tanti guardi: eran mostrati a dito, e guardati con occhi
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torti; di maniera che, per qualche tempo, stimaron bene di non farsi
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veder per le strade.
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Don Rodrigo, fulminato da quella notizia così impensata, così diversa
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dall'avviso che aspettava di giorno in giorno, di momento in momento,
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stette rintanato nel suo palazzotto, solo coi suoi bravi, a rodersi,
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per due giorni; il terzo, partì per Milano. Se non fosse stato altro
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che quel mormoracchiare della gente, forse, poichè le cose erano
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andate tant'avanti, sarebbe rimasto apposta per affrontarlo, anzi
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per cercar l'occasione di dare un esempio a tutti sopra qualcheduno
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de' più arditi; ma chi lo cacciò, fu l'essersi saputo per certo, che
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il cardinale veniva anche da quelle parti. Il conte zio, il quale
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di tutta quella storia non sapeva se non quel che gli aveva detto
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Attilio, avrebbe certamente preteso che, in una congiuntura simile, don
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Rodrigo facesse una gran figura, e avesse in pubblico dal cardinale le
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più distinte accoglienze: ora, ognun vede come ci fosse incamminato.
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L'avrebbe preteso, e se ne sarebbe fatto render conto minutamente;
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perchè era un'occasione importante di far vedere in che stima fosse
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tenuta la famiglia da una primaria autorità. Per levarsi da un impiccio
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così noioso, don Rodrigo, alzatosi una mattina prima del sole, si
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mise in una carrozza, col Griso e con altri bravi, di fuori, davanti
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e di dietro; e, lasciato l'ordine che il resto della servitù venisse
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poi in seguito, partì come un fuggitivo, come (ci sia un po' lecito
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di sollevare i nostri personaggi con qualche illustre paragone), come
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Catilina da Roma, sbuffando, e giurando di tornar ben presto, in altra
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comparsa, a far le sue vendette.
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Intanto, il cardinale veniva visitando, a una per giorno, le parrocchie
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del territorio di Lecco. Il giorno in cui doveva arrivare a quella di
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Lucia, già una gran parte degli abitanti erano andati sulla strada a
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incontrarlo. All'entrata del paese, proprio accanto alla casetta delle
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nostre due donne, c'era un arco trionfale, costrutto di stili per il
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ritto, e di pali per il traverso, rivestito di paglia e di borraccina,
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e ornato di rami verdi di pugnitopo e d'agrifoglio, distinti di bacche
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scarlatte; la facciata della chiesa era parata di tappezzerie; al
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davanzale d'ogni finestra pendevano coperte e lenzoli distesi, fasce
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di bambini disposte a guisa di pendoni; tutto quel poco necessario
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che fosse atto a fare, o bene o male, figura di superfluo. Verso le
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ventidue, ch'era l'ora in cui s'aspettava il cardinale, quelli ch'eran
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rimasti in casa, vecchi, donne e fanciulli la più parte, s'avviarono
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anche loro a incontrarlo, parte in fila, parte in truppa, preceduti da
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don Abbondio, uggioso in mezzo a tanta festa, e per il fracasso che lo
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sbalordiva, e per il brulicar della gente innanzi e indietro, che, come
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andava ripetendo, gli faceva girar la testa, e per il rodío segreto che
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le donne avesser potuto cicalare, e dovesse toccargli a render conto
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del matrimonio.
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Quand'ecco si vede spuntare il cardinale, o per dir meglio, la
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turba in mezzo a cui si trovava nella sua lettiga, col suo seguito
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d'intorno; perchè di tutto questo non si vedeva altro che un indizio
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in aria, al di sopra di tutte le teste, un pezzo della croce portata
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dal cappellano che cavalcava una mula. La gente che andava con don
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Abbondio, s'affrettò alla rinfusa, a raggiunger quell'altra: e lui,
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dopo aver detto, tre e quattro volte: «adagio; in fila; cosa fate?»
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si voltò indispettito; e seguitando a borbottare: «è una babilonia, è
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una babilonia,» entrò in chiesa, intanto ch'era vôta; e stette lì ad
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aspettare.
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Il cardinale veniva avanti, dando benedizioni con la mano, e
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ricevendone dalle bocche della gente, che quelli del seguito avevano
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un bel da fare a tenere un po' indietro. Per esser del paese di
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Lucia, avrebbe voluto quella gente fare all'arcivescovo dimostrazioni
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straordinarie; ma la cosa non era facile, perchè era uso che, per tutto
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dove arrivava, tutti facevano più che potevano. Già sul principio
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stesso del suo pontificato, nel primo solenne ingresso in duomo, la
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calca e l'impeto della gente addosso a lui era stato tale, da far
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temere della sua vita; e alcuni gentiluomini che gli eran più vicini,
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avevano sfoderate le spade, per atterrire e respinger la folla. Tanto
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c'era in que' costumi di scomposto e di violento, che, anche nel far
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dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, e nel moderarle,
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si dovesse andar vicino all'ammazzare. E quella difesa non sarebbe
|
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forse bastata, se il maestro e il sottomaestro delle cerimonie, un
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Clerici e un Picozzi, giovani preti che stavan bene di corpo e d'animo,
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|
non l'avessero alzato sulle braccia, e portato di peso, dalla porta
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fino all'altar maggiore. D'allora in poi, in tante visite episcopali
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ch'ebbe a fare, il primo entrar nella chiesa si può senza scherzo
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contarlo tra le sue pastorali fatiche, e qualche volta, tra i pericoli
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passati da lui.
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Entrò anche in questa come potè; andò all'altare e, dopo essere stato
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alquanto in orazione, fece, secondo il suo solito, un piccol discorso
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al popolo, sul suo amore per loro, sul suo desiderio della loro
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salvezza, e come dovessero disporsi alle funzioni del giorno dopo.
|
|
Ritiratosi poi nella casa del parroco, tra gli altri discorsi, gli
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domandò informazione di Renzo. Don Abbondio disse ch'era un giovine un
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po' vivo, un po' testardo, un po' collerico. Ma, a più particolari e
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precise domande, dovette rispondere ch'era un galantuomo, e che anche
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lui non sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte quelle
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diavolerie che avevan detto.
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«In quanto alla giovine,» riprese il cardinale, «pare anche a voi che
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possa ora venir sicuramente a dimorare in casa sua?»
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«Per ora,» rispose don Abbondio, «può venire e stare, come vuole:
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dico, per ora; ma,» soggiunse poi con un sospiro, «bisognerebbe che
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|
vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino.»
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«Il Signore è sempre vicino,» disse il cardinale: «del resto, penserò
|
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io a metterla al sicuro.» E diede subito ordine che, il giorno dopo,
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di buon'ora, si spedisse la lettiga, con una scorta, a prender le due
|
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donne.
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Don Abbondio uscì di lì tutto contento che il cardinale gli avesse
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parlato de' due giovani, senza chiedergli conto del suo rifiuto di
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maritarli.--Dunque non sa niente,--diceva tra sè:--Agnese è stata
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zitta: miracolo! È vero che s'hanno a tornare a vedere; ma le daremo
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un'altra istruzione, le daremo.--E non sapeva, il pover'uomo, che
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|
Federigo non era entrato in quell'argomento, appunto perchè intendeva
|
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di parlargliene a lungo, in tempo più libero; e, prima di dargli ciò
|
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che gli era dovuto, voleva sentire anche le sue ragioni.
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Ma i pensieri del buon prelato per metter Lucia al sicuro eran divenuti
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inutili: dopo che l'aveva lasciata, eran nate delle cose, che dobbiamo
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raccontare.
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Le due donne, in que' pochi giorni ch'ebbero a passare nella casuccia
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ospitale del sarto, avevan ripreso, per quanto avevan potuto, ognuna
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il suo antico tenor di vita. Lucia aveva subito chiesto da lavorare;
|
|
e, come aveva fatto nel monastero, cuciva, cuciva, ritirata in una
|
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stanzina, lontano dagli occhi della gente. Agnese andava un po' fuori,
|
|
un po' lavorava in compagnia della figlia. I loro discorsi eran
|
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tanto più tristi, quanto più affettuosi: tutt'e due eran preparate
|
|
a una separazione; giacchè la pecora non poteva tornare a star così
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vicino alla tana del lupo: e quando, quale, sarebbe il termine di
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questa separazione? L'avvenire era oscuro, imbrogliato: per una di
|
|
loro principalmente. Agnese tanto ci andava facendo dentro le sue
|
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congetture allegre: che Renzo finalmente, se non gli era accaduto nulla
|
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di sinistro, dovrebbe presto dar le sue nuove; e se aveva trovato da
|
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lavorare e da stabilirsi, se (e come dubitarne?) stava fermo nelle
|
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sue promesse, perchè non si potrebbe andare a star con lui? E di tali
|
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speranze, ne parlava e ne riparlava alla figlia, per la quale non
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saprei dire se fosse maggior dolore il sentire, o pena il rispondere.
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|
Il suo gran segreto l'aveva sempre tenuto in sè; e, inquietata bensì
|
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dal dispiacere di fare a una madre così buona un sotterfugio, che non
|
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era il primo; ma trattenuta, come invincibilmente, dalla vergogna e
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da' vari timori che abbiam detto di sopra, andava d'oggi in domani,
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senza dir nulla. I suoi disegni eran ben diversi da quelli della madre,
|
|
o, per dir meglio, non n'aveva; s'era abbandonata alla Provvidenza.
|
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Cercava dunque di lasciar cadere, o di stornare quel discorso; o
|
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diceva, in termini generali, di non aver più speranza, nè desiderio di
|
|
cosa di questo mondo, fuorchè di poter presto riunirsi con sua madre;
|
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le più volte, il pianto veniva opportunamente a troncar le parole.
|
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«Sai perchè ti par così?» diceva Agnese: «perchè hai tanto patito,
|
|
e non ti par vero che la possa voltarsi in bene. Ma lascia fare al
|
|
Signore; e se.... Lascia che si veda un barlume, appena un barlume di
|
|
speranza; e allora mi saprai dire se non pensi più a nulla.» Lucia
|
|
baciava la madre, e piangeva.
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|
[Illustrazione: Quand'ecco si vede spuntare il cardinale..... (pag.
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366)]
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|
Del resto, tra loro e i loro ospiti era nata subito una grand'amicizia:
|
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e dove nascerebbe, se non tra beneficati e benefattori, quando gli
|
|
uni e gli altri son buona gente? Agnese specialmente faceva di gran
|
|
chiacchiere con la padrona. Il sarto poi dava loro un po' di svago con
|
|
delle storie, e con de' discorsi morali: e, a desinare soprattutto,
|
|
aveva sempre qualche bella cosa da raccontare, di Bovo d'Antona o de'
|
|
Padri del deserto.
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|
|
|
Poco distante da quel paesetto, villeggiava una coppia d'alto affare;
|
|
don Ferrante e donna Prassede: il casato, al solito, nella penna
|
|
dell'anonimo. Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto
|
|
inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l'uomo
|
|
possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli
|
|
altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra
|
|
cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per
|
|
mezzo de' nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso
|
|
stanno come possono. Con l'idee donna Prassede si regolava come dicono
|
|
che si deve far con gli amici: n'aveva poche; ma a quelle poche era
|
|
molto affezionata. Tra le poche, ce n'era per disgrazia molte delle
|
|
storte; e non eran quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi,
|
|
o di proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi,
|
|
cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di
|
|
crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa
|
|
supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più
|
|
di quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò
|
|
che c'era di reale, o di vederci ciò che non c'era; e molte altre cose
|
|
simili, che possono accadere, e che accadono a tutti, senza eccettuarne
|
|
i migliori; ma a donna Prassede, troppo spesso e, non di rado, tutte in
|
|
una volta.
|
|
|
|
Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in quell'occasione,
|
|
si diceva della giovine, le venne la curiosità di vederla; e mandò una
|
|
carrozza, con un vecchio bracciere, a prender la madre e la figlia.
|
|
Questa si ristringeva nelle spalle, e pregava il sarto, il quale aveva
|
|
fatta loro l'imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. Finchè s'era
|
|
trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine del
|
|
miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in
|
|
questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti
|
|
versi, tant'esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così,
|
|
e ch'era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che
|
|
poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il
|
|
resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette
|
|
arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con
|
|
altrettanti «sicuro, sicuro.»
|
|
|
|
Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grand'accoglienza, e
|
|
molte congratulazioni; interrogò, consigliò: il tutto con una certa
|
|
superiorità quasi innata, ma corretta da tante espressioni umili,
|
|
temperata da tanta premura, condita di tanta spiritualità, che, Agnese
|
|
quasi subito, Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevate
|
|
dal rispetto opprimente che da principio aveva loro incusso quella
|
|
signorile presenza; anzi ci trovarono una certa attrattiva. E per
|
|
venire alle corte, donna Prassede, sentendo che il cardinale s'era
|
|
incaricato di trovare a Lucia un ricovero, punta dal desiderio di
|
|
secondare e di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s'esibì
|
|
di prender la giovine in casa, dove, senz'essere addetta ad alcun
|
|
servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, aiutar l'altre donne ne'
|
|
loro lavori. E soggiunse che penserebbe lei a darne parte a monsignore.
|
|
|
|
Oltre il bene chiaro e immediato che c'era in un'opera tale, donna
|
|
Prassede ce ne vedeva, e se ne proponeva un altro, forse più
|
|
considerabile, secondo lei; di raddirizzare un cervello, di metter
|
|
sulla buona strada chi n'aveva gran bisogno. Perchè, fin da quando
|
|
aveva sentito la prima volta parlar di Lucia, s'era subito persuasa
|
|
che una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco di buono,
|
|
a un sedizioso, a uno scampaforca, in somma, qualche magagna, qualche
|
|
pecca nascosta la doveva avere. Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi
|
|
sei. La visita di Lucia aveva confermata quella persuasione. Non che,
|
|
in fondo, come si dice, non le paresse una buona giovine; ma c'era
|
|
molto da ridire. Quella testina bassa, col mento inchiodato sulla
|
|
fontanella della gola, quel non rispondere, o risponder secco secco,
|
|
come per forza, potevano indicar verecondia; ma denotavano sicuramente
|
|
molta caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella testina
|
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aveva le sue idee. E quell'arrossire ogni momento, e quel rattenere i
|
|
sospiri.... Due occhioni poi, che a donna Prassede non piacevan punto.
|
|
Teneva essa per certo, come se lo sapesse, di buon luogo, che tutte le
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|
sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la sua amicizia con
|
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quel poco di buono, e un avviso per far che se ne staccasse affatto; e
|
|
stante questo, si proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacchè,
|
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come diceva spesso agli altri e a sè stessa, tutto il suo studio era
|
|
di secondare i voleri del cielo; ma faceva spesso uno sbaglio grosso,
|
|
ch'era di prender per cielo il suo cervello. Però, della seconda
|
|
intenzione che abbiam detto, si guardò bene di darne il minimo indizio.
|
|
Era una delle sue massime questa, che, per riuscire a far del bene alla
|
|
gente, la prima cosa, nella maggior parte de' casi, è di non metterli a
|
|
parte del disegno.
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La madre e la figlia si guardarono in viso. Nella dolorosa necessità di
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dividersi, l'esibizione parve a tutt'e due da accettarsi, se non altro
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per esser quella villa così vicina al loro paesetto: per cui, alla
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peggio de' peggi, si ravvicinerebbero e potrebbero trovarsi insieme,
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alla prossima villeggiatura. Visto, l'una negli occhi dell'altra, il
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consenso, si voltaron tutt'e due a donna Prassede con quel ringraziare
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che accetta. Essa rinnovò le gentilezze e le promesse, e disse che
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manderebbe subito una lettera da presentare a monsignore.
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Partite le donne, la lettera se la fece distendere da don Ferrante, di
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cui, per esser letterato, come diremo più in particolare, si serviva
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per segretario, nell'occasioni d'importanza. Trattandosi d'una di
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questa sorte, don Ferrante ci mise tutto il suo sapere, e, consegnando
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la minuta da copiare alla consorte, le raccomandò caldamente
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l'ortografia; ch'era una delle molte cose che aveva studiate, e delle
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poche sulle quali avesse lui il comando in casa. Donna Prassede copiò
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diligentissimamente, e spedì la lettera alla casa del sarto. Questo
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fu due o tre giorni prima che il cardinale mandasse la lettiga per
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ricondur le donne al loro paese.
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Arrivate, smontarono alla casa parrocchiale, dove si trovava il
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cardinale. C'era ordine d'introdurle subito: il cappellano, che fu il
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primo a vederle, l'eseguì, trattenendole solo quant'era necessario per
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dar loro, in fretta in fretta, un po' d'istruzione sul cerimoniale da
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usarsi con monsignore, e sui titoli da dargli; cosa che soleva fare,
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ogni volta che lo potesse di nascosto a lui. Era per il pover'uomo
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un tormento continuo il vedere il poco ordine che regnava intorno al
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cardinale, su quel particolare: «tutto,» diceva con gli altri della
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famiglia, «per la troppa bontà di quel benedett'uomo; per quella gran
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famigliarità.» E raccontava d'aver perfino sentito più d'una volta co'
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suoi orecchi, rispondergli: messer sì, e messer no.
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Stava in quel momento il cardinale discorrendo con don Abbondio, sugli
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affari della parrocchia: dimodochè questo non ebbe campo di dare anche
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lui, come avrebbe desiderato, le sue istruzioni alle donne. Solo,
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nel passar loro accanto, mentre usciva, e quelle venivano avanti,
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potè dar loro d'occhio, per accennare ch'era contento di loro, e che
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continuassero, da brave, a non dir nulla.
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Dopo le prime accoglienze da una parte, e i primi inchini dall'altra,
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Agnese si cavò di seno la lettera, e la presentò al cardinale, dicendo:
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«è della signora donna Prassede, la quale dice che conosce molto
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vossignoria illustrissima, monsignore; come naturalmente, tra loro
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signori grandi, si devon conoscer tutti. Quand'avrà letto, vedrà.»
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«Bene,» disse Federigo, letto che ebbe, e ricavato il sugo del senso
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da' fiori di don Ferrante. Conosceva quella casa quanto bastasse per
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esser certo che Lucia c'era invitata con buona intenzione, e che lì
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sarebbe sicura dall'insidie e dalla violenza del suo persecutore. Che
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concetto avesse della testa di donna Prassede, non n'abbiam notizia
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positiva. Probabilmente, non era quella la persona che avrebbe scelta
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a un tal intento; ma come abbiam detto o fatto intendere altrove, non
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era suo costume di disfar le cose che non toccavano a lui, per rifarle
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meglio.
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«Prendete in pace anche questa separazione, e l'incertezza in cui vi
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trovate,» soggiunse poi: «confidate che sia per finir presto, e che il
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Signore voglia guidar le cose a quel termine a cui pare che le avesse
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indirizzate; ma tenete per certo che quello che vorrà Lui, sarà il
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meglio per voi.» Diede a Lucia in particolare qualche altro ricordo
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amorevole; qualche altro conforto a tutt'e due; le benedisse, e le
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lasciò andare. Appena fuori, si trovarono addosso uno sciame d'amici
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e d'amiche, tutto il comune, si può dire, che le aspettava, e le
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condusse a casa, come in trionfo. Era tra tutte quelle donne una gara
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di congratularsi, di compiangere, di domandare; e tutte esclamavano
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dal dispiacere, sentendo che Lucia se n'anderebbe il giorno dopo. Gli
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uomini gareggiavano nell'offrir servizi; ognuno voleva star quella
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notte a far la guardia alla casetta. Sul qual atto, il nostro anonimo
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credè bene di formare un proverbio: volete aver molti in aiuto? cercate
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di non averne bisogno.
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Tante accoglienze confondevano e sbalordivano Lucia: Agnese non
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s'imbrogliava così per poco. Ma in sostanza fecero bene anche a Lucia,
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distraendola alquanto da' pensieri e dalle rimembranze che, pur troppo,
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anche in mezzo al frastono, le si risvegliavano, su quell'uscio, in
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quelle stanzucce, alla vista d'ogni oggetto.
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Al tocco della campana che annunziava vicino il cominciar delle
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funzioni, tutti si mossero verso la chiesa, e fu per le nostre donne
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un'altra passeggiata trionfale.
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Terminate le funzioni, don Abbondio, ch'era corso a vedere se Perpetua
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aveva ben disposto ogni cosa per il desinare, fu chiamato dal
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cardinale. Andò subito dal grand'ospite, il quale, lasciatolo venir
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vicino, «signor curato,» cominciò; e quelle parole furon dette in
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maniera, da dover capire, ch'erano il principio d'un discorso lungo e
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serio: «signor curato; perchè non avete voi unita in matrimonio quella
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povera Lucia col suo promesso sposo?»
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--Hanno votato il sacco stamattina coloro,--pensò don Abbondio; e
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rispose borbottando: «monsignore illustrissimo avrà ben sentito parlare
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degli scompigli che son nati in quell'affare: è stata una confusione
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tale, da non poter, neppure al giorno d'oggi, vederci chiaro: come
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anche vossignoria illustrissima può argomentare da questo, che la
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giovine è qui, dopo tanti accidenti, come per miracolo; e il giovine,
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dopo altri accidenti, non si sa dove sia.»
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«Domando,» riprese il cardinale, «se è vero che, prima di tutti codesti
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casi, abbiate rifiutato di celebrare il matrimonio, quando n'eravate
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richiesto, nel giorno fissato; e il perchè.»
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«Veramente.... se vossignoria illustrissima sapesse.... che
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intimazioni.... che comandi terribili ho avuti di non parlare....» E
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restò lì, senza concludere, in un cert'atto, da far rispettosamente
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intendere che sarebbe indiscrezione il voler saperne di più.
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«Ma!» disse il cardinale, con voce e con aria grave fuor del consueto:
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«è il vostro vescovo che, per suo dovere e per vostra giustificazione,
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vuol saper da voi il perchè non abbiate tatto ciò che, nella via
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regolare, era obbligo vostro di fare.»
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«Monsignore,» disse don Abbondio, facendosi piccino piccino, «non ho
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già voluto dire.... Ma m'è parso che, essendo cose intralciate, cose
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vecchie e senza rimedio, fosse inutile di rimestare.... Però, però,
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dico.... so che vossignoria illustrissima non vuol tradire un suo
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povero parroco. Perchè vede bene, monsignore; vossignoria illustrissima
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non può esser per tutto; e io resto qui esposto.... Però, quando Lei me
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lo comanda, dirò, dirò tutto.»
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«Dite: io non vorrei altro che trovarvi senza colpa.»
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Allora don Abbondio si mise a raccontare la dolorosa storia; ma tacque
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il nome principale, e vi sostituì: un gran signore; dando così alla
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prudenza tutto quel poco che si poteva, in una tale stretta.
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«E non avete avuto altro motivo?» domandò il cardinale, quando don
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Abbondio ebbe finito.
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«Ma forse non mi sono spiegato abbastanza,» rispose questo: «sotto pena
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della vita, m'hanno intimato di non far quel matrimonio.»
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«E vi par codesta una ragion bastante, per lasciar d'adempire un dovere
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preciso?»
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«Io ho sempre cercato di farlo, il mio dovere, anche con mio grave
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incomodo, ma quando si tratta della vita....»
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«E quando vi siete presentato alla Chiesa,» disse, con accento ancor
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più grave, Federigo, «per addossarvi codesto ministero, v'ha essa
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fatto sicurtà della vita? V'ha detto che i doveri annessi al ministero
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fossero liberi da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? O v'ha detto
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forse che dove cominciasse, il pericolo, ivi cesserebbe il dovere? O
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non v'ha espressamente detto il contrario? Non v'ha avvertito che vi
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mandava come un agnello tra i lupi? Non sapevate voi che c'eran de'
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violenti, a cui potrebbe dispiacere ciò che a voi sarebbe comandato?
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Quello da Cui abbiam la dottrina e l'esempio, ad imitazione di Cui
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ci lasciam nominare e ci nominiamo pastori, venendo in terra a
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esercitarne l'ufizio, mise forse per condizione d'aver salva la vita?
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E per salvarla, per conservarla, dico, qualche giorno di più sulla
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terra, a spese della carità e del dovere, c'era bisogno dell'unzione
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santa, dell'imposizion delle mani, della grazia del sacerdozio? Basta
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il mondo a dar questa virtù, a insegnar questa dottrina. Che dico?
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oh vergogna! il mondo stesso la rifiuta: il mondo fa anch'esso le
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sue leggi, che prescrivono il male come il bene; ha il suo vangelo
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anch'esso, un vangelo di superbia e d'odio; e non vuol che si dica che
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l'amore della vita sia una ragione per trasgredirne i comandamenti.
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Non lo vuole; ed è ubbidito. E noi! noi figli e annunziatori della
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promessa! Che sarebbe la Chiesa, se codesto vostro linguaggio fosse
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quello di tutti i vostri confratelli? Dove sarebbe, se fosse comparsa
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nel mondo con codeste dottrine?»
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Don Abbondio stava a capo basso: il suo spirito si trovava tra quegli
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argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono
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sollevato in una regione sconosciuta, in un'aria che non ha mai
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respirata. Vedendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una
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certa sommissione forzata: «monsignore illustrissimo, avrò torto.
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Quando la vita non si deve contare, non so cosa mi dire. Ma quando s'ha
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che fare con certa gente, con gente che ha la forza, e che non vuol
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sentir ragioni, anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci si
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potesse guadagnare. È un signore quello, con cui non si può nè vincerla
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nè impattarla.»
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«E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere?
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E se non sapete questo, che cosa predicate? di che siete maestro? qual
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è la _buona nuova_ che annunziate a' poveri? Chi pretende da voi che
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vinciate la forza con la forza? Certo non vi sarà domandato, un giorno,
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se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti; che a questo non vi fu
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dato nè missione, nè modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati
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i mezzi ch'erano in vostra mano per far ciò che v'era prescritto, anche
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quando avessero la temerità di proibirvelo.»
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--Anche questi santi son curiosi,--pensava intanto don Abbondio:--in
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sostanza, a spremerne il sugo, gli stanno più a cuore gli amori di due
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giovani, che la vita d'un povero sacerdote.--E, in quant'a lui, si
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sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse lì; ma vedeva il
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cardinale, a ogni pausa, restare in atto di chi aspetti una risposta:
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una confessione, o un'apologia, qualcosa insomma.
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«Torno a dire, monsignore,» rispose dunque, «che avrò torto io.... Il
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coraggio, uno non se lo può dare.»
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«E perchè dunque, potrei dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero
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che v'impone di stare in guerra con le passioni del secolo? Ma come,
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vi dirò piuttosto, come non pensate che, se in codesto ministero,
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comunque vi ci siate messo, v'è necessario il coraggio, per adempir
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le vostre obbligazioni, c'è Chi ve lo darà infallibilmente, quando
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glielo chiediate? Credete voi che tutti que' milioni di martiri
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avessero naturalmente coraggio? che non facessero naturalmente nessun
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conto della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, tanti
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vecchi avvezzi a rammaricarsi che fosse già vicina a finire, tante
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donzelle, tante spose, tante madri? Tutti hanno avuto coraggio; perchè
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il coraggio era necessario, ed essi confidavano. Conoscendo la vostra
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debolezza e i vostri doveri, avete voi pensato a prepararvi ai passi
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difficili a cui potevate trovarvi, a cui vi siete trovato in effetto?
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Ah! se per tant'anni d'ufizio pastorale, avete (e come non avreste?)
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amato il vostro gregge, se avete riposto in esso il vostro cuore, le
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vostre cure, le vostre delizie, il coraggio non doveva mancarvi al
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bisogno: l'amore è intrepido. Ebbene, se voi gli amavate, quelli che
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sono affidati alle vostre cure spirituali, quelli che voi chiamate
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figliuoli; quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi, ah
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certo! come la debolezza della carne v'ha fatto tremar per voi, così la
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carità v'avrà fatto tremar per loro. Vi sarete umiliato di quel primo
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timore, perchè era un effetto della vostra miseria; avrete implorato
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la forza per vincerlo, per discacciarlo, perchè era una tentazione:
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ma il timor santo e nobile per gli altri, per i vostri figliuoli,
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quello l'avrete ascoltato, quello non v'avrà dato pace, quello v'avrà
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eccitato, costretto, a pensare, a fare ciò che si potesse, per riparare
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al pericolo che lor sovrastava.... Cosa v'ha ispirato il timore,
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l'amore? Cosa avete fatto per loro? Cosa avete pensato?»
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E tacque in atto di chi aspetta.
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CAPITOLO XXVI.
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A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s'era ingegnato di
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risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar
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parola. E, per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto
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davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le
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frasi, nè altro da temere che le critiche de' nostri lettori; anche
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noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non
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so che di strano in questo mettere in campo, con così poca fatica,
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tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli
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altri, di sacrifizio illimitato di sè. Ma pensando che quelle cose
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erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio.
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«Voi non rispondete?» riprese il cardinale. «Ah, se aveste fatto, dalla
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parte vostra, ciò che la carità, ciò che il dovere richiedeva; in
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qualunque maniera poi le cose fossero andate, non vi mancherebbe ora
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una risposta. Vedete dunque voi stesso cosa avete fatto. Avete ubbidito
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all'iniquità, non curando ciò che il dovere vi prescriveva. L'avete
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ubbidita puntualmente: s'era fatta vedere a voi, per intimarvi il suo
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desiderio; ma voleva rimanere occulta a chi avrebbe potuto ripararsi da
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essa, e mettersi in guardia; non voleva che si facesse rumore, voleva
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il segreto, per maturare a suo bell'agio i suoi disegni d'insidie
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o di forza; vi comandò la trasgressione e il silenzio: voi avete
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trasgredito, e non parlavate. Domando ora a voi se non avete fatto di
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più; voi mi direte se è vero che abbiate mendicati de' pretesti al
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vostro rifiuto, per non rivelarne il motivo.» E stette lì alquanto,
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aspettando di nuovo una risposta.
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--Anche questa gli hanno rapportata le chiacchierone,--pensava don
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Abbondio; ma non dava segno d'aver nulla da dire; onde il cardinale
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riprese: «se è vero, che abbiate detto a que' poverini ciò che non
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era, per tenerli nell'ignoranza, nell'oscurità, in cui l'iniquità li
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voleva.... Dunque lo devo credere; dunque non mi resta che d'arrossirne
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con voi, e di sperare che voi ne piangerete con me. Vedete a che v'ha
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condotto (Dio buono! e pur ora voi la adducevate per iscusa) quella
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premura per la vita che deve finire. V'ha condotto.... ribattete
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liberamente queste parole, se vi paiono ingiuste, prendetele in
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umiliazione salutare, se non lo sono.... v'ha condotto a ingannare i
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deboli, a mentire ai vostri figliuoli.»
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--Ecco come vanno le cose,--diceva ancora tra sè don Abbondio:--a quel
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satanasso,--e pensava all'innominato,--le braccia al collo; e con
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me, per una mezza bugia, detta a solo fine di salvar la pelle, tanto
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chiasso. Ma sono superiori; hanno sempre ragione. È il mio pianeta,
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che tutti m'abbiano a dare addosso; anche i santi.--E ad alta voce,
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disse: «ho mancato; capisco che ho mancato; ma cosa dovevo fare in un
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frangente di quella sorte?»
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«E ancor lo domandate? E non ve l'ho detto? E dovevo dirvelo? Amare,
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figliuolo; amare e pregare. Allora avreste sentito che l'iniquità
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può aver bensì delle minacce da fare, de' colpi da dare, ma non de'
|
|
comandi; avreste unito, secondo la legge di Dio, ciò che l'uomo voleva
|
|
separare; avreste prestato a quegl'innocenti infelici il ministero che
|
|
avevan ragione di richieder da voi: delle conseguenze sarebbe restato
|
|
mallevadore Iddio, perchè si sarebbe andati per la sua strada: avendone
|
|
presa un'altra, ne restate mallevadore voi; e di quali conseguenze!
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Ma forse che tutti i ripari umani vi mancavano? forse che non era
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|
aperta alcuna via di scampo, quand'aveste voluto guardarvi d'intorno,
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pensarci, cercare? Ora voi potete sapere che que' vostri poverini,
|
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quando fossero stati maritati, avrebbero pensato da sè al loro
|
|
scampo, eran disposti a fuggire dalla faccia del potente, s'eran già
|
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disegnato il luogo di rifugio. Ma anche senza questo, non vi venne in
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|
mente che alla fine avevate un superiore? Il quale, come mai avrebbe
|
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quest'autorità di riprendervi d'aver mancato al vostro ufizio, se
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non avesse anche l'obbligo d'aiutarvi ad adempirlo? Perchè non avete
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pensato a informare il vostro vescovo dell'impedimento che un'infame
|
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violenza metteva all'esercizio del vostro ministero?»
|
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--I pareri di Perpetua!--pensava stizzosamente don Abbondio, a cui,
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|
in mezzo a que' discorsi, ciò che stava più vivamente davanti, era
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|
l'immagine di que' bravi, e il pensiero che don Rodrigo era vivo e
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sano, e, un giorno o l'altro, tornerebbe glorioso e trionfante, e
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|
arrabbiato. E benchè quella dignità presente, quell'aspetto e quel
|
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linguaggio, lo facessero star confuso, e gl'incutessero un certo
|
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timore, era però un timore che non lo soggiogava affatto, nè impediva
|
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al pensiero di ricalcitrare: perchè c'era in quel pensiero, che, alla
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fin delle fini, il cardinale non adoprava nè schioppo, nè spada, nè
|
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bravi.
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«Come non avete pensato,» proseguiva questo, «che, se a quegl'innocenti
|
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insidiati non fosse stato aperto altro rifugio, c'ero io, per
|
|
accoglierli, per metterli in salvo quando voi me gli aveste
|
|
indirizzati, indirizzati dei derelitti a un vescovo, come cosa sua,
|
|
come parte preziosa, non dico del suo carico, ma delle sue ricchezze? E
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in quanto a voi, io, sarei divenuto inquieto per voi; io, avrei dovuto
|
|
non dormire, fin che non fossi sicuro che non vi sarebbe torto un
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|
capello. Ch'io non avessi come, dove, mettere in sicuro la vostra vita?
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|
Ma quell'uomo che fu tanto ardito, credete voi che non gli si sarebbe
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scemato punto l'ardire, quando avesse saputo che le sue trame eran
|
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note fuor di qui, note a me, ch'io vegliavo, ed ero risoluto d'usare
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|
in vostra difesa tutti i mezzi che fossero in mia mano? Non sapevate
|
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che, se l'uomo promette troppo spesso più che non sia per mantenere,
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minaccia anche non di rado, più che non s'attenti poi di commettere?
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Non sapevate che l'iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma
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anche sulla credulità e sullo spavento altrui?»
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--Proprio le ragioni di Perpetua,--pensò anche qui don Abbondio, senza
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riflettere che quel trovarsi d'accordo la sua serva e Federigo Borromeo
|
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su ciò che si sarebbe potuto e dovuto fare, voleva dir molto contro di
|
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lui.
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«Ma voi,» proseguì e concluse il cardinale, «non avete visto, non avete
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voluto veder altro che il vostro pericolo temporale; qual maraviglia
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che vi sia parso tale, da trascurar per esso ogni altra cosa?»
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«Gli è perchè le ho viste io quelle facce,» scappò detto a don
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Abbondio; «le ho sentite io quelle parole. Vossignoria illustrissima
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parla bene; ma bisognerebbe esser ne' panni d'un povero prete, e
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|
essersi trovato al punto.»
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Appena ebbe proferite queste parole, si morse la lingua; s'accorse
|
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d'essersi lasciato troppo vincere dalla stizza, e disse tra sè:--ora
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vien la grandine.--Ma alzando dubbiosamente lo sguardo, fu tutto
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maravigliato, nel veder l'aspetto di quell'uomo, che non gli riusciva
|
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mai d'indovinare nè di capire, nel vederlo, dico, passare, da quella
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|
gravità autorevole e correttrice, a una gravità compunta e pensierosa.
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«Pur troppo!» disse Federigo, «tale è la misera e terribile nostra
|
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condizione. Dobbiamo esigere rigorosamente dagli altri quello che
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Dio sa se noi saremmo pronti a dare: dobbiamo giudicare, correggere,
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riprendere; e Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quel
|
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che abbiam fatto in casi somiglianti! Ma guai s'io dovessi prender
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la mia debolezza per misura del dovere altrui, per norma del mio
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insegnamento! Eppure è certo che, insieme con le dottrine, io devo
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dare agli altri l'esempio, non rendermi simile al dottor della legge,
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che carica gli altri di pesi che non posson portare, e che lui non
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toccherebbe con un dito. Ebbene, figliuolo e fratello; poichè gli
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errori di quelli che presiedono, sono spesso più noti agli altri che
|
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a loro; se voi sapete ch'io abbia, per pusillanimità, per qualunque
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rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi
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ravvedere; affinchè, dov'è mancato l'esempio, supplisca almeno la
|
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confessione. Rimproveratemi liberamente le mie debolezze; e allora le
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parole acquisteranno più valore nella mia bocca, perchè sentirete più
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vivamente, che non son mie, ma di Chi può dare a voi e a me la forza
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necessaria per far ciò che prescrivono.»
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--Oh che sant'uomo! ma che tormento!--pensava don Abbondio:--anche
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sopra di sè: purchè frughi, rimesti, critichi, inquisisca; anche sopra
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di sè.--Disse poi ad alta voce: «oh monsignore! che mi fa celia?
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Chi non conosce il petto forte, lo zelo imperterrito di vossignoria
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illustrissima?» E tra sè soggiunse:--anche troppo.--
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«Io non vi chiedevo una lode, che mi fa tremare,» disse Federigo,
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«perchè Dio conosce i miei mancamenti, e quello che ne conosco anch'io,
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basta a confondermi. Ma avrei voluto, vorrei che ci confondessimo
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insieme davanti a Lui, per confidare insieme. Vorrei, per amor vostro,
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che intendeste quanto la vostra condotta sia stata opposta, quanto sia
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opposto il vostro linguaggio alla legge che pur predicate, e secondo la
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quale sarete giudicato.»
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«Tutto casca addosso a me,» disse don Abbondio: «ma queste persone che
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son venute a rapportare, non le hanno poi detto d'essersi introdotte
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in casa mia, a tradimento, per sorprendermi, e per fare un matrimonio
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contro le regole.»
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«Me l'hanno detto, figliuolo: ma questo m'accora, questo m'atterra,
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che voi desideriate ancora di scusarvi; che pensiate di scusarvi,
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accusando; che prendiate materia d'accusa da ciò che dovrebb'esser
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parte della vostra confessione. Chi gli ha messi, non dico nella
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necessità, ma nella tentazione di far ciò che hanno fatto? Avrebbero
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essi cercata quella via irregolare, se la legittima non fosse loro
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stata chiusa? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati accolti
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nelle sue braccia, aiutati, consigliati da lui? a sorprenderlo, se non
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si fosse nascosto? E a questi voi date carico? e vi sdegnate perchè,
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dopo tante sventure, che dico? nel mezzo della sventura, abbian
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detto una parola di sfogo al loro, al vostro pastore? Che il ricorso
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dell'oppresso, la querela dell'afflitto siano odiosi al mondo, il
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mondo è tale; ma noi! E che pro sarebbe stato per voi, se avessero
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taciuto? Vi tornava conto che la loro causa andasse intera al giudizio
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di Dio? Non è per voi una nuova ragione d'amar queste persone (e già
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tante ragioni n'avete), che v'abbian dato occasione di sentir la voce
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sincera del vostro vescovo, che v'abbian dato un mezzo di conoscer
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meglio, e di scontare in parte il gran debito che avete con loro? Ah!
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se v'avessero provocato, offeso, tormentato, vi direi (e dovrei io
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dirvelo?) d'amarli, appunto per questo. Amateli perchè hanno patito,
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perchè patiscono, perchè son vostri, perchè son deboli, perchè avete
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bisogno d'un perdono, a ottenervi il quale, pensate di qual forza possa
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essere la loro preghiera.»
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Don Abbondio stava zitto; ma non era più quel silenzio forzato e
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impaziente: stava zitto come chi ha più cose da pensare che da dire. Le
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parole che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove,
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ma d'una dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata.
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Il male degli altri, dalla considerazion del quale l'aveva sempre
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distratto la paura del proprio, gli faceva ora un'impressione nuova.
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E se non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (chè
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quella stessa paura era sempre lì a far l'ufizio di difensore), ne
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sentiva però; sentiva un certo dispiacere di sè, una compassione per
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gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se ci si lascia
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passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d'una
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candela, che presentato alla fiamma d'una gran torcia, da principio
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fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine
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s'accende e, bene o male, brucia. Si sarebbe apertamente accusato,
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avrebbe pianto, se non fosse stato il pensiero di don Rodrigo; ma
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tuttavia si mostrava abbastanza commosso, perchè il cardinale dovesse
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accorgersi che le sue parole non erano state senza effetto.
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«Ora,» prosegui questo, «uno fuggitivo da casa sua, l'altra in procinto
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d'abbandonarla, tutt'e due con troppo forti motivi di starne lontani,
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senza probabilità di riunirsi mai qui, e contenti di sperare che Dio
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li riunisca altrove; ora, pur troppo, non hanno bisogno di voi; pur
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troppo, voi non avete occasione di far loro del bene; nè il corto
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nostro prevedere può scoprirne alcuna nell'avvenire. Ma chi sa se
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Dio misericordioso non ve ne prepara? Ah non le lasciate sfuggire!
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cercatele, state alle velette, pregatelo che le faccia nascere.»
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«Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero,» rispose don
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Abbondio, con una voce che, in quel momento, veniva proprio dal cuore.
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«Ah sì, figliuolo, sì!» esclamò Federigo; e con una dignità piena
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d'affetto, concluse: «lo sa il cielo se avrei desiderato di tener
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con voi tutt'altri discorsi. Tutt'e due abbiamo già vissuto molto:
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lo sa il cielo se m'è stato duro di dover contristar con rimproveri
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codesta vostra canizie, e quanto sarei stato più contento di consolarci
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insieme delle nostre cure comuni, de' nostri guai, parlando della beata
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speranza, alla quale siamo arrivati così vicino. Piaccia a Dio che le
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parole le quali ho pur dovuto usar con voi, servano a voi e a me. Non
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fate che m'abbia a chieder conto, in quel giorno, d'avervi mantenuto in
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un ufizio, al quale avete così infelicemente mancato. Ricompriamo il
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tempo: la mezzanotte è vicina; lo Sposo non può tardare; teniamo accese
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le nostre lampade. Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vôti,
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perchè Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al passato,
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che assicura l'avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con
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sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno.»
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Così detto, si mosse; e don Abbondio gli andò dietro.
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Qui l'anonimo ci avvisa che non fu questo il solo abboccamento di que'
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due personaggi, nè Lucia il solo argomento de' loro abboccamenti; ma
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che lui s'è ristretto a questo, per non andar lontano dal soggetto
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principale del racconto. E che, per lo stesso motivo, non farà menzione
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d'altre cose notabili, dette da Federigo in tutto il corso della
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visita, nè delle sue liberalità, nè delle discordie sedate, degli odi
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antichi tra persone, famiglie, terre intere, spenti o (cosa ch'era pur
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troppo più frequente) sopiti, nè di qualche bravaccio o tirannello
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ammansato, o per tutta la vita, o per qualche tempo; cose tutte delle
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quali ce n'era sempre più o meno, in ogni luogo della diocesi dove
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quell'uomo eccellente facesse qualche soggiorno.
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Dice poi, che, la mattina seguente, venne donna Prassede, secondo il
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fissato, a prender Lucia, e a complimentare il cardinale, il quale
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gliela lodò, e raccomandò caldamente. Lucia si staccò dalla madre,
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potete pensar con che pianti; e uscì dalla sua casetta; disse per la
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seconda volta addio al paese, con quel senso di doppia amarezza, che si
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prova lasciando un luogo che fu unicamente, caro, e che non può esserlo
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più. Ma i congedi con la madre non eran gli ultimi; perchè donna
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Prassede aveva detto che si starebbe ancor qualche giorno in quella
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sua villa, a quale non era molto lontana; e Agnese promise alla figlia
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d'andar là a trovarla, a dare e a ricevere un più doloroso addio.
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Il cardinale era anche lui sulle mosse per continuar la sua visita,
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quando arrivò, e chiese di parlargli il curato della parrocchia, in cui
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era il castello dell'innominato. Introdotto, gli presentò un gruppo e
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una lettera di quel signore, la quale lo pregava di far accettare alla
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madre di Lucia cento scudi d'oro ch'eran nel gruppo, per servir di dote
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alla giovine, o per quell'uso che ad esse sarebbe parso migliore; lo
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pregava insieme di dir loro, che, se mai, in qualunque tempo, avessero
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creduto che potesse render loro qualche servizio, la povera giovine
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sapeva pur troppo dove stesse; e per lui, quella sarebbe una delle
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fortune più desiderate. Il cardinale fece subito chiamare Agnese, le
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riferì la commissione, che fu sentita con altrettanta soddisfazione
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che maraviglia; e le presentò il rotolo, ch'essa prese, senza far gran
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complimenti. «Dio gliene renda merito, a quel signore,» disse: «e
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vossignoria illustrissima lo ringrazi tanto tanto. E non dica nulla a
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nessuno, perchè questo è un certo paese.... Mi scusi, veda; so bene che
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un par suo non va a chiacchierare di queste cose; ma.... lei m'intende.»
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Andò a casa, zitta, zitta; si chiuse in camera, svoltò il rotolo, e
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quantunque preparata, vide con ammirazione, tutti in un mucchietto e
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suoi, tanti di que' ruspi, de' quali non aveva forse mai visto più
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d'uno per volta, e anche di rado; li contò, penò alquanto a metterli
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di nuovo per taglio, e a tenerli lì tutti, che ogni momento facevan
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pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte; ricomposto finalmente
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un rotolo alla meglio, lo mise in un cencio, ne fece un involto, un
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batuffoletto, e legatolo bene in giro con della cordellina, l'andò
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a ficcare in un cantuccio del suo saccone. Il resto di quel giorno,
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non fece altro che mulinare, far disegni sull'avvenire, e sospirar
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l'indomani. Andata a letto, stette desta un pezzo, col pensiero in
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compagnia di que' cento che aveva sotto: addormentata, li vide in
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sogno. All'alba, s'alzò e s'incamminò subito verso la villa, dov'era
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Lucia.
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Questa, dal canto suo, quantunque non le fosse diminuita quella gran
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ripugnanza a parlar del voto, pure era risoluta di farsi forza, e
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d'aprirsene con la madre in quell'abboccamento, che per lungo tempo
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doveva chiamarsi l'ultimo.
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Appena poterono esser sole, Agnese, con una faccia tutta animata, e
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insieme a voce bassa, come se ci fosse stato presente qualcheduno a cui
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non volesse farsi sentire, cominciò: «ho da dirti una gran cosa;» e le
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raccontò l'inaspettata fortuna.
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«Iddio lo benedica, quel signore,» disse Lucia: «così avrete da star
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bene voi, e potrete anche far del bene a qualchedun altro.»
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«Come?» rispose Agnese: «non vedi quante cose possiamo fare, con tanti
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danari? Senti; io non ho altro che te, che voi due, posso dire; perchè
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Renzo, da che cominciò a discorrerti, l'ho sempre riguardato come un
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mio figliuolo. Tutto sta che non gli sia accaduta qualche disgrazia, a
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vedere che non ha mai fatto saper nulla: ma eh! deve andar tutto male?
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Speriamo di no, speriamo. Per me, avrei avuto caro di lasciar l'ossa
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nel mio paese; ma ora che tu non ci puoi stare, in grazia di quel
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birbone, e anche solamente a pensare d'averlo vicino colui, m'è venuto
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in odio il mio paese: e con voi altri io sto per tutto. Ero disposta,
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fin d'allora, a venir con voi altri, anche in capo al mondo; e son
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sempre stata di quel parere; ma senza danari come si fa? Intendi ora?
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Que' quattro, che quel poverino aveva messi da parte, con tanto stento
|
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e con tanto risparmio, è venuta la giustizia, e ha spazzato ogni cosa;
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ma, per ricompensa, il Signore ha mandato la fortuna a noi. Dunque,
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quando avrà trovato il bandolo di far sapere se è vivo, e dov'è, e che
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intenzioni ha, ti vengo a prender io a Milano; io ti vengo a prendere.
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Altre volte mi sarebbe parso un gran che; ma le disgrazie fanno
|
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diventar disinvolti; fino a Monza ci sono andata, e so cos'è viaggiare.
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Prendo con me un uomo di proposito, un parente, come sarebbe a dire
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Alessio di Maggianico: chè, a voler dir proprio in paese, un uomo di
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proposito non c'è: vengo con lui: già la spesa la facciamo noi, e....
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intendi?»
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[Illustrazione: ....si chiuse in camera, svoltò il rotolo... (pag.
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383)]
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Ma vedendo che, in vece d'animarsi, Lucia s'andava accorando, e non
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dimostrava che una tenerezza senz'allegria, lasciò il discorso a mezzo,
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e disse: «ma cos'hai? non ti pare?»
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«Povera mamma!» esclamò Lucia, gettandole un braccio al collo, e
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nascondendo il viso nel seno di lei.
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«Cosa c'è?» domandò di nuovo ansiosamente la madre.
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«Avrei dovuto dirvelo prima,» rispose Lucia, alzando il viso, e
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asciugandosi le lacrime; «ma non ho mai avuto cuore: compatitemi.»
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«Ma dì su, dunque.»
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«Io non posso più esser moglie di quel poverino!»
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«Come? come?»
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Lucia, col capo basso, col petto ansante, lacrimando senza piangere,
|
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come chi racconta una cosa che, quand'anche dispiacesse, non si può
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cambiare, rivelò il voto; e insieme, giungendo le mani, chiese di nuovo
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perdono alla madre, di non aver parlato fin allora; la pregò di non
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ridir la cosa ad anima vivente, e d'aiutarla ad adempire ciò che aveva
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promesso.
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Agnese era rimasta stupefatta e costernata. Voleva sdegnarsi del
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silenzio tenuto con lei; ma i gravi pensieri del caso soffogavano quel
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dispiacere suo proprio; voleva dirle: cos'hai fatto? ma le pareva
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che sarebbe un prendersela col cielo: tanto più che Lucia tornava a
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dipinger co' più vivi colori quella notte, la desolazione così nera,
|
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e la liberazione così impreveduta, tra le quali la promessa era stata
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fatta, così espressa, così solenne. E intanto, ad Agnese veniva anche
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|
in mente questo e quell'esempio, che aveva sentito raccontar più volte,
|
|
che lei stessa aveva raccontato alla figlia, di gastighi strani e
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tenibili, venuti per la violazione di qualche voto. Dopo esser rimasta
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un poco come incantata, disse: «e ora cosa farai?»
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«Ora,» rispose Lucia, «tocca al Signore a pensarci; al Signore e alla
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|
Madonna. Mi son messa nelle lor mani: non m'hanno abbandonata finora;
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non m'abbandoneranno ora che.... La grazia che chiedo per me al
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Signore, la sola grazia, dopo la salvazion dell'anima, è che mi faccia
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tornar con voi: e me la concederà, sì, me la concederà. Quel giorno....
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in quella carrozza.... ah Vergine santissima!... quegli uomini!...
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chi m'avrebbe detto che mi menavano da colui che mi doveva menare a
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trovarmi con voi, il giorno dopo?»
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«Ma non parlarne subito a tua madre!» disse Agnese con una certa
|
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stizzetta temperata d'amorevolezza e di pietà.
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«Compatitemi; non avevo cuore.... e che sarebbe giovato d'affliggervi
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qualche tempo prima?»
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«E Renzo?» disse Agnese, tentennando il capo.
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«Ah!» esclamò Lucia, riscotendosi, «io non ci devo pensar più a quel
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poverino. Già si vede che non era destinato.... Vedete come pare che il
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Signore ci abbia voluti proprio tener separati. E chi sa...? ma no, no:
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l'avrà preservato Lui da' pericoli, e lo farà esser fortunato anche di
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più, senza di me.»
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«Ma intanto,» riprese la madre, «se non fosse che tu ti sei legata per
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sempre, a tutto il resto, quando a Renzo non gli sia accaduta qualche
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disgrazia, con que' danari io ci avevo trovato rimedio.»
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«Ma que' danari,» replicò Lucia, «ci sarebbero venuti, s'io non avessi
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passata quella notte? È il Signore che ha voluto che tutto andasse
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così: sia fatta la sua volontà.» E la parola morì nel pianto.
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A quell'argomento inaspettato, Agnese rimase lì pensierosa. Dopo
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qualche momento, Lucia, rattenendo i singhiozzi, riprese: «ora che la
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cosa è fatta, bisogna adattarsi di buon animo; e voi, povera mamma,
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|
voi mi potete aiutare, prima, pregando il Signore per la vostra povera
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figlia, e poi.... bisogna bene che quel poverino lo sappia. Pensateci
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voi, fatemi anche questa carità: che voi ci potete pensare. Quando
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|
saprete dov'è, fategli scrivere, trovate un uomo.... appunto vostro
|
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cugino Alessio, che è un uomo prudente e caritatevole, e ci ha sempre
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voluto bene, e non ciarlerà: fategli scriver da lui la cosa com'è
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|
andata, dove mi son trovata, come ho patito, e che Dio ha voluto
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così, e che metta il cuore in pace, e ch'io non posso mai mai esser
|
|
di nessuno. E fargli capir la cosa con buona grazia, spiegargli che
|
|
ho promesso, che ho proprio fatto voto. Quando saprà che ho promesso
|
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alla Madonna.... ha sempre avuto il timor di Dio. E voi, la prima volta
|
|
che avrete le sue nuove, fatemi scrivere, fatemi saper che è sano; e
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|
poi.... non mi fate più saper nulla.»
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|
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Agnese, tutta intenerita, assicurò la figlia che ogni cosa si farebbe
|
|
come desiderava.
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|
«Vorrei dirvi un'altra cosa,» riprese questa: «quel poverino, se non
|
|
avesse avuto la disgrazia di pensare a me, non gli sarebbe accaduto
|
|
ciò che gli è accaduto. È per il mondo; gli hanno troncato il suo
|
|
avviamento, gli hanno portato via la sua roba, que' risparmi che aveva
|
|
fatti, poverino, sapete perchè.... E noi abbiamo tanti danari! Oh
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mamma! giacchè il Signore ci ha mandato tanto bene, e quel poverino, è
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|
proprio vero che lo riguardavate come vostro.... sì, come un figliuolo,
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|
oh! fate mezzo per uno; chè, sicuro, Iddio non ci mancherà. Cercate
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un'occasione fidata, e mandateglieli, chè sa il cielo come n'ha
|
|
bisogno!»
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|
|
«Ebbene, cosa credi?» rispose Agnese: «glieli manderò davvero. Povero
|
|
giovine! Perchè pensi tu ch'io fossi così contenta di que' danari?
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|
Ma...! io era proprio venuta qui tutta contenta. Basta, io glieli
|
|
manderò, povero Renzo! ma anche lui... so quel che dico; certo che i
|
|
danari fanno piacere a chi n'ha bisogno; ma questi non saranno quelli
|
|
che lo faranno ingrassare.»
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Lucia ringraziò la madre di quella pronta e liberale condiscendenza,
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|
con una gratitudine, con un affetto, da far capire a chi l'avesse
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osservata, che il suo cuore faceva ancora a mezzo con Renzo, forse più
|
|
che lei medesima non lo credesse.
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«E senza di te, che farò io povera donna?» disse Agnese, piangendo
|
|
anch'essa.
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«E io senza di voi, povera mamma? e in casa di forestieri? e laggiù
|
|
in quel Milano...! Ma il Signore sarà con tutt'e due; e poi ci farà
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tornare insieme. Tra otto o nove mesi ci rivedremo; e di qui allora,
|
|
e anche prima, spero, avrà accomodate le cose Lui, per riunirci.
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|
Lasciamo fare a Lui. La chiederò sempre sempre alla Madonna questa
|
|
grazia. Se avessi qualche altra cosa da offrirle, lo farei; ma è tanto
|
|
misericordiosa, che me l'otterrà per niente.»
|
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|
Con queste ed altre simili, e più volte ripetute parole di lamento e di
|
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conforto, di rammarico e di rassegnazione, con molte raccomandazioni e
|
|
promesse di non dir nulla, con molte lacrime, dopo lunghi e rinnovati
|
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abbracciamenti, le donne si separarono, promettendosi a vicenda di
|
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rivedersi il prossimo autunno, al più tardi; come se il mantenere
|
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dipendesse da loro, e come però si fa sempre in casi simili.
|
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|
Intanto cominciò a passar molto tempo senza che Agnese potesse
|
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saper nulla di Renzo. Nè lettere nè imbasciate da parte di lui, non
|
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ne veniva: di tutti quelli del paese, o del contorno, a cui potè
|
|
domandare, nessuno ne sapeva più di lei.
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E non era la sola che facesse invano una tal ricerca: il cardinal
|
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Federigo, che non aveva detto per cerimonia alle povere donne, di
|
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voler prendere informazioni del povero giovine, aveva infatti scritto
|
|
subito per averne. Tornato poi dalla visita a Milano, aveva ricevuto
|
|
la risposta in cui gli si diceva che non s'era potuto trovar recapito
|
|
dell'indicato soggetto; che veramente era stato qualche tempo in casa
|
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d'un suo parente, nel tal paese, dove non aveva fatto dir di sè; ma,
|
|
una mattina, era scomparso all'improvviso, e quel suo parente stesso
|
|
non sapeva cosa ne fosse stato, e non poteva che ripetere certe voci
|
|
in aria e contraddittorie che correvano, essersi il giovine arrolato
|
|
per il Levante, esser passato in Germania, perito nel guadare un
|
|
fiume: che non si mancherebbe di stare alle velette, se mai si potesse
|
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saper qualcosa di più positivo, per farne subito parte a sua signoria
|
|
illustrissima e reverendissima.
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Più tardi, quelle ed altre voci si sparsero anche nel territorio di
|
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Lecco, e vennero per conseguenza agli orecchi d'Agnese. La povera donna
|
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faceva di tutto per venire in chiaro qual fosse la vera, per arrivare
|
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alla fonte di questa e di quella, ma non riusciva mai a trovar di più
|
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di quel dicono, che, anche al giorno d'oggi, basta da sè ad attestar
|
|
tante cose. Talora, appena glien'era stata raccontata una, veniva uno e
|
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le diceva che non era vero nulla; ma per dargliene in cambio un'altra,
|
|
ugualmente strana o sinistra. Tutte ciarle: ecco il fatto.
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Il governatore di Milano e capitano generale in Italia, don Gonzalo
|
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Fernandez di Cordova, aveva fatto un gran fracasso col signor
|
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residente di Venezia in Milano, perchè un malandrino, un ladrone
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pubblico, un promotore di saccheggio e d'omicidio, il famoso Lorenzo
|
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Tramaglino, che, nelle mani stesse della giustizia, aveva eccitato
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sommossa per farsi liberare, fosse accolto e ricettato nel territorio
|
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bergamasco. Il residente avea risposto che la cosa gli riusciva nuova,
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e che scriverebbe a Venezia, per poter dare a sua eccellenza quella
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spiegazione che il caso avesse portato.
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A Venezia avevan per massima di secondare e di coltivare l'inclinazione
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degli operai di seta milanesi a trasportarsi nel territorio
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bergamasco, e quindi di far che ci trovassero molti vantaggi e,
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soprattutto quello senza di cui ogni altro è nulla, la sicurezza.
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Siccome però, tra due grossi litiganti, qualche cosa, per poco che
|
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sia, bisogna sempre che il terzo goda; così Bortolo fu avvisato in
|
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confidenza, non si sa da chi, che Renzo non istava bene in quel paese,
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e che farebbe meglio a entrare in qualche altra fabbrica, cambiando
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anche nome per qualche tempo. Bortolo intese per aria, non domandò
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altro, corse a dir la cosa al cugino, lo prese con sè in un calessino,
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lo condusse a un altro filatoio, discosto da quello forse quindici
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miglia, e lo presentò, sotto il nome d'Antonio Rivolta, al padrone,
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ch'era nativo anche lui dello stato di Milano, e suo antico conoscente.
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Questo, quantunque l'annata fosse scarsa, non si fece pregare a
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ricevere un operaio che gli era raccomandato come onesto e abile, da un
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galantuomo che se n'intendeva. Alla prova poi, non ebbe che a lodarsi
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dell'acquisto; meno che, sul principio, gli era parso che il giovine
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dovesse essere un po' stordito, perchè, quando si chiamava: Antonio! le
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più volte non rispondeva.
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Poco dopo, venne un ordine da Venezia, in istile pacato, al capitano
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di Bergamo, che prendesse e desse informazione, se nella sua
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giurisdizione, e segnatamente nel tal paese, si trovasse il tal
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soggetto. Il capitano, fatte le sue diligenze, come aveva capito che
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si volevano, trasmise la risposta negativa, la quale fu trasmessa al
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residente in Milano, che la trasmettesse a don Gonzalo Fernandez di
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Cordova.
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Non mancavan poi curiosi, che volessero saper da Bortolo il perchè
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quel giovine non c'era più, e dove fosse andato. Alla prima domanda
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Bortolo rispondeva: «ma! è scomparso.» Per mandar poi in pace i più
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insistenti, senza dar loro sospetto di quel che n'era davvero, aveva
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creduto bene di regalar loro, a chi l'una, a chi l'altra delle notizie
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da noi riferite di sopra: però, come cose incerte, che aveva sentite
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dire anche lui, senza averne un riscontro positivo.
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Ma quando la domanda gli venne fatta per commission del cardinale,
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senza nominarlo, e con un certo apparato d'importanza e di mistero,
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lasciando capire ch'era in nome d'un gran personaggio, tanto più
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Bortolo s'insospettì, e credè necessario di risponder secondo il
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solito; anzi, trattandosi d'un gran personaggio, diede in una volta
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tutte le notizie che aveva stampate a una a una, in quelle diverse
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occorrenze.
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Non si creda però che don Gonzalo, un signore di quella sorte, l'avesse
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proprio davvero col povero filatore di montagna; che informato forse
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del poco rispetto usato, e delle cattive parole dette da colui al
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suo re moro incatenato per la gola, volesse fargliela pagare; o che
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lo credesse un soggetto tanto pericoloso, da perseguitarlo anche
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fuggitivo, da non lasciarlo vivere anche lontano, come il senato romano
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con Annibale. Don Gonzalo aveva troppe e troppo gran cose in testa, per
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darsi tanto pensiero de' fatti di Renzo; e se parve che se ne desse,
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nacque da un concorso singolare di circostanze, per cui il poveraccio,
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senza volerlo, e senza saperlo nè allora nè mai, si trovò, con un
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sottilissimo e invisibile filo, attaccato, a quelle troppe e troppo
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gran cose.
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CAPITOLO XXVII.
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Già più d'una volta c'è occorso di far menzione della guerra che allora
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bolliva, per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga,
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secondo di quel nome; ma c'è occorso sempre in momenti di gran fretta:
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sicchè non abbiam mai potuto darne più che un cenno alla sfuggita.
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Ora però, all'intelligenza del nostro racconto si richiede proprio
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d'averne qualche notizia più particolare. Son cose che chi conosce la
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storia le deve sapere; ma siccome, per un giusto sentimento di noi
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medesimi, dobbiam supporre che quest'opera non possa esser letta se non
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da ignoranti, così non sarà male che ne diciamo qui quanto basti per
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infarinarne chi n'avesse bisogno.
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Abbiam detto che, alla morte di quel duca, il primo chiamato, in linea
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di successione, Carlo Gonzaga, capo d'un ramo cadetto trapiantato in
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Francia, dove possedeva i ducati di Nevers e di Rhétel, era entrato al
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possesso di Mantova; e ora aggiungiamo, del Monferrato: che la fretta
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appunto ce l'aveva fatto lasciar nella penna. La corte di Madrid, che
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voleva a ogni patto (abbiam detto anche questo) escludere da que' due
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feudi il nuovo principe, e per escluderlo aveva bisogno d'una ragione
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(perchè le guerre fatte senza una ragione sarebbero ingiuste), s'era
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dichiarata sostenitrice di quella che pretendevano avere, su Mantova
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un altro Gonzaga, Ferrante, principe di Guastalla; sul Monferrato Carlo
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Emanuele I, duca di Savoia, e Margherita Gonzaga, duchessa vedova di
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Lorena. Don Gonzalo, ch'era della casa del gran capitano, e ne portava
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il nome, e che aveva già fatto la guerra in Fiandra, voglioso oltremodo
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di condurne una in Italia, era forse quello che faceva più fuoco,
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perchè questa si dichiarasse; e intanto, interpretando l'intenzioni e
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precorrendo gli ordini della corte suddetta, aveva concluso col duca di
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Savoia un trattato d'invasione e di divisione del Monferrato; e n'aveva
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poi ottenuta facilmente la ratificazione dal conte duca, facendogli
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creder molto agevole l'acquisto di Casale, ch'era il punto più difeso
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della parte pattuita al re di Spagna. Protestava però, in nome di
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questo, di non volere occupar paese, se non a titolo di deposito, fino
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alla sentenza dell'imperatore; il quale, in parte per gli ufizi altrui,
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in parte per suoi propri motivi, aveva intanto negata l'investitura al
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nuovo duca, e intimatogli che rilasciasse a lui in sequestro gli stati
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controversi: lui poi, sentite le parti, li rimetterebbe a chi fosse di
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dovere. Cosa alla quale il Nevers non s'era voluto piegare.
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Aveva anche lui amici d'importanza: il cardinale di Richelieu, i
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signori veneziani, e il papa, ch'era, come abbiam detto, Urbano VIII.
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Ma il primo, impegnato allora nell'assedio della Roccella e in una
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guerra con l'Inghilterra, attraversato dal partito della regina madre,
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Maria de' Medici, contraria, per certi suoi motivi, alla casa di
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Nevers, non poteva dare che delle speranze. I veneziani non volevan
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moversi, e nemmeno dichiararsi, se prima un esercito francese non fosse
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calato in Italia; e, aiutando il duca sotto mano, come potevano, con la
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corte di Madrid e col governatore di Milano, stavano sulle proteste,
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sulle proposte, sull'esortazioni, placide o minacciose, secondo i
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momenti. Il papa raccomandava il Nevers agli amici, intercedeva in suo
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favore presso gli avversari, faceva progetti d'accomodamento; di metter
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gente in campo non ne voleva saper nulla.
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Così i due alleati alle offese poterono, tanto più sicuramente,
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cominciar l'impresa concertata. Il duca di Savoia era entrato, dalla
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sua parte, nel Monferrato; don Gonzalo aveva messo, con gran voglia,
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l'assedio a Casale; ma non ci trovava tutta quella soddisfazione che
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s'era immaginato: che non credeste che nella guerra sia tutto rose. La
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corte non l'aiutava a seconda de' suoi desidèri, anzi gli lasciava
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mancare i mezzi più necessari; l'alleato l'aiutava troppo: voglio dire
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che, dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella
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assegnata al re di Spagna. Don Gonzalo se ne rodeva quanto mai si
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possa dire; ma temendo, se faceva appena un po' di rumore, che quel
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Carlo Emanuele, così attivo ne' maneggi e mobile ne' trattati, come
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prode nell'armi, si voltasse alla Francia, doveva chiudere un occhio,
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mandarla giù, e stare zitto. L'assedio poi andava male, in lungo,
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ogni tanto all'indietro, e per il contegno saldo, vigilante, risoluto
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degli assediati, e per aver lui poca gente, e, al dire di qualche
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storico, per i molti spropositi che faceva. Su questo noi lasciamo la
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verità a suo luogo, disposti anche, quando la cosa fosse realmente
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così, a trovarla bellissima, se fu cagione che in quell'impresa sia
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restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno, e, _ceteris
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paribus_, anche soltanto un po' meno danneggiati i tegoli di Casale.
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In questi frangenti ricevette la nuova della sedizione di Milano, e ci
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accorse in persona.
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Qui, nel ragguaglio che gli si diede, fu fatta anche menzione della
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fuga ribelle e clamorosa di Renzo, de' fatti veri e supposti ch'erano
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stati cagione del suo arresto; e gli si seppe anche dire che questo
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tale s'era rifugiato sul territorio di Bergamo. Questa circostanza
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fermò l'attenzione di don Gonzalo. Era informato da tutt'altra parte,
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che a Venezia avevano alzata la cresta, per la sommossa di Milano; che
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da principio avevan creduto che sarebbe costretto a levar l'assedio da
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Casale, e pensavan tuttavia che ne fosse ancora sbalordito, e in gran
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pensiero: tanto più che, subito dopo quell'avvenimento, era arrivata
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la notizia, sospirata da que' signori e temuta da lui, della resa
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della Roccella. E scottandogli molto, e come uomo e come politico,
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che que' signori avessero un tal concetto de' fatti suoi, spiava ogni
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occasione di persuaderli, per via d'induzione, che non aveva perso
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nulla dell'antica sicurezza; giacchè il dire espressamente: non ho
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paura, è come non dir nulla. Un buon mezzo è di fare il disgustato,
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di querelarsi, di reclamare: e perciò, essendo venuto il residente di
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Venezia a fargli un complimento, e ad esplorare insieme, nella sua
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faccia e nel suo contegno, come stesse dentro di sè (notate tutto;
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chè questa è politica di quella vecchia fine), don Gonzalo, dopo aver
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parlato del tumulto, leggermente e da uomo che ha già messo riparo a
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tutto; fece quel fracasso che sapete a proposito di Renzo; come sapete
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anche quel che ne venne in conseguenza. Dopo, non s'occupò più d'un
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affare così minuto e, in quanto a lui, terminato; e quando poi, che fu
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un pezzo dopo, gli arrivò la risposta, al campo sopra Casale, dov'era
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tornato, e dove aveva tutt'altri pensieri, alzò e dimenò la testa, come
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un baco da seta che cerchi la foglia; stette lì un momento, per farsi
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tornar vivo nella memoria quel fatto, di cui non ci rimaneva più che
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un'ombra; si rammentò della cosa, ebbe un'idea fugace e confusa del
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personaggio; passò ad altro, e non ci pensò più.
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Ma Renzo, il quale, da quel poco che gli s'era fatto veder per aria,
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doveva supporre tutt'altro che una così benigna noncuranza, stette
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un pezzo senz'altro pensiero o, per dir meglio, senz'altro studio,
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che di viver nascosto. Pensate se si struggeva di mandar le sue nuove
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alle donne, e d'aver le loro; ma c'eran due gran difficoltà. Una,
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che avrebbe dovuto anche lui confidarsi a un segretario, perchè il
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poverino non sapeva scrivere, e neppur leggere, nel senso esteso della
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parola; e se, interrogato di ciò, come forse vi ricorderete, dal dottor
|
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Azzecca-garbugli, aveva risposto di sì, non fu un vanto, una sparata,
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come si dice; ma era la verità che lo stampato lo sapeva leggere,
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mettendoci il suo tempo: lo scritto è un altro par di maniche. Era
|
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dunque costretto a mettere un terzo a parte de' suoi interessi, d'un
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segreto così geloso: e un uomo che sapesse tener la penna in mano, e di
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cui uno si potesse fidare, a que' tempi non si trovava così facilmente;
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|
tanto più in un paese dove non s'avesse nessuna antica conoscenza.
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|
L'altra difficoltà era d'avere anche un corriere; un uomo che andasse
|
|
appunto da quelle parti, che volesse incaricarsi della lettera, e darsi
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davvero il pensiero di recapitarla; tutte cose, anche queste, difficili
|
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a trovarsi in un uomo solo.
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Finalmente, cerca e ricerca, trovò chi scrivesse per lui. Ma, non
|
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sapendo se le donne fossero ancora a Monza, o dove, credè bene di fare
|
|
accluder la lettera per Agnese in un'altra diretta al padre Cristoforo.
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Lo scrivano prese anche l'incarico di far recapitare il plico; lo
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consegnò a uno che doveva passare non lontano da Pescarenico; costui lo
|
|
lasciò, con molte raccomandazioni, in un'osteria sulla strada, al punto
|
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più vicino; trattandosi che il plico era indirizzato a un convento,
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|
ci arrivò; ma cosa n'avvenisse dopo, non s'è mai saputo. Renzo, non
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vedendo comparir risposta, fece stendere un'altra lettera, a un di
|
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presso come la prima, e accluderla in un'altra a un suo amico di Lecco,
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o parente che fosse. Si cercò un altro latore, si trovò; questa volta
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la lettera arrivò a chi era diretta. Agnese trottò a Maggianico, se la
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fece leggere e spiegare da quell'Alessio suo cugino: concertò con lui
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una risposta, che questo mise in carta; si trovò il mezzo di mandarla
|
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ad Antonio Rivolta nel luogo del suo domicilio: tutto questo però non
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così presto come noi lo raccontiamo. Renzo ebbe la risposta, e fece
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riscrivere. In somma, s'avviò tra le due parti un carteggio, nè rapido
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nè regolare, ma pure, a balzi e ad intervalli, continuato.
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Ma per avere un'idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come
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andassero allora tali cose, anzi come vadano; perchè, in questo
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particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato.
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Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si
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rivolge a uno che conosca quell'arte, scegliendolo, per quanto può, tra
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quelli della sua condizione, perchè degli altri si perita, o si fida
|
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poco; l'informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti:
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e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il
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letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio,
|
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propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna,
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mette come può in forma letteraria i pensieri dell'altro, li corregge,
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li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo
|
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gli pare che torni meglio alla cosa: perchè, non c'è rimedio, chi ne
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sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro
|
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mani; e quando entra negli affari altrui, vuoi anche fargli andare un
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|
po' a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce
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sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di
|
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dire tutt'altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa.
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Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente,
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che anche lui non abbia pratica dell'abbiccì, la porta a un altro
|
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dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono
|
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delle questioni sul modo d'intendere; perchè l'interessato, fondandosi
|
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sulla cognizione de' fatti antecedenti, pretende che certe parole
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voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della
|
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composizione, pretende che ne vogliano dire un'altra. Finalmente
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bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui
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l'incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta,
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|
va poi soggetta a un'interpretazione simile. Che se, per di più, il
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|
soggetto della corrispondenza è un po' geloso; se c'entrano affari
|
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segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che
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la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c'è stata anche
|
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l'intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per
|
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poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra
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di loro come altre volte due scolastici che da quattr'ore disputassero
|
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sull'entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci
|
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avesse poi a toccare qualche scappellotto.
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Ora, il caso de' nostri due corrispondenti era appunto quello che
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abbiam detto. La prima lettera scritta in nome di Renzo conteneva molte
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materie. Da principio, oltre un racconto della fuga, molto più conciso,
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ma anche più arruffato di quello che avete letto, un ragguaglio
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delle sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto il
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suo turcimanno furono ben lontani di ricavare un costrutto chiaro e
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intero: avviso segreto, cambiamento di nome, esser sicuro, ma dovere
|
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star nascosto; cose per sè non troppo famigliari a' loro intelletti,
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e nella lettera dette anche un po' in cifra. C'era poi delle domande
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affannose, appassionate, su' casi di Lucia, con de' cenni oscuri e
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dolenti, intorno alle voci che n'erano arrivate fino a Renzo. C'erano
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finalmente speranze incerte, e lontane, disegni lanciati nell'avvenire,
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|
e intanto promesse e preghiere di mantener la fede data, di non perder
|
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la pazienza nè il coraggio, d'aspettar migliori circostanze.
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|
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Dopo un po' di tempo, Agnese trovò un mezzo fidato di far pervenire
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nelle mani di Renzo una risposta, co' cinquanta scudi assegnatigli
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da Lucia. Al veder tant'oro, Renzo non sapeva cosa si pensare; e
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con l'animo agitato da una maraviglia e da una sospensione che non
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|
davan luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, per farsi
|
|
interpretar la lettera, e aver la chiave d'un così strano mistero.
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|
Nella lettera, il segretario d'Agnese, dopo qualche lamento sulla poca
|
|
chiarezza della proposta, passava a descrivere, con chiarezza a un di
|
|
presso uguale, la tremenda storia di quella persona (così diceva); e
|
|
qui rendeva ragione de' cinquanta scudi; poi veniva a parlar del voto,
|
|
ma per via di perifrasi, aggiungendo, con parole più dirette e aperte,
|
|
il consiglio di mettere il cuore in pace, e di non pensarci più.
|
|
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Renzo, poco mancò che non se la prendesse col lettore interprete:
|
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tremava, inorridiva, s'infuriava, di quel che aveva capito, e di quel
|
|
che non aveva potuto capire. Tre o quattro volte si fece rileggere il
|
|
terribile scritto, ora parendogli d'intender meglio, ora divenendogli
|
|
buio ciò che prima gli era parso chiaro. E in quella febbre di
|
|
passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e
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|
rispondesse. Dopo l'espressioni più forti che si possano immaginare
|
|
di pietà e di terrore per i casi di Lucia, «scrivete,» proseguiva
|
|
dettando, «che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo
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metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e
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|
che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito,
|
|
per la dote della giovine; che già la giovine dev'esser mia; che io
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|
non so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna
|
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c'entra per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far
|
|
dispetto e per mancar di parola, non l'ho sentito mai; e che codesto
|
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non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui;
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|
e che, se ora sono un po' imbrogliato, l'è una burrasca che passerà
|
|
presto;» e cose simili.
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Agnese ricevè poi quella lettera, e fece riscrivere; e il carteggio
|
|
continuò, nella maniera che abbiam detto.
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|
Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual mezzo, farle sapere
|
|
che quel tale era vivo e in salvo e avvertito, sentì un gran sollievo,
|
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e non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o,
|
|
per dir la cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla.
|
|
Dal canto suo, faceva cento volte al giorno una risoluzione simile
|
|
riguardo a lui; e adoprava anche ogni mezzo, per mandarla ad effetto.
|
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Stava assidua al lavoro, cercava d'occuparsi tutta in quello: quando
|
|
l'immagine di Renzo le si presentava, e lei a dire o a cantare orazioni
|
|
a mente. Ma quell'immagine, proprio come se avesse avuto malizia, non
|
|
veniva per lo più, così alla scoperta; s'introduceva di soppiatto
|
|
dietro all'altre, in modo che la mente non s'accorgesse d'averla
|
|
ricevuta, se non dopo qualche tempo che la c'era. Il pensiero di Lucia
|
|
stava spesso con la madre: come non ci sarebbe stato? e il Renzo ideale
|
|
veniva pian piano a mettersi in terzo, come il reale aveva fatto tante
|
|
volte. Così con tutte le persone, in tutti i luoghi, in tutte le
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|
memorie del passato, colui si veniva a ficcare. E se la poverina si
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|
lasciava andar qualche volta a fantasticar sul suo avvenire, anche lì
|
|
compariva colui, per dire, se non altro: io a buon conto non ci sarò.
|
|
Però, se il non pensare a lui era impresa disperata, a pensarci meno, e
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|
meno intensamente che il cuore avrebbe voluto, Lucia ci riusciva fino a
|
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un certo segno: ci sarebbe anche riuscita meglio, se fosse stata sola a
|
|
volerlo. Ma c'era donna Prassede, la quale, tutta impegnata dal canto
|
|
suo a levarle dall'animo colui, non aveva trovato miglior espediente
|
|
che di parlargliene spesso. «Ebbene?» le diceva: «non ci pensiam più a
|
|
colui?»
|
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|
«Io non penso a nessuno,» rispondeva Lucia.
|
|
|
|
Donna Prassede non s'appagava d'una risposta simile; replicava che ci
|
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volevan fatti e non parole; si diffondeva a parlare sul costume delle
|
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giovani, le quali, diceva, «quando hanno nel cuore uno scapestrato (ed
|
|
è lì che inclinano sempre), non se lo staccan più. Un partito onesto,
|
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ragionevole, d'un galantuomo, d'un uomo assestato, che, per qualche
|
|
accidente, vada a monte, son subito rassegnate; ma un rompicollo,
|
|
è piaga incurabile.» E allora principiava il panegirico del povero
|
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assente, del birbante venuto a Milano, per rubare e scannare; e voleva
|
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far confessare a Lucia le bricconate che colui doveva aver fatte, anche
|
|
al suo paese.
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|
|
|
Lucia, con la voce tremante di vergogna, di dolore, e di quello sdegno
|
|
che poteva aver luogo nel suo animo dolce e nella sua umile fortuna,
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|
assicurava e attestava, che, al suo paese, quel poveretto non aveva
|
|
mai fatto parlar di sè, altro che in bene; avrebbe voluto, diceva,
|
|
che fosse presente qualcheduno di là, per fargli far testimonianza.
|
|
Anche sull'avventure di Milano, delle quali non era ben informata,
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|
lo difendeva, appunto con la cognizione che aveva di lui e de' suoi
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portamenti fino dalla fanciullezza. Lo difendeva o si proponeva di
|
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difenderlo, per puro dovere di carità, per amore del vero, e, a dir
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proprio la parola con la quale spiegava a sè stessa il suo sentimento,
|
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come prossimo. Ma da queste apologie donna Prassede ricavava nuovi
|
|
argomenti per convincer Lucia, che il suo cuore era ancora perso dietro
|
|
a colui. E per verità, in que' momenti, non saprei ben dire come la
|
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cosa stesse. L'indegno ritratto che la vecchia faceva del poverino,
|
|
risvegliava, per opposizione, più viva e più distinta che mai, nella
|
|
mente della giovine l'idea che vi s'era formata in una così lunga
|
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consuetudine; le rimembranze compresse a forza, si svolgevano in folla;
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l'avversione e il disprezzo richiamavano tanti antichi motivi di stima;
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l'odio cieco e violento faceva sorger più forte la pietà: e con questi
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affetti, chi sa quanto ci potesse essere o non essere di quell'altro
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che dietro ad essi s'introduce così facilmente negli animi; figuriamoci
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cosa farà in quelli, donde si tratti di scacciarlo per forza. Sia come
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si sia, il discorso, per la parte di Lucia, non sarebbe mai andato
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molto in lungo; che le parole finivan presto in pianto.
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Se donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da
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qualche odio inveterato contro di lei, forse quelle lacrime l'avrebbero
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tocca, e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava avanti,
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senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno
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ben trattenere l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un chirurgo. Fatto
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però bene il suo dovere per quella volta, dalle stoccate e da' rabbuffi
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veniva all'esortazioni, ai consigli, conditi anche di qualche lode, per
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temperar così l'agro col dolce, e ottener meglio l'effetto, operando
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sull'animo in tutti i versi. Certo, di quelle baruffe (che avevan
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sempre a un di presso lo stesso principio, mezzo e fine), non rimaneva
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alla buona Lucia propriamente astio contro l'acerba predicatrice, la
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quale poi nel resto la trattava con gran dolcezza; e anche in questo,
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si vedeva una buona intenzione. Le rimaneva bensì un ribollimento, una
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sollevazione di pensieri e d'affetti tale, che ci voleva molto tempo e
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molta fatica per tornare a quella qualunque calma di prima.
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Buon per lei, che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far
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del bene; sicchè le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre
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il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o
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meno, d'esser raddirizzati e guidati; oltre tutte l'altre occasioni
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di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era
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obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s'offrivan da sè;
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aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da
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pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate;
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e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due
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case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più
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faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli,
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e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache,
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non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi
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cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e
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senza tregua: era in tutti que' luoghi un'attenzione continua a
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scansare la sua premura, a chiuder l'adito a' suoi pareri, a eludere
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le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d'ogni
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affare. Non parlo de' contrasti, delle difficoltà che incontrava nel
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maneggio d'altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il
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bene bisogna, le più volte, farlo per forza. Dove il suo zelo poteva
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esercitarsi liberamente, era in casa: lì ogni persona era soggetta, in
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tutto e per tutto, alla sua autorità, fuorchè don Ferrante, col quale
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le cose andavano in un modo affatto particolare.
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Uomo di studio, non gli piaceva nè di comandare nè d'ubbidire. Che,
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in tutte le cose di casa, la signora moglie fosse la padrona, alla
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buon'ora; ma lui servo, no. E se, pregato, le prestava a un'occorrenza
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l'ufizio della penna, era perchè ci aveva il suo genio; del rimanente,
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anche in questo sapeva dir di no, quando non fosse persuaso di ciò
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che lei voleva fargli scrivere. «La s'ingegni,» diceva in que' casi;
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«faccia da sè, giacchè la cosa le par tanto chiara.» Donna Prassede,
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dopo aver tentato per qualche tempo, e inutilmente, di tirarlo dal
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lasciar fare al fare, s'era ristretta a brontolare spesso contro di
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lui, a nominarlo uno schivafatiche, un uomo fisso nelle sue idee, un
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letterato; titolo nel quale, insieme con la stizza, c'entrava anche un
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po' di compiacenza.
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Don Ferrante passava di grand'ore nel suo studio, dove aveva una
|
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raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta
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roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in
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ognuna delle quali era più o meno versato. Nell'astrologia, era
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tenuto, e con ragione, per più che un dilettante; perchè non ne
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possedeva soltanto quelle nozioni generiche, e quel vocabolario comune,
|
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d'influssi, d'aspetti, di congiunzioni; ma sapeva parlare a proposito,
|
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e come dalla cattedra, delle dodici case del cielo, de' circoli
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massimi, de' gradi lucidi e tenebrosi, d'esaltazione e di deiezione,
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di transiti e di rivoluzioni, de' principi in somma più certi e più
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reconditi della scienza. Ed eran forse vent'anni che, in dispute
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frequenti e lunghe, sosteneva la domificazione del Cardano contro un
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altro dotto attaccato ferocemente a quella dell'Alcabizio, per mera
|
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ostinazione, diceva don Ferrante; il quale, riconoscendo volentieri la
|
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superiorità degli antichi, non poteva però soffrire quel non voler dar
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ragione a' moderni, anche dove l'hanno chiara che la vedrebbe ognuno.
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|
Conosceva anche, più che mediocremente, la storia della scienza; sapeva
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a un bisogno citare le più celebri predizioni avverate, e ragionar
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sottilmente ed eruditamente sopra altre celebri predizioni andate a
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vôto, per dimostrar che la colpa non era della scienza, ma di chi non
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l'aveva saputa adoprar bene.
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Della filosofia antica aveva imparato quanto poteva bastare, e n'andava
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di continuo imparando di più, dalla lettura di Diogene Laerzio. Siccome
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però que' sistemi, per quanto sian belli, non si può adottarli tutti;
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e, a voler esser filosofo, bisogna scegliere un autore, così don
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Ferrante aveva scelto Aristotile, il quale, come diceva lui, non è nè
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antico nè moderno; è il filosofo. Aveva anche varie opere de' più savi
|
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e sottili seguaci di lui, tra i moderni: quelle de' suoi impugnatori
|
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non aveva mai voluto leggerle, per non buttar via il tempo, diceva; nè
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comprarle, per non buttar via i danari. Per eccezione però, dava luogo
|
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nella sua libreria a que' celebri ventidue libri _De subtilitate_,
|
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e a qualche altr'opera antiperipatetica del Cardano, in grazia del
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suo valore in astrologia; dicendo che chi aveva potuto scrivere il
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|
trattato _De restitutione temporum et motuum cælestium_, e il libro
|
|
_Duodecim geniturarum_, meritava d'essere ascoltato, anche quando
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|
spropositava; e che il gran difetto di quell'uomo era stato d'aver
|
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troppo ingegno; e che nessuno si può immaginare dove sarebbe arrivato,
|
|
anche in filosofia, se fosse stato sempre nella strada retta. Del
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rimanente, quantunque, nel giudizio de' dotti, don Ferrante passasse
|
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per un peripatetico consumato, non ostante a lui non pareva di saperne
|
|
abbastanza; e più d'una volta disse, con gran modestia, che l'essenza,
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gli universali, l'anima del mondo, e la natura delle cose non eran cose
|
|
tanto chiare, quanto si potrebbe credere.
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|
[Illustrazione: Don Ferrante passava di grand'ore nel suo studio....
|
|
pag. 399]
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Della filosofia naturale s'era fatto più un passatempo che uno studio;
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|
l'opere stesse d'Aristotile su questa materia, e quelle di Plinio le
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|
aveva piuttosto lette che studiate: non di meno, con questa lettura,
|
|
con le notizie raccolte incidentemente da' trattati di filosofia
|
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generale, con qualche scorsa data alla _Magia naturale_ del Porta,
|
|
alle tre storie _lapidum_, _animalium_, _plantarum_, del Cardano, al
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Trattato dell'erbe, delle piante, degli animali, d'Alberto Magno,
|
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a qualche altr'opera di minor conto, sapeva a tempo trattenere una
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|
conversazione ragionando delle virtù più mirabili e delle curiosità
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più singolari di molti semplici; descrivendo esattamente le forme
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e l'abitudini delle sirene e dell'unica fenice; spiegando come la
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salamandra stia nel fuoco senza bruciare; come la remora, quel
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pesciolino, abbia la forza e l'abilità di fermare di punto in bianco,
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in alto mare, qualunque gran nave; come le gocciole della rugiada
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diventin perle in seno delle conchiglie; come il camaleonte si cibi
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d'aria; come dal ghiaccio lentamente indurato, con l'andar de' secoli,
|
|
si formi il cristallo; e altri de' più maravigliosi segreti della
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|
natura.
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|
In quelli della magia e della stregoneria s'era internato di più,
|
|
trattandosi, dice il nostro anonimo, di scienza molto più in voga e più
|
|
necessaria, e nella quale i fatti sono di molto maggiore importanza,
|
|
e più a mano, da poterli verificare. Non c'è bisogno di dire che, in
|
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un tale studio, non aveva mai avuta altra mira che d'istruirsi e di
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|
conoscere a fondo le pessime arti de' maliardi, per potersene guardare,
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|
e difendere. E, con la scorta principalmente del gran Martino Delrio
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|
(l'uomo della scienza), era in grado di discorrere _ex professo_ del
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|
maleficio amatorio, del maleficio sonnifero, del maleficio ostile, e
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|
dell'infinite specie che, pur troppo, dice ancora l'anonimo, si vedono
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|
in pratica alla giornata, di questi tre generi capitali di malíe, con
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|
effetti così dolorosi. Ugualmente vaste e fondate eran le cognizioni di
|
|
don Ferrante in fatto di storia, specialmente universale: nella quale i
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|
suoi autori erano il Tarcagnota, il Dolce, il Bugatti, il Campana, il
|
|
Guazzo, i più riputati in somma.
|
|
|
|
Ma cos'è mai la storia, diceva spesso don Ferrante, senza la politica?
|
|
Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la
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|
strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica
|
|
senza la storia è uno che cammina senza guida. C'era dunque ne' suoi
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|
scaffali un palchetto assegnato agli statisti; dove, tra molti
|
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di piccola mole, e di fama secondaria, spiccavano il Bodino, il
|
|
Cavalcanti, il Sansovino, il Parata, il Boccalini. Due però erano i
|
|
libri che don Ferrante anteponeva a tutti, e di gran lunga, in questa
|
|
materia; due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi,
|
|
senza mai potersi risolvere a qual de' due convenisse unicamente quel
|
|
grado: l'uno, il _Principe_ e i _Discorsi_ del celebre segretario
|
|
fiorentino; mariolo sì, diceva don Ferrante, ma profondo: l'altro,
|
|
la _Ragion di Stato_ del non men celebre Giovanni Botero; galantuomo
|
|
sì, diceva pure, ma acuto. Ma, poco prima del tempo nel quale è
|
|
circoscritta la nostra storia, era venuto fuori il libro che terminò
|
|
la questione del primato, passando avanti anche all'opere di que' due
|
|
_matadori_, diceva don Ferrante; il libro in cui si trovan racchiuse
|
|
e come stillate tutte le malizie, per poterle conoscere, e tutte le
|
|
virtù, per poterle praticare; quel libro piccino, ma tutto d'oro; in
|
|
una parola, lo _Statista Regnante_ di don Valeriano Castiglione, di
|
|
quell'uomo celeberrimo, di cui si può dire, che i più gran letterati
|
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lo esaltavano a gara, e i più gran personaggi facevano a rubarselo; di
|
|
quell'uomo, che il papa Urbano VIII onorò, come è noto, di magnifiche
|
|
lodi; che il cardinal Borghese e il vicerè di Napoli, don Pietro di
|
|
Toledo, sollecitarono a descrivere, il primo i fatti di papa Paolo V,
|
|
l'altro le guerre del re cattolico in Italia, l'uno e l'altro invano;
|
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di quell'uomo, che Luigi XIII, re di Francia, per suggerimento del
|
|
cardinal di Richelieu, nominò suo istoriografo; a cui il duca Carlo
|
|
Emanuele di Savoia conferì la stessa carica; in lode di cui, per
|
|
tralasciare altre gloriose testimonianze, la duchessa Cristina, figlia
|
|
del cristianissimo re Enrico IV, potè in un diploma, con molti altri
|
|
titoli, annoverare «la certezza della fama ch'egli ottiene in Italia,
|
|
di primo scrittore de' nostri tempi.»
|
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Ma se, in tutte le scienze suddette, don Ferrante poteva dirsi
|
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addottrinato, una ce n'era in cui meritava e godeva il titolo di
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professore: la scienza cavalleresca. Non solo ne ragionava con vero
|
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possesso, ma pregato frequentemente d'intervenire in affari d'onore,
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dava sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si può
|
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dire in testa, le opere degli scrittori più riputati in tal materia:
|
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Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, l'Urrea, il Muzio, il Romei,
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|
l'Albergato, il Forno primo e il Forno secondo di Torquato Tasso,
|
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di cui aveva anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a memoria
|
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tutti i passi della Gerusalemme Liberata, come della Conquistata, che
|
|
possono far testo in materia di cavalleria. L'autore però degli autori,
|
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nel suo concetto, era il nostro celebre Francesco Birago, con cui si
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trovò anche, più d'una volta, a dar giudizio sopra casi d'onore; e
|
|
il quale, dal canto suo, parlava di don Ferrante in termini di stima
|
|
particolare. E fin da quando venner fuori i _Discorsi Cavallereschi_
|
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di quell'insigne scrittore, don Ferrante pronosticò, senza esitazione,
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che quest'opera avrebbe rovinata l'autorità dell'Olevano, e sarebbe
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rimasta, insieme con l'altre sue nobili sorelle, come codice di
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primaria autorità presso ai posteri: profezia, dice l'anonimo, che
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ognun può vedere come si sia avverata.
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Da questo passa poi alle lettere amene; ma noi cominciamo a dubitare
|
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se veramente il lettore abbia una gran voglia d'andar avanti con lui
|
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in questa rassegna, anzi a temere di non aver già buscato il titolo
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di copiator servile per noi, e quello di seccatore da dividersi con
|
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l'anonimo sullodato, per averlo bonariamente seguito fin qui, in
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cosa estranea al racconto principale, e nella quale probabilmente
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non s'è tanto disteso, che per isfoggiar dottrina, e far vedere che
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non era indietro del suo secolo. Però, lasciando scritto quel che è
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scritto, per non perder la nostra fatica, ometteremo il rimanente,
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per rimetterci in istrada: tanto più che ne abbiamo un bel pezzo da
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percorrere, senza incontrare alcun de' nostri personaggi, e uno più
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lungo ancora, prima di trovar quelli ai fatti de' quali certamente il
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lettore s'interessa di più, se a qualche cosa s'interessa in tutto
|
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questo.
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Fino all'autunno del seguente anno 1629, rimasero tutti, chi per
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volontà, chi per forza, nello stato a un di presso in cui gli abbiam
|
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lasciati, senza che ad alcuno accadesse, nè che alcun altro potesse far
|
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cosa degna d'esser riferita. Venne l'autunno, in cui Agnese e Lucia
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avevan fatto conto di ritrovarsi insieme: ma un grande avvenimento
|
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pubblico mandò quel conto all'aria: e fu questo certamente uno de'
|
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suoi più piccoli effetti. Seguiron poi altri grandi avvenimenti,
|
|
che però non portarono nessun cambiamento notabile nella sorte de'
|
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nostri personaggi. Finalmente nuovi casi, più generali, più forti,
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più estremi, arrivarono anche fino a loro, fino agli infimi di
|
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loro, secondo la scala del mondo: come un turbine vasto, incalzante,
|
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vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi, arruffando tetti, scoprendo
|
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campanili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là i rottami,
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|
solleva anche i fuscelli nascosti tra l'erba, va a cercare negli angoli
|
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le foglie passe e leggieri, che un minor vento vi aveva confinate, e le
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porta in giro involte nella sua rapina.
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Ora, perchè i fatti privati che ci rimangon da raccontare, riescan
|
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chiari, dobbiamo assolutamente premettere un racconto alla meglio di
|
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quei pubblici, prendendola anche un po' da lontano.
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CAPITOLO XXVIII.
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Dopo quella sedizione del giorno di san Martino e del seguente, parve
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che l'abbondanza fosse tornata in Milano, come per miracolo. Pane in
|
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quantità da tutti i fornai; il prezzo, come nell'annate migliori; le
|
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farine a proporzione. Coloro che, in que' due giorni, s'erano addati
|
|
a urlare o a far anche qualcosa di più, avevano ora (meno alcuni
|
|
pochi stati presi) di che lodarsi: e non crediate che se ne stessero,
|
|
appena cessato quel primo spavento delle catture. Sulle piazze, sulle
|
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cantonate, nelle bettole, era un tripudio palese, un congratularsi e
|
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un vantarsi tra' denti d'aver trovata la maniera di far rinviliare
|
|
il pane. In mezzo però alla festa e alla baldanza, c'era (e come non
|
|
ci sarebbe stata?) un'inquietudine, un presentimento che la cosa non
|
|
avesse a durare. Assediavano i fornai e i farinaioli, come già avevan
|
|
fatto in quell'altra fattizia e passeggiera abbondanza prodotta dalla
|
|
prima tariffa d'Antonio Ferrer; tutti consumavano senza risparmio; chi
|
|
aveva qualche quattrino da parte, l'investiva in pane e in farine;
|
|
facevan magazzino delle casse, delle botticine, delle caldaie. Così,
|
|
facendo a gara a goder del buon mercato presente, ne rendevano, non
|
|
dico impossibile la lunga durata, che già lo era per sè, ma sempre più
|
|
difficile anche la continuazione momentanea. Ed ecco che, il 15 di
|
|
novembre, Antonio Ferrer, _De orden de Su Excelencia_, pubblicò una
|
|
grida, con la quale, a chiunque avesse granaglie o farine in casa,
|
|
veniva proibito di comprarne nè punto nè poco, e ad ognuno di comprar
|
|
pane, per più che il bisogno di due giorni, _sotto pene pecuniarie e
|
|
corporali, all'arbitrio di Sua Eccellenza_; intimazione a chi toccava
|
|
per ufizio, e a ogni persona, di denunziare i trasgressori; ordine a'
|
|
giudici, di far ricerche nelle case che potessero venir loro indicate;
|
|
insieme però, nuovo comando a' fornai di tener le botteghe ben fornite
|
|
di pane, _sotto pena, in caso di mancamento, di cinque anni di galera,
|
|
et maggiore, all'arbitrio di S. E._ Chi sa immaginarsi una grida tale
|
|
eseguita, deve avere una bella immaginazione; e certo, se tutte quelle
|
|
che si pubblicavano in quel tempo erano eseguite, il ducato di Milano
|
|
doveva avere almeno tanta gente in mare, quanta ne possa avere ora la
|
|
gran Bretagna.
|
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|
Sia com'esser si voglia, ordinando ai fornai di far tanto pane,
|
|
bisognava anche fare in modo che la materia del pane non mancasse
|
|
loro. S'era immaginato (come sempre in tempo di carestia rinasce uno
|
|
studio di ridurre in pane de' prodotti che d'ordinario si consumano
|
|
sott'altra forma), s'era, dico, immaginato di far entrare il riso nel
|
|
composto del pane detto _di mistura_. Il 23 di novembre, grida che
|
|
sequestra, agli ordini del vicario e de' dodici di provvisione, la metà
|
|
del riso vestito (_risone_ lo dicevano qui, e lo dicon tuttora) che
|
|
ognuno possegga; pena a chiunque ne disponga senza il permesso di que'
|
|
signori, la perdita della derrata, e una multa di tre scudi per moggio.
|
|
È, come ognun vede, la più onesta.
|
|
|
|
Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo sproporzionato
|
|
da quello del pane. Il carico di supplire all'enorme differenza era
|
|
stato imposto alla città; ma il Consiglio de' decurioni, che l'aveva
|
|
assunto per essa, deliberò, lo stesso giorno 23 di novembre, di
|
|
rappresentare al governatore l'impossibilità di sostenerlo più a lungo.
|
|
E il governatore, con grida del 7 di dicembre, fissò il prezzo del riso
|
|
suddetto a lire dodici il moggio: a chi ne chiedesse di più, come a
|
|
chi ricusasse di vendere, intimò la perdita della derrata e una multa
|
|
d'altrettanto valore, _et maggior pena pecuniaria et ancora corporale
|
|
sino alla galera, all'arbitrio di S. E., secondo la qualità de' casi et
|
|
delle persone_.
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|
|
|
Al riso brillato era già stato fissato il prezzo prima della sommossa;
|
|
come probabilmente la tariffa o, per usare quella denominazione
|
|
celeberrima negli annali moderni, il _maximum_ del grano e dell'altre
|
|
granaglie più ordinarie sarà stato fissato con altre gride, che non c'è
|
|
avvenuto di vedere.
|
|
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|
Mantenuto così il pane e la farina a buon mercato in Milano, ne veniva
|
|
di conseguenza che dalla campagna accorresse gente a processione
|
|
a comprarne. Don Gonzalo, per riparare a questo, come dice lui,
|
|
inconveniente, proibì, con un'altra grida del 15 di dicembre, di
|
|
portar fuori della città pane, per più del valore di venti soldi; pena
|
|
la perdita del pane medesimo, e venticinque scudi, _et in caso di
|
|
inhabilità, di due tratti di corda in publico, et maggior pena ancora_,
|
|
secondo il solito, _all'arbitrio di S. E._ Il 22 dello stesso mese (e
|
|
non si vede perchè così tardi), pubblicò un ordine somigliante per le
|
|
farine e per i grani.
|
|
|
|
La moltitudine aveva voluto far nascere l'abbondanza col saccheggio e
|
|
con l'incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la
|
|
corda. I mezzi erano convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col
|
|
fine, il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo
|
|
vedrà a momenti. È poi facile anche vedere, e non inutile l'osservare
|
|
come tra quegli strani provvedimenti ci sia però una connessione
|
|
necessaria: ognuno era una conseguenza inevitabile dell'antecedente,
|
|
e tutti del primo, che fissava al pane un prezzo così lontano dal
|
|
prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risultato naturalmente dalla
|
|
proporzione tra il bisogno e la quantità. Alla moltitudine un tale
|
|
espediente è sempre parso, e ha sempre dovuto parere, quanto conforme
|
|
all'equità, altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: è
|
|
quindi cosa naturale che, nell'angustie e ne' patimenti della carestia,
|
|
essa lo desidèri, l'implori e, se può, l'imponga. Di mano in mano poi
|
|
che le conseguenze si fanno sentire, conviene che coloro a cui tocca,
|
|
vadano al riparo di ciascheduna, con una legge la quale proibisca
|
|
agli uomini di far quello a che eran portati dall'antecedente. Ci si
|
|
permetta d'osservar qui di passaggio una combinazione singolare. In
|
|
un paese e in un'epoca vicina, nell'epoca la più clamorosa e la più
|
|
notabile della storia moderna, si ricorse, in circostanze simili, a
|
|
simili espedienti (i medesimi, si potrebbe quasi dire, nella sostanza,
|
|
con la sola differenza di proporzione, e a un di presso nel medesimo
|
|
ordine) ad onta de' tempi tanto cambiati, e delle cognizioni cresciute
|
|
in Europa, e in quel paese forse più che altrove; e ciò principalmente
|
|
perchè la gran massa popolare, alla quale quelle cognizioni non erano
|
|
arrivate, potè far prevalere a lungo il suo giudizio, e forzare, come
|
|
colà si dice, la mano a quelli che facevan la legge.
|
|
|
|
Così, tornando a noi, due erano stati, alla fin de' conti, i frutti
|
|
principali della sommossa: guasto e perdita effettiva di viveri,
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nella sommossa medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo,
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spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano, che pur doveva
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bastare fino alla nuova raccolta. A questi effetti generali s'aggiunga
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quattro disgraziati, impiccati come capi del tumulto: due davanti
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al forno delle grucce, due in cima della strada dov'era la casa del
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vicario di provvisione.
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Del resto, le relazioni storiche di que' tempi son fatte così a caso,
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che non ci si trova neppur la notizia del come e del quando cessasse
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quella tariffa violenta. Se, in mancanza di notizie positive, è
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lecito propor congetture, noi incliniamo a credere che sia stata
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abolita poco prima o poco dopo il 24 di dicembre, che fu il giorno di
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quell'esecuzione. E in quanto alle gride, dopo l'ultima che abbiam
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citata del 22 dello stesso mese, non ne troviamo altre in materia
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di grasce; sian esse perite, o siano sfuggite alle nostre ricerche,
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o sia finalmente che il governo, disanimato, se non ammaestrato
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dall'inefficacia di que' suoi rimedi, e sopraffatto dalle cose, le
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abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bensì nelle relazioni di più
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d'uno storico (inclinati, com'erano, più a descriver grand'avvenimenti,
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che a notarne le cagioni e il progresso) il ritratto del paese, e della
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città principalmente, nell'inverno avanzato e nella primavera, quando
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la cagion del male, la sproporzione cioè tra i viveri e il bisogno, non
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distrutta, anzi accresciuta da' rimedi che ne sospesero temporariamente
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gli effetti, e neppure da un'introduzione sufficiente di granaglie
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estere, alla quale ostavano l'insufficienza de' mezzi pubblici e
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privati, la penuria de' paesi circonvicini, la scarsezza, la lentezza
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e i vincoli del commercio, e le leggi stesse tendenti a produrre e
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mantenere il prezzo basso, quando, dico, la cagion vera della carestia,
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o per dir meglio, la carestia stessa operava senza ritegno, e con tutta
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la sua forza. Ed ecco la copia di quel ritratto doloroso.
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A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le
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strade, un indicibile spettacolo, un corso incessante di miserie, un
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soggiorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati
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ora il minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine,
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ridotti a litigar l'elemosina con quelli talvolta da cui in altri
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giorni l'avevan ricevuta. Garzoni e giovani licenziati da padroni
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di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero,
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vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de' padroni stessi,
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per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina;
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operai, e anche maestri d'ogni manifattura e d'ogn'arte, delle più
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comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle
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di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati
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alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese,
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chiedendo pietosamente l'elemosina, o esitanti tra il bisogno e una
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vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e
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dalla fame ne' panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora
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i segni d'un'antica agiatezza; come nell'inerzia e nell'avvilimento,
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compariva non so quale indizio d'abitudini operose e franche. Mescolati
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tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori
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licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza,
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o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale
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annata, a mantenere quella solita pompa di seguito. E a tutti questi
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diversi indigenti s'aggiunga un numero d'altri, avvezzi in parte a
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vivere del guadagno di essi: bambini, donne, vecchi, aggruppati co'
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loro antichi sostenitori, o dispersi in altre parti all'accatto.
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C'eran pure, e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi,
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o anche a un certo non so che nel portamento e nel gesto, a quel
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marchio che le consuetudini stampano su' visi, tanto più rilevato
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e chiaro, quanto più sono strane, molti di quella genía de' bravi
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che, perduto, per la condizion comune, quel loro pane scellerato, ne
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andavan chiedendo per carità. Domati dalla fame, non gareggiando con
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gli altri che di preghiere, spauriti, incantati, si strascicavan per
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le strade che avevano per tanto tempo passeggiate a testa alta, con
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isguardo sospettoso e feroce, vestiti di livree ricche e bizzarre,
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con gran penne, guarniti di ricche armi, attillati, profumati; e
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paravano umilmente la mano, che tante volte avevano alzata insolente a
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minacciare, o traditrice a ferire.
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[Illustrazione: A gli affamati dispensavano minestre, ova, pane,
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vino..... (pag. 410)]
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Ma forse il più brutto e insieme il più compassionevole spettacolo
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erano i contadini, scompagnati, a coppie, a famiglie intere; mariti,
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mogli, con bambini in collo, o attaccati dietro le spalle, con ragazzi
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per la mano, con vecchi dietro. Alcuni che, invase e spogliate le
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loro case dalla soldatesca, alloggiata lì o di passaggio, n'eran
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fuggiti disperatamente; e tra questi ce n'era di quelli che, per far
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più compassione, e come per distinzione di miseria, facevan vedere
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i lividi e le margini de' colpi ricevuti nel difendere quelle loro
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poche ultime provvisioni, o scappando da una sfrenatezza cieca e
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brutale. Altri, andati esenti da quel flagello particolare, ma spinti
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da que' due da cui nessun angolo era stato immune, la sterilità e le
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gravezze, più esorbitanti che mai per soddisfare a ciò che si chiamava
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i bisogni della guerra, eran venuti, venivano alla città, come a sede
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antica e ad ultimo asilo di ricchezza e di pia munificenza. Si potevan
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distinguere gli arrivati di fresco, più ancora che all'andare incerto
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e all'aria nuova, a un fare maravigliato e indispettito di trovare
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una tal piena, una tale rivalità di miseria, al termine dove avevan
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creduto di comparire oggetti singolari di compassione, e d'attirare a
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sè gli sguardi e i soccorsi. Gli altri che da più o men tempo giravano
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e abitavano le strade della città, tenendosi ritti co' sussidi ottenuti
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o toccati come in sorte, in una tanta sproporzione tra i mezzi e il
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bisogno, avevan dipinta ne' volti e negli atti una più cupa e stanca
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costernazione. Vestiti diversamente, quelli che ancora si potevano dir
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vestiti; e diversi anche nell'aspetto: facce dilavate del basso paese,
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abbronzate del pian di mezzo e delle colline, sanguigne di montanari;
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ma tutte affilate e stravolte, tutte con occhi incavati, con isguardi
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fissi, tra il torvo e l'insensato; arruffati i capelli, lunghe e
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irsute le barbe: corpi cresciuti e indurati alla fatica, esausti ora
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dal disagio; raggrinzata la pelle sulle braccia aduste e sugli stinchi
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e sui petti scarniti, che si vedevan di mezzo ai cenci scomposti.
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E diversamente, ma non meno doloroso di questo aspetto di vigore
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abbattuto, l'aspetto d'una natura più presto vinta, d'un languore e
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d'uno sfinimento più abbandonato, nel sesso e nell'età più deboli.
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Qua e là per le strade, rasente ai muri delle case, qualche po' di
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paglia pesta, trita e mista d'immondo ciarpume. E una tal porcheria
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era però un dono e uno studio della carità; eran covili apprestati
|
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a qualcheduno di que' meschini, per posarci il capo la notte. Ogni
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tanto, ci si vedeva, anche di giorno, giacere o sdraiarsi taluno a cui
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la stanchezza o il digiuno aveva levate le forze e tronche le gambe:
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qualche volta quel tristo letto portava un cadavere: qualche volta si
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vedeva uno cader come un cencio all'improvviso, e rimaner cadavere sul
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selciato.
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Accanto a qualcheduno di que' covili, si vedeva pure chinato qualche
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passeggiero o vicino, attirato da una compassion subitanea. In qualche
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luogo appariva un soccorso ordinato con più lontana previdenza, mosso
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da una mano ricca di mezzi, e avvezza a beneficare in grande; ed era
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la mano del buon Federigo. Aveva scelto sei preti ne' quali una carità
|
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viva e perseverante fosse accompagnata e servita da una complessione
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robusta; gli aveva divisi in coppie, e ad ognuna assegnata una terza
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parte della città da percorrere, con dietro facchini carichi di vari
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cibi, d'altri più sottili e più pronti ristorativi, e di vesti. Ogni
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mattina, le tre coppie si mettevano in istrada da diverse parti,
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s'avvicinavano a quelli che vedevano abbandonati per terra, e davano
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a ciascheduno aiuto secondo il bisogno. Taluno già agonizzante e non
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più in caso di ricevere alimento, riceveva gli ultimi soccorsi e le
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consolazioni della religione. Agli affamati dispensavano minestra,
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ova, pane, vino; ad altri, estenuati da più antico digiuno, porgevano
|
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consumati, stillati, vino più generoso, riavendoli prima, se faceva di
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bisogno, con cose spiritose. Insieme, distribuivano vesti alle nudità
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più sconce e più dolorose.
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Nè qui finiva la loro assistenza: il buon pastore aveva voluto che,
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almeno dov'essa poteva arrivare, recasse un sollievo efficace e non
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momentaneo. Ai poverini a cui quel primo ristoro avesse rese forze
|
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bastanti per reggersi e per camminare, davano un po' di danaro,
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affinchè il bisogno rinascente e la mancanza d'altro soccorso non
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li rimettesse ben presto nello stato di prima; agli altri cercavano
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ricovero e mantenimento, in qualche casa delle più vicine. In
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quelle de' benestanti, erano per lo più ricevuti per carità, e
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|
come raccomandati dal cardinale; in altre, dove alla buona volontà
|
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mancassero i mezzi, chiedevan que' preti che il poverino fosse ricevuto
|
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a dozzina, fissavano il prezzo, e ne sborsavan subito una parte a
|
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conto. Davano poi, di questi ricoverati, la nota ai parrochi, acciocchè
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li visitassero; e tornavano essi medesimi a visitarli.
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Non c'è bisogno di dire che Federigo non ristringeva le sue cure a
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questa estremità di patimenti, nè l'aveva aspettata per commoversi.
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Quella carità ardente e versatile doveva tutto sentire, in tutto
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adoprarsi, accorrere dove non aveva potuto prevenire, prender, per dir
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così, tante forme, in quante variava il bisogno. Infatti, radunando
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tutti i suoi mezzi, rendendo più rigoroso il risparmio, mettendo mano
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a risparmi destinati ad altre liberalità, divenute ora d'un'importanza
|
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troppo secondaria, aveva cercato ogni maniera di far danari, per
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impiegarli tutti in soccorso degli affamati. Aveva fatte gran compre
|
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di granaglie, e speditane una buona parte ai luoghi della diocesi,
|
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che n'eran più scarsi; ed essendo il soccorso troppo inferiore al
|
|
bisogno, mandò anche del sale, «con cui,» dice, raccontando la cosa,
|
|
il Ripamonti[21], «l'erbe del prato e le cortecce degli alberi si
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convertono in cibo.» Granaglie pure e danari aveva distribuiti ai
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parrochi della città; lui stesso la visitava, quartiere per quartiere,
|
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dispensando elemosine; soccorreva in segreto molte famiglie povere;
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nel palazzo arcivescovile, come attesta uno scrittore contemporaneo,
|
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il medico Alessandro Tadino, in un suo _Ragguaglio_ che avremo spesso
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occasion di citare andando avanti, si distribuivano ogni mattina due
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mila scodelle di minestra di riso[22].
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[21] Historiæ Patriæ, Decadis V, Lib. VI, pag. 386.
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[22] Ragguaglio dell'origine et giornali successi della gran peste
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contagiosa, venefica et malefica, seguita nella città di Milano etc.
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Milano, 1648, pag. 10.
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Ma questi effetti di carità, che possiamo certamente chiamar grandiosi,
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quando si consideri che venivano da un sol uomo e dai soli suoi mezzi
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(giacchè Federigo ricusava, per sistema, di farsi dispensatore delle
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liberalità altrui), questi, insieme con le liberalità d'altre mani
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private, se non così feconde, pur numerose; insieme con le sovvenzioni
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che il Consiglio de' decurioni aveva decretate, dando al tribunal di
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provvisione l'incombenza di distribuirle; erano ancor poca cosa in
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paragone del bisogno. Mentre ad alcuni montanari vicini a morir di
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fame, veniva, per la carità del cardinale, prolungata la vita, altri
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arrivavano a quell'estremo; i primi, finito quel misurato soccorso,
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ci ricadevano; in altre parti, non dimenticate, ma posposte, come
|
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meno angustiate, da una carità costretta a scegliere, l'angustie
|
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divenivan mortali; per tutto si periva, da ogni parte s'accorreva alla
|
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città. Qui, due migliaia, mettiamo, d'affamati più robusti ed esperti
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a superar la concorrenza e a farsi largo, avevano acquistata una
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minestra, tanto da non morire in quel giorno; ma più altre migliaia
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rimanevano indietro, invidiando quei, diremo noi, più fortunati,
|
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quando, tra i rimasti indietro, c'erano spesso le mogli, i figli, i
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padri loro? E mentre in alcune parti della città, alcuni di quei più
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abbandonati e ridotti all'estremo venivan levati di terra, rianimati,
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ricoverati e provveduti per qualche tempo; in cent'altre parti, altri
|
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cadevano, languivano o anche spiravano, senza aiuto, senza refrigerio.
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Tutto il giorno, si sentiva per le strade un ronzío confuso di voci
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supplichevoli; la notte, un susurro di gemiti, rotto di quando in
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quando da alti lamenti scoppiati all'improvviso, da urli, da accenti
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profondi d'invocazione, che terminavano in istrida acute.
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È cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in una tanta
|
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varietà di querele, non si vedesse mai un tentativo, non incappasse
|
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mai un grido di sommossa: almeno non se ne trova il minimo cenno.
|
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Eppure, tra coloro che vivevano e morivano in quella maniera, c'era
|
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un buon numero d'uomini educati a tutt'altro che a tollerare; c'erano
|
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a centinaia, di que' medesimi che, il giorno di san Martino, s'erano
|
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tanto fatti sentire. Nè si può pensare che l'esempio de' quattro
|
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disgraziati che n'avevan portata la pena per tutti, fosse quello che
|
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ora li tenesse tutti a freno: qual forza poteva avere, non la presenza,
|
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ma la memoria de' supplizi sugli animi d'una moltitudine vagabonda e
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riunita, che si vedeva come condannata a un lento supplizio, che già
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lo pativa? Ma noi uomini siam in generale fatti così: ci rivoltiamo
|
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sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio
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sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo di
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ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.
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Il vôto che la mortalità faceva ogni giorno in quella deplorabile
|
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moltitudine, veniva ogni giorno più che riempito: era un concorso
|
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continuo, prima da' paesi circonvicini, poi da tutto il contado,
|
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poi dalle città dello stato, alla fine anche da altre. E intanto,
|
|
anche da questa partivano ogni giorno antichi abitatori; alcuni per
|
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sottrarsi alla vista di tante piaghe; altri, vedendosi, per dir così,
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preso il posto da' nuovi concorrenti d'accatto, uscivano a un'ultima
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disperata prova di chieder soccorso altrove, dove si fosse, dove almeno
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non fosse così fitta e così incalzante la folla e la rivalità del
|
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chiedere. S'incontravano nell'opposto viaggio questi e que' pellegrini,
|
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spettacolo di ribrezzo gli uni agli altri, e saggio doloroso, augurio
|
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sinistro del termine a cui gli uni e gli altri erano incamminati. Ma
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seguitavano ognuno la sua strada, se non più per la speranza di mutar
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sorte, almeno per non tornare sotto un cielo divenuto odioso, per non
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rivedere i luoghi dove avevan disperato. Se non che taluno, mancandogli
|
|
affatto le forze, cadeva per la strada, e rimaneva lì morto: spettacolo
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ancor più funesto ai suoi compagni di miseria, oggetto d'orrore, forse
|
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di rimprovero agli altri passeggieri. «Vidi io,» scrive il Ripamonti,
|
|
«nella strada che gira le mura, il cadavere d'una donna.... Le usciva
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di bocca dell'erba mezza rosicchiata, e le labbra facevano ancora
|
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quasi un atto di sforzo rabbioso.... Aveva un fagottino in ispalla,
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|
e attaccato con le fasce al petto un bambino, che piangendo chiedeva
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la poppa.... Ed erano sopraggiunte persone compassionevoli, le quali,
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|
raccolto il meschinello di terra, lo portavan via, adempiendo così
|
|
intanto il primo ufizio materno.»
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|
Quel contrapposto di gale e di cenci, di superfluità e di miseria,
|
|
spettacolo ordinario de' tempi ordinari, era allora affatto cessato. I
|
|
cenci e la miseria eran quasi per tutto; e ciò che se ne distingueva,
|
|
era appena un'apparenza di parca mediocrità. Si vedevano i nobili
|
|
camminare in abito semplice e dimesso, o anche logoro e gretto; alcuni,
|
|
perchè le cagioni comuni della miseria avevan mutata a quel segno anche
|
|
la loro fortuna, o dato il tracollo a patrimoni già sconcertati: gli
|
|
altri, o che temessero di provocare col fasto la pubblica disperazione,
|
|
o che si vergognassero d'insultare alla pubblica calamità. Que'
|
|
prepotenti odiati e rispettati, soliti a andare in giro con uno
|
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strascico di bravi, andavano ora quasi soli, a capo basso, con visi che
|
|
parevano offrire e chieder pace. Altri che, anche nella prosperità,
|
|
erano stati di pensieri più umani, e di portamenti più modesti,
|
|
parevano anch'essi confusi, costernati, e come sopraffatti dalla vista
|
|
continua d'una miseria che sorpassava, non solo la possibilità del
|
|
soccorso, ma direi quasi, le forze della compassione. Chi aveva il
|
|
modo di far qualche elemosina, doveva però fare una trista scelta
|
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tra fame e fame, tra urgenze e urgenze. E appena si vedeva una mano
|
|
pietosa avvicinarsi alla mano d'un infelice, nasceva all'intorno una
|
|
gara d'altri infelici; coloro a cui rimaneva più vigore, si facevano
|
|
avanti a chieder con più istanza; gli estenuati, i vecchi, i fanciulli,
|
|
alzavano le mani scarne; le madri alzavano e facevan veder da lontano i
|
|
bambini piangenti, mal rinvoltati nelle fasce cenciose, e ripiegati per
|
|
languore nelle loro mani.
|
|
|
|
Così passò l'inverno e la primavera: e già da qualche tempo il
|
|
tribunale della sanità andava rappresentando a quello della provvisione
|
|
il pericolo del contagio, che sovrastava alla città, per tanta miseria
|
|
ammontata in ogni parte di essa; e proponeva che gli accattoni
|
|
venissero raccolti in diversi ospizi. Mentre si discute questa
|
|
proposta, mentre s'approva, mentre si pensa ai mezzi, ai modi, ai
|
|
luoghi, per mandarla ad effetto, i cadaveri crescono nelle strade ogni
|
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giorno più; a proporzion di questo, cresce tutto l'altro ammasso di
|
|
miserie. Nel tribunale di provvisione vien proposto, come più facile e
|
|
più speditivo, un altro ripiego, di radunar tutti gli accattoni, sani
|
|
e infermi, in un sol luogo, nel lazzeretto, dove fosser mantenuti e
|
|
curati a spese del pubblico; e così vien risoluto, contro il parere
|
|
della Sanità, la quale opponeva che, in una così gran riunione, sarebbe
|
|
cresciuto il pericolo a cui si voleva metter riparo.
|
|
|
|
Il lazzeretto di Milano (se, per caso, questa storia capitasse
|
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nelle mani di qualcheduno che non lo conoscesse, nè di vista nè per
|
|
descrizione) è un recinto quadrilatero e quasi quadrato, fuori della
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|
città, a sinistra della porta detta orientale, distante dalle mura lo
|
|
spazio della fossa, d'una strada di circonvallazione, e d'una gora che
|
|
gira il recinto medesimo. I due lati maggiori son lunghi a un di presso
|
|
cinquecento passi; gli altri due, forse quindici meno; tutti, dalla
|
|
parte esterna, son divisi in piccole stanze d'un piano solo; di dentro
|
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gira intorno a tre di essi un portico continuo a volta, sostenuto da
|
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piccole e magre colonne.
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Le stanzine eran dugent'ottantotto, o giù di lì: a' nostri giorni,
|
|
una grande apertura fatta nel mezzo, e una piccola, in un canto della
|
|
facciata del lato che costeggia la strada maestra, ne hanno portate
|
|
via non so quante. Al tempo della nostra storia, non c'eran che due
|
|
entrature; una nel mezzo del lato che guarda le mura della città,
|
|
l'altra di rimpetto, nell'opposto. Nel centro dello spazio interno,
|
|
c'era, e c'è tuttora, una piccola chiesa ottangolare.
|
|
|
|
La prima destinazione di tutto l'edifizio, cominciato nell'anno 1489,
|
|
co' danari d'un lascito privato, continuato poi con quelli del pubblico
|
|
e d'altri testatori e donatori, fu, come l'accenna il nome stesso,
|
|
di ricoverarvi, all'occorrenza, gli ammalati di peste; la quale, già
|
|
molto prima di quell'epoca, era solita, e lo fa per molto tempo dopo,
|
|
a comparire quelle due, quattro, sei, otto volte per secolo, ora in
|
|
questo, ora in quel paese d'Europa, prendendone talvolta una gran
|
|
parte, o anche scorrendola tutta, per il lungo e per il largo. Nel
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|
momento di cui parliamo, il lazzeretto non serviva che per deposito
|
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delle mercanzie soggette a contumacia.
|
|
|
|
Ora, per metterlo in libertà, non si stette al rigor delle leggi
|
|
sanitarie, e fatte in fretta in fretta le purghe e gli esperimenti
|
|
prescritti, si rilasciaron tutte le mercanzie a un tratto. Si fece
|
|
stender della paglia in tutte le stanze, si fecero provvisioni di
|
|
viveri, della qualità e nella quantità che si potè; e s'invitarono, con
|
|
pubblico editto, tutti gli accattoni a ricoverarsi lì.
|
|
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|
Molti vi concorsero volontariamente; tutti quelli che giacevano
|
|
infermi per le strade e per le piazze, ci vennero trasportati; in
|
|
pochi giorni, ce ne fu, tra gli uni e gli altri, più di tre mila.
|
|
Ma molti più furon quelli che restaron fuori. O che ognun di loro
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aspettasse di veder gli altri andarsene, e di rimanere in pochi a
|
|
goder l'elemosine della città, o fosse quella natural ripugnanza alla
|
|
clausura, o quella diffidenza de' poveri per tutto ciò che vien loro
|
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proposto da chi possiede le ricchezze e il potere (diffidenza sempre
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|
proporzionata all'ignoranza comune di chi la sente e di chi l'ispira,
|
|
al numero de' poveri, e al poco giudizio delle leggi), o il saper di
|
|
fatto quale fosse in realtà il benefizio offerto, o fosse tutto questo
|
|
insieme, o che altro, il fatto sta che la più parte, non facendo conto
|
|
dell'invito, continuavano a strascicarsi stentando per le strade. Visto
|
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ciò, si credè bene di passar dall'invito alla forza. Si mandarono in
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ronda birri che cacciassero gli accattoni al lazzeretto, e vi menassero
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legati quelli che resistevano; per ognun de' quali fu assegnato
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a coloro il premio di dieci soldi: ecco se, anche nelle maggiori
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strettezze, i danari del pubblico si trovan sempre, per impiegarli
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a sproposito. E quantunque, com'era stata congettura, anzi intento
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espresso della Provvisione, un certo numero d'accattoni sfrattasse
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dalla città, per andare a vivere o a morire altrove, in libertà almeno;
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pure la caccia fu tale che, in poco tempo, il numero de' ricoverati,
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tra ospiti e prigionieri, s'accostò a dieci mila.
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Le donne e i bambini, si vuol supporre che saranno stati messi in
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quartieri separati, benchè le memorie del tempo non ne dican nulla.
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Regole poi e provvedimenti per il buon ordine, non ne saranno
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certamente mancati; ma si figuri ognuno qual ordine potesse essere
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stabilito e mantenuto, in que' tempi specialmente e in quelle
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circostanze, in una così vasta e varia riunione, dove coi volontari si
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trovavano i forzati; con quelli per cui l'accatto era una necessità,
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un dolore, una vergogna, coloro di cui era il mestiere; con molti
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cresciuti nell'onesta attività de' campi e dell'officine, molti altri
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educati nelle piazze, nelle taverne, ne' palazzi de' prepotenti,
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all'ozio, alla truffa, allo scherno, alla violenza.
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Come stessero poi tutti insieme d'alloggio e di vitto, si potrebbe
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tristamente congetturarlo, quando non n'avessimo notizie positive; ma
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le abbiamo. Dormivano ammontati a venti, a trenta per ognuna di quelle
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cellette, o accovacciati sotto i portici, sur un po' di paglia putrida
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e fetente, o sulla nuda terra: perchè, s'era bensì ordinato che la
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paglia fosse fresca e a sufficienza, e cambiata spesso; ma in effetto
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era stata cattiva, scarsa, e non si cambiava. S'era ugualmente ordinato
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che il pane fosse di buona qualità: giacchè, quale amministratore ha
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mai detto che si faccia e si dispensi roba cattiva? ma ciò che non si
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sarebbe ottenuto nelle circostanze solite, anche per un più ristretto
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servizio, come ottenerlo in quel caso, e per quella moltitudine. Si
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disse allora, come troviamo nelle memorie, che il pane del lazzeretto
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fosse alterato con sostanze pesanti e non nutrienti: ed è pur troppo
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credibile che non fosse uno di que' lamenti in aria. D'acqua perfino
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c'era scarsità; d'acqua, voglio dire, viva e salubre: il pozzo comune,
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doveva esser la gora che gira le mura del recinto, bassa, lenta, dove
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anche motosa, e divenuta poi quale poteva renderla l'uso e la vicinanza
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d'una tanta e tal moltitudine.
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A tutte queste cagioni di mortalità, tanto più attive, che operavano
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sopra corpi ammalati o ammalazzati, s'aggiunga una gran perversità
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della stagione: piogge ostinate, seguite da una siccità ancor più
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ostinata, e con essa un caldo anticipato e violento. Ai mali s'aggiunga
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il sentimento de' mali, la noia e la smania della prigionia, la
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rimembranza dell'antiche abitudini, il dolore di cari perduti,
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la memoria inquieta di cari assenti, il tormento e il ribrezzo
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vicendevole, tant'altre passioni d'abbattimento o di rabbia, portate o
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nate là dentro; l'apprensione poi e lo spettacolo continuo della morte
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resa frequente da tante cagioni, e divenuta essa medesima una nuova
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e potente cagione. E non farà stupore che la mortalità crescesse e
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regnasse in quel recinto a segno di prendere aspetto e, presso molti,
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nome di pestilenza: sia che la riunione e l'aumento di tutte quelle
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cause non facesse che aumentare l'attività d'un'influenza puramente
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epidemica; sia (come par che avvenga nelle carestie anche men gravi
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e men prolungate di quella) che vi avesse luogo un certo contagio,
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il quale ne' corpi affetti e preparati dal disagio e dalla cattiva
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qualità degli alimenti, dall'intemperie, dal sudiciume, dal travaglio
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e dall'avvilimento trovi la tempera, per dir così, e la stagione sua
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propria, le condizioni necessarie in somma per nascere, nutrirsi e
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moltiplicare (se a un ignorante è lecito buttar là queste parole,
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dietro l'ipotesi proposta da alcuni fisici e riproposta da ultimo,
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con molte ragioni e con molta riserva, da uno, diligente quanto
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ingegnoso[23]): sia poi che il contagio scoppiasse da principio nel
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lazzeretto medesimo, come, da un'oscura e inesatta relazione, par che
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pensassero i medici della Sanità; sia che vivesse e andasse covando
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prima d'allora (ciò che par forse più verisimile, chi pensi come il
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disagio era già antico e generale, e la mortalità già frequente), e
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che portato in quella folla permanente, vi si propagasse con nuova e
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terribile rapidità. Qualunque di queste congetture sia la vera, il
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numero giornaliero de' morti nel lazzeretto oltrepassò in poco tempo il
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centinaio.
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[23] Del morbo petecchiale... e degli altri contagi in generale, opera
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del dott. F. Enrico Acerbi, Cap. III, § 1.
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Mentre in quel luogo tutto il resto era languore, angoscia, spavento,
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rammarichío, fremito, nella Provvisione era vergogna, stordimento,
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incertezza. Si discusse, si sentì il parere della Sanità; non si trovò
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altro che di disfare ciò che s'era fatto con tanto apparato, con tanta
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spesa, con tante vessazioni. S'aprì il lazzeretto, si licenziaron tutti
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i poveri non ammalati che ci rimanevano, e che scapparon fuori con
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una gioia furibonda. La città tornò a risonare dell'antico lamento,
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ma più debole e interrotto; rivide quella turba più rada e più
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compassionevole, dice il Ripamonti, per il pensiero del come fosse di
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tanto scemata. Gl'infermi furon trasportati a Santa Maria della Stella,
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allora ospizio di poveri; dove la più parte perirono.
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Intanto però cominciavano que' benedetti campi a imbiondire. Gli
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accattoni venuti dal contado se n'andarono, ognuno dalla sua parte, a
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quella tanto sospirata segatura. Il buon Federigo gli accomiatò con un
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ultimo sforzo, e con un nuovo ritrovato di carità: a ogni contadino che
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si presentasse all'arcivescovado, fece dare un giulio, e una falce da
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mietere.
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Con la messe finalmente cessò la carestia: la mortalità, epidemica
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o contagiosa, scemando di giorno in giorno, si prolungò però fin
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nell'autunno. Era sul finire, quand'ecco un nuovo flagello.
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Molte cose importanti, di quelle a cui più specialmente si dà titolo di
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storiche, erano accadute in questo frattempo. Il cardinal di Richelieu,
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presa, come s'è detto, la Roccella, abborracciata alla meglio una
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pace col re d'Inghilterra, aveva proposto e persuaso con la sua
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potente parola, nel Consiglio di quello di Francia, che si soccorresse
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efficacemente il duca di Nevers; e aveva insieme determinato il re
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medesimo a condurre in persona la spedizione. Mentre si facevan gli
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apparecchi, il conte di Nassau, commissario imperiale, intimava in
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Mantova al nuovo duca, che desse gli stati in mano a Ferdinando,
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o questo manderebbe un esercito ad occuparli. Il duca che, in più
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disperate circostanze, s'era schermito d'accettare una condizione
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così dura e così sospetta, incoraggito ora dal vicino soccorso di
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Francia, tanto più se ne schermiva; però con termini in cui il no fosse
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rigirato e allungato, quanto si poteva, e con proposte di sommissione,
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anche più apparente, ma meno costosa. Il commissario se n'era andato,
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protestandogli che si verrebbe alla forza. In marzo, il cardinal di
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Richelieu era poi calato infatti col re, alla testa d'un esercito;
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aveva chiesto il passo al duca di Savoia; s'era trattato; non s'era
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concluso; dopo uno scontro, col vantaggio de' Francesi, s'era trattato
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di nuovo, e concluso un accordo, nel quale il duca, tra l'altre
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cose, aveva stipulato che il Cordova leverebbe l'assedio da Casale;
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obbligandosi, se questo ricusasse, a unirsi co' Francesi, per invadere
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il ducato di Milano. Don Gonzalo, parendogli anche d'uscirne con poco,
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aveva levato l'assedio da Casale, dov'era subito entrato un corpo di
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Francesi, a rinforzar la guarnigione.
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Fu in questa occasione che l'Achillini scrisse al re Luigi quel suo
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famoso sonetto:
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Sudate, o fochi, a preparar metalli:
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e un altro, con cui l'esortava a portarsi subito alla liberazione
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di Terra santa. Ma è un destino che i pareri de' poeti non siano
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ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti conformi a qualche
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loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran cose risolute prima.
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Il cardinal di Richelieu aveva invece stabilito di ritornare in
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Francia, per affari che a lui parevano più urgenti. Girolamo Soranzo,
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inviato de' Veneziani, potè bene addurre ragioni per combattere quella
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risoluzione; che il re e il cardinale, dando retta alla sua prosa come
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ai versi dell'Achillini, se ne ritornarono col grosso dell'esercito,
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lasciando soltanto sei mila uomini in Susa, per mantenere il passo, e
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per caparra del trattato.
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Mentre quell'esercito se n'andava da una parte, quello di Ferdinando
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s'avvicinava dall'altra; aveva invaso il paese de' Grigioni e la
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Valtellina; si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni
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che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi
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avvisi al tribunale della sanità, che in quell'esercito covasse la
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peste, della quale allora nelle truppe alemanne c'era sempre qualche
|
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sprazzo, come dice il Varchi, parlando di quella che, un secolo avanti,
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avevan portata in Firenze. Alessandro Tadino, uno de' conservatori
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della Sanità (eran sei, oltre il presidente: quattro magistrati e due
|
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medici), fu incaricato dal tribunale, come racconta lui stesso, in
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quel suo ragguaglio già citato[24], di rappresentare al governatore
|
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lo spaventoso pericolo che sovrastava al paese, se quella gente ci
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passava, per andare all'assedio di Mantova, come s'era sparsa la voce.
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Da tutti i portamenti di don Gonzalo, pare che avesse una gran smania
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d'acquistarsi un posto nella storia, la quale infatti non potè non
|
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occuparsi di lui; ma (come spesso le accade) non conobbe, o non si
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curò di registrare l'atto di lui più degno di memoria, la risposta che
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diede al Tadino in quella circostanza. Rispose che non sapeva cosa
|
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farci; che i motivi d'interesse e di riputazione, per i quali s'era
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mosso quell'esercito, pesavan più che il pericolo rappresentato; che
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con tutto ciò si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella
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Provvidenza.
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[24] Pag. 16.
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Per riparar dunque alla meglio, i due medici della Sanità (il Tadino
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suddetto e Senatore Settala, figlio del celebre Lodovico) proposero in
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quel tribunale che si proibisse sotto severissime pene di comprar roba
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di nessuna sorte da' soldati ch'eran per passare; ma non fu possibile
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far intendere la necessità d'un tal ordine al presidente, «uomo,» dice
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il Tadino, «di molta bontà, che non poteva credere dovesse succedere
|
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incontri di morte di tante migliaia di persone, per il comercio di
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questa gente, et loro robbe.» Citiamo questo tratto per uno de'
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singolari di quel tempo: chè di certo, da che ci son tribunali di
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sanità, non accadde mai a un altro presidente d'un tal corpo, di fare
|
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un ragionamento simile; se ragionamento si può chiamare.
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In quanto a Don Gonzalo, poco dopo quella risposta, se n'andò da
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Milano; e la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione. Veniva
|
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rimosso per i cattivi successi della guerra, della quale era stato il
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promotore e il capitano; e il popolo lo incolpava della fame sofferta
|
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sotto il suo governo. (Quello che aveva fatto per la peste, o non si
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sapeva, o certo nessuno se n'inquietava, come vedremo più avanti,
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fuorchè il tribunale della sanità, e i due medici specialmente.)
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All'uscir dunque, in carrozza da viaggio, dal palazzo di corte,
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in mezzo a una guardia d'alabardieri, con due trombetti a cavallo
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davanti, e con altre carrozze di nobili che gli facevan seguito, fu
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accolto con gran fischiate da ragazzi ch'eran radunati sulla piazza
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del duomo, e che gli andaron dietro alla rinfusa. Entrata la comitiva
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nella strada che conduce a porta ticinese, di dove si doveva uscire,
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cominciò a trovarsi in mezzo a una folla di gente che, parte era lì
|
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ad aspettare, parte accorreva; tanto più che i trombetti, uomini di
|
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formalità, non cessaron di sonare, dal palazzo di corte, fino alla
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porta. E nel processo che si fece poi su quei tumulto, uno di costoro,
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ripreso che, con quel suo trombettare, fosse stato cagione di farlo
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crescere, risponde: «caro signore, questa è la nostra professione; et
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se S. E. non hauesse hauuto a caro che noi hauessimo sonato, doveva
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comandarne che tacessimo.» Ma don Gonzalo, o per ripugnanza a far cosa
|
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che mostrasse timore, o per timore di render con questo più ardita la
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moltitudine, o perchè fosse in effetto un po' sbalordito, non dava
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nessun ordine. La moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano
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di respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando:
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«la va via la carestia, va via il sangue de' poveri,» e peggio. Quando
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furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni,
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torsoli, bucce d'ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle
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spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un'ultima
|
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scarica sulle carrozze che uscivano. Subito dopo si sbandarono.
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In luogo di don Gonzalo, fu mandato il marchese Ambrogio Spinola,
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il cui nome aveva già acquistata, nelle guerre di Fiandra, quella
|
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celebrità militare che ancor gli rimane.
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Intanto l'esercito alemanno, sotto il comando supremo del conte
|
|
Rambaldo di Collalto, altro condottiere italiano, di minore, ma
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|
non d'ultima fama, aveva ricevuto l'ordine definitivo di portarsi
|
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all'impresa di Mantova; e nel mese di settembre, entrò nel ducato di
|
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Milano.
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La milizia, a que' tempi, era ancor composta in gran parte di soldati
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di ventura arrolati da condottieri di mestiere, per commissione di
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questo o di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto,
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e per vendersi poi insieme con essi. Più che dalle paghe, erano gli
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uomini attirati a quel mestiere dalle speranze del saccheggio e da
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tutti gli allettamenti della licenza. Disciplina stabile e generale
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non ce n'era; nè avrebbe potuto accordarsi così facilmente con
|
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l'autorità in parte indipendente de' vari condottieri. Questi poi in
|
|
particolare, nè erano molto raffinatori in fatto di disciplina, nè,
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anche volendo, si vede come avrebbero potuto riuscire a stabilirla e
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a mantenerla; chè soldati di quella razza, o si sarebbero rivoltati
|
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contro un condottiere novatore che si fosse messo in testa d'abolire
|
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il saccheggio; o per lo meno, l'avrebbero lasciato solo a guardar le
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bandiere. Oltre di ciò, siccome i principi, nel prendere, per dir così,
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ad affitto quelle bande, guardavan più ad aver gente in quantità, per
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assicurar l'imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di
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pagare, per il solito molto scarsa; così le paghe venivano per lo più
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tarde, a conto, a spizzico; e le spoglie de' paesi a cui la toccava, ne
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divenivano come un supplimento tacitamente convenuto. È celebre, poco
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meno del nome di Wallenstein, quella sua sentenza: esser più facile
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mantenere un esercito di cento mila uomini, che uno di dodici mila.
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E questo di cui parliamo era in gran parte composto della gente che,
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sotto il suo comando, aveva desolata la Germania, in quella guerra
|
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celebre tra le guerre, e per sè e per i suoi effetti, che ricevette
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poi il nome da' trent'anni della sua durata: e allora ne correva
|
|
l'undecimo. C'era anzi, condotto da un suo luogotenente, il suo proprio
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|
reggimento; degli altri condottieri, la più parte avevan comandato
|
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sotto di lui, e ci si trovava più d'uno di quelli che, quattr'anni
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dopo, dovevano aiutare a fargli far quella cattiva fine che ognun sa.
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Eran vent'otto mila fanti, e sette mila cavalli; e, scendendo dalla
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Valtellina per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il
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corso che fa l'Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume
|
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fino al suo sbocco in Po, e dopo avevano un buon tratto di questo da
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costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano.
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Una gran parte degli abitanti si rifugiavano su per i monti, portandovi
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quel che avevan di meglio, e cacciandosi innanzi le bestie; altri
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rimanevano, o per non abbandonar qualche ammalato, o per preservar
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|
la casa dall'incendio, o per tener d'occhio cose preziose nascoste,
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|
sotterrate; altri perchè non avean nulla da perdere, o anche facevan
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|
conto d'acquistare. Quando la prima squadra arrivava al paese della
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fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li
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metteva a sacco addirittura: ciò che c'era da godere o da portar via,
|
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spariva; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; i mobili
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diventavan legna, le case, stalle: senza parlar delle busse, delle
|
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ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte l'astuzie per salvar
|
|
la roba, riuscivano per lo più inutili, qualche volta portavano danni
|
|
maggiori. I soldati, gente ben più pratica degli stratagemmi anche
|
|
di questa guerra, frugavano per tutti i buchi delle case, smuravano,
|
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diroccavano; conoscevan facilmente negli orti la terra smossa di
|
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fresco; andarono fino su per i monti a rubare il bestiame; andarono
|
|
nelle grotte, guidati da qualche birbante del paese, in cerca di
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qualche ricco che vi si fosse rimpiattato; lo strascinavano alla sua
|
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casa, e con tortura di minacce e di percosse, lo costringevano a
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indicare il tesoro nascosto.
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Finalmente se n'andavano; erano andati; si sentiva da lontano morire
|
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il suono de' tamburi o delle trombe; succedevano alcune ore d'una
|
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quiete spaventata; e poi un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo
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maledetto suon di trombe, annunziava un'altra squadra. Questi, non
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trovando più da far preda, con tanto più furore facevano sperpero del
|
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resto, bruciavan le botti votate da quelli, gli usci delle stanze dove
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non c'era più nulla, davan fuoco anche alle case; e con tanta più
|
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rabbia, s'intende, maltrattavan le persone; e così di peggio in peggio,
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per venti giorni: chè in tante squadre era diviso l'esercito.
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Colico fu la prima terra del ducato, che invasero que' demòni; si
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gettarono poi sopra Bellano; di là entrarono e si sparsero nella
|
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Valsassina, da dove sboccarono nel territorio di Lecco.
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CAPITOLO XXIX.
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|
Qui, tra i poveri spaventati troviamo persone di nostra conoscenza.
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Chi non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una
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volta le notizie della calata dell'esercito, del suo avvicinarsi,
|
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e de' suoi portamenti, non sa bene cosa sia impiccio e spavento.
|
|
Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli,
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sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato
|
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fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati
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a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca
|
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in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare
|
|
tumultuoso, un'esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi
|
|
di donne, un metter le mani ne' capelli. Don Abbondio, risoluto di
|
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ruggire, risoluto prima di tutti e più di tutti, vedeva però, in ogni
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strada da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili
|
|
e pericoli spaventosi. «Come fare?» esclamava: «dove andare?» I monti,
|
|
lasciando da parte la difficoltà del cammino, non eran sicuri: già
|
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s'era saputo che i lanzichenecchi vi s'arrampicavano come gatti, dove
|
|
appena avessero indizio o speranza di far preda. Il lago era grosso;
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|
tirava un gran vento: oltre di questo, la più parte de' barcaioli,
|
|
temendo d'esser forzati a tragittar soldati o bagagli, s'eran
|
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rifugiati, con le loro barche, all'altra riva: alcune poche rimaste,
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|
eran poi partite stracariche di gente; e, travagliate dal peso e dalla
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burrasca, si diceva che pericolassero ogni momento. Per portarsi
|
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lontano e fuori della strada che l'esercito aveva a percorrere, non era
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|
possibile trovar nè un calesse, nè un cavallo, nè alcun altro mezzo:
|
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a piedi, don Abbondio non avrebbe potuto far troppo cammino, e temeva
|
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d'esser raggiunto per istrada. Il territorio bergamasco non era tanto
|
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distante, che le sue gambe non ce lo potessero portare in una tirata;
|
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ma si sapeva ch'era stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone
|
|
di _cappelletti_, il qual doveva costeggiare il confine, per tenere in
|
|
suggezione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, nè più
|
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nè meno di questi, e facevan dalla parte loro il peggio che potevano.
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|
Il pover'uomo correva, stralunato e mezzo fuor di sè, per la casa;
|
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andava dietro a Perpetua, per concertare una risoluzione con lei; ma
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|
Perpetua, affaccendata a raccogliere il meglio di casa, e a nasconderlo
|
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in soffitta, o per i bugigattoli, passava di corsa, affannata,
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preoccupata, con le mani o con le braccia piene, e rispondeva: «or ora
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finisco di metter questa roba al sicuro, e poi faremo anche noi come
|
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fanno gli altri.» Don Abbondio voleva trattenerla, e discuter con lei
|
|
i vari partiti; ma lei, tra il da fare, e la fretta, e lo spavento che
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aveva anch'essa in corpo, e la rabbia che le faceva quello del padrone,
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era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse stata mai.
|
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«S'ingegnano gli altri: c'ingegneremo anche noi. Mi scusi, ma non
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|
è capace che d'impedire. Crede lei che anche gli altri non abbiano
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una pelle da salvare? Che vengono per far la guerra a lei i soldati?
|
|
Potrebbe anche dare una mano, in questi momenti, in vece di venir tra'
|
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piedi a piangere e a impicciare.» Con queste e simili risposte si
|
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sbrigava da lui, avendo già stabilito, finita che fosse alla meglio
|
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quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un braccio, come un
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ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna. Lasciato così solo,
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s'affacciava alla finestra, guardava, tendeva gli orecchi; e vedendo
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passar qualcheduno, gridava con una voce mezza di pianto e mezza di
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rimprovero: «fate questa carità al vostro povero curato di cercargli
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qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nessuno
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mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi almeno, che possa venire
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anch'io con voi; aspettate d'esser quindici o venti, da condurmi via
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insieme, ch'io non sia abbandonato. Volete lasciarmi in man de' cani?
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Non sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare un sacerdote
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l'hanno per opera meritoria? Volete lasciarmi qui a ricevere il
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martirio? Oh che gente! Oh che gente!»
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[Illustrazione: Presero per i campi, zitti zitti.... (pag. 427)]
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Ma a chi diceva queste cose? Ad uomini che passavano curvi sotto il
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peso della loro povera roba, pensando a quella che lasciavano in
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casa, spingendo le loro vaccherelle, conducendosi dietro i figli,
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carichi anch'essi quanto potevano, e le donne con in collo quelli
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che non potevan camminare. Alcuni tiravan di lungo, senza rispondere
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nè guardare in su; qualcheduno diceva: «eh messere! faccia anche lei
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come può; fortunato lei che non ha da pensare alla famiglia; s'aiuti,
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s'ingegni.»
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«Oh povero me!» esclamava don Abbondio: «oh che gente! che cuori! Non
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c'è carità: ognun pensa a sè; e a me nessuno vuol pensare. E tornava in
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cerca di Perpetua.
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«Oh appunto!» gli disse questa: «e i danari?»
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«Come faremo?»
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«Li dia a me, che anderò a sotterrarli qui nell'orto di casa, insieme
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con le posate.»
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«Ma....»
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«Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel che può occorrere; e
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poi lasci fare a me.»
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Don Abbondio ubbidì, andò allo scrigno, cavò il suo tesoretto, e lo
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consegnò a Perpetua; la quale disse: «vo a sotterrarli nell'orlo, appiè
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del fico;» e andò. Ricomparve poco dopo, con un paniere dove c'era
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della munizione da bocca, e con una piccola gerla vôta; e si mise in
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fretta a collocarvi nel fondo un po' di biancheria sua e del padrone,
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dicendo intanto: «il breviario almeno lo porterà lei.»
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«Ma dove andiamo?»
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«Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, anderemo in istrada; e là
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sentiremo, e vedremo cosa convenga di fare.»
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In quel momento entrò Agnese con una gerletta sulle spalle, e in aria
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di chi viene a fare una proposta importante.
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Agnese, risoluta anche lei di non aspettare ospiti di quella
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sorte, sola in casa, com'era, e con ancora un po' di quell'oro
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dell'innominato, era stata qualche tempo in forse del luogo dove
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ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che ne' mesi della fame
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le avevan fatto tanto pro, era la cagion principale della sua angustia
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e della irresoluzione, per aver essa sentito che, ne' paesi già invasi,
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quelli che avevan danari, s'eran trovati a più terribil condizione,
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esposti insieme alla violenza degli stranieri, e all'insidie de'
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paesani. Era vero che, del bene piovutole, come si dice, dal cielo, non
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aveva fatta la confidenza a nessuno, fuorchè a don Abbondio; dal quale
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andava, volta per volta, a farsi spicciolare uno scudo, lasciandogli
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sempre qualcosa da dare a qualcheduno più povero di lei. Ma i danari
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nascosti, specialmente chi non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono
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il possessore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, mentre
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andava anch'essa rimpiattando qua e là alla meglio ciò che non poteva
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portar con sè, e pensava agli scudi, che teneva cuciti nel busto, si
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rammentò che, insieme con essi, l'innominato, le aveva mandate le
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più larghe offerte di servizi; si rammentò le cose che aveva sentito
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raccontare di quel suo castello posto in luogo così sicuro, e dove, a
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dispetto del padrone, non potevano arrivar se non gli uccelli; e si
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risolvette d'andare a chiedere un asilo lassù. Pensò come potrebbe
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farsi conoscere da quel signore, e le venne subito in mente don
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Abbondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto con l'arcivescovo,
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le aveva sempre fatto festa, e tanto più di cuore, che lo poteva senza
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compromettersi con nessuno, e che, essendo lontani i due giovani, era
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anche lontano il caso che a lui venisse fatta una richiesta, la quale
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avrebbe messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose che, in un
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tal parapiglia, il pover'uomo doveva esser ancor più impicciato e più
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sbigottito di lei, e che il partito potrebbe parer molto buono anche
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a lui; e glielo veniva a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la
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proposta a tutt'e due.
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«Che ne dite, Perpetua?» domandò don Abbondio.
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«Dico che è un'ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e
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mettersi la strada tra le gambe.»
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«E poi....»
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«E poi, e poi, quando saremo là, ci troveremo ben contenti. Quel
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signore, ora si sa che non vorrebbe altro che far servizi al prossimo;
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e sarà ben contento anche lui di ricoverarci. Là, sul confine, e così
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per aria, soldati non ne verrà certamente. E poi e poi, ci troveremo
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anche da mangiare; chè, su per i monti, finita questa poca grazia di
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Dio,» e così dicendo, l'accomodava nella gerla, sopra la biancheria,
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«ci saremmo trovati a mal partito.»
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«Convertito, è convertito davvero, eh?»
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«Che c'è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che si sa, dopo quello
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che anche lei ha veduto?»
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«E se andassimo a metterci in gabbia?»
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«Che gabbia? Con tutti codesti suoi casi, mi scusi, non si verrebbe mai
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a una conclusione. Brava Agnese! v'è proprio venuto un buon pensiero.»
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E messa la gerla sur un tavolino, passò le braccia nelle cigne, e la
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prese sulle spalle.
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«Non si potrebbe,» disse don Abbondio, «trovar qualche uomo che venisse
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con noi, per far la scorta al suo curato? Se incontrassimo qualche
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birbone, che pur troppo ce n'è in giro parecchi, che aiuto m'avete a
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dar voi altre?»
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«Un'altra, per perder tempo!» esclamò Perpetua. «Andarlo a cercar ora
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l'uomo, che ognuno ha da pensare a' fatti suoi. Animo! vada a prendere
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il breviario e il cappello; e andiamo.»
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Don Abbondio andò, tornò, di lì a un momento, col breviario sotto il
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braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono
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tutt'e tre per un usciolino che metteva sulla piazzetta. Perpetua
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richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse
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in quella toppa e in que' battenti, e mise la chiave in tasca. Don
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Abbondio diede, nel passare, un'occhiata alla chiesa, e disse tra i
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denti: «al popolo tocca a custodirla, che serve a lui. Se hanno un po'
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di cuore per la loro chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal
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sia di loro.»
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Presero per i campi, zitti, zitti, pensando ognuno a' casi suoi, e
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guardandosi intorno, specialmente don Abbondio, se apparisse qualche
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figura sospetta, qualcosa di straordinario. Non s'incontrava nessuno:
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la gente era, o nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o
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per le strade che conducevan direttamente all'alture.
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Dopo aver sospirato e risospirato, e poi lasciato scappar qualche
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interiezione, don Abbondio cominciò a brontolare più di seguito. Se
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la prendeva col duca di Nevers, che avrebbe potuto stare in Francia
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a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a
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dispetto del mondo; con l'imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio
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per gli altri, lasciar correr l'acqua all'ingiù, non istar su tutti
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i puntigli: chè finalmente, lui sarebbe sempre stato l'imperatore,
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fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio. L'aveva principalmente col
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governatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per tener lontani i
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flagelli dal paese, ed era lui che ce gli attirava: tutto per il gusto
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di far la guerra. «Bisognerebbe,» diceva, «che fossero qui que' signori
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a vedere, a provare, che gusto è. Hanno da rendere un bel conto! Ma
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intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa.»
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«Lasci un po' star codesta gente; che già non son quelli che ci
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verranno a aiutare,» diceva Perpetua. «Codeste, mi scusi, sono di
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quelle sue solite chiacchiere che non concludon nulla. Piuttosto, quel
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che mi dà noia....»
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«Cosa c'è?»
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Perpetua, la quale, in quel pezzo di strada, aveva pensato con
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comodo al nascondimento fatto in furia, cominciò a lamentarsi d'aver
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dimenticata la tal cosa, d'aver mal riposta la tal altra; qui, d'aver
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lasciata una traccia che poteva guidare i ladroni, là...
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«Brava!» disse don Abbondio, ormai sicuro della vita, quanto bastava
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per poter angustiarsi della roba: «brava! così avete fatto! Dove
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avevate la testa?»
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«Come!» esclamò Perpetua, fermandosi un momento su due piedi, e
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mettendo i pugni su' fianchi, in quella maniera che la gerla glielo
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permetteva: «come! verrà ora a farmi codesti rimproveri, quand'era
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lei che me la faceva andar via, la testa, in vece d'aiutarmi e farmi
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coraggio! Ho pensato forse più alla roba di casa che alla mia; non ho
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avuto chi mi desse una mano; ho dovuto far da Marta e Maddalena; se
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qualcosa anderà a male, non so cosa mi dire: ho fatto anche più del mio
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dovere.»
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Agnese interrompeva questi contrasti, entrando anche lei a parlare de'
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suoi guai: e non si rammaricava tanto dell'incomodo e del danno, quanto
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di vedere svanita la speranza di riabbracciar presto la sua Lucia;
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chè, se vi rammentate, appunto era quell'autunno sul quale avevan
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fatto assegnamento: nè era da supporre che donna Prassede volesse
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venire a villeggiare da quelle parti, in tali circostanze: piuttosto ne
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sarebbe partita, se ci si fosse trovata, come facevan tutti gli altri
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villeggianti.
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La vista de' luoghi rendeva ancor più vivi que' pensieri d'Agnese,
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e più pungente il suo dispiacere. Usciti da' sentieri, avevan presa
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la strada pubblica, quella medesima per cui la povera donna era
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venuta riconducendo, per così poco tempo, a casa la figlia, dopo aver
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soggiornato con lei, in casa del sarto. E già si vedeva il paese.
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«Anderemo bene a salutar quella brava gente,» disse Agnese.
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«E anche a riposare un pochino: chè di questa gerla io comincio ad
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averne abbastanza; e poi per mangiare un boccone,» disse Perpetua.
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«Con patto di non perder tempo; chè non siamo in viaggio per
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divertimento,» concluse don Abbondio.
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Furono ricevuti a braccia aperte, e veduti con gran piacere:
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rammentavano una buona azione. Fate del bene a quanti più potete, dice
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qui il nostro autore; e vi seguirà tanto più spesso d'incontrar de'
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visi che vi mettano allegria.
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Agnese, nell'abbracciar la buona donna, diede in un dirotto pianto, che
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le fu d'un gran sollievo; e rispondeva con singhiozzi alle domande che
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quella e il marito le facevan di Lucia.
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«Sta meglio di noi,» disse don Abbondio: «è a Milano, fuor de'
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pericoli, lontana da queste diavolerie.»
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«Scappano, eh? il signor curato e la compagnia,» disse il sarto.
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«Sicuro,» risposero a una voce il padrone e la serva.
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«Li compatisco.»
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«Siamo incamminati,» disse don Abbondio; «al castello di ***.»
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«L'hanno pensata bene: sicuri come in chiesa.»
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«E qui, non hanno paura?» disse don Abbondio.
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«Dirò, signor curato: propriamente in _ospitazione_, come lei sa che
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si dice, a parlar bene, qui non dovrebbero venire coloro: siam troppo
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fuori della loro strada, grazie al cielo. Al più al più, qualche
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scappata, che Dio non voglia: ma in ogni caso c'è tempo; s'hanno a
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sentir prima altre notizie da' poveri paesi dove anderanno a fermarsi.»
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Si concluse di star lì un poco a prender fiato; e, siccome era l'ora
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del desinare, «signori,» disse il sarto: «devono onorare la mia povera
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tavola: alla buona: ci sarà un piatto di buon viso.»
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Perpetua disse d'aver con sè qualcosa da rompere il digiuno. Dopo
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un po' di cerimonie da una parte e dall'altra, si venne a patti
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d'accozzar, come si dice, il pentolino, e di desinare in compagnia.
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I ragazzi s'eran messi con gran festa intorno ad Agnese loro amica
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vecchia. Presto, presto; il sarto ordinò a una bambina (quella che
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aveva portato quel boccone a Maria vedova: chi sa se ve ne rammentate
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più!), che andasse a diricciar quattro castagne primaticce ch'eran
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riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire.
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«E tu,» disse a un ragazzo, «va nell'orto, a dare una scossa al pesco,
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da farne cader quattro, e portale qui: tutte, ve'. E tu,» disse a
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un altro, «va sul fico, a coglierne quattro de' più maturi. Già lo
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conoscete anche troppo quel mestiere.» Lui andò a spillare una sua
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botticina; la donna a prendere un po' di biancheria da tavola. Perpetua
|
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cavò fuori le provvisioni; s'apparecchiò: un tovagliolo e un piatto
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di maiolica al posto d'onore, per don Abbondio, con una posata che
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Perpetua aveva nella gerla. Si misero a tavola, e desinarono, se non
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con grand'allegria, almeno con molta più che nessuno de' commensali si
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fosse aspettato d'averne in quella giornata.
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«Cosa ne dice, signor curato, d'uno scombussolamento di questa sorte?»
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disse il sarto: «mi par di leggere la storia de' mori in Francia.»
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«Cosa devo dire? Mi doveva cascare addosso anche questa!»
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«Però, hanno scelto un buon ricovero,» riprese quello: «chi diavolo ha
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a andar lassù per forza? E troveranno compagnia: chè già s'è sentito
|
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che ci sia rifugiata molta gente, e che ce n'arrivi tuttora.»
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«Voglio sperare,» disse don Abbondio, «che saremo ben accolti. Lo
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conosco quel bravo signore; e quando ho avuto un'altra volta l'onore di
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trovarmi con lui, fu così compito!»
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«E a me,» disse Agnese, «m'ha fatto dire dal signor monsignor
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illustrissimo, che, quando avessi bisogno di qualcosa, bastava che
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andassi da lui.»
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«Gran bella conversione!» riprese don Abbondio; «e si mantiene, n'è
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vero? si mantiene.»
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Il sarto si mise a parlare alla distesa della santa vita
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dell'innominato, e come, dall'essere il flagello de' contorni, n'era
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|
divenuto l'esempio e il benefattore.
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«E quella gente che teneva con sè?... tutta quella servitù?...» riprese
|
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don Abbondio, il quale n'aveva più d'una volta sentito dir qualcosa, ma
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|
non era mai quieto abbastanza.
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«Sfrattati la più parte,» rispose il sarto: «e quelli che son rimasti,
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han mutato sistema, ma come! In somma è diventato quel castello una
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|
Tebaide: lei le sa queste cose.»
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Entrò poi a parlar con Agnese della visita del cardinale. «Grand'uomo!»
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|
diceva; «grand'uomo! Peccato che sia passato di qui così in furia, che
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non ho nè anche potuto fargli un po' d'onore. Quanto sarei contento di
|
|
potergli parlare un'altra volta, un po' più con comodo!»
|
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|
Alzati poi da tavola, le fece osservare una stampa rappresentante il
|
|
cardinale, che teneva attaccata a un battente d'uscio, in venerazione
|
|
del personaggio, e anche per poter dire a chiunque capitasse, che non
|
|
era somigliante; giacchè lui aveva potuto esaminar da vicino e con
|
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comodo il cardinale in persona, in quella medesima stanza.
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|
«L'hanno voluto far lui, con questa cosa qui?» disse Agnese. «Nel
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|
vestito gli somiglia; ma...»
|
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|
«N'è vero che non somiglia?» disse il sarto: «lo dico sempre anch'io:
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|
noi, non c'ingannano, eh? ma, se non altro, c'è sotto il suo nome: è
|
|
una memoria.»
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|
Don Abbondio faceva fretta; il sarto s'impegnò di trovare un baroccio
|
|
che li conducesse appiè della salita; n'andò subito in cerca, e poco
|
|
dopo, tornò a dire che arrivava. Si voltò poi a don Abbondio, e gli
|
|
disse: «signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche
|
|
libro, per passare il tempo, da pover'uomo posso servirla: chè anch'io
|
|
mi diverto un po' a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma
|
|
però...»
|
|
|
|
«Grazie, grazie,» rispose don Abbondio: «son circostanze, che si ha
|
|
appena testa d'occuparsi di quel che è di precetto.»
|
|
|
|
Mentre si fanno e si ricusano ringraziamenti, e si barattano saluti
|
|
e buoni auguri, inviti e promesse d'un'altra fermata al ritorno, il
|
|
baroccio è arrivato davanti all'uscio di strada. Ci metton le gerle,
|
|
salgon su, e principiano, con un po' più d'agio e di tranquillità
|
|
d'animo, la seconda metà del viaggio.
|
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|
|
Il sarto aveva detto la verità a don Abbondio, intorno all'innominato.
|
|
Questo, dal giorno che l'abbiam lasciato, aveva sempre continuato a far
|
|
ciò che allora s'era proposto, compensar danni, chieder pace, soccorrer
|
|
poveri, sempre del bene in somma, secondo l'occasione. Quel coraggio
|
|
che altre volte aveva mostrato nell'offendere e nel difendersi, ora lo
|
|
mostrava nel non fare nè l'una cosa nè l'altra. Andava sempre solo e
|
|
senz'armi, disposto a tutto quello che gli potesse accadere dopo tante
|
|
violenze commesse, e persuaso che sarebbe commetterne una nuova l'usar
|
|
la forza in difesa di chi era debitore di tanto e a tanti; persuaso
|
|
che ogni male che gli venisse fatto, sarebbe un'ingiuria riguardo a
|
|
Dio, ma riguardo a lui una giusta retribuzione; e che dell'ingiuria,
|
|
lui meno d'ogni altro, aveva diritto di farsi punitore. Con tutto
|
|
ciò, era rimasto non meno inviolato di quando teneva armate, per la
|
|
sua sicurezza, tante braccia e il suo. La rimembranza dell'antica
|
|
ferocia, e la vista della mansuetudine presente, una, che doveva
|
|
aver lasciati tanti desidèri di vendetta, l'altra, che la rendeva
|
|
tanto agevole, cospiravano in vece a procacciargli e a mantenergli
|
|
un'ammirazione, che gli serviva principalmente di salvaguardia. Era
|
|
quell'uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che s'era umiliato da
|
|
sè. I rancori, irritati altre volte dal suo disprezzo e dalla paura
|
|
degli altri, si dileguavano ora davanti a quella nuova umiltà: gli
|
|
offesi avevano ottenuta, contro ogni aspettativa, e senza pericolo, una
|
|
soddisfazione che non avrebbero potuta promettersi dalla più fortunata
|
|
vendetta, la soddisfazione di vedere un tal uomo pentito de' suoi
|
|
torti, e partecipe, per dir così, della loro indegnazione. Molti, il
|
|
cui dispiacere più amaro e più intenso era stato per molt'anni, di non
|
|
veder probabilità di trovarsi in nessun caso più forti di colui, per
|
|
ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato,
|
|
e in atto di chi non farebbe resistenza, non s'eran sentiti altro
|
|
impulso che di fargli dimostrazioni d'onore. In quell'abbassamento
|
|
volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza
|
|
che lui lo sapesse, un non so che di più alto e di più nobile; perchè
|
|
ci si vedeva, ancor meglio di prima, la noncuranza d'ogni pericolo.
|
|
Gli odi, anche i più rozzi e rabbiosi, si sentivano come legati e
|
|
tenuti in rispetto dalla venerazione pubblica per l'uomo penitente e
|
|
benefico. Questa era tale, che spesso quell'uomo si trovava impicciato
|
|
a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivan fatte, e doveva
|
|
star attento a non lasciar troppo trasparire nel volto e negli atti
|
|
il sentimento interno di compunzione, a non abbassarsi troppo, per
|
|
non esser troppo esaltato. S'era scelto nella chiesa l'ultimo luogo;
|
|
e non c'era pericolo che nessuno glielo prendesse: sarebbe stato come
|
|
usurpare un posto d'onore. Offender poi quell'uomo, o anche trattarlo
|
|
con poco riguardo, poteva parere non tanto un'insolenza e una viltà,
|
|
quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui questo sentimento degli
|
|
altri poteva servir di ritegno, ne partecipavano anche loro, più o meno.
|
|
|
|
Queste medesime ed altre cagioni, allontanavano pure da lui le vendette
|
|
della forza pubblica, e gli procuravano, anche da questa parte, la
|
|
sicurezza della quale non si dava pensiero. Il grado e le parentele,
|
|
che in ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più valevano
|
|
per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta
|
|
la lode d'una condotta esemplare, la gloria della conversione. I
|
|
magistrati e i grandi s'eran rallegrati di questa, pubblicamente come
|
|
il popolo; e sarebbe parso strano l'infierire contro chi era stato
|
|
soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un potere occupato
|
|
in una guerra perpetua, e spesso infelice, contro ribellioni vive e
|
|
rinascenti, poteva trovarsi abbastanza contento d'esser liberato dalla
|
|
più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più,
|
|
che quella conversione produceva riparazioni che non era avvezzo ad
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ottenere, e nemmeno a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un
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buon mezzo di cancellar la vergogna di non aver saputo fare stare a
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dovere un facinoroso: e l'esempio che si fosse dato col punirlo, non
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avrebbe potuto aver altro effetto, che di stornare i suoi simili dal
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divenire inoffensivi. Probabilmente anche la parte che il cardinal
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Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a
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quello del convertito, servivano a questo come d'uno scudo sacro.
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E in quello stato di cose e d'idee, in quelle singolari relazioni
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dell'autorità spirituale e del poter civile, ch'eran così spesso alle
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prese tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre
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alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che,
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spesso pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far mai pace,
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potè parere, in certa maniera, che la riconciliazione della prima
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portasse con sè l'oblivione, se non l'assoluzione del secondo, quando
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quella s'era sola adoprata a produrre un effetto voluto da tutt'e due.
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Così quell'uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero corsi a gara
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grandi e piccoli a calpestarlo; messosi volontariamente a terra, veniva
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risparmiato da tutti, e inchinato da molti.
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È vero ch'eran anche molti a cui quella strepitosa mutazione dovette
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far tutt'altro che piacere: tanti esecutori stipendiati di delitti,
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tanti compagni nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla
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quale erano avvezzi a fare assegnamento, che anche si trovavano a un
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tratto rotti i fili di trame ordite da un pezzo, nel momento forse
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che aspettavano la nuova dell'esecuzione. Ma già abbiam veduto quali
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diversi sentimenti quella conversione facesse nascere negli sgherri
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che si trovavano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla
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sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, stizza; un po' di tutto,
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fuorchè disprezzo nè odio. Lo stesso accadde agli altri che teneva
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sparsi in diversi posti, lo stesso a' complici di più alto affare,
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quando riseppero la terribile nuova, e a tutti per le cagioni medesime.
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Molt'odio, come trovo nel luogo, altrove citato, del Ripamonti, ne
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venne piuttosto al cardinal Federigo. Riguardavan questo come uno che
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s'era mischiato ne' loro affari, per guastarli; l'innominato aveva
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voluto salvar l'anima sua: nessuno aveva ragion di lagnarsene.
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Di mano in mano poi, la più parte degli sgherri di casa, non potendo
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accomodarsi alla nuova disciplina, nè vedendo probabilità che
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s'avesse a mutare, se n'erano andati. Chi avrà cercato altro padrone,
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e fors'anche tra gli antichi amici di quello che lasciava; chi si
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sarà arrolato in qualche terzo, come allora dicevano, di Spagna o di
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Mantova, o di qualche altra parte belligerante; chi si sarà messo alla
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strada, per far la guerra a minuto, e per conto suo; chi si sarà anche
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contentato d'andar birboneggiando in libertà. E il simile avranno fatto
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quegli altri che stavano prima a' suoi ordini, in diversi paesi. Di
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quelli poi che s'eran potuti avvezzare al nuovo tenor di vita, o che lo
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avevano abbracciato volentieri, i più, nativi della valle, eran tornati
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ai campi, o ai mestieri imparati nella prima età, e poi abbandonati;
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i forestieri eran rimasti nel castello, come servitori: gli uni e gli
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altri, quasi ribenedetti nello stesso tempo che il loro padrone, se
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la passavano, al par di lui, senza fare nè ricever torti, inermi e
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rispettati.
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Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni fuggiaschi di paesi
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invasi o minacciati capitarono su al castello a chieder ricovero,
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l'innominato, tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come
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asilo da' deboli, che per tanto tempo le avevan guardate da lontano
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come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, con espressioni
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piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fece sparger la voce, che
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la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse rifugiare, e pensò
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subito a mettere, non solo questa, ma anche la valle, in istato di
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difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero provarsi di
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venirci a far delle loro. Radunò i servitori che gli eran rimasti,
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pochi e valenti, come i versi di Torti; fece loro una parlata sulla
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buona occasione che Dio dava a loro e a lui, d'impiegarsi una volta in
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aiuto del prossimo, che avevan tanto oppresso e spaventato; e, con quel
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tono naturale di comando, ch'esprimeva la certezza dell'ubbidienza,
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annunzio loro in generale ciò che intendeva che facessero, e
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soprattutto prescrisse come dovessero contenersi, perchè la gente che
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veniva a ricoverarsi lassù, non vedesse in loro che amici e difensori.
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Fece poi portar giù da una stanza a tetto l'armi da fuoco, da taglio,
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in asta, che da un pezzo stavan lì ammucchiate, e gliele distribuì;
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fece dire a' suoi contadini e affittuari della valle, che chiunque si
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sentiva, venisse con armi al castello; a chi non n'aveva, ne diede;
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scelse alcuni, che fossero come ufiziali, e avessero altri sotto il
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loro comando; assegnò i posti all'entrature e in altri luoghi della
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valle, sulla salita, alle porte del castello; stabilì l'ore e i modi
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di dar la muta, come in un campo, o come già s'era costumato in quel
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castello medesimo, ne' tempi della sua vita disperata.
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In un canto di quella stanza a tetto, c'erano in disparte l'armi che
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lui solo aveva portate; quella sua famosa carabina, moschetti, spade,
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spadoni, pistole, coltellacci, pugnali, per terra, o appoggiati al
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muro. Nessuno de' servitori le toccò; ma concertarono di domandare al
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padrone quali voleva che gli fossero portate. «Nessuna,» rispose; e,
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fosse voto, fosse proposito, restò sempre disarmato, alla testa di
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quella specie di guarnigione.
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Nello stesso tempo, aveva messo in moto altr'uomini e donne di
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servizio, o suoi dipendenti, a preparar nel castello alloggio a quante
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più persone fosse possibile, a rizzar letti, a disporre sacconi e
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strapunti nelle stanze, nelle sale, che diventavan dormitôri. E aveva
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dato ordine di far venire provvisioni abbondanti, per ispesare gli
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ospiti che Dio gli manderebbe, e i quali infatti andavan crescendo di
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giorno in giorno. Lui intanto non istava mai fermo; dentro e fuori del
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castello, su e giù per la salita, in giro per la valle, a stabilire,
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a rinforzare, a visitar posti, a vedere, a farsi vedere, a mettere e
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a tenere in regola, con le parole, con gli occhi, con la presenza.
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In casa, per la strada, faceva accoglienza a quelli che arrivavano;
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e tutti, o lo avessero già visto, o lo vedessero per la prima volta,
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lo guardavano estatici, dimenticando un momento i guai e i timori che
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gli avevano spinti lassù; e si voltavano ancora a guardarlo, quando,
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staccatosi da loro, seguitava la sua strada.
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CAPITOLO XXX.
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Quantunque il concorso maggiore non fosse dalla parte per cui i
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nostri tre fuggitivi s'avvicinavano alla valle, ma all'imboccatura
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opposta, con tutto ciò, cominciarono a trovar compagni di viaggio e
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di sventura, che da traverse e viottole erano sboccati o sboccavano
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nella strada. In circostanze simili, tutti quelli che s'incontrano, è
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come se si conoscessero. Ogni volta che il baroccio aveva raggiunto
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qualche pedone, si barattavan domande e risposte. Chi era scappato,
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come i nostri, senza aspettar l'arrivo de' soldati; chi aveva sentiti
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i tamburi o le trombe; chi gli aveva visti coloro, e li dipingeva come
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gli spaventati soglion dipingere.
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«Siamo ancora fortunati,» dicevan le due donne: «ringraziamo il cielo.
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Vada la roba; ma almeno siamo in salvo.»
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Ma don Abbondio non trovava che ci fosse tanto da rallegrarsi; anzi
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quel concorso, e più ancora il maggiore che sentiva esserci dall'altra
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parte, cominciava a dargli ombra. «Oh che storia!» borbottava alle
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donne, in un momento che non c'era nessuno d'intorno: «oh che storia!
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Non capite, che radunarsi tanta gente in un luogo è lo stesso che
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volerci tirare i soldati per forza? Tutti nascondono, tutti portan via;
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nelle case non resta nulla; crederanno che lassù ci siano tesori. Ci
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vengono sicuro. Oh povero me! dove mi sono imbarcato!»
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«Oh! voglion far altro che venir lassù,» diceva Perpetua: «anche loro
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devono andar per la loro strada. E poi, io ho sempre sentito dire che,
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ne' pericoli, è meglio essere in molti.»
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«In molti? in molti?» replicava don Abbondio: «povera donna! Non sapete
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che ogni lanzichenecco ne mangia cento di costoro? E poi, se volessero
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far delle pazzie, sarebbe un bel gusto, eh? di trovarsi in una
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battaglia. Oh povero me! Era meno male andar su per i monti. Che abbian
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tutti a voler cacciarsi in un luogo!... Seccatori!» borbottava poi, a
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voce più bassa: «tutti qui: e via, e via, e via; l'uno dietro l'altro,
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come pecore senza ragione.»
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«A questo modo,» disse Agnese, «anche loro potrebbero dir lo stesso di
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noi.»
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«Chetatevi un po',» disse don Abbondio: «che già le chiacchiere non
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servono a nulla. Quel ch'è fatto è fatto: ci siamo, bisogna starci.
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Sarà quel che vorrà la Provvidenza: il cielo ce la mandi buona.»
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Ma fu ben peggio, quando, all'entrata della valle, vide un buon posto
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d'armati, parte sull'uscio d'una casa, e parte nelle stanze terrene:
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pareva una caserma. Li guardò con la coda dell'occhio: non eran quelle
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facce che gli era toccato a vedere nell'altra dolorosa sua gita, o se
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ce n'era di quelle, erano ben cambiate; ma con tutto ciò, non si può
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dire che noia gli desse quella vista.--Oh povero me!--pensava:--ecco
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se le fanno le pazzie. Già non poteva essere altrimenti: me lo sarei
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dovuto aspettare da un uomo di quella qualità. Ma cosa vuol fare? vuol
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far la guerra? vuol fare il re, lui? Oh povero me! In circostanze che
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si vorrebbe potersi nasconder sotto terra, e costui cerca ogni maniera
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di farsi scorgere, di dar nell'occhio; par che li voglia invitare!--
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«Vede ora, signor padrone,» gli disse Perpetua, «se c'è della brava
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gente qui, che ci saprà difendere. Vengano ora i soldati: qui non sono
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come que' nostri spauriti, che non son buoni che a menar le gambe.»
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«Zitta!» rispose, con voce bassa ma iraconda, don Abbondio: «zitta!
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che non sapete quel che vi dite. Pregate il cielo che abbian fretta i
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soldati, o che non vengano a sapere le cose che si fanno qui, e che
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si mette all'ordine questo luogo come una fortezza. Non sapete che i
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soldati è il loro mestiere di prender le fortezze? Non cercan altro;
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per loro, dare un assalto è come andare a nozze; perchè tutto quel che
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trovano è per loro, e passano la gente a fil di spada. Oh povero me!
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Basta, vedrò se ci sarà maniera di mettersi in salvo su per queste
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balze. In una battaglia non mi ci colgono: oh! in una battaglia non mi
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ci colgono.»
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«Se ha poi paura anche d'esser difeso e aiutato....» ricominciava
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Perpetua; ma don Abbondio l'interruppe aspramente, sempre però a
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voce bassa: «zitta! E badate bene di non riportare questi discorsi.
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Ricordatevi che qui bisogna far sempre viso ridente, e approvare tutto
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quello che si vede.»
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Alla Malanotte, trovarono un altro picchetto d'armati, ai quali don
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Abbondio fece una scappellata, dicendo intanto tra sè:--ohimè, ohimè:
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son proprio venuto in un accampamento!--Qui il baroccio si fermò;
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ne scesero; don Abbondio pagò in fretta, e licenziò il condottiere;
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e s'incamminò con le due compagne per la salita, senza far parola.
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La vista di que' luoghi gli andava risvegliando nella fantasia, e
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mescolando all'angosce presenti, la rimembranza di quelle che vi aveva
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sofferte l'altra volta. E Agnese, la quale non gli aveva mai visti que'
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luoghi, e se n'era fatta in mente una pittura fantastica che le si
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rappresentava ogni volta che pensava al viaggio spaventoso di Lucia,
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vedendoli ora quali eran davvero, provava come un nuovo e più vivo
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sentimento di quelle crudeli memorie. «Oh signor curato!» esclamò: «a
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pensare che la mia povera Lucia è passata per questa strada!»
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«Volete stare zitta? donna senza giudizio!» le gridò in un orecchio
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don Abbondio: «son discorsi codesti da farsi qui? Non sapete che siamo
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in casa sua? Fortuna che ora nessun vi sente; ma se parlate in questa
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maniera....»
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«Oh!» disse Agnese: «ora che è santo...!»
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«State zitta,» le replicò don Abbondio: «credete voi che ai santi si
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possa dire, senza riguardo, tutto ciò che passa per la mente? Pensate
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piuttosto a ringraziarlo del bene che v'ha fatto.»
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«Oh! per questo, ci avevo già pensato: che crede che non le sappia un
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pochino le creanze?»
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«La creanza è di non dir le cose che posson dispiacere, specialmente
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a chi non è avvezzo a sentirne. E intendetela bene tutt'e due, che
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qui non è luogo da far pettegolezzi, e da dir tutto quello che vi può
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venire in testa. È casa d'un gran signore, già lo sapete: vedete che
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compagnia c'è d'intorno: ci vien gente di tutte le sorte; sicchè,
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giudizio, se potete: pesar le parole, e soprattutto dirne poche, e solo
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quando c'è necessità: chè a stare zitti non si sbaglia mai.»
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«Fa peggio lei con tutte cedeste sue....» riprendeva Perpetua.
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Ma: «zitta!» gridò sottovoce don Abbondio, e insieme si levò il
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cappello in fretta, e fece un profondo inchino: chè, guardando in su,
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aveva visto l'innominato scender verso di loro. Anche questo aveva
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visto e riconosciuto don Abbondio; e affrettava il passo per andargli
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incontro.
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«Signor curato,» disse, quando gli fu vicino, «avrei voluto offrirle
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la mia casa in miglior occasione; ma, a ogni modo, son ben contento di
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poterle esser utile in qualche cosa.»
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«Confidato nella gran bontà di vossignoria illustrissima,» rispose
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don Abbondio, «mi son preso l'ardire di venire, in queste triste
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circostanze, a incomodarla: e, come vede vossignoria illustrissima,
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mi son preso anche la libertà di menar compagnia. Questa è la mia
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governante....»
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«Benvenuta,» disse l'innominato.
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«E questa,» continuò don Abbondio, «è una donna a cui vossignoria ha
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già fatto del bene: la madre di quella... di quella....»
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«Di Lucia,» disse Agnese.
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«Di Lucia!» esclamò l'innominato, voltandosi, con la testa bassa, ad
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Agnese. «Del bene, io! Dio immortale! Voi, mi fate del bene, a venir
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qui.... da me.... in questa casa. Siate la benvenuta. Voi ci portate la
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benedizione.»
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«Oh giusto!» disse Agnese: «vengo a incomodarla. Anzi,» continuò,
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avvicinandosegli all'orecchio, «ho anche a ringraziarla....»
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L'innominato troncò quelle parole, domandando premurosamente le nuove
|
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di Lucia; e sapute che l'ebbe, si voltò per accompagnare al castello
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i nuovi ospiti, come fece, malgrado la loro resistenza cerimoniosa.
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Agnese diede al curato un'occhiata che voleva dire: veda un poco se c'è
|
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bisogno che lei entri di mezzo tra noi due a dar pareri.
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«Sono arrivati alla sua parrocchia?» gli domandò l'innominato.
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«No, signore, che non gli ho voluti aspettare que' diavoli,» rispose
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don Abbondio. «Sa il cielo se avrei potuto uscir vivo dalle loro mani,
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e venire a incomodare vossignoria illustrissima.»
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«Bene, si faccia coraggio,» riprese l'innominato: «chè ora è in
|
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sicuro. Quassù non verranno; e se si volessero provare, siam pronti a
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riceverli.»
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«Speriamo che non vengano,» disse don Abbondio. «E sento,» soggiunse,
|
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accennando col dito i monti che chiudevano la valle di rimpetto, «sento
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|
che, anche da quella parte, giri un'altra masnada di gente, ma....
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ma....»
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«È vero,» rispose l'innominato: «ma non dubiti, che siam pronti anche
|
|
per loro.»
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--Tra due fuochi,--diceva tra sè don Abbondio:--proprio tra due fuochi.
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|
Dove mi son lasciato tirare! e da due pettegole! E costui par proprio
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che ci sguazzi dentro! Oh che gente c'è a questo mondo!--
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|
Entrati nel castello, il signore fece condurre Agnese e Perpetua in
|
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una stanza del quartiere assegnato alle donne, che occupava tre lati
|
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del secondo cortile, nella parte posteriore dell'edifizio situata sur
|
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un masso sporgente e isolato, a cavaliere a un precipizio. Gli uomini
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alloggiavano ne' lati dell'altro cortile a destra e a sinistra, e in
|
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quello che rispondeva sulla spianata. Il corpo di mezzo, che separava
|
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i due cortili, e dava passaggio dall'uno all'altro, per un vasto
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andito di rimpetto alla porta principale, era in parte occupato dalle
|
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provvisioni, e in parte doveva servir di deposito per la roba che i
|
|
rifugiati volessero mettere in salvo lassù. Nel quartiere degli uomini,
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|
c'erano alcune camere destinate agli ecclesiastici, che potessero
|
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capitare. L'innominato v'accompagnò in persona don Abbondio, che fu il
|
|
primo a prenderne il possesso.
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Ventitrè o ventiquattro giorni stettero i nostri fuggitivi nel
|
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castello, in mezzo a un movimento continuo, in una gran compagnia, e
|
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che, ne' primi tempi, andò sempre crescendo; ma senza che accadesse
|
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nulla di straordinario. Non passò forse giorno, che non si desse
|
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all'armi. Vengon lanzichenecchi di qua; si son veduti cappelletti di
|
|
là. A ogni avviso, l'innominato mandava uomini a esplorare; e, se
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faceva bisogno, prendeva con sè della gente che teneva sempre pronta a
|
|
ciò, e andava con essa fuor della valle, dalla parte dov'era indicato
|
|
il pericolo. Ed era cosa singolare, vedere una schiera d'uomini armati
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da capo a piedi, e schierati come una truppa, condotti da un uomo
|
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senz'armi. Le più volte non erano che foraggieri e saccheggiatori
|
|
sbandati, che se n'andavano prima d'esser sorpresi. Ma una volta,
|
|
cacciando alcuni di costoro, per insegnar loro a non venir più da
|
|
quelle parti, l'innominato ricevette avviso che un paesetto vicino
|
|
era invaso e messo a sacco. Erano lanzichenecchi di vari corpi che,
|
|
rimasti indietro per rubare, s'eran riuniti, e andavano a gettarsi
|
|
all'improvviso sulle terre vicine a quelle dove alloggiava l'esercito;
|
|
spogliavano gli abitanti, e gliene facevan di tutte le sorte.
|
|
L'innominato fece un breve discorso a' suoi uomini, e li condusse al
|
|
paesetto.
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Arrivarono inaspettati. I ribaldi che avevan creduto di non andar
|
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che alla preda, vedendosi venire addosso gente schierata e pronta
|
|
a combattere, lasciarono il saccheggio a mezzo, e se n'andarono in
|
|
fretta, senz'aspettarsi l'uno con l'altro, dalla parte dond'eran
|
|
venuti. L'innominato gl'inseguì per un pezzo di strada; poi, fatto far
|
|
alto, stette qualche tempo aspettando, se vedesse qualche novità; e
|
|
finalmente se ne ritornò. E ripassando nel paesetto salvato, non si
|
|
potrebbe dire con quali applausi e benedizioni fosse accompagnato il
|
|
drappello liberatore e il condottiero.
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|
Nel castello, tra quella moltitudine, formata a caso, di persone,
|
|
varie di condizione, di costumi, di sesso e d'età, non nacque mai
|
|
alcun disordine d'importanza. L'innominato aveva messe guardie in
|
|
diversi luoghi, le quali tutte invigilavano che non seguisse nessun
|
|
inconveniente, con quella premura che ognuno metteva nelle cose di cui
|
|
s'avesse a rendergli conto.
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|
|
Aveva poi pregati gli ecclesiastici, e gli uomini più autorevoli che si
|
|
trovavan tra i ricoverati, d'andare in giro e d'invigilare anche loro.
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|
E più spesso che poteva, girava anche lui, e si faceva veder per tutto;
|
|
ma, anche in sua assenza, il ricordarsi di chi s'era in casa, serviva
|
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di freno a chi ne potesse aver bisogno. E, del resto, era tutta gente
|
|
scappata, e quindi inclinata in generale alla quiete: i pensieri della
|
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casa e della roba, per alcuni anche di congiunti o d'amici rimasti
|
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nel pericolo, le nuove che venivan di fuori, abbattendo gli animi,
|
|
mantenevano e accrescevano sempre più quella disposizione.
|
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|
C'era però anche de' capi scarichi, degli uomini d'una tempra più
|
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salda e d'un coraggio più verde, che cercavano di passar que' giorni
|
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in allegria. Avevano abbandonate le loro case, per non esser forti
|
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abbastanza da difenderle; ma non trovavan gusto a piangere e a
|
|
sospirare sur una cosa che non c'era rimedio, nè a figurarsi e a
|
|
contemplar con la fantasia il guasto che vedrebbero pur troppo co' loro
|
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occhi. Famiglie amiche erano andate di conserva, o s'eran ritrovate
|
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lassù, s'eran fatte amicizie nuove; e la folla s'era divisa in crocchi,
|
|
secondo gli umori e l'abitudini. Chi aveva danari e discrezione, andava
|
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a desinare giù nella valle, dove in quella circostanza, s'eran rizzate
|
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in fretta osterie: in alcune, i bocconi erano alternati co' sospiri,
|
|
e non era lecito parlar d'altro che di sciagure: in altre, non si
|
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rammentavan le sciagure, se non per dire che non bisognava pensarci. A
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chi non poteva o non voleva farsi le spese, si distribuiva nel castello
|
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pane, minestra e vino: oltre alcune tavole ch'eran servite ogni giorno,
|
|
per quelli che il padrone vi aveva espressamente invitati; e i nostri
|
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eran di questo numero.
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|
Agnese e Perpetua, per non mangiare il pane a ufo, avevan voluto essere
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impiegate ne' servizi che richiedeva una così grande ospitalità; e
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in questo spendevano una buona parte della giornata; il resto nel
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chiacchierare con certe amiche che s'eran fatte, o col povero don
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Abbondio. Questo non aveva nulla da fare, ma non s'annoiava però; la
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paura gli teneva compagnia. La paura proprio d'un assalto, credo che la
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gli fosse passata, o se pur gliene rimaneva, era quella che gli dava
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meno fastidio; perchè, pensandoci appena appena, doveva capire quanto
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poco fosse fondata. Ma l'immagine del paese circonvicino inondato, da
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una parte e dall'altra, da soldatacci, le armi e gli armati che vedeva
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sempre in giro, un castello, quel castello, il pensiero di tante cose
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che potevan nascere ogni momento in tali circostanze, tutto gli teneva
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addosso uno spavento indistinto, generale, continuo; lasciando stare
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il rodío che gli dava il pensare alla sua povera casa. In tutto il
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tempo che stette in quell'asilo, non se ne discostò mai quanto un tiro
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di schioppo, nè mai mise piede sulla discesa: l'unica sua passeggiata
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era d'uscire sulla spianata, e d'andare, quando da una parte e quando
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dall'altra del castello, a guardar giù per le balze e per i burroni,
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per istudiare se ci fosse qualche passo un po' praticabile, qualche po'
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di sentiero, per dove andar cercando un nascondiglio in caso d'un serra
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serra. A tutti i suoi compagni di rifugio faceva gran riverenze o gran
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saluti, ma bazzicava con pochissimi: la sua conversazione più frequente
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era con le due donne, come abbiam detto; con loro andava a fare i suoi
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sfoghi, a rischio che talvolta gli fosse dato sulla voce da Perpetua,
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e che lo svergognasse anche Agnese. A tavola poi, dove stava poco e
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parlava pochissimo, sentiva le nuove del terribile passaggio, le quali
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arrivavano ogni giorno, o di paese in paese e di bocca in bocca, o
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portate lassù da qualcheduno, che da principio aveva voluto restarsene
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a casa, e scappava in ultimo, senza aver potuto salvar nulla, e
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a un bisogno anche malconcio: e ogni giorno c'era qualche nuova
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storia di sciagura. Alcuni, novellisti di professione, raccoglievan
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diligentemente tutte le voci, abburattavan tutte le relazioni, e ne
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davan poi il fiore agli altri. Si disputava quali fossero i reggimenti
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più indiavolati, se fosse peggio la fanteria o la cavalleria; si
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ripetevano, il meglio che si poteva, certi nomi di condottieri;
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d'alcuni si raccontavan l'imprese passate, si specificavano le stazioni
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e le marce: quel giorno, il tale reggimento si spandeva ne' tali paesi,
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domani anderebbe addosso ai tali altri, dove intanto il tal altro
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faceva il diavolo e peggio. Sopra tutto si cercava d'aver informazione
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e si teneva il conto de' reggimenti che passavan di mano in mano il
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ponte di Lecco, perchè quelli si potevano considerar come andati, e
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fuori veramente del paese. Passano i cavalli di Wallenstein, passano
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i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di
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Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari;
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passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati,
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passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo,
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passò anche Galasso, che fu l'ultimo. Lo squadron volante de' veneziani
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finì d'allontanarsi, e tutto il paese, a destra e a sinistra, si trovò
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libero anch'esso. Già quelli delle terre invase e sgombrate le prime,
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eran partiti dal castello; e ogni giorno ne partiva: come, dopo un
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temporale d'autunno, si vede dai palchi fronzuti d'un grand'albero
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uscire da ogni parte gli uccelli che ci s'erano riparati. Credo che i
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nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene; e ciò per volere di don
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Abbondio, il quale temeva, se si tornasse subito a casa, di trovare
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ancora in giro lanzichenecchi rimasti indietro sbrancati, in coda
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all'esercito. Perpetua ebbe un bel dire che, quanto più s'indugiava,
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tanto più si dava agio ai birboni del paese d'entrare in casa a portar
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via il resto; quando si trattava d'assicurar la pelle, era sempre don
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Abbondio che la vinceva; meno che l'imminenza del pericolo non gli
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avesse fatto perdere affatto la testa.
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Il giorno fissato per la partenza, l'innominato fece trovar pronta
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alla Malanotte una carrozza, nella quale aveva già fatto mettere un
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corredo di biancheria per Agnese. E tiratala in disparte, le fece anche
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accettare un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che troverebbe
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in casa; quantunque, battendo la mano sul petto, essa andasse ripetendo
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che ne aveva lì ancora de' vecchi.
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«Quando vedrete quella vostra buona, povera Lucia....» le disse in
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ultimo: «già son certo che prega per me, poichè le ho fatto tanto
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male: ditele adunque ch'io la ringrazio, e confido in Dio, che la sua
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preghiera tornerà anche in tanta benedizione per lei.»
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Volle poi accompagnar tutti e tre gli ospiti, fino alla carrozza. I
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ringraziamenti umili e sviscerati di don Abbondio e i complimenti di
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Perpetua, se gl'immagini il lettore. Partirono; fecero, secondo il
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fissato, una fermatina, ma senza neppur mettersi a sedere, nella casa
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del sarto, dove sentirono raccontar cento cose del passaggio; la solita
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storia di ruberie, di percosse, di sperpero, di sporchizie: ma lì, per
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buona sorte, non s'eran visti lanzichenecchi.
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«Ah signor curato!» disse il sarto, dandogli di braccio a rimontare
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in carrozza: «s'ha da far de' libri in istampa, sopra un fracasso di
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questa sorte.»
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Dopo un'altra po' di strada, cominciarono i nostri viaggiatori a
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veder co' loro occhi qualche cosa di quello che avevan tanto sentito
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descrivere: vigne spogliate, non come dalla vendemmia, ma come dalla
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grandine e dalla bufera che fossero venute in compagnia: tralci a
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terra, sfrondati e scompigliati; strappati i pali, calpestato il
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terreno, e sparso di schegge, di foglie, di sterpi; schiantati,
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scapezzati gli alberi; sforacchiate le siepi; i cancelli portati via.
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Ne' paesi poi, usci sfondati, impannate lacere, rottami d'ogni sorte,
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cenci a mucchi, o seminati per le strade; un'aria pesante, zaffate di
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puzzo più forte che uscivan dalle case; la gente, chi a buttar fuori
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porcherie, chi a raccomodar le imposte alla meglio, chi in crocchio a
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lamentarsi insieme; e, al passar della carrozza, mani di qua e di là
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tese agli sportelli, per chieder l'elemosina.
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Con queste immagini, ora davanti agli occhi, ora nella mente, e con
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l'aspettativa di trovare altrettanto a casa loro, ci arrivarono; e
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trovarono infatti quello che s'aspettavano.
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Agnese fece posare i fagotti in un canto del cortiletto, ch'era rimasto
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il luogo più pulito della casa; si mise poi a spazzarla, a raccogliere
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e a rigovernare quella poca roba che le avevan lasciata; fece venire un
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legnaiolo e un fabbro, per riparare i guasti più grossi, e guardando
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poi, capo per capo, la biancheria regalata, e contando que' nuovi
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ruspi, diceva tra sè:--son caduta in piedi; sia ringraziato Iddio e
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la Madonna e quel buon signore: posso proprio dire d'esser caduta in
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piedi.--
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Don Abbondio e Perpetua entrano in casa, senza aiuto di chiavi; ogni
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passo che fanno nell'andito, senton crescere un tanfo, un veleno, una
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peste, che li respinge indietro; con la mano al naso, vanno all'uscio
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di cucina; entrano in punta di piedi, studiando dove metterli, per
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iscansar più che possono la porcheria che copre il pavimento; e danno
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un'occhiata in giro. Non c'era nulla d'intero; ma avanzi e frammenti
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di quel che c'era stato, lì e altrove, se ne vedeva in ogni canto:
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piume e penne delle galline di Perpetua, pezzi di biancheria, fogli
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de' calendari di don Abbondio, cocci di pentole e di piatti; tutto
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insieme o sparpagliato. Solo nel focolare si potevan vedere i segni
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d'un vasto saccheggio accozzati insieme, come molte idee sottintese,
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in un periodo steso da un uomo di garbo. C'era, dico, un rimasuglio di
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tizzi e tizzoni spenti, i quali mostravano d'essere stati, un bracciolo
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di seggiola, un piede di tavola, uno sportello d'armadio, una panca di
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letto, una doga della botticina, dove ci stava il vino che rimetteva
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lo stomaco a don Abbondio. Il resto era cenere e carboni; e con que'
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carboni stessi, i guastatori, per ristoro, avevano scarabocchiati i
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muri di figuracce, ingegnandosi, con certe berrettine o con certe
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cheriche, e con certe larghe facciole, di farne de' preti, e mettendo
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studio a farli orribili e ridicoli: intento che, per verità, non poteva
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andar fallito a tali artisti.
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«Ah porci!» esclamò Perpetua. «Ah baroni!» esclamò don Abbondio; e,
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come scappando, andaron fuori, per un altr'uscio che metteva nell'orto.
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Respirarono; andaron diviato al fico; ma già prima d'arrivarci, videro
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la terra smossa, e misero un grido tutt'e due insieme; arrivati,
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trovarono effettivamente, in vece del morto, la buca aperta. Qui
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nacquero de' guai: don Abbondio cominciò a prendersela con Perpetua,
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che non avesse nascosto bene: pensate se questa rimase zitta: dopo
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ch'ebbero ben gridato, tutt'e due col braccio teso, e con l'indice
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appuntato verso la buca, se ne tornarono insieme, brontolando. E fate
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conto che per tutto trovarono a un di presso la medesima cosa. Penarono
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non so quanto, a far ripulire e smorbare la casa, tanto più che, in
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que' giorni, era difficile trovar aiuto; e non so quanto dovettero
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stare come accampati, accomodandosi alla meglio, o alla peggio, e
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rifacendo a poco a poco usci, mobili, utensili, con danari prestati da
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Agnese.
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Per giunta poi, quel disastro fu una semenza d'altre questioni molto
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noiose; perchè Perpetua, a forza di chiedere e domandare, di spiare e
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fiutare, venne a saper di certo che alcune masserizie del suo padrone,
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credute preda o strazio de' soldati, erano in vece sane e salve in casa
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di gente del paese; e tempestava il padrone che si facesse sentire,
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e richiedesse il suo. Tasto più odioso non si poteva toccare per don
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Abbondio; giacchè la sua roba era in mano di birboni, cioè di quella
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specie di persone con cui gli premeva più di stare in pace.
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«Ma se non ne voglio saper nulla di queste cose,» diceva. «Quante volte
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ve lo devo ripetere, che quel che è andato è andato? Ho da esser messo
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anche in croce, perchè m'è stata spogliata la casa?»
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«Se lo dico,» rispondeva Perpetua, «che lei si lascerebbe cavar gli
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occhi di testa. Rubare agli altri è peccato, ma a lei, è peccato non
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rubare.»
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«Ma vedete se codesti sono spropositi da dirsi!» replicava don
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Abbondio: «ma volete stare zitta?»
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Perpetua si chetava, ma non subito subito; e prendeva pretesto da
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tutto per riprincipiare. Tanto che il pover'uomo s'era ridotto a non
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lamentarsi più, quando trovava mancante qualche cosa, nel momento che
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ne avrebbe avuto bisogno; perchè, più d'una volta, gli era toccato a
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sentirsi dire: «vada a chiederlo al tale che l'ha, e non l'avrebbe
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tenuto fino a quest'ora, se non avesse che fare con un buon uomo.»
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Un'altra e più viva inquietudine gli dava il sentire che giornalmente
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continuavano a passar soldati alla spicciolata, come aveva troppo
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bene congetturato; onde stava sempre in sospetto di vedersene capitar
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qualcheduno o anche una compagnia sull'uscio, che aveva fatto
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raccomodare in fretta per la prima cosa, e che teneva chiuso con gran
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cura; ma, per grazia del cielo, ciò non avvenne mai. Nè però questi
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terrori erano ancora cessati, che un nuovo ne sopraggiunse.
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Ma qui lasceremo da parte il pover'uomo: si tratta ben d'altro che di
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sue apprensioni private, che de' guai d'alcuni paesi, che d'un disastro
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passeggiero.
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CAPITOLO XXXI.
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La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar
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con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, come è
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noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò
|
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una buona parte d'Italia. Condotti dal filo della nostra storia, noi
|
|
passiamo a raccontar gli avvenimenti principali di quella calamità; nel
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|
milanese, s'intende, anzi in Milano quasi esclusivamente: chè della
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città quasi esclusivamente trattano le memorie del tempo, come a un di
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presso accade sempre e per tutto, per buone e per cattive ragioni. E
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in questo racconto, il nostro fine non è, per dir la verità, soltanto
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di rappresentar lo stato delle cose nel quale verranno a trovarsi i
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nostri personaggi; ma di far conoscere insieme, per quanto si può in
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ristretto, e per quanto si può da noi, un tratto di storia patria più
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famoso che conosciuto.
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Delle molte relazioni contemporanee, non ce n'è alcuna che basti da
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sè a darne un'idea un po' distinta e ordinata; come non ce n'è alcuna
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che non possa aiutare a formarla. In ognuna di queste relazioni,
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senza eccettuarne quella del Ripamonti[25], la quale le supera
|
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tutte, per la quantità e per la scelta de' fatti, e ancor più per il
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modo d'osservarli, in ognuna sono omessi fatti essenziali, che son
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registrati in altre; in ognuna ci sono errori materiali, che si posson
|
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riconoscere e rettificare con l'aiuto di qualche altra, o di que' pochi
|
|
atti della pubblica autorità, editi e inediti, che rimangono; spesso
|
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in una si vengono a trovar le cagioni di cui nell'altra s'eran visti,
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come in aria, gli effetti. In tutte poi regna una strana confusione
|
|
di tempi e di cose; è un continuo andare e venire, come alla ventura,
|
|
senza disegno generale, senza disegno ne' particolari: carattere, del
|
|
resto, de' più comuni e de' più apparenti ne' libri di quel tempo,
|
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principalmente in quelli scritti in lingua volgare, almeno in Italia;
|
|
se anche nel resto d'Europa, i dotti lo sapranno, noi lo sospettiamo.
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|
Nessuno scrittore d'epoca posteriore s'è proposto d'esaminare e
|
|
di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata
|
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degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicchè l'idea che se
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ne ha generalmente, dev'essere, di necessità, molto incerta, e un
|
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po' confusa: un'idea indeterminata di gran mali e di grand'errori
|
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(e per verità ci fu dell'uno e dell'altro, al di là di quel che si
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possa immaginare), un'idea composta più di giudizi che di fatti,
|
|
alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più
|
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caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza
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di causa e d'effetto, di corso, di progressione. Noi, esaminando e
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|
confrontando, con molta diligenza se non altro, tutte le relazioni
|
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stampate, più d'una inedita, molti (in ragione del poco che ne rimane)
|
|
documenti, come dicono, ufiziali, abbiam cercato di farne non già quel
|
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che si vorrebbe, ma qualche cosa che non è stato ancor fatto. Non
|
|
intendiamo di riferire tutti gli atti pubblici, e nemmeno tutti gli
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|
avvenimenti degni, in qualche modo, di memoria. Molto meno pretendiamo
|
|
di rendere inutile a chi voglia farsi un'idea più compita della cosa,
|
|
la lettura delle relazioni originali: sentiamo troppo che forza viva,
|
|
propria e, per dir così, incomunicabile, ci sia sempre nell'opere di
|
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quel genere, comunque concepite e condotte. Solamente abbiam tentato
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di distinguere e di verificare i fatti più generali e più importanti,
|
|
di disporli nell'ordine reale della loro successione, per quanto lo
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comporti la ragione e la natura d'essi, d'osservare la loro efficienza
|
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reciproca, e di dar così, per ora e finchè qualchedun altro non faccia
|
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meglio, una notizia succinta, ma sincera e continuata, di quel disastro.
|
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[25] Josephi Ripamontii canonici scalensis chronistæ urbis Mediolani,
|
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De peste quæ fuit anno 1630. Libri V. Mediolani, 1640, apud Malatestas.
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|
[Illustrazione: ....giornalmente continuavano a passar soldati alla
|
|
spicciolata.... (pag. 447)]
|
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|
Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall'esercito,
|
|
s'era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada.
|
|
Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi,
|
|
a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni
|
|
sconosciuti alla più parte de' viventi. C'era soltanto alcuni a cui
|
|
non riuscissero nuovi: que' pochi che potessero ricordarsi della peste
|
|
che, cinquantatrè anni avanti, aveva desolata pure una buona parte
|
|
d'Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora,
|
|
la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così
|
|
varie e così solenni d'un infortunio generale, può essa far primeggiare
|
|
quella d'un uomo, perchè a quest'uomo ha ispirato sentimenti e azioni
|
|
più memorabili ancora de' mali; stamparlo nelle menti, come un sunto
|
|
di tutti que' guai, perchè in tutti l'ha spinto e intromesso, guida,
|
|
soccorso, esempio, vittima volontaria; d'una calamità per tutti, far
|
|
per quest'uomo come un'impresa; nominarla da lui, come una conquista, o
|
|
una scoperta.
|
|
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|
Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduta quella
|
|
peste, ma n'era stato uno de' più attivi e intrepidi, e, quantunque
|
|
allor giovinissimo, de' più riputati curatori; e che ora, in gran
|
|
sospetto di questa, stava all'erta e sull'informazioni, riferì, il 20
|
|
d'ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso
|
|
(l'ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era
|
|
scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna
|
|
risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino[26].
|
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|
[26] Pag. 24.
|
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|
Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il
|
|
tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario
|
|
che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui
|
|
a visitare i luoghi indicati. Tutt'e due, «o per ignoranza o per altro,
|
|
si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiere di Bellano,
|
|
che quella sorte de mali non era Peste;[27]» ma, in alcuni luoghi,
|
|
effetto consueto dell'emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri,
|
|
effetto de' disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli
|
|
alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale
|
|
pare che ne mettesse il cuore in pace.
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|
|
|
[27] Tadino, ivi.
|
|
|
|
Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse
|
|
parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino
|
|
suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il
|
|
male s'era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che
|
|
bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la
|
|
Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte
|
|
di Brianza, e la Gera d'Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da
|
|
cancelli all'entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e
|
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attendati alla campagna, o dispersi; «et ci parevano,» dice il Tadino,
|
|
«tante creature seluatiche, portando in mano chi l'herba menta, chi
|
|
la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d'aceto.» S'informarono
|
|
del numero de' morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri,
|
|
e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza.
|
|
Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale
|
|
della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d'ottobre, «si
|
|
dispose,» dice il medesimo Tadino, a prescriver le bullette, per
|
|
chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da' paesi dove il
|
|
contagio s'era manifestato; «et mentre si compilaua la grida,» ne diede
|
|
anticipatamente qualche ordine sommario a' gabellieri.
|
|
|
|
Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle misure che
|
|
parver loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione
|
|
che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto
|
|
avanzato e diffuso.
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|
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|
Arrivati il 14 di novembre, dato ragguaglio, a voce e di nuovo in
|
|
iscritto, al tribunale, ebbero da questo commissione di presentarsi
|
|
al governatore, e d'esporgli lo stato delle cose. V'andarono, e
|
|
riportarono: aver lui di tali nuove provato molto dispiacere,
|
|
mostratone un gran sentimento; ma i pensieri della guerra esser più
|
|
pressanti: _sed belli graviores esse curas_. Così il Ripamonti,
|
|
il quale aveva spogliati i registri della Sanità, e conferito col
|
|
Tadino, incaricato specialmente della missione: era la seconda, se
|
|
il lettore se ne ricorda, per quella causa, e con quell'esito. Due o
|
|
tre giorni dopo, il 18 di novembre, emanò il governatore una grida,
|
|
in cui ordinava pubbliche feste, per la nascita del principe Carlo,
|
|
primogenito del re Filippo IV, senza sospettare o senza curare il
|
|
pericolo d'un gran concorso, in tali circostanze: tutto come in tempi
|
|
ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla.
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|
Era quest'uomo, come già s'è detto, il celebre Ambrogio Spinola,
|
|
mandato per raddirizzar quella guerra e riparare agli errori di don
|
|
Gonzalo, e incidentemente, a governare; e noi pure possiamo qui
|
|
incidentemente rammentar che morì dopo pochi mesi, in quella stessa
|
|
guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul
|
|
campo, ma in letto, d'affanno e di struggimento, per rimproveri, torti,
|
|
disgusti d'ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva. La storia ha
|
|
deplorata la sua sorte, e biasimata l'altrui sconoscenza; ha descritte
|
|
con molta diligenza le sue imprese militari e politiche, lodata la sua
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|
previdenza, l'attività, la costanza: poteva anche cercare cos'abbia
|
|
fatto di tutte queste qualità, quando la peste minacciava, invadeva una
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popolazione datagli in cura, o piuttosto in balía.
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Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella
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sua condotta, ciò che fa nascere un'altra e più forte maraviglia, è la
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condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non
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tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All'arrivo di
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quelle nuove de' paesi che n'erano così malamente imbrattati, di paesi
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che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti
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distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe
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che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni
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bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in
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qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d'accordo, è nell'attestare
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che non ne fu nulla. La penuria dell'anno antecedente, le angherie
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della soldatesca, le afflizioni d'animo, parvero più che bastanti a
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render ragione della mortalità sulle piazze, nelle botteghe, nelle
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case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste,
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veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima
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miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva
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nel senato, nel Consiglio de' decurioni, in ogni magistrato.
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Trovo che il cardinal Federigo, appena si riseppero i primi casi di
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mal contagioso, prescrisse, con lettera pastorale a' parrochi, tra le
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altre cose, che ammonissero più e più volte i popoli dell'importanza e
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dell'obbligo stretto di rivelare ogni simile accidente, e di consegnar
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le robe infette o sospette[28]: e anche questa può essere contata tra le
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sue lodevoli singolarità.
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[28] Vita di Federigo Borromeo, compilata da Francesco Rivola. Milano,
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1666, pag. 582.
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Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva
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poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da
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uguagliare l'urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come
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appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due
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fisici che, persuasi della gravità e dell'imminenza del pericolo,
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stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri.
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Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo
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nell'operare, anzi nell'informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza
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non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti
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da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il
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30 d'ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu
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pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano.
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Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la
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portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e
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infatti, nell'osservare i princípi d'una vasta mortalità, in cui
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le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno
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indicare all'incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so
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quale curiosità di conoscere que' primi e pochi nomi che poterono
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essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la
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precedenza nell'esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle
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particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di
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memorabile.
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L'uno e l'altro storico dicono che fu un soldato italiano al servizio
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di Spagna; nel resto non sono ben d'accordo, neppur sul nome. Fu,
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secondo il Tadino, un Pietro Antonio Lovato, di quartiere nel
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territorio di Lecco; secondo il Ripamonti, un Pier Paolo Locati, di
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quartiere a Chiavenna. Differiscono anche nel giorno della sua entrata
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in Milano: il primo la mette al 22 d'ottobre, il secondo ad altrettanti
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del mese seguente: e non si può stare nè all'uno nè all'altro. Tutt'e
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due l'epoche sono in contraddizione con altre ben più verificate.
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Eppure il Ripamonti, scrivendo per ordine del Consiglio generale
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de' decurioni, doveva avere al suo comando molti mezzi di prender
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l'informazioni necessarie; e il Tadino, per ragione del suo impiego,
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poteva, meglio d'ogn'altro, essere informato d'un fatto di questo
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genere. Del resto, dal riscontro d'altre date che ci paiono, come
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abbiam detto, più esatte, risulta che fu, prima della pubblicazione
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della grida sulle bullette; e, se ne mettesse conto, si potrebbe anche
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provare o quasi provare, che dovette essere ai primi di quel mese; ma
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certo, il lettore ce ne dispensa.
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Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura,
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con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò
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a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale,
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vicino ai cappuccini; appena arrivato, s'ammalò; fu portato allo
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spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un'ascella, mise chi
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lo curava in sospetto di ciò ch'era infatti; il quarto giorno morì.
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Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la
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di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo
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spedale, furon bruciati. Due serventi che l'avevano avuto in cura, e
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un buon frate che l'aveva assistito, caddero anch'essi ammalati in
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pochi giorni, tutt'e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s'era
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avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in
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conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più.
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Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminío che non tardò a
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germogliare. Il primo a cui s'attaccò, fu il padrone della casa dove
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quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora
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tutti i pigionali di quella casa furono, d'ordine della Sanità,
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condotti al lazzeretto, dove la più parte s'ammalarono; alcuni
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morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.
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Nella città, quello che già c'era stato disseminato da costoro, da'
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loro panni, da' loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da
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persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale,
|
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e di più quello che c'entrava di nuovo, per l'imperfezion degli editti,
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per la trascuranza nell'eseguirli, e per la destrezza nell'eluderli,
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andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell'anno, e ne'
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primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo,
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ora in quel quartiere, a qualcheduno s'attaccava, qualcheduno ne
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moriva: e la radezza stessa de' casi allontanava il sospetto della
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verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale
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fiducia che non ci fosse peste, nè ci fosse stata neppure un momento.
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Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche
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in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augúri sinistri, gli
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avvertimenti minacciosi de' pochi; e avevan pronti nomi di malattie
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comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a
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curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.
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Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci
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pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia
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e del lazzeretto aguzzava tutti gl'ingegni: non si denunziavan
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gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti;
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da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i
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cadaveri, s'ebbero, con danari, falsi attestati.
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Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale
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ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie
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al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro
|
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di esso l'ira e la mormorazione del pubblico, «della Nobiltà, delli
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|
Mercanti et della plebe,» dice il Tadino; persuasi, com'eran tutti, che
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fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L'odio principale
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cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio
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del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le
|
|
piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E
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certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione
|
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in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire
|
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avanti un orribile flagello, d'affaticarsi in ogni maniera a stornarlo,
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d'incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, volontà, e d'essere insieme
|
|
bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: _pro
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patriæ hostibus_, dice il Ripamonti.
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|
Di quell'odio ne toccava una parte anche agli altri medici che,
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|
convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni,
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|
cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più
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discreti li tacciavano di credulità e d'ostinazione: per tutti gli
|
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altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul
|
|
pubblico spavento.
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|
Il protofisico Lodovico Settala, allora poco men che ottuagenario,
|
|
stato professore di medicina all'università di Pavia, poi di filosofia
|
|
morale a Milano, autore di molte opere riputatissime allora, chiaro
|
|
per inviti a cattedre d'altre università, Ingolstadt, Pisa, Bologna,
|
|
Padova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certamente
|
|
uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. Alla riputazione
|
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della scienza s'aggiungeva quella della vita, e all'ammirazione la
|
|
benevolenza, per la sua gran carità nel curare e nel beneficare i
|
|
poveri. E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di
|
|
stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più
|
|
generale e più forte, il pover'uomo partecipava de' pregiudizi più
|
|
comuni e più funesti de' suoi contemporanei: era più avanti di loro,
|
|
ma senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e
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|
fa molte volte perdere l'autorità acquistata in altre maniere. Eppure
|
|
quella grandissima che godeva, non solo non bastò a vincere, in questo
|
|
caso, l'opinion di quello che i poeti chiamavan volgo profano, e i
|
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capocomici, rispettabile pubblico; ma non potè salvarlo dall'animosità
|
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e dagl'insulti di quella parte di esso, che corre più facilmente da'
|
|
giudizi alle dimostrazioni e ai fatti.
|
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Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi ammalati, principiò
|
|
a radunarglisi intorno gente, gridando esser lui il capo di coloro che
|
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volevano per forza che ci fosse la peste; lui che metteva in ispavento
|
|
la città, con quel suo cipiglio, con quella sua barbaccia: tutto per
|
|
dar da fare ai medici. La folla e il furore andavan crescendo: i
|
|
portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il padrone in una casa
|
|
d'amici, che per sorte era vicina. Questo gli toccò per aver veduto
|
|
chiaro, detto ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia
|
|
di persone: quando, con un suo deplorabile consulto, cooperò a far
|
|
torturare, tanagliare e bruciare, come strega, una povera infelice
|
|
sventurata, perchè il suo padrone pativa dolori strani di stomaco, e
|
|
un altro padrone di prima era stato fortemente innamorato di lei[29],
|
|
allora ne avrà avuta presso il pubblico nuova lode di sapiente e, ciò
|
|
che è intollerabile a pensare, nuovo titolo di benemerito.
|
|
|
|
[29] Storia di Milano del Conte Pietro Verri. Milano 1825, Tom. 4, p.
|
|
155.
|
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Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta
|
|
orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le
|
|
malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni,
|
|
di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di
|
|
bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine,
|
|
senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla
|
|
opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso,
|
|
e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta
|
|
troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di
|
|
febbri maligne, di febbri pestilenti; miserabile transazione, anzi
|
|
trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perchè, figurando di
|
|
riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che
|
|
più importava di credere, di vedere, che il male s'attaccava per mezzo
|
|
del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno,
|
|
principiarono a dare un po' più orecchio agli avvisi, alle proposte
|
|
della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le
|
|
quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo
|
|
anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del
|
|
lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni, intanto
|
|
che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali
|
|
spese toccassero alla città, o all'erario regio. Ai decurioni faceva
|
|
pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore,
|
|
ch'era andato di nuovo a metter l'assedio a quel povero Casale; faceva
|
|
istanza il senato, perchè pensassero alla maniera di vettovagliar
|
|
la città, prima che, dilatandovisi per isventura il contagio, le
|
|
venisse negato pratica dagli altri paesi; perchè trovassero il mezzo
|
|
di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i
|
|
lavori. I decurioni cercavano di far danari per via d'imprestiti,
|
|
d'imposte; e di quel che ne raccoglievano, ne davano un po' alla
|
|
Sanità, un po' a' poveri; un po' di grano compravano: supplivano a una
|
|
parte del bisogno. E le grandi angosce non erano ancor venute.
|
|
|
|
[Illustrazione: I portantini, vedendo la mala parata, ricoverarono il
|
|
padrone in una casa d'amici.... (pag. 455)]
|
|
|
|
Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni
|
|
giorno, andava ogni giorno crescendo, era un'altra ardua impresa
|
|
quella d'assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le
|
|
separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio,
|
|
di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: chè,
|
|
fin da' primi momenti, c'era stata ogni cosa in confusione, per
|
|
la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la
|
|
connivenza de' serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove
|
|
battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono
|
|
il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del
|
|
provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de' soggetti
|
|
abili a governare quel regno desolato. Il commissario propose loro,
|
|
per principale, un padre Felice Casati, uomo d'età matura, il quale
|
|
godeva una gran fama di carità, d'attività, di mansuetudine insieme e
|
|
di fortezza d'animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata;
|
|
e per compagno e come ministro di lui, un padre Michele Pozzobonelli,
|
|
ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d'aspetto. Furono
|
|
accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto.
|
|
Il presidente della Sanità li condusse in giro, come per prenderne
|
|
il possesso; e, convocati i serventi e gl'impiegati d'ogni grado,
|
|
dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice,
|
|
con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile
|
|
radunanza andò crescendo, v'accorsero altri cappuccini; e furono in
|
|
quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri,
|
|
cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre
|
|
Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava
|
|
di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno,
|
|
talvolta portando un'asta, talvolta non armato che di cilizio; animava
|
|
e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele,
|
|
minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva
|
|
lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con
|
|
nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più
|
|
parte la vita, e tutti con allegrezza.
|
|
|
|
Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la
|
|
calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per
|
|
argomento, anzi per saggio d'una società molto rozza e mal regolata,
|
|
il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non
|
|
sapesser più farne altro che cederlo, nè trovassero a chi cederlo, che
|
|
uomini, per istituto, il più alieni da ciò. Ma è insieme un saggio non
|
|
ignobile della forza e dell'abilità che la carità può dare in ogni
|
|
tempo, e in qualunque ordin di cose, il veder quest'uomini sostenere
|
|
un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso averlo accettato,
|
|
senz'altra ragione che il non esserci chi lo volesse, senz'altro fine
|
|
che di servire, senz'altra speranza in questo mondo, che d'una morte
|
|
molto più invidiabile che invidiata; fu bello lo stesso esser loro
|
|
offerto, solo perchè era difficile e pericoloso, e si supponeva che il
|
|
vigore e il sangue freddo, così necessario e raro in que' momenti, essi
|
|
lo dovevano avere. E perciò l'opera e il cuore di que' frati meritano
|
|
che se ne faccia memoria, con ammirazione, con tenerezza, con quella
|
|
specie di gratitudine che è dovuta, come in solido, per i gran servizi
|
|
resi da uomini a uomini, e più dovuta a quelli che non se la propongono
|
|
per ricompensa. «Che se questi Padri iui non si ritrouauano,» dice
|
|
il Tadino, «al sicuro tutta la Città annichilata si trouaua; puoichè
|
|
fu cosa miracolosa l'hauer questi Padri fatto in così puoco spatio
|
|
di tempo tante cose per benefitio publico, che non hauendo hauuto
|
|
agiutto, o almeno puoco dalla Città, con la sua industria et prudenza
|
|
haueuano mantenuto nel Lazeretto tante migliaia de poueri.» Le persone
|
|
ricoverate in quel luogo, durante i sette mesi che il padre Felice
|
|
n'ebbe il governo, furono circa cinquantamila, secondo il Ripamonti; il
|
|
quale dice con ragione, che d'un uomo tale avrebbe dovuto ugualmente
|
|
parlare, se in vece di descriver le miserie d'una città, avesse dovuto
|
|
raccontar le cose che posson farle onore.
|
|
|
|
Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste, andava
|
|
naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si
|
|
diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e
|
|
tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra'
|
|
poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. E tra queste, come
|
|
allora fu il più notato, così merita anche adesso un'espressa menzione
|
|
il protofisico Settala. Avranno almen confessato che il povero vecchio
|
|
aveva ragione? Chi lo sa? Caddero infermi di peste, lui, la moglie, due
|
|
figliuoli, sette persone di servizio. Lui e uno de' figliuoli n'usciron
|
|
salvi; il resto morì. «Questi casi,» dice il Tadino, «occorsi nella
|
|
Città in case Nobili, disposero la Nobiltà, et la plebe a pensare,
|
|
et gli increduli Medici, et la plebe ignorante et temeraria cominciò
|
|
stringere le labra, chiudere li denti, et inarcare le ciglia.»
|
|
|
|
Ma l'uscite, i ripieghi, le vendette, per dir così, della caparbietà
|
|
convinta, sono alle volte tali da far desiderare che fosse rimasta
|
|
ferma e invitta, fino all'ultimo, contro la ragione e l'evidenza: e
|
|
questa fu bene una di quelle volte. Coloro i quali avevano impugnato
|
|
così risolutamente, e così a lungo, che ci fosse vicino a loro, tra
|
|
loro, un germe di male, che poteva, per mezzi naturali, propagarsi e
|
|
fare una strage; non potendo ormai negare il propagamento di esso, e
|
|
non volendo attribuirlo a que' mezzi (che sarebbe stato confessare a un
|
|
tempo un grand'inganno e una gran colpa), erano tanto più disposti a
|
|
trovarci qualche altra causa, a menar buona qualunque ne venisse messa
|
|
in campo. Per disgrazia, ce n'era una in pronto nelle idee e nelle
|
|
tradizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni parte d'Europa:
|
|
arti venefiche, operazioni diaboliche, gente congiurata a sparger la
|
|
peste, per mezzo di veleni contagiosi, di malíe. Già cose tali, o
|
|
somiglianti, erano state supposte e credute in molte altre pestilenze,
|
|
e qui segnatamente, in quella di mezzo secolo innanzi. S'aggiunga che,
|
|
fin dall'anno antecedente, era venuto un dispaccio, sottoscritto dal
|
|
re Filippo IV, al governatore, per avvertirlo ch'erano scappati da
|
|
Madrid quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere unguenti
|
|
velenosi, pestiferi: stesse all'erta, se mai coloro fossero capitati
|
|
a Milano. Il governatore aveva comunicato il dispaccio al senato e al
|
|
tribunale della sanità; nè, per allora, pare che ci si badasse più che
|
|
tanto. Però scoppiata e riconosciuta la peste, il tornar nelle menti
|
|
quell'avviso potè servir di conferma al sospetto indeterminato d'una
|
|
frode scellerata; potè anche essere la prima occasione di farlo nascere.
|
|
|
|
Ma due fatti, l'una di cieca e indisciplinata paura, l'altro di non
|
|
so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto
|
|
indeterminato d'un attentato possibile, in sospetto, e per molti in
|
|
certezza, d'un attentato positivo, e d'una trama reale. Alcuni, ai
|
|
quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo
|
|
andare ungendo un assito, che serviva a dividere gli spazi assegnati
|
|
a' due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l'assito
|
|
e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente
|
|
della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell'ufizio,
|
|
avendo visitato l'assito, le panche, le pile dell'acqua benedetta,
|
|
senza trovar nulla che potesse confermare l'ignorante sospetto d'un
|
|
attentato venefico, avesse, per compiacere all'immaginazioni altrui,
|
|
e _più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno_, avesse,
|
|
dico, deciso che bastava dar una lavata all'assito. Quel volume di
|
|
roba accatastata produsse una grand'impressione di spavento nella
|
|
moltitudine, per cui un oggetto diventa così facilmente un argomento.
|
|
Si disse e si credette generalmente che fossero state unte in duomo
|
|
tutte le panche, le pareti, e fin le corde delle campane. Nè si disse
|
|
soltanto allora: tutte le memorie de' contemporanei che parlano di quel
|
|
fatto (alcune scritte molt'anni dopo), ne parlano con ugual sicurezza:
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e la storia sincera di esso, bisognerebbe indovinarla, se non si
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trovasse in una lettera del tribunale della sanità al governatore, che
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si conserva nell'archivio detto di san Fedele; dalla quale l'abbiamo
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cavata, e della quale sono le parole che abbiam messe in corsivo.
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La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo
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colpì gli occhi e le menti de' cittadini. In ogni parte della città,
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si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti,
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intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi
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come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere
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uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo
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disegno d'accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro;
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la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole
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l'attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d'alcuni: fatto, del
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resto, che non sarebbe stato, nè il primo nè l'ultimo di tal genere.
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Il Ripamonti, che spesso, su questo particolare dell'unzioni, deride,
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e più spesso deplora la credulità popolare, qui afferma d'aver veduto
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quell'impiastramento e lo descrive[30]. Nella lettera sopraccitata, i
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signori della Sanità raccontan la cosa ne' medesimi termini; parlan di
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visite, d'esperimenti fatti con quella materia sopra de' cani, e senza
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cattivo effetto: aggiungono, esser loro opinione, _che cotale temerità
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sia più tosto proceduta da insolenza, che da fine scelerato_: pensiero
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che indica in loro, fino a quel tempo, pacatezza d'animo bastante per
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non vedere ciò che non ci fosse stato. L'altre memorie contemporanee,
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raccontando la cosa, accennano anche, essere stata, sulle prime,
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opinion di molti, che fosse fatta per burla, per bizzarria; nessuna
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parla di nessuno che la negasse; e n'avrebbero parlato certamente, se
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ce ne fosse stati; se non altro, per chiamarli stravaganti. Ho creduto
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che non fosse fuor di proposito il riferire e il mettere insieme questi
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particolari, in parte poco noti, in parte affatto ignorati, d'un
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celebre delirio; perchè, negli errori e massime negli errori di molti,
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ciò che è più interessante e più utile a osservarsi, mi pare che sia
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appunto la strada che hanno fatta, l'apparenze, i modi con cui hanno
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potuto entrar nelle menti, e dominarle.
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[30] .... et nos quoque ivimus visere. Maculæ erant sparsim
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inæqualiterque manantes, veluti si quis haustam spongia saniem
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adspersisset, impressissetive parieti: et ianuæ passim, ostiaque ædium
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eadem adspergine contaminata cernebantur. Pag. 75.
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La città già agitata ne fa sottosopra: i padroni delle case, con paglia
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accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano,
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guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti per questo
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solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano
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arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si
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fecero interrogatòri, esami d'arrestati, d'arrestatori, di testimoni;
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non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare,
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d'esaminare, d'intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una
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grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in
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chiaro l'autore o gli autori del fatto. _Ad ogni modo non parendoci
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conueniente_, dicono que' signori nella citata lettera, che porta la
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data del 21 di maggio, ma che fu evidentemente scritta il 19, giorno
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segnato nella grida stampata, _che questo delitto in qualsiuoglia modo
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resti impunito, massime in tempo tanto pericoloso e sospettoso, per
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consolatone e quiete di questo Popolo, e per cauare indicio del fatto,
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habbiamo oggi publicata grida, etc._ Nella grida stessa però, nessun
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cenno, almen chiaro, di quella ragionevole e acquietante congettura,
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che partecipavano al governatore: silenzio che accusa a un tempo una
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preoccupazione furiosa nel popolo, e in loro una condiscendenza, tanto
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più biasimevole, quanto più poteva esser perniciosa.
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Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come accade, avevan
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già trovato. Coloro che credevano esser quella un'unzione velenosa,
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chi voleva che la fosse una vendetta di don Gonzalo Fernandez de
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Cordova, per gl'insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato
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del cardinal di Richelieu, per spopolar Milano, e impadronirsene senza
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fatica; altri, e non si sa per quali ragioni, ne volevano autore
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il conte di Collalto, Wallenstein, questo, quell'altro gentiluomo
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milanese. Non mancavan, come abbiam detto, di quelli che non vedevano
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in quel fatto altro che uno sciocco scherzo, e l'attribuivano a
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scolari, a signori, a ufiziali che s'annoiassero all'assedio di Casale.
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Il non veder poi, come si sarà temuto, che ne seguisse addirittura un
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infettamento, un eccidio universale, fu probabilmente cagione che quel
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primo spavento s'andasse per allora acquietando, e la cosa fosse o
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paresse messa in oblio.
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C'era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che
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questa peste ci fosse. E perchè, tanto nel lazzeretto, come per la
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città, alcuni pur ne guarivano, «si diceua,» (gli ultimi argomenti
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d'una opinione battuta dall'evidenza son sempre curiosi a sapersi)
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«si diceua dalla plebe, et ancora da molti medici partiali, non
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essere vera peste, perchè tutti sarebbero morti[31].» Per levare ogni
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dubbio, trovò il tribunale della sanità un espediente proporzionato
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al bisogno, un modo di parlare agli occhi, quale i tempi potevano
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richiederlo o suggerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano
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i cittadini di concorrere al cimitero di san Gregorio, fuori di Porta
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Orientale, a pregar per i morti dell'altro contagio, ch'eran sepolti
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là; e, prendendo dalla divozione opportunità di divertimento e di
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spettacolo, ci andavano, ognuno più in gala che potesse. Era in quel
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giorno morta di peste, tra gli altri, un'intera famiglia. Nell'ora del
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maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a cavallo, e a
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piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, d'ordine della Sanità,
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condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinchè la
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folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza.
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Un grido di ribrezzo, di terrore, s'alzava per tutto dove passava il
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carro; un lungo mormorío regnava dove era passato; un altro mormorío lo
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precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi
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fede da sè, ogni giorno più; e quella riunione medesima non dovè
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servir poco a propagarla.
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[31] Tadino, pag. 93.
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In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto:
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proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali:
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l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste;
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vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una
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cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste
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senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è attaccata un'altra idea,
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l'idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l'idea
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espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.
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Non è, credo, necessario d'esser molto versato nella storia dell'idee
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e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per
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grazia del cielo, che non sono molte quelle d'una tal sorte, e d'una
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tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e
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alle quali si possano attaccare accessôri d'un tal genere. Si potrebbe
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però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran
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parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo
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proposto da tanto tempo, d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare,
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prima di parlare.
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Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente più facile di tutte
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quell'altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo
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un po' da compatire.
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CAPITOLO XXXII.
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Divenendo sempre più difficile il supplire all'esigenze dolorose
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della circostanza, era stato, il 4 di maggio, deciso nel consiglio
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de' decurioni, di ricorrer per aiuto al governatore. E, il 22, furono
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spediti al campo due di quel corpo, che gli rappresentassero i guai e
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le strettezze della città: le spese enormi, le casse vôte, le rendite
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degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate, per la
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miseria generale, prodotta da tante cause, e dal guasto militare in
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ispecie; gli mettessero in considerazione che, per leggi e consuetudini
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non interrotte, e per decreto speciale di Carlo V, le spese della
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peste dovevan essere a carico del fisco: in quella del 1576, avere
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il governatore, marchese d'Ayamonte, non solo sospese tutte le
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imposizioni camerali, ma data alla città una sovvenzione di quaranta
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mila scudi della stessa Camera; chiedessero finalmente quattro cose:
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che l'imposizioni fossero sospese, come allora s'era fatto; la Camera
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desse danari; il governatore informasse il re, delle miserie della
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città e della provincia; dispensasse da nuovi alloggiamenti militari
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il paese già rovinato dai passati. Il governatore scrisse in risposta
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condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi
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nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma
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sperare che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que' signori: questo
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essere il tempo di spendere senza risparmio, d'ingegnarsi in ogni
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maniera. In quanto alle richieste espresse, _proueeré en el mejor
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modo que el tiempo y necesidades presentes permitieren_. E sotto,
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un girigogolo, che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le sue
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promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che quella risposta
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era stata letta dai decurioni, _con gran desconsuelo_; ci furono altre
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andate e venute, domande e risposte; ma non trovo che se ne venisse a
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più strette conclusioni. Qualche tempo dopo, nel colmo della peste, il
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governatore trasferì, con lettere patenti, la sua autorità a Ferrer
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medesimo, avendo lui, come scrisse, da pensare alla guerra. La quale,
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sia detto qui incidentemente, dopo aver portato via, senza parlar de'
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soldati, un milion di persone, a dir poco, per mezzo del contagio,
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tra la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte
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della Romagna; dopo aver desolati, come s'è visto di sopra, i luoghi
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per cui passò, e figuratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il
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sacco atroce di Mantova; finì con riconoscerne tutti il nuovo duca, per
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escludere il quale la guerra era stata intrapresa. Bisogna però dire
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che fu obbligato a cedere al duca di Savoia un pezzo del Monferrato,
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della rendita di quindici mila scudi, e a Ferrante duca di Guastalla
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altre terre, della rendita di sei mila; e che ci fu un altro trattato
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a parte e segretissimo, col quale il duca di Savoia suddetto cedè
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Pinerolo alla Francia: trattato eseguito qualche tempo dopo, sott'altri
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pretesti, e a furia di furberie.
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Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne avevan presa un'altra:
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di chiedere al cardinale arcivescovo, che si facesse una processione
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solenne, portando per la città il corpo di san Carlo.
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Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispiaceva quella
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fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l'effetto non avesse
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corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo[32].
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Temeva di più, che, _se pur c'era di questi untori_, la processione
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fosse un'occasion troppo comoda al delitto: _se non ce n'era_, il
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radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio:
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_pericolo ben più reale_[33]. Chè il sospetto sopito dell'unzioni s'era
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intanto ridestato, più generale e più furioso di prima.
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[32] Memoria delle cose notabili successe in Milano intorno al mal
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contaggioso l'anno 1630, ec. raccolte da D. Pio la Croce, Milano, 1730.
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È tratta evidentemente da scritto inedito d'autore vissuto al tempo
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della pestilenza: se pure non è una semplice edizione, piuttosto che
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una nuova compilazione.
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[33] Si unguenta scelerata et unctores in urbe essent... Si non
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essent... Certiusque adeo malum. Ripamonti, pag. 185.
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S'era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte
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muraglie, porte d'edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove
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di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che
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mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l'effetto del
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vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de' mali,
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irritati dall'insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri
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quella credenza: chè la collera aspira a punire: e, come osservò
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acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d'ingegno[34], le piace
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più d'attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far
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le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non
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ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo,
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penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza,
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e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva
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composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia
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d'appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie
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sapessero trovar di sozzo e d'atroce. Vi s'aggiunsero poi le malíe,
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per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva
|
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la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s'eran
|
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veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perchè; era
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stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l'arte era
|
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perfezionata, e le volontà più accanite nell'infernale proposito. Ormai
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chi avesse sostenuto ancora ch'era stata una burla, chi avesse negata
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l'esistenza d'una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non
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cadeva in sospetto d'uomo interessato a stornar dal vero l'attenzion
|
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del pubblico, di complice, d'_untore_: il vocabolo fu ben presto
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comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero
|
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untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi
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stavano all'erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva
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facilmente certezza, la certezza furore.
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[34] P. Verri. Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani
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d'economia politica; parte moderna, tom. 17, pag. 203.
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Due fatti ne adduce in prova il Ripamonti, avvertendo d'averli scelti,
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non come i più atroci tra quelli che seguivano giornalmente, ma perchè
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dell'uno e dell'altro era stato pur troppo testimonio.
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Nella chiesa di sant'Antonio, un giorno di non so quale solennità, un
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vecchio più che ottuagenario dopo aver pregato alquanto inginocchioni,
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volle mettersi a sedere; e prima, con la cappa, spolverò la panca.
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«Quel vecchio unge le panche!» gridarono a una voce alcune donne che
|
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vider l'atto. La gente che si trovava in chiesa (in chiesa!), fu
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addosso al vecchio; lo prendon per i capelli, bianchi com'erano; lo
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carican di pugni e di calci; parte lo tirano, parte lo spingon fuori;
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se non lo finirono, fu per istrascinarlo, così semivivo, alla prigione,
|
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ai giudici, alle torture. «Io lo vidi mentre lo strascinavan così,»
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dice il Ripamonti: «e non ne seppi più altro: credo bene che non abbia
|
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potuto sopravvivere più di qualche momento.»
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L'altro caso (e seguì il giorno dopo) fu ugualmente strano, ma non
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|
ugualmente funesto. Tre giovani compagni francesi, un letterato, un
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pittore, un meccanico, venuti per veder l'Italia, per istudiarvi le
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antichità, e per cercarvi occasion di guadagno, s'erano accostati
|
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a non so qual parte esterna del duomo, e stavan lì guardando
|
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attentamente. Uno che passava, li vede e si ferma; gli accenna a un
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altro, ad altri che arrivano: si formò un crocchio, a guardare, a
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tener d'occhio coloro, che il vestiario, la capigliatura, le bisacce,
|
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accusavano di stranieri e, quel ch'era peggio, di francesi. Come per
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accertarsi ch'era marmo, stesero essi la mano a toccare. Bastò. Furono
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circondati, afferrati, malmenati, spinti, a furia di percosse, alle
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carceri. Per buona sorte, il palazzo di giustizia è poco lontano dal
|
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duomo; e, per una sorte ancor più felice, furon trovati innocenti, e
|
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rilasciati.
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Nè tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia s'era propagata
|
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come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de' contadini,
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|
fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in
|
|
qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si
|
|
trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano
|
|
untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d'un ragazzo, si
|
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sonava a martello, s'accorreva; gl'infelici eran tempestati di pietre,
|
|
o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione. Così il
|
|
Ripamonti medesimo. E la prigione, fino a un certo tempo, era un porto
|
|
di salvamento.
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|
Ma i decurioni, non disanimati dal rifiuto del savio prelato,
|
|
andavan replicando le loro istanze, che il voto pubblico secondava
|
|
rumorosamente. Federigo resistette ancor qualche tempo, cercò di
|
|
convincerli; questo è quello che potè il senno d'un uomo, contro la
|
|
forza de' tempi, e l'insistenza di molti. In quello stato d'opinioni,
|
|
con l'idea del pericolo, confusa com'era allora, contrastata, ben
|
|
lontana dall'evidenza che ci si trova ora non è difficile a capire come
|
|
le sue buone ragioni potessero, anche nella sua mente, esser soggiogate
|
|
dalle cattive degli altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non
|
|
avesse parte un po' di debolezza della volontà, sono misteri del
|
|
cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa dare in tutto
|
|
l'errore all'intelletto, e scusarne la coscienza, è quando si tratti
|
|
di que' pochi (e questo fu ben del numero), nella vita intera de'
|
|
quali apparisca un ubbidir risoluto alla coscienza, senza riguardo a
|
|
interessi temporali di nessun genere. Al replicar dell'istanze, cedette
|
|
egli dunque, acconsentì che si facesse la processione, acconsentì
|
|
di più al desiderio, alla premura generale, che la cassa dov'eran
|
|
rinchiuse le reliquie di san Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto
|
|
giorni, sull'altar maggiore del duomo.
|
|
|
|
Non trovo che il tribunale della sanità, nè altri, facessero
|
|
rimostranza nè opposizione di sorte alcuna. Soltanto, il tribunale
|
|
suddetto ordinò alcune precauzioni che, senza riparare al pericolo,
|
|
ne indicavano il timore. Prescrisse più strette regole per l'entrata
|
|
delle persone in città; e, per assicurarne l'esecuzione, fece star
|
|
chiuse le porte: come pure, a fine d'escludere, per quanto fosse
|
|
possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece inchiodar
|
|
gli usci delle case sequestrate: le quali, per quanto può valere, in
|
|
un fatto di questa sorte, la semplice affermazione d'uno scrittore, e
|
|
d'uno scrittore di quel tempo, eran circa cinquecento[35].
|
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[35] Alleggiamento dello Stato di Milano, etc. di G. C. Cavatio della
|
|
Somaglia. Milano, 1653, pag. 482.
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|
|
Tre giorni furono spesi in preparativi: l'undici di giugno, ch'era il
|
|
giorno stabilito, la processione uscì, sull'alba, dal duomo. Andava
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dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il
|
|
volto d'ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi
|
|
l'arti, precedute da' loro gonfaloni, le confraternite, in abiti
|
|
vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare,
|
|
ognuno con l'insegne del grado, e con una candela o un torcetto in
|
|
mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor
|
|
più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s'avanzava la cassa,
|
|
portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano
|
|
ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito
|
|
di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme
|
|
mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio
|
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dell'antico sembiante, quale lo rappresentano l'immagini, quale alcuni
|
|
si ricordavan d'averlo visto e onorato in vita. Dietro la spoglia del
|
|
morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo
|
|
questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di
|
|
dignità, così ora anche di persona, veniva l'arcivescovo Federigo.
|
|
Seguiva l'altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di
|
|
maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come
|
|
a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza,
|
|
abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa sul viso; tutti con
|
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torcetti. Finalmente una coda d'altro popolo misto.
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Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le
|
|
suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state
|
|
ornate da de' vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di
|
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parati, dove sopra i parati, c'eran de' rami fronzuti; da ogni parte
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pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su' davanzali delle finestre
|
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stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A
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molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione,
|
|
e l'accompagnavano con le loro preci. L'altre strade, mute, deserte;
|
|
se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l'orecchio al ronzío
|
|
vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran
|
|
saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il
|
|
corteggio, qualche cosa.
|
|
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|
La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di
|
|
que' crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne'
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borghi, e che allora serbavano l'antico nome di _carrobi_, ora rimasto
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a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce
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che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e
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delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in
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duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.
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Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella
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presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la
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processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni
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classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così
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subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l'occasione,
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nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d'un
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pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per
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tanto tempo, non all'infinita moltiplicazione de' contatti fortuiti,
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attribuivano i più quell'effetto; l'attribuivano alla facilità che
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gli untori ci avessero trovata d'eseguire in grande il loro empio
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disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col
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loro unguento quanti più avevan potuto. Ma siccome questo non pareva
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un mezzo bastante, nè appropriato a una mortalità così vasta, e così
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diffusa in ogni classe di persone; siccome, a quel che pare, non era
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stato possibile all'occhio così attento, e pur così travedente, del
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sospetto, di scorgere untumi, macchie di nessuna sorte, su' muri, nè
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altrove; così si ricorse, per la spiegazion del fatto, a quell'altro
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ritrovato, già vecchio, e ricevuto allora nella scienza comune
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d'Europa, delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri
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tali, sparse lungo la strada, e specialmente ai luoghi delle fermate,
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si fossero attaccate agli strascichi de' vestiti, e tanto più ai
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piedi, che in gran numero erano quel giorno andati in giro scalzi.
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«Vide pertanto,» dice uno scrittore contemporaneo[36], «l'istesso giorno
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della processione, la pietà cozzar con l'empietà, la perfidia con la
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sincerità, la perdita con l'acquisto.» Ed era in vece il povero senno
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umano che cozzava co' fantasmi creati da sè.
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[36] Agostino Lampugnano. La pestilenza seguita in Milano, l'anno 1630.
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Milano, 1634, pag. 44.
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Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco
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tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la
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popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò
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da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò
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fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un'altra lettera de'
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conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera
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oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo
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il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più
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di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche
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afferma che, «per le diligenze fatte,» dopo la peste, si trovò la
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popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime,
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e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti,
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era di sole dugento mila: de' morti, dice che ne risulta cento quaranta
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mila da' registri civici, oltre quelli di cui non si potè tener conto.
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Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso.
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Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai
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quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di
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riparare a ciò che c'era di riparabile in un tal disastro. Bisognava
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ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di
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varie specie: _monatti_, _apparitori_, commissari. I primi erano
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addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar
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dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui
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carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto
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gl'infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta.
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Il nome, vuole il Ripamonti che venga dal greco _monos_; Gaspare
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Bugatti (in una descrizion della peste antecedente), dal latino
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_monere_; ma insieme dubita, con più ragione, che sia parola tedesca,
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per esser quegli uomini arrolati la più parte nella Svizzera e ne'
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Grigioni. Nè sarebbe infatti assurdo il crederlo una troncatura del
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vocabolo _monathlich_ (mensuale); giacchè, nell'incertezza di quanto
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potesse durare il bisogno, è probabile che gli accordi non fossero che
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di mese in mese. L'impiego speciale degli apparitori era di precedere
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i carri, avvertendo, col suono d'un campanello, i passeggieri, che si
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ritirassero. I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli
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ordini immediati del tribunale della sanità. Bisognava tener fornito
|
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il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di
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tutti gli attrezzi d'infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo
|
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alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero
|
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a quest'effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello
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spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne,
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cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone.
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E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano;
|
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ma, per mancanza di mezzi d'ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi,
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le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno
|
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cresceva.
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E non solo l'esecuzione rimaneva sempre addietro de' progetti e degli
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ordini; non solo, a molte necessità, pur troppo riconosciute, si
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provvedeva scarsamente, anche in parole; s'arrivò a quest'eccesso
|
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d'impotenza e di disperazione, che a molte, e delle più pietose, come
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delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera. Moriva, per
|
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esempio, d'abbandono una gran quantità di bambini, ai quali eran morte
|
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le madri di peste: la Sanità propose che s'instituisse un ricovero
|
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per questi e per le partorienti bisognose, che qualcosa si facesse
|
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per loro; e non potè ottener nulla. «Si doueua non di meno,» dice il
|
|
Tadino, «compatire ancora alli Decurioni della Città, li quali si
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trouauano afflitti, mesti et lacerati dalla Soldadesca senza regola,
|
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et rispetto alcuno; come molto meno nell'infelice Ducato, atteso che
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aggiutto alcuno, nè prouisione si poteua hauere dal Gouernatore, se
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|
non che si trouaua tempo di guerra, et bisognaua trattar bene li
|
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Soldati»[37]. Tanto importava il prender Casale! Tanto par bella la lode
|
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del vincere, indipendentemente dalla cagione, dallo scopo per cui si
|
|
combatta!
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[37] Pag. 117.
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Così pure, trovandosi colma di cadaveri un'ampia, ma unica fossa,
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ch'era stata scavata vicino al lazzeretto; e rimanendo, non solo in
|
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quello, ma in ogni parte della città, insepolti i nuovi cadaveri,
|
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che ogni giorno eran di più, i magistrati, dopo avere invano cercato
|
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braccia per il tristo lavoro, s'eran ridotti a dire di non saper più
|
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che partito prendere. Nè si vede come sarebbe andata a finire, se non
|
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veniva un soccorso straordinario. Il presidente della Sanità ricorse,
|
|
per disperato, con le lacrime agli occhi, a que' due bravi frati che
|
|
soprintendevano al lazzeretto; e il padre Michele s'impegnò a dargli,
|
|
in capo a quattro giorni, sgombra la città di cadaveri; in capo a
|
|
otto, aperte fosse sufficienti, non solo al bisogno presente, ma a
|
|
quello che si potesse preveder di peggio nell'avvenire. Con un frate
|
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compagno, e con persone del tribunale, dategli dal presidente, andò
|
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fuor della città, in cerca di contadini; e, parte con l'autorità del
|
|
tribunale, parte con quella dell'abito e delle sue parole, ne raccolse
|
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circa dugento, ai quali fece scavar tre grandissime fosse; spedi poi
|
|
dal lazzeretto monatti a raccogliere i morti; tanto che, il giorno
|
|
prefisso, la sua promessa si trovò adempita.
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Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse
|
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paghe e d'onori, a fatica e non subito, se ne potè avere; ma molto
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men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a
|
|
segno di temere che ci s'avesse a morire anche di fame; e più d'una
|
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volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il
|
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bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono
|
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di misericordia privata: chè, in mezzo allo stordimento generale,
|
|
ali'indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sè, ci
|
|
furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri
|
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in cui la carità nacque al cessare d'ogni allegrezza terrena; come,
|
|
nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e
|
|
di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di
|
|
coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà,
|
|
assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati
|
|
per impiego.
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|
Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai
|
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doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai
|
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lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si
|
|
pativa, ce n'era; sempre si videro mescolati, confusi co' languenti,
|
|
co' moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai
|
|
soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali;
|
|
prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di
|
|
sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto
|
|
noni, all'incirca.
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|
[Illustrazione: Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre
|
|
crescendo.... (pag. 470)]
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Federigo dava a tutti, com'era da aspettarsi da lui, incitamento ed
|
|
esempio. Mortagli intorno quasi tutta la famiglia arcivescovile, e
|
|
facendogli istanza parenti, alti magistrati, principi circonvicini,
|
|
che s'allontanasse dal pericolo, ritirandosi in qualche villa, rigettò
|
|
un tal consiglio, e resistette all'istanze, con quell'animo, con
|
|
cui scriveva ai parrochi: «siate disposti ad abbandonar questa vita
|
|
mortale, piuttosto che questa famiglia, questa figliolanza nostra:
|
|
andate con amore incontro alla peste, come a un premio, come a una
|
|
vita, quando ci sia da guadagnare un'anima a Cristo[38].» Non trascurò
|
|
quelle cautele che non gl'impedissero di fare il suo dovere (sulla
|
|
qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero); e insieme non
|
|
curò il pericolo, nè parve che se n'avvedesse, quando, per far del
|
|
bene, bisognava passar per quello. Senza parlare degli ecclesiastici,
|
|
coi quali era sempre per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare
|
|
chiunque di loro andasse freddo nel lavoro, per mandarli ai posti
|
|
dove altri eran morti, volle che fosse aperto l'adito a chiunque
|
|
avesse bisogno di lui. Visitava i lazzeretti, per dar consolazione
|
|
agl'infermi, e per animare i serventi; scorreva la città, portando
|
|
soccorsi ai poveri sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto
|
|
le finestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio parole di
|
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consolazione e di coraggio. Si cacciò insomma e visse nel mezzo della
|
|
pestilenza, maravigliato anche lui alla fine, d'esserne uscito illeso.
|
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[38] Ripamonti, pag. 164.
|
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Così, ne' pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual
|
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si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di
|
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virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d'ordinario
|
|
ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni
|
|
che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion
|
|
comune, nel rilasciamento d'ogni forza pubblica, una nuova occasione
|
|
d'attività, e una nuova sicurezza d'impunità a un tempo. Che anzi,
|
|
l'uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle
|
|
mani de' peggiori tra loro. All'impiego di monatti e d'apparitori non
|
|
s'adattavano generalmente che uomini sui quali l'attrattiva delle
|
|
rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni
|
|
naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole,
|
|
intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de'
|
|
commissari; sopra questi e quelli eran delegati, come abbiam detto,
|
|
in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l'autorità di provveder
|
|
sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose
|
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camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni
|
|
giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via,
|
|
di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più
|
|
nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente,
|
|
arbitri d'ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e,
|
|
senza parlar de' rubamenti, e come trattavano gl'infelici ridotti
|
|
dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette
|
|
e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando
|
|
di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano
|
|
riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi,
|
|
ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti
|
|
scudi. Si disse (e tra la leggerezza degli uni e la malvagità degli
|
|
altri, è ugualmente malsicuro il credere e il non credere), si disse,
|
|
e l'afferma anche il Tadino[39], che monatti e apparitori lasciassero
|
|
cadere apposta dai carri robe infette, per propagare e mantenere la
|
|
pestilenza, divenuta per essi un'entrata, un regno, una festa. Altri
|
|
sciagurati, fingendosi monatti, portando un campanello attaccato a
|
|
un piede, com'era prescritto a quelli, per distintivo e per avviso
|
|
del loro avvicinarsi, s'introducevano nelle case a farne di tutte le
|
|
sorte. In alcune, aperte e vôte d'abitanti, o abitate soltanto da
|
|
qualche languente, da qualche moribondo, entravan ladri, a man salva,
|
|
a saccheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che facevan
|
|
lo stesso, e anche cose peggiori. Del pari con la perversità, crebbe
|
|
la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo
|
|
sbalordimento, e dall'agitazione delle menti, una forza straordinaria,
|
|
produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a
|
|
rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell'unzioni, la quale,
|
|
ne' suoi effetti, ne' suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto,
|
|
un'altra perversità. L'immagine di quel supposto pericolo assediava e
|
|
martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente.
|
|
«E mentre,» dice il Ripamonti, «i cadaveri sparsi, o i mucchi di
|
|
cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra' piedi, facevano della
|
|
città tutta come un solo mortorio, c'era qualcosa di più brutto, di
|
|
più funesto, in quell'accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e
|
|
mostruosità di sospetti... Non del vicino soltanto si prendeva ombra,
|
|
dell'amico, dell'ospite; ma que' nomi, que' vincoli dell'umana carità,
|
|
marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore:
|
|
e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto
|
|
nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio.»
|
|
|
|
[39] Pag. 102.
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|
|
La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i
|
|
giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da
|
|
principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi
|
|
dall'ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette
|
|
che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell'ungere,
|
|
un'attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl'infermi
|
|
che accusavan sè stessi di ciò che avevan temuto dagli altri,
|
|
parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile
|
|
d'ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se
|
|
accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che
|
|
s'erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto
|
|
probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e
|
|
dell'affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo
|
|
de' processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte,
|
|
degl'imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l'opinione
|
|
che regnava intorno ad essa: che, quando un'opinione regna per lungo
|
|
tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte
|
|
le maniere, a tentar tutte l'uscite, a scorrer per tutti i gradi della
|
|
persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che
|
|
una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di
|
|
farla.
|
|
|
|
Tra le storie che quel delirio dell'unzioni fece immaginare, una
|
|
merita che se ne faccia menzione, per il credito che acquistò, e per
|
|
il giro che fece. Si raccontava, non da tutti nell'istessa maniera
|
|
(che sarebbe un troppo singolar privilegio delle favole), ma a un di
|
|
presso, che un tale, il tal giorno, aveva visto arrivar sulla piazza
|
|
del duomo un tiro a sei, e dentro, con altri, un gran personaggio, con
|
|
una faccia fosca e infocata, con gli occhi accesi, coi capelli ritti,
|
|
e il labbro atteggiato di minaccia. Mentre quel tale stava intento a
|
|
guardare, la carrozza s'era fermata; e il cocchiere l'aveva invitato a
|
|
salirvi; e lui non aveva saputo dir di no. Dopo diversi rigiri, erano
|
|
smontati alla porta d'un tal palazzo, dove entrato anche lui, con la
|
|
compagnia, aveva trovato amenità e orrori, deserti e giardini, caverne
|
|
e sale; e in esse, fantasime sedute a consiglio. Finalmente, gli erano
|
|
state fatte vedere gran casse di danaro, e detto che ne prendesse
|
|
quanto gli fosse piaciuto, con questo però, che accettasse un vasetto
|
|
d'unguento, e andasse con esso ungendo per la città. Ma non avendo
|
|
voluto acconsentire, s'era trovato, in un batter d'occhio, nel medesimo
|
|
luogo dove era stato preso. Questa storia, creduta qui generalmente dal
|
|
popolo, e, al dir del Ripamonti, non abbastanza derisa da qualche uomo
|
|
di peso[40], girò per tutta Italia e fuori. In Germania se ne fece una
|
|
stampa: l'elettore arcivescovo di Magonza scrisse al cardinal Federigo,
|
|
per domandargli cosa si dovesse credere de' fatti maravigliosi che si
|
|
raccontavan di Milano; e n'ebbe in risposta ch'eran sogni.
|
|
|
|
[40] Apud prudentium plerosque, non sicuti debuerat irrisa. De peste
|
|
etc., pag. 77.
|
|
|
|
D'ugual valore, se non in tutto d'ugual natura, erano i sogni de'
|
|
dotti; come disastrosi del pari n'eran gli effetti. Vedevano, la più
|
|
parte di loro, l'annunzio e la ragione insieme de' guai in una cometa
|
|
apparsa l'anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove,
|
|
«inclinando,» scrive il Tadino, «la congiontione sodetta sopra questo
|
|
anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteua intendere. _Mortales
|
|
parat morbos, miranda videntur._» Questa predizione, cavata, dicevano,
|
|
da un libro intitolato _Specchio degli almanacchi perfetti_, stampato
|
|
in Torino, nel 1623, correva per le bocche di tutti. Un'altra cometa,
|
|
apparsa nel giugno dell'anno stesso della peste, si prese per un nuovo
|
|
avviso; anzi per una prova manifesta dell'unzioni. Pescavan ne' libri,
|
|
e pur troppo ne trovavano in quantità, esempi di peste, come dicevano,
|
|
manufatta: citavano Livio, Tacito, Dione, che dico? Omero e Ovidio, i
|
|
molti altri antichi che hanno raccontati o accennati fatti somiglianti:
|
|
di moderni ne avevano ancor più in abbondanza. Citavano cent'altri
|
|
autori che hanno trattato dottrinalmente, o parlato incidentemente di
|
|
veleni, di malíe, d'unti, di polveri: il Cesalpino, il Cardano, il
|
|
Grevino, il Salio, il Pareo, lo Schenchio, lo Zachia e, per finirla,
|
|
quel funesto Delrio, il quale, se la rinomanza degli autori fosse in
|
|
ragione del bene e del male prodotto dalle loro opere, dovrebb'essere
|
|
uno de' più famosi; quel Delrio, le cui veglie costaron la vita a più
|
|
uomini che l'imprese di qualche conquistatore: quel Delrio, le cui
|
|
_Disquisizioni Magiche_, (il ristretto di tutto ciò che gli uomini
|
|
avevano, fino a' suoi tempi, sognato in quella materia) divenute il
|
|
testo più autorevole, più irrefragabile, furono, per più d'un secolo,
|
|
norma e impulso potente di legali, orribili, non interrotte carnificine.
|
|
|
|
Da' trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva
|
|
accomodar con le sue idee; da' trovati della gente istruita, il volgo
|
|
prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si
|
|
formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.
|
|
|
|
Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici
|
|
che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il
|
|
Tadino, il quale l'aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d'occhio,
|
|
per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che
|
|
l'era peste, e s'attaccava col contatto, che non mettendovi riparo,
|
|
ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti
|
|
medesimi cavare argomento certo dell'unzioni venefiche e malefiche;
|
|
lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste in Milano,
|
|
aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi
|
|
addurre in prova dell'unzioni e della congiura diabolica, un fatto di
|
|
questa sorte: che due testimoni deponevano d'aver sentito raccontare
|
|
da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in
|
|
camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le
|
|
case del contorno; e come, al suo rifiuto, quelli se n'erano andati, e
|
|
in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra,
|
|
«che sino al far del giorno vi dimororno[41].»
|
|
|
|
[41] Pag. 123, 124.
|
|
|
|
Se fosse stato uno solo che connettesse così, si dovrebbe dire
|
|
che aveva una testa curiosa; o piuttosto non ci sarebbe ragion di
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parlarne; ma siccome eran molti, anzi quasi tutti, così la storia dello
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spirito umano, e da occasion d'osservare quanto una serie ordinata e
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ragionevole d'idee possa essere scompigliata da un'altra serie d'idee,
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che ci si getti a traverso. Del resto, quel Tadino era qui uno degli
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uomini più riputati del suo tempo.
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Due illustri e benemeriti scrittori hanno affermato che il cardinal
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Federigo dubitasse del fatto dell'unzioni[42]. Noi vorremmo poter
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dare a quell'inclita e amabile memoria una lode ancor più intera, e
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rappresentare il buon prelato, in questo, come in tant'altre cose,
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superiore alla più parte de' suoi contemporanei, ma siamo in vece
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costretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza d'un'opinione
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comune anche sulle menti più nobili. S'è visto, almeno da quel che
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ne dice il Ripamonti, come da principio, veramente stesse in dubbio:
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ritenne poi sempre che in quell'opinione avesse gran parte la
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credulità, l'ignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi d'aver così
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tardi riconosciuto il contagio, e pensato a mettervi riparo; che molto
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ci fosse d'esagerato, ma insieme, che qualche cosa ci fosse di vero.
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Nella biblioteca ambrosiana si conserva un'operetta scritta di sua mano
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intorno a quella peste; e questo sentimento c'è accennato spesso, anzi
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una volta enunciato espressamente. «Era opinion comune,» dice a un di
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presso, «che di questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che
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molte fossero l'arti di metterlo in opera: delle quali alcune ci paion
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vere, altre inventate.» Ecco le sue parole: _Unguenta vero hæc aiebant
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componi conficique multifariam, fraudisque vias fuisse complures;
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quorum sane fraudum, et artium, aliis quidem assentimur, alias vero
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fictas fuisse commentitiasque arbitramur_[43].
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[42] Muratori: Del governo della peste; Modena, 1714, pag. 117.--P.
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Verri; opuscolo citato, pag. 261.
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[43] De Pestilentia, quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit.
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Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che
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vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro,
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chè nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento
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così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo
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deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d'alcuni,
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un errore che non s'attentava di venire a disputa palese, ma che pur
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viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione.
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«Ho trovato gente savia in Milano,» dice il buon Muratori, nel luogo
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sopraccitato, «che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era
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molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi.» Si
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vede ch'era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica:
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il buon senso c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso
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comune.
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I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi,
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tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci,
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l'impiegarono a cercar di questi untori. Tra le carte del tempo
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della peste, che si conservano nell'archivio nominato di sopra, c'è
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una lettera (senza alcun altro documento relativo) in cui il gran
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cancelliere informa, sul serio e con gran premura, il governatore
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d'aver ricevuto un avviso che, in una casa di campagna de' fratelli
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Girolamo e Giulio Monti, gentiluomini milanesi, si componeva veleno in
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tanta quantità, che quaranta uomini erano occupati _en este exercicio_,
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con l'assistenza di quattro cavalieri bresciani, i quali facevano venir
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materiali dal veneziano, _para la fábrica del veneno_. Soggiunge che
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lui aveva preso, in gran segreto, i concerti necessari per mandar là
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il podestà di Milano e l'auditore della Sanità, con trenta soldati di
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cavalleria; che pur troppo uno de' fratelli era stato avvertito a tempo
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per poter trafugare gl'indizi del delitto, e probabilmente dall'auditor
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medesimo, suo amico; e che questo trovava delle scuse per non partire;
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ma che non ostante, il podestà co' soldati era andato _a reconocer la
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casa, y a ver si hallará algunos vestigios_, e prendere informazioni, e
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arrestar tutti quelli che fossero incolpati.
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La cosa dovè finire in nulla, giacchè gli scritti del tempo che parlano
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de' sospetti che c'eran su que' gentiluomini, non citano alcun fatto.
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Ma pur troppo, in un'altra occasione, si credè d'aver trovato.
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I processi che ne vennero in conseguenza, non eran certamente i primi
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d'un tal genere: e non si può neppur considerarli come una rarità nella
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storia della giurisprudenza. Chè, per tacere dell'antichità, e accennar
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solo qualcosa de' tempi più vicini a quello di cui trattiamo, in
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Palermo, del 1526; in Ginevra, del 1530, poi del 1545, poi ancora del
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1574; in Casal Monferrato, del 1536; in Padova, del 1555; in Torino,
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del 1599, e di nuovo, in quel medesim'anno 1630, furon processati e
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condannati a supplizi, per lo più atrocissimi, dove qualcheduno, dove
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molti infelici, come rei d'aver propagata la peste, con polveri, o con
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unguenti, o con malíe, o con tutto ciò insieme. Ma l'affare delle così
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dette unzioni di Milano, come fu il più celebre, così è fors'anche il
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più osservabile; o, almeno, c'è più campo di farci sopra osservazione,
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per esserne rimasti documenti più circostanziati e più autentici. E
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quantunque uno scrittore lodato poco sopra se ne sia occupato, pure,
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essendosi lui proposto, non tanto di farne propriamente la storia,
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quanto di cavarne sussidio di ragioni, per un assunto di maggiore, o
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certo di più immediata importanza, c'è parso che la storia potesse
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esser materia d'un nuovo lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche
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parole; e non è qui il luogo di trattarla con l'estensione che merita.
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E oltre di ciò, dopo essersi fermato su que' casi, il lettore non
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si curerebbe più certamente di conoscere ciò che rimane del nostro
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racconto. Serbando però a un altro scritto la storia e l'esame di
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quelli, torneremo finalmente a' nostri personaggi, per non lasciarli
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più, fino alla fine.
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CAPITOLO XXXIII.
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Una notte, verso la fine d'agosto, proprio nel colmo della peste,
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tornava don Rodrigo a casa sua, in Milano, accompagnato dal fedel
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Griso, l'uno de' tre o quattro che, di tutta la famiglia, gli eran
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rimasti vivi. Tornava da un ridotto d'amici soliti a straviziare
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insieme, per passar la malinconia di quel tempo: e ogni volta ce n'eran
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de' nuovi, e ne mancava de' vecchi. Quel giorno, don Rodrigo era stato
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uno de' più allegri; e tra l'altre cose, aveva fatto rider tanto la
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compagnia, con una specie d'elogio funebre del conte Attilio, portato
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via dalla peste, due giorni prima.
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[Illustrazione: ...gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o
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con altro, lo pigiasse a sinistra.... (pag. 482)]
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Camminando però, sentiva un mal essere, un abbattimento, una fiacchezza
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di gambe, una gravezza di respiro, un'arsione interna, che avrebbe
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voluto attribuir solamente al vino, alla veglia, alla stagione. Non
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aprì bocca, per tutta la strada; e la prima parola, arrivati a casa, fu
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d'ordinare al Griso che gli facesse lume per andare in camera. Quando
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ci furono, il Griso osservò il viso del padrone, stravolto, acceso, con
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gli occhi in fuori, e lustri lustri; e gli stava alla lontana: perchè,
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in quelle circostanze, ogni mascalzone aveva dovuto acquistar, come si
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dice, l'occhio medico.
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«Sto bene, ve',» disse don Rodrigo, che lesse nel fare del Griso il
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pensiero che gli passava per la mente. «Sto benone; ma ho bevuto, ho
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bevuto forse un po' troppo. C'era una vernaccia!... Ma, con una buona
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dormita, tutto se ne va. Ho un gran sonno... Levami un po' quel lume
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dinanzi, che m'accieca... mi dà una noia...!»
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«Scherzi della vernaccia,» disse il Griso, tenendosi sempre alla larga.
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«Ma vada a letto subito, chè il dormire le farà bene.»
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«Hai ragione: se posso dormire... Del resto, sto bene. Metti qui
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vicino, a buon conto, quel campanello, se per caso, stanotte avessi
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bisogno di qualche cosa: e sta attento, ve', se mai senti sonare. Ma
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non avrò bisogno di nulla... Porta via presto quel maledetto lume,»
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riprese poi, intanto che il Griso eseguiva l'ordine, avvicinandosi meno
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che poteva. «Diavolo! che m'abbia a dar tanto fastidio!»
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Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte al padrone, se
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n'andò in fretta, mentre quello si cacciava sotto.
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Ma le coperte gli parvero una montagna. Le buttò via, e si rannicchiò,
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per dormire; chè infatti moriva dal sonno. Ma, appena velato l'occhio,
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si svegliava con un riscossone, come se uno, per dispetto, fosse venuto
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a dargli una tentennata; e sentiva cresciuto il caldo, cresciuta
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la smania. Ricorreva col pensiero all'agosto, alla vernaccia, al
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disordine; avrebbe voluto poter dar loro tutta la colpa; ma a queste
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idee si sostituiva sempre da sè quella che allora era associata con
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tutte, ch'entrava, per dir così, da tutti i sensi, che s'era ficcata
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in tutti i discorsi dello stravizio, giacchè era ancor più facile
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prenderla in ischerzo, che passarla sotto silenzio: la peste.
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Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s'addormentò, e cominciò a
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fare i più brutti e arruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro,
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gli parve di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a
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una folla; di trovarcisi, che non sapeva come ci fosse andato, come
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gliene fosse venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n'era
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arrabbiato. Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti,
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con cert'occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta
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gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da' rotti si vedevano
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macchie e bubboni. «Largo canaglia!» gli pareva di gridare, guardando
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alla porta, ch'era lontana lontana, e accompagnando il grido con un
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viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristringendosi, per non
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toccar que' sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni
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parte. Ma nessuno di quegl'insensati dava segno di volersi scostare,
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e nemmeno d'avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra tutto
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gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo
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pigiasse a sinistra, tra il cuore e l'ascella, dove sentiva una puntura
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dolorosa, e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene,
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subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi al luogo medesimo.
|
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Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per
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la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo
|
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premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada,
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e senti invece una trafitta più forte. Strepitava, era tutt'affannato,
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e voleva gridar più forte; quando gli parve che tutti que' visi si
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rivolgessero a una parte. Guardò anche lui; vide un pulpito, e dal
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parapetto di quello spuntar su un non so che di convesso, liscio e
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luccicante; poi alzarsi e comparir distinta una testa pelata, poi
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due occhi, un viso, una barba lunga e bianca, un frate ritto, fuor
|
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del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulminato
|
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uno sguardo in giro su tutto l'uditorio, parve a don Rodrigo che lo
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fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano, nell'attitudine
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appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto.
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Allora alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per
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islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che gli
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andava brontolando sordamente nella gola, scoppiò in un grand'urlo;
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e si destò. Lasciò cadere il braccio che aveva alzato davvero; stentò
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alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben gli occhi; chè la luce del giorno
|
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già inoltrato gli dava noia, quanto quella della candela, la sera
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avanti; riconobbe il suo letto, la sua camera; si raccapezzò che tutto
|
|
era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto era sparito;
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tutto fuorchè una cosa, quel dolore dalla parte sinistra. Insieme si
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sentiva al cuore una palpitazion violenta, affannosa, negli orecchi un
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ronzío, un fischio continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in tutte
|
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le membra, peggio di quando era andato a letto. Esitò qualche momento,
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prima di guardar la parte dove aveva il dolore; finalmente la scoprì,
|
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ci diede un'occhiata paurosa; e vide un sozzo bubbone d'un livido
|
|
paonazzo.
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L'uomo si vide perduto: il terror della morte l'invase, e, con un senso
|
|
per avventura più forte, il terrore di diventar preda de' monatti,
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d'esser portato, buttato al lazzeretto. E cercando la maniera d'evitare
|
|
quest'orribile sorte, sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi,
|
|
sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe più testa, se non
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|
quanto bastasse per darsi alla disperazione. Afferrò il campanello,
|
|
e lo scosse con violenza. Comparve subito il Griso, il quale stava
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all'erta. Si fermò a una certa distanza dal letto; guardò attentamente
|
|
il padrone, e s'accertò di quello che, la sera, aveva congetturato.
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«Griso!» disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: «tu sei
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sempre stato il mio fido.»
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«Sì, signore.»
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«T'ho sempre fatto del bene.»
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«Per sua bontà.»
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«Di te mi posso fidare...!»
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«Diavolo!»
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«Sto male, Griso.»
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«Me n'ero accorto.»
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«Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n'ho fatto
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per il passato.»
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Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove andassero a parare
|
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questi preamboli.
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«Non voglio fidarmi d'altri che di te,» riprese don Rodrigo: «fammi un
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piacere, Griso.»
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«Comandi,» disse questo, rispondendo con la formola solita a
|
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quell'insolita.
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«Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo?»
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«Lo so benissimo.»
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«È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Va
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a chiamarlo: digli che gli darò quattro, sei scudi per visita, di più,
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|
se di più ne chiede; ma che venga qui subito; e fa la cosa bene, che
|
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nessun se n'avveda.»
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«Ben pensato,» disse il Griso: «vo e torno subito.»
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«Senti, Griso: dammi prima un po' d'acqua. Mi sento un'arsione, che non
|
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ne posso più.»
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«No, signore,» rispose il Griso: «niente senza il parere del medico.
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Son mali bisbetici: non c'è tempo da perdere. Stia quieto: in tre salti
|
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son qui col Chiodo.»
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Così detto, uscì, raccostando l'uscio.
|
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Don Rodrigo, tornato sotto, l'accompagnava con l'immaginazione alla
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|
casa del Chiodo, contava i passi, calcolava il tempo. Ogni tanto
|
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ritornava a guardare il suo bubbone; ma voltava subito la testa
|
|
dall'altra parte, con ribrezzo. Dopo qualche tempo, cominciò a stare
|
|
in orecchi, per sentire se il chirurgo arrivava: e quello sforzo
|
|
d'attenzione sospendeva il sentimento del male, e teneva in sesto i
|
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suoi pensieri. Tutt'a un tratto, sente uno squillo lontano, ma che gli
|
|
par che venga dalle stanze, non dalla strada. Sta attento; lo sente
|
|
più forte, più ripetuto, e insieme uno stropiccío di piedi: un orrendo
|
|
sospetto gli passa per la mente. Si rizza a sedere, e si mette ancor
|
|
più attento; sente un rumor cupo nella stanza vicina, come d'un peso
|
|
che venga messo giù con riguardo; butta le gambe fuor del letto, come
|
|
per alzarsi, guarda all'uscio, lo vede aprirsi, vede presentarsi e
|
|
venire avanti due logori e sudici vestiti rossi, due facce scomunicate,
|
|
due monatti, in una parola; vede mezza la faccia del Griso che,
|
|
nascosto dietro un battente socchiuso, riman lì a spiare.
|
|
|
|
«Ah traditore infame!... Via, canaglia! Biondino! Carlotto! aiuto! son
|
|
assassinato!» grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale,
|
|
per cercare una pistola; l'afferra, la tira fuori; ma al primo suo
|
|
grido, i monatti avevan preso la rincorsa verso il letto; il più pronto
|
|
gli è addosso, prima che lui possa far nulla; gli strappa la pistola
|
|
di mano, la getta lontano, lo butta a giacere, e lo tien li, gridando,
|
|
con un versaccio di rabbia insieme e di scherno: «ah birbone! contro
|
|
i monatti! contro i ministri del tribunale! contro quelli che fanno
|
|
l'opere di misericordia!»
|
|
|
|
«Tienlo bene, fin che lo portiam via,» disse il compagno, andando
|
|
verso uno scrigno. E in quella il Griso entrò, e si mise con colui a
|
|
scassinar la serratura.
|
|
|
|
«Scellerato!» urlò don Rodrigo, guardandolo per di sotto all'altro che
|
|
lo teneva, e divincolandosi tra quelle braccia forzute. «Lasciatemi
|
|
ammazzar quell'infame,» diceva quindi ai monatti, «e poi fate di me
|
|
quel che volete.» Poi ritornava a chiamar, con quanta voce aveva, gli
|
|
altri suoi servitori; ma era inutile, perchè l'abbominevole Griso gli
|
|
aveva mandati lontano, con finti ordini del padrone stesso, prima
|
|
d'andare a fare ai monatti la proposta di venire a quella spedizione, e
|
|
divider le spoglie.
|
|
|
|
«Sta buono, sta buono,» diceva allo sventurato Rodrigo l'aguzzino che
|
|
lo teneva appuntellato sul letto. E voltando poi il viso ai due che
|
|
facevan bottino, gridava: «fate le cose da galantuomini!»
|
|
|
|
«Tu! tu!» mugghiava don Rodrigo verso il Griso, che vedeva
|
|
affaccendarsi a spezzare, a cavar fuori danaro, roba, a far le parti.
|
|
«Tu! dopo...! Ah diavolo dell'inferno! Posso ancora guarire! posso
|
|
guarire!» Il Griso non fiatava, e neppure, per quanto poteva, si
|
|
voltava dalla parte di dove venivan quelle parole.
|
|
|
|
«Tienlo forte,» diceva l'altro monatto: «è fuor di sè.»
|
|
|
|
Ed era ormai vero. Dopo un grand'urlo, dopo un ultimo e più violento
|
|
sforzo per mettersi in libertà, cadde tutt'a un tratto rifinito
|
|
e stupido: guardava però ancora, come incantato, e ogni tanto si
|
|
riscoteva, o si lamentava.
|
|
|
|
I monatti lo presero, uno per i piedi, e l'altro per le spalle, e
|
|
andarono a posarlo sur una barella che avevan lasciata nella stanza
|
|
accanto; poi uno tornò a prender la preda; quindi, alzato il miserabil
|
|
peso, lo portaron via.
|
|
|
|
Il Griso rimase a scegliere in fretta quel di più che potesse far per
|
|
lui; fece di tutto un fagotto, e se n'andò. Aveva bensì avuto cura
|
|
di non toccar mai i monatti, di non lasciarsi toccar da loro; ma, in
|
|
quell'ultima furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i
|
|
panni del padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per
|
|
veder se ci fosse danaro. C'ebbe però a pensare il giorno dopo, che,
|
|
mentre stava gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto de'
|
|
brividi, gli s'abbagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, e cascò.
|
|
Abbandonato da' compagni, andò in mano de' monatti, che, spogliatolo
|
|
di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale
|
|
spirò, prima d'arrivare al lazzeretto, dov'era stato portato il suo
|
|
padrone.
|
|
|
|
Lasciando ora questo nel soggiorno de' guai, dobbiamo andare in cerca
|
|
d'un altro, la cui storia non sarebbe mai stata intralciata con la sua,
|
|
se lui non l'avesse voluto per forza; anzi si può dir di certo che non
|
|
avrebbero avuto storia nè l'uno nè l'altro: Renzo, voglio dire, che
|
|
abbiam lasciato al nuovo filatoio, sotto il nome d'Antonio Rivolta.
|
|
|
|
C'era stato cinque o sei mesi, salvo il vero; dopo i quali, dichiarata
|
|
l'inimicizia tra la repubblica e il re di Spagna, e cessato quindi ogni
|
|
timore di ricerche e d'impegni dalla parte di qui, Bortolo s'era dato
|
|
premura d'andarlo a prendere, e di tenerlo ancora con sè, e perchè
|
|
gli voleva bene, e perchè Renzo, come giovine di talento, e abile nel
|
|
mestiere, era, in una fabbrica, di grande aiuto al _factotum_, senza
|
|
poter mai aspirare a divenirlo lui, per quella benedetta disgrazia di
|
|
non saper tener la penna in mano. Siccome anche questa ragione c'era
|
|
entrata per qualche cosa, così abbiam dovuto accennarla. Forse voi
|
|
vorreste un Bortolo più ideale: non so che dire: fabbricatevelo. Quello
|
|
era così.
|
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|
Renzo era poi sempre rimasto a lavorare presso di lui. Più d'una
|
|
volta, e specialmente dopo aver ricevuta qualcheduna di quelle
|
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benedette lettere da parte d'Agnese, gli era saltato il grillo di
|
|
farsi soldato, e finirla: e l'occasioni non mancavano; chè, appunto in
|
|
quell'intervallo di tempo, la repubblica aveva avuto bisogno di far
|
|
gente. La tentazione era qualche volta stata per Renzo tanto più forte,
|
|
che s'era anche parlato d'invadere il milanese; e naturalmente a lui
|
|
pareva che sarebbe stata una bella cosa, tornare in figura di vincitore
|
|
a casa sua, riveder Lucia, e spiegarsi una volta con lei. Ma Bortolo,
|
|
con buona maniera, aveva sempre saputo smontarlo da quella risoluzione.
|
|
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«Se ci hanno da andare,» gli diceva, «ci anderanno anche senza di te,
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e tu potrai andarci dopo, con tuo comodo; se tornano col capo rotto,
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non sarà meglio essere stato a casa tua? Disperati che vadano a far la
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strada, non ne mancherà. E, prima che ci possan mettere i piedi...! Per
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me, sono eretico: costoro abbaiano; ma sì; lo stato di Milano non è un
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boccone da ingoiarsi così facilmente. Si tratta della Spagna, figliuolo
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mio: sai che affare è la Spagna? San Marco è forte a casa sua; ma ci
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vuoi altro. Abbi pazienza: non istai bene qui?.... Vedo cosa vuoi dire;
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ma, se è destinato lassù che la cosa riesca, sta sicuro che, a non far
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pazzie, riuscirà anche meglio. Qualche santo t'aiuterà. Credi pure che
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non è mestiere per te. Ti par che convenga lasciare d'incannar seta,
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per andare a ammazzare? Cosa vuoi fare con quella razza di gente? Ci
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vuol degli uomini fatti apposta.»
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Altre volte Renzo si risolveva d'andar di nascosto, travestito, e con
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un nome finto. Ma anche da questo, Bortolo seppe svolgerlo ogni volta,
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con ragioni troppo facili a indovinarsi.
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Scoppiata poi la peste nel milanese, e appunto, come abbiam detto,
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sul confine del bergamasco, non tardò molto a passarlo; e.... non vi
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sgomentate, ch'io non vi voglio raccontar la storia anche di questa:
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chi la volesse, la c'è, scritta per ordine pubblico da un certo Lorenzo
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Ghirardelli: libro raro però e sconosciuto, quantunque contenga forse
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più roba che tutte insieme le descrizioni più celebri di pestilenze:
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da tante cose dipende la celebrità de' libri! Quel ch'io volevo dire è
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che Renzo prese anche lui la peste, si curò da sè, cioè non fece nulla;
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ne fu in fin di morte, ma la sua buona complessione vinse la forza del
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male: in pochi giorni, si trovò fuor di pericolo. Col tornar della
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vita, risorsero più che mai rigogliose nell'animo suo le memorie, i
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desidèri, le speranze, i disegni della vita; val a dire che pensò più
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che mai a Lucia. Cosa ne sarebbe di lei, in quel tempo, che il vivere
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era come un'eccezione? E, a così poca distanza, non poterne saper
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nulla? E rimaner, Dio sa quanto, in una tale incertezza! E quand'anche
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questa si fosse poi dissipata, quando, cessato ogni pericolo, venisse
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a risaper che Lucia fosse in vita; c'era sempre quell'altro mistero,
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quell'imbroglio del voto.--Anderò io, anderò a sincerarmi di tutto in
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una volta,--disse tra sè, e lo disse prima d'essere ancora in caso di
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reggersi.--Purchè sia viva!--Trovarla, la troverò io; sentirò una volta
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da lei proprio, cosa sia questa promessa, le farò conoscere che non
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può stare, e la conduco via con me, lei e quella povera Agnese, se è
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viva! che m'ha sempre voluto bene, e son sicuro che me ne vuole ancora.
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La cattura? eh! adesso hanno altro da pensare, quelli che son vivi.
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Giran sicuri, anche qui, certa gente, che n'hann'addosso.... Ci ha a
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esser salvocondotto solamente per i birboni? E a Milano, dicono tutti
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che l'è una confusione peggio. Se lascio scappare una occasion così
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bella,--(La peste! Vedete un poco come ci fa qualche volta adoprar le
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parole quel benedetto istinto di riferire e di subordinar tutto a noi
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medesimi!)--non ne ritorna più una simile!--
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Giova sperare, caro il mio Renzo.
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Appena potè strascicarsi, andò in cerca di Bortolo, il quale, fino
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allora, aveva potuto scansar la peste, e stava riguardato. Non gli
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entrò in casa, ma, datogli una voce dalla strada, lo fece affacciare
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alla finestra.
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«Ah ah!» disse Bortolo: «l'hai scampata, tu. Buon per te!»
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«Sto ancora un po' male in gambe, come vedi, ma, in quanto al pericolo,
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ne son fuori.»
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«Eh! vorrei esser io ne' tuoi piedi. A dire: sto bene, le altre volte,
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pareva di dir tutto; ma ora conta poco. Chi può arrivare a dire: sto
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meglio; quella sì è una bella parola!»
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Renzo, fatto al cugino qualche buon augurio, gli comunicò la sua
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risoluzione.
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«Va, questa volta, che il cielo ti benedica,» rispose quello: «cerca di
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schivar la giustizia, com'io cercherò di schivare il contagio; e, se
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Dio vuole che la ci vada bene a tutt'e due, ci rivedremo.»
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«Oh! torno sicuro: e se potessi non tornar solo! Basta; spero.»
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«Torna pure accompagnato; che, se Dio vuole, ci sarà da lavorar per
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tutti, e ci faremo buona compagnia. Purchè tu mi ritrovi, e che sia
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finito questo diavolo d'influsso!»
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«Ci rivedremo, ci rivedremo; ci dobbiam rivedere!»
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«Torno a dire: Dio voglia!»
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Per alquanti giorni, Renzo si tenne in esercizio, per esperimentar le
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sue forze, e accrescerle; e appena gli parve di poter far la strada,
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si dispose a partire. Si mise sotto panni una cintura, con dentro que'
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cinquanta scudi, che non aveva mai intaccati, e de' quali non aveva mai
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fatto parola, neppur con Bortolo; prese alcuni altri pochi quattrini,
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che aveva messi da parte giorno per giorno, risparmiando su tutto;
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prese sotto il braccio un fagottino di panni; si mise in tasca un
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benservito, che s'era fatto fare a buon conto, dal secondo padrone,
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sotto il nome d'Antonio Rivolta; in un taschino de' calzoni si mise un
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coltellaccio, ch'era il meno che un galantuomo potesse portare a que'
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tempi; e s'avviò, agli ultimi d'agosto, tre giorni dopo che don Rodrigo
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era stato portato al lazzeretto. Prese verso Lecco, volendo, per non
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andar così alla cieca a Milano, passar dal suo paese, dove sperava di
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trovare Agnese viva, e di cominciare a saper da lei qualcheduna delle
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tante cose che si struggeva di sapere.
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I pochi guariti dalla peste erano, in mezzo al resto della popolazione,
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veramente come una classe privilegiata. Una gran parte dell'altra gente
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languiva o moriva; e quelli ch'erano stati fin allora illesi dal morbo,
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ne vivevano in continuo timore; andavan riservati, guardinghi, con
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passi misurati, con visi sospettosi, con fretta ed esitazione insieme:
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chè tutto poteva esser contro di loro arme di ferita mortale. Quegli
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altri all'opposto, sicuri a un di presso del fatto loro (giacchè aver
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due volte la peste era caso piuttosto prodigioso che raro), giravano
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per mezzo al contagio franchi e risoluti; come i cavalieri d'un'epoca
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del medio evo, ferrati fin dove ferro ci poteva stare, e sopra
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palafreni accomodati anch'essi, per quanto era fattibile, in quella
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maniera, andavano a zonzo (donde quella loro gloriosa denominazione
|
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d'erranti), a zonzo e alla ventura, in mezzo a una povera marmaglia
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pedestre di cittadini e di villani, che, per ribattere e ammortire
|
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i colpi, non avevano indosso altro che cenci. Bello, savio ed utile
|
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mestiere! mestiere, proprio, da far la prima figura in un trattato
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d'economia politica.
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Con una tale sicurezza, temperata però dall'inquietudini che il lettore
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sa, e contristata dallo spettacolo frequente, dal pensiero incessante
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della calamità comune, andava Renzo verso casa sua, sotto un bel
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cielo e per un bel paese, ma non incontrando, dopo lunghi tratti di
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tristissima solitudine, se non qualche ombra vagante piuttosto che
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persona viva, o cadaveri portati alla fossa, senza onor d'esequie,
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senza canto, senza accompagnamento. A mezzo circa della giornata, si
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fermò in un boschetto, a mangiare un po' di pane e di companatico
|
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che aveva portato con sè. Frutte, n'aveva a sua disposizione, lungo
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la strada, anche più del bisogno: fichi, pesche, susine, mele,
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|
quante n'avesse volute; bastava ch'entrasse ne' campi a coglierne,
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o a raccattarle sotto gli alberi, dove ce n'era come se fosse
|
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grandinate; giacchè l'anno era straordinariamente abbondante, di frutte
|
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specialmente; e non c'era quasi chi se ne prendesse pensiero: anche
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l'uve nascondevano, per dir così, i pampani, ed eran lasciate in balía
|
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del primo occupante.
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Verso sera, scoprì il suo paese. A quella vista, quantunque ci dovesse
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esser preparato, si sentì dare come una stretta al cuore: fu assalito
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in un punto da una folla di rimembranze dolorose, e di dolorosi
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presentimenti: gli pareva d'aver negli orecchi que' sinistri tocchi a
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martello che l'avevan come accompagnato, inseguito, quand'era fuggito
|
|
da que' luoghi; e insieme sentiva, per dir così, un silenzio di morte
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che ci regnava attualmente. Un turbamento ancor più forte provò
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|
allo sboccare sulla piazzetta davanti alla chiesa; e ancora peggio
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s'aspettava al termine del cammino: chè dove aveva disegnato d'andare a
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|
fermarsi, era a quella casa ch'era stato solito altre volte di chiamar
|
|
la casa di Lucia. Ora non poteva essere, tutt'al più, che quella
|
|
d'Agnese; e la sola grazia, che sperava dal cielo, era di trovarcela in
|
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vita e in salute. E in quella casa si proponeva di chiedere alloggio,
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|
congetturando bene che la sua non dovesse esser più abitazione che da
|
|
topi e da faine.
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Non volendo farsi vedere, prese per una viottola di fuori, quella
|
|
stessa per cui era venuto in buona compagnia, quella notte così fatta,
|
|
per sorprendere il curato. A mezzo circa, c'era da una parte la vigna,
|
|
e dall'altra la casetta di Renzo; sicchè, passando, potrebbe entrare un
|
|
momento nell'una e nell'altra, a vedere un poco come stesse il fatto
|
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suo.
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|
Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timoroso di veder
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|
qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide infatti un uomo in camicia,
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seduto in terra, con le spalle appoggiate a una siepe di gelsomini, in
|
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un'attitudine d'insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia, gli
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|
parve di raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso ch'era venuto
|
|
per secondo testimonio alla sciagurata spedizione. Ma essendosegli
|
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avvicinato, dovette accertarsi ch'era invece quel Tonio così sveglio
|
|
che ce l'aveva condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo
|
|
insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto
|
|
un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l'incantato
|
|
fratello.
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«Oh Tonio!» gli disse Renzo, fermandosegli davanti: «sei tu?» Tonio
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alzò gli occhi, senza mover la testa.
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«Tonio! non mi riconosci?»
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«A chi la tocca, la tocca,» rispose Tonio, rimanendo poi con la bocca
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aperta.
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«L'hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi riconosci più?»
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«A chi la tocca, la tocca,» replicò quello, con un certo sorriso
|
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sciocco. Renzo, vedendo che non ne caverebbe altro, seguitò la sua
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|
strada, più contristato. Ed ecco spuntar da una cantonata, e venire
|
|
avanti una cosa nera, che riconobbe subito per don Abbondio. Camminava
|
|
adagio adagio, portando il bastone come chi n'è portato a vicenda; e
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|
di mano in mano che s'avvicinava, sempre più si poteva conoscere nel
|
|
suo volto pallido e smunto, e in ogni atto, che anche lui doveva aver
|
|
passata la sua burrasca. Guardava anche lui; gli pareva e non gli
|
|
pareva: vedeva qualcosa di forestiero nel vestiario; ma era appunto
|
|
forestiero di quel di Bergamo.
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--È lui senz'altro!--disse tra sè, e alzò le mani al cielo, con un
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movimento di maraviglia scontenta, restandogli sospeso in aria il
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bastone che teneva nella destra; e si vedevano quelle povere braccia
|
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ballar nelle maniche, dove altre volte stavano appena per l'appunto.
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Renzo gli andò incontro, allungando il passo, e gli fece una riverenza;
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che, sebbene si fossero lasciati come sapete, era però sempre il suo
|
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curato.
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«Siete qui, voi?» esclamò don Abbondio.
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«Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?»
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«Che volete che se ne sappia? Non se ne sa niente. È a Milano, se pure
|
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è ancora in questo mondo. Ma voi....»
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«E Agnese, è viva?»
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«Può essere; ma chi volete che lo sappia? non è qui. Ma...»
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«Dov'è?»
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«È andata a starsene nella Valsassina, da que' suoi parenti, a Pasturo,
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|
sapete bene; chè là dicono che la peste non faccia il diavolo come qui.
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|
Ma voi, dico....»
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«Questa la mi dispiace. E il padre Cristoforo....?»
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|
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«È andato via che è un pezzo. Ma...»
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|
«Lo sapevo; me l'hanno fatto scrivere: domandavo se per caso fosse
|
|
tornato da queste parti.»
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«Oh giusto! non se n'è più sentito parlare. Ma voi....»
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|
|
«La mi dispiace anche questa.»
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|
«Ma voi, dico, cosa venite a far da queste parti, per l'amor del cielo!
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|
Non sapete che bagattella di cattura...?»
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«Cosa m'importa? Hanno altro da pensare. Ho voluto venire anch'io una
|
|
volta a vedere i fatti miei. E non si sa proprio....?»
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|
|
«Cosa volete vedere? che or ora non c'è più nessuno, non c'è più
|
|
niente. E dico, con quella bagattella di cattura, venir qui, proprio
|
|
in paese, in bocca al lupo, c'è giudizio? Fate a modo d'un vecchio che
|
|
è obbligato ad averne più di voi, e che vi parla per l'amore che vi
|
|
porta; legatevi le scarpe bene, e, prima che nessuno vi veda, tornate
|
|
di dove siete venuto; e se siete stato visto, tanto più tornatevene di
|
|
corsa. Vi pare che sia aria per voi, questa? Non sapete che sono venuti
|
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a cercarvi, che hanno frugato, frugato, buttato sottosopra...»
|
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|
«Lo so pur troppo, birboni!»
|
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|
«Ma dunque...!»
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«Ma se le dico che non ci penso. E colui, è vivo ancora? è qui?»
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«Vi dico che non c'è nessuno; vi dico che non pensiate alle cose di
|
|
qui; vi dico che....»
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|
|
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«Domando se è qui, colui.»
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|
|
«Oh santo cielo! Parlate meglio. Possibile che abbiate ancora addosso
|
|
tutto quel fuoco, dopo tante cose!»
|
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«C'è, o non c'è?»
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|
«Non c'è, via. Ma, e la peste, figliuolo, la peste! Chi è che vada in
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|
giro, in questi tempi?»
|
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|
|
«Se non ci fosse altro che la peste in questo mondo.... dico per me:
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|
l'ho avuta, e son franco.»
|
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|
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«Ma dunque! ma dunque! non sono avvisi questi? Quando se n'è scampata
|
|
una di questa sorte, mi pare che si dovrebbe ringraziare il cielo,
|
|
e....»
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|
«Lo ringrazio bene.»
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«E non andarne a cercar dell'altre, dico. Fate a modo mio....»
|
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«L'ha avuta anche lei, signor curato, se non m'inganno.»
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|
|
|
«Se l'ho avuta! Perfida e infame è stata: son qui per miracolo: basta
|
|
dire che m'ha conciato in questa maniera che vedete. Ora avevo proprio
|
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bisogno d'un po' di quiete, per rimettermi in tono: via, cominciavo
|
|
a stare un po' meglio.... In nome del cielo, cosa venite a far qui?
|
|
Tornate....»
|
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|
|
«Sempre l'ha con questo tornare, lei. Per tornare, tanto n'avevo a non
|
|
movermi. Dice: cosa venite? cosa venite? Oh bella! vengo, anch'io, a
|
|
casa mia.»
|
|
|
|
«Casa vostra....»
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|
|
«Mi dica; ne son morti molti qui?...»
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|
|
|
«Eh eh!» esclamò don Abbondio; e, cominciando da Perpetua, nominò una
|
|
filastrocca di persone e di famiglie intere. Renzo s'aspettava pur
|
|
troppo qualcosa di simile; ma al sentir tanti nomi di persone che
|
|
conosceva, d'amici, di parenti, stava addolorato, col capo basso,
|
|
esclamando ogni momento: «poverino! poverina! poverini!»
|
|
|
|
«Vedete!» continuò don Abbondio: «e non è finita. Se quelli che restano
|
|
non metton giudizio questa volta, e scacciar tutti i grilli dalla
|
|
testa, non c'è più altro che la fine del mondo.»
|
|
|
|
«Non dubiti; che già non fo conto di fermarmi qui.»
|
|
|
|
«Ah! sia ringraziato il cielo, che la v'è entrata! E, già s'intende,
|
|
fate ben conto di ritornar sul bergamasco.»
|
|
|
|
«Di questo non si prenda pensiero.»
|
|
|
|
«Che! non vorreste già farmi qualche sproposito peggio di questo?»
|
|
|
|
«Lei non ci pensi, dico; tocca a me: non son più un bambino: ho l'uso
|
|
della ragione. Spero che, a buon conto, non dirà a nessuno d'avermi
|
|
visto. È sacerdote; sono una sua pecora: non mi vorrà tradire.»
|
|
|
|
«Ho inteso,» disse don Abbondio, sospirando stizzosamente: «ho inteso.
|
|
Volete rovinarvi voi, e rovinarmi me. Non vi basta di quelle che avete
|
|
passate voi; non vi basta di quelle che ho passate io. Ho inteso, ho
|
|
inteso.» E, continuando a borbottar tra i denti quest'ultime parole,
|
|
riprese per la sua strada.
|
|
|
|
Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove anderebbe a fermarsi.
|
|
In quella enumerazion di morti fattagli da don Abbondio, c'era una
|
|
famiglia di contadini portata via tutta dal contagio, salvo un
|
|
giovinetto, dell'età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da
|
|
piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò d'andar lì.
|
|
|
|
E andando, passò davanti alla sua vigna; e già dal di fuori potè subito
|
|
argomentare in che stato la fosse. Una vetticciola, una fronda d'albero
|
|
di quelli che ci aveva lasciati, non si vedeva passare il muro; se
|
|
qualcosa si vedeva, era tutta roba venuta in sua assenza. S'affacciò
|
|
all'apertura (del cancello non c'eran più neppure i gangheri); diede
|
|
un'occhiata in giro: povera vigna! Per due inverni di seguito, la gente
|
|
del paese era andata a far legna «nel luogo di quel poverino,» come
|
|
dicevano. Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte, tutto era stato strappato
|
|
alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi
|
|
dell'antica coltura: giovani tralci, in righe spezzate, ma che pure
|
|
segnavano la traccia de' filari desolati; qua e là, rimessiticci o
|
|
getti di gelsi, di fichi, di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche
|
|
questo si vedeva sparso, soffogato, in mezzo a una nuova, varia e fitta
|
|
generazione, nata e cresciuta senza l'aiuto della man dell'uomo. Era
|
|
una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli,
|
|
d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle,
|
|
di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di
|
|
cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo,
|
|
denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di
|
|
steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a
|
|
passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto
|
|
per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento
|
|
colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette,
|
|
ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri. Tra questa
|
|
marmaglia di piante ce n'era alcune di più rilevate e vistose, non però
|
|
migliori, almeno la più parte: l'uva turca, più alta di tutte, co' suoi
|
|
rami allargati, rosseggianti, co' suoi pomposi foglioni verdecupi,
|
|
alcuni già orlati di porpora, co' suoi grappoli ripiegati, guarniti
|
|
di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in
|
|
cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran
|
|
foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all'aria, e le lunghe spighe
|
|
sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami,
|
|
nelle foglie, ne' calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o
|
|
porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli
|
|
argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e
|
|
avvoltati a' nuovi rampolli d'un gelso, gli avevan tutti ricoperti
|
|
delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor
|
|
campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi chicchi
|
|
vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una vite; la quale,
|
|
cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi
|
|
viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie
|
|
poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai
|
|
deboli che si prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il rovo era per
|
|
tutto; andava da una pianta all'altra, saliva, scendeva, ripiegava i
|
|
rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al
|
|
limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al
|
|
padrone.
|
|
|
|
Ma questo non si curava d'entrare in una tal vigna; e forse non istette
|
|
tanto a guardarla, quanto noi a farne questo po' di schizzo. Tirò di
|
|
lungo: poco lontano c'era la sua casa; attraversò l'orto, camminando
|
|
fino a mezza gamba tra l'erbacce di cui era popolato, coperto, come
|
|
la vigna. Mise piede sulla soglia d'una delle due stanze che c'era a
|
|
terreno: al rumore de' suoi passi, al suo affacciarsi, uno scompiglio,
|
|
uno scappare incrocicchiato di topacci, un cacciarsi dentro il
|
|
sudiciume che copriva tutto il pavimento: era ancora il letto de'
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lanzichenecchi. Diede un'occhiata alle pareti: scrostate, imbrattate,
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affumicate. Alzò gli occhi al palco: un parato di ragnateli. Non c'era
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altro. Se n'andò anche di là, mettendosi le mani ne' capelli; tornò
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indietro, rifacendo il sentiero che aveva aperto lui, un momento
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prima; dopo pochi passi, prese un'altra straducola a mancina, che
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metteva ne' campi; e senza veder nè sentire anima vivente, arrivò
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vicino alla casetta dove aveva pensato di fermarsi. Già principiava
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a farsi buio. L'amico era sull'uscio, a sedere sur un panchetto di
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legno, con le braccia incrociate, con gli occhi fissi al cielo, come
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un uomo sbalordito dalle disgrazie, e insalvatichito dalla solitudine.
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Sentendo un calpestío, si voltò a guardar chi fosse, e, a quel che gli
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parve di vedere così al barlume, tra i rami e le fronde, disse, ad
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alta voce, rizzandosi e alzando le mani: «non ci son che io? non ne ho
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fatto abbastanza ieri? Lasciatemi un po' stare, che sarà anche questa
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un'opera di misericordia.»
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Renzo, non sapendo cosa volesse dir questo, gli rispose chiamandolo per
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nome.
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«Renzo!....» disse quello, esclamando insieme e interrogando.
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«Proprio,» disse Renzo; e si corsero incontro.
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«Sei proprio tu!» disse l'amico, quando furon vicini: «oh che gusto ho
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di vederti! Chi l'avrebbe pensato? T'avevo preso per Paolin de' morti,
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che vien sempre a tormentarmi, perchè vada a sotterrare. Sai che son
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rimasto solo? solo! solo, come un romito!»
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«Lo so pur troppo,» disse Renzo. E così, barattando e mescolando in
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fretta saluti, domande e risposte, entrarono insieme nella casuccia. E
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lì, senza sospendere i discorsi, l'amico si mise in faccende per fare
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un po' d'onore a Renzo, come si poteva così all'improvviso e in quel
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tempo. Mise l'acqua al fuoco, e cominciò a far la polenta; ma cedè poi
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il matterello a Renzo, perchè la dimenasse; e se n'andò dicendo: «son
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rimasto solo; ma! son rimasto solo!»
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Tornò con un piccol secchio di latte, con un po' di carne secca, con un
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paio di raveggioli, con fichi e pesche; e posato il tutto, scodellata
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la polenta sulla taffería, si misero insieme a tavola, ringraziandosi
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scambievolmente, l'uno della visita, l'altro del ricevimento. E, dopo
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un'assenza di forse due anni, si trovarono a un tratto molto più amici
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di quello che avesser mai saputo d'essere nel tempo che si vedevano
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quasi ogni giorno; perchè all'uno e all'altro, dice qui il manoscritto,
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eran toccate di quelle cose che fanno conoscere che balsamo sia
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all'animo la benevolenza; tanto quella che si sente, quanto quella che
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si trova negli altri.
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Certo, nessuno poteva tenere presso di Renzo il luogo d'Agnese,
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nè consolarlo della di lei assenza, non solo per quell'antica e
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speciale affezione, ma anche perchè, tra le cose che a lui premeva di
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decifrare, ce n'era una di cui essa sola aveva la chiave. Stette un
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momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar prima
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in cerca d'Agnese, giacchè n'era così poco lontano; ma, considerato
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che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla, restò nel
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primo proposito d'andare addirittura a levarsi questo dubbio, a aver
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la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre. Però, anche
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dall'amico seppe molte cose che ignorava, e di molte venne in chiaro
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che non sapeva bene, sui casi di Lucia, e sulle persecuzioni che gli
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avevan fatte a lui, e come don Rodrigo se n'era andato con la coda tra
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le gambe, e non s'era più veduto da quelle parti; insomma su tutto
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quell'intreccio di cose. Seppe anche (e non era per Renzo cognizione
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di poca importanza) come fosse proprio il casato di don Ferrante: chè
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Agnese gliel aveva bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il
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cielo com'era stato scritto; e l'interprete bergamasco, nel leggergli
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la lettera, n'aveva fatta una parola tale, che, se Renzo fosse andato
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con essa a cercar ricapito di quella casa in Milano, probabilmente non
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avrebbe trovato persona che indovinasse di chi voleva parlare. Eppure
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quello era l'unico filo che avesse, per andar in cerca di Lucia. In
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quanto alla giustizia, potè confermarsi sempre più ch'era un pericolo
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abbastanza lontano, per non darsene gran pensiero: il signor podestà
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era morto di peste: chi sa quando se ne manderebbe un altro; anche la
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sbirraglia se n'era andata la più parte; quelli che rimanevano, avevan
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tutt'altro da pensare che alle cose vecchie.
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Raccontò anche lui all'amico le sue vicende, e n'ebbe in contraccambio
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cento storie, del passaggio dell'esercito, della peste, d'untori, di
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prodigi. «Son cose brutte,» disse l'amico, accompagnando Renzo in una
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camera che il contagio aveva resa disabitata; «cose che non si sarebbe
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mai creduto di vedere; cose da levarvi l'allegria per tutta la vita; ma
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però, a parlarne tra amici, è un sollievo.»
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Allo spuntar del giorno, eran tutt'e due in cucina; Renzo in arnese
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da viaggio, con la sua cintura nascosta sotto il farsetto, e il
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coltellaccio nel taschino de' calzoni: il fagottino, per andar più
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lesto, lo lasciò in deposito presso all'ospite. «Se la mi va bene,» gli
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disse, «se la trovo in vita, se..... basta.... ripasso di qui; corro a
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Pasturo, a dar la buona nuova a quella povera Agnese, e poi, e poi....
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Ma se, per disgrazia, per disgrazia che Dio non voglia..... allora,
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non so quel che farò, non so dov'anderò: certo, da queste parti non mi
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vedete più.» E così parlando, ritto sulla soglia dell'uscio, con la
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testa per aria, guardava, con un misto di tenerezza e d'accoramento,
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l'aurora del suo paese, che non aveva più veduta da tanto tempo.
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L'amico gli disse, come s'usa, di sperar bene; volle che prendesse con
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sè qualcosa da mangiare; l'accompagnò per un pezzetto di strada, e lo
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lasciò con nuovi augúri.
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Renzo, s'incamminò con la sua pace, bastandogli d'arrivar vicino
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a Milano in quel giorno, per entrarci il seguente, di buon'ora, e
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cominciar subito la sua ricerca. Il viaggio fu senza accidenti e senza
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nulla che potesse distrar Renzo da' suoi pensieri, fuorchè le solite
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miserie e malinconie. Come aveva fatto il giorno avanti, si fermò a
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suo tempo, in un boschetto a mangiare un boccone, e a riposarsi.
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Passando per Monza, davanti a una bottega aperta, dove c'era de' pani
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in mostra, ne chiese due, per non rimanere sprovvisto, in ogni caso.
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Il fornaio gl'intimò di non entrare, e gli porse sur una piccola pala
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una scodelletta, con dentro acqua e aceto, dicendogli che buttasse lì i
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danari; e fatto questo, con certe molle, gli porse, l'uno dopo l'altro,
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i due pani, che Renzo si mise uno per tasca.
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Verso sera, arriva a Greco, senza però saperne il nome; ma, tra un po'
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di memoria de' luoghi, che gli era rimasta dell'altro viaggio, e il
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calcolo del cammino fatto da Monza in poi, congetturando che doveva
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esser poco lontano dalla città, uscì dalla strada maestra, per andar
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ne' campi in cerca di qualche cascinotto, e lì passar la notte; chè con
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osterie non si voleva impicciare. Trovò meglio di quel che cercava:
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vide un'apertura in una siepe che cingeva il cortile d'una cascina;
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entrò a buon conto. Non c'era nessuno: vide da un canto, un gran
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portico, con sotto del fieno ammontato, e a quello appoggiata una scala
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a mano; diede un'occhiata in giro, e poi salì alla ventura; s'accomodò
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per dormire, e infatti s'addormentò subito, per non destarsi che
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all'alba. Allora, andò carpon carponi verso l'orlo di quel gran letto;
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mise la testa fuori, e non vedendo nessuno, scese di dov'era salito,
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uscì di dov'era entrato, s'incamminò per viottole, prendendo per sua
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stella polare il duomo; e dopo un brevissimo cammino, venne a sbucar
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sotto le mura di Milano, tra porta Orientale e porta Nuova, e molto
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vicino a questa.
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CAPITOLO XXXIV.
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In quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito,
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così all'ingrosso, che c'eran ordini severissimi di non lasciar
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entrar nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s'entrava
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benissimo, chi appena sapesse un po' aiutarsi e cogliere il momento.
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Era infatti così; e lasciando anche da parte le cause generali, per
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cui in que' tempi ogni ordine era poco eseguito; lasciando da parte
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le speciali, che rendevano così malagevole la rigorosa esecuzione di
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questo; Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa
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giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer
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piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de'
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cittadini.
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Su queste notizie, il disegno di Renzo era di tentare d'entrar dalla
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prima porta a cui si fosse abbattuto; se ci fosse qualche intoppo,
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riprender le mura di fuori, finchè ne trovasse un'altra di più facile
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accesso. E sa il cielo quante porte s'immaginava che Milano dovesse
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avere. Arrivato dunque sotto le mura, si fermò a guardar d'intorno,
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come fa chi, non sapendo da che parte gli convenga di prendere, par che
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n'aspetti, e ne chieda qualche indizio da ogni cosa. Ma, a destra e a
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sinistra, non vedeva che due pezzi d'una strada storta; dirimpetto, un
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tratto di mura; da nessuna parte, nessun segno d'uomini viventi: se non
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che, da un certo punto del terrapieno, s'alzava una colonna d'un fumo
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oscuro e denso, che salendo s'allargava e s'avvolgeva in ampi globi,
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perdendosi poi nell'aria immobile e bigia. Eran vestiti, letti e altre
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masserizie infette che si bruciavano: e di tali triste fiammate se ne
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faceva di continuo, non lì soltanto, ma in varie parti delle mura.
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Il tempo era chiuso, l'aria pesante, il cielo velato per tutto da una
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nuvola o da un nebbione uguale, inerte, che pareva negare il sole,
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senza prometter la pioggia; la campagna d'intorno, parte incolta,
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e tutta arida; ogni verzura scolorita, e neppure una gocciola di
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rugiada sulle foglie passe e cascanti. Per di più, quella solitudine,
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quel silenzio, così vicino a una gran città, aggiungevano una nuova
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costernazione all'inquietudine di Renzo, e rendevan più tetri tutti i
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suoi pensieri.
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Stato lì alquanto, prese la diritta, alla ventura, andando, senza
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saperlo, verso porta Nuova, della quale, quantunque vicina, non poteva
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accorgersi, a cagione d'un baluardo, dietro cui era allora nascosta.
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Dopo pochi passi, principiò a sentire un tintinnío di campanelli, che
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cessava e ricominciava ogni tanto, e poi qualche voce d'uomo. Andò
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avanti e, passato il canto del baluardo, vide per la prima cosa, un
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casotto di legno, e sull'uscio, una guardia appoggiata al moschetto,
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con una cert'aria stracca e trascurata: dietro c'era uno stecconato,
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e dietro quello, la porta, cioè due alacce di muro, con una tettoia
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sopra, per riparare i battenti; i quali erano spalancati, come pure il
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cancello dello stecconato. Però, davanti appunto all'apertura, c'era
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in terra un tristo impedimento: una barella, sulla quale due monatti
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accomodavano un poverino, per portarlo via. Era il capo de' gabellieri,
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a cui, poco prima, s'era scoperta la peste. Renzo si fermò, aspettando
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la fine: partito il convoglio, e non venendo nessuno a richiudere il
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cancello, gli parve tempo, e ci s'avviò in fretta; ma la guardia, con
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una manieraccia, gli gridò: «olà!» Renzo si fermò di nuovo su due
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piedi, e, datogli d'occhio, tirò fuori un mezzo ducatone, e glielo
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fece vedere. Colui, o che avesse già avuta la peste, o che la temesse
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meno di quel che amava i mezzi ducatoni, accennò a Renzo che glielo
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buttasse; e vistoselo volar subito a' piedi, susurrò: «va innanzi
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presto.» Renzo non se lo fece dir due volte; passò lo stecconato, passò
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la porta, andò avanti, senza che nessuno s'accorgesse di lui, o gli
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badasse; se non che, quando ebbe fatti forse quaranta passi, sentì un
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altro «olà» che un gabelliere gli gridava dietro. Questa volta, fece
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le viste di non sentire, e, senza voltarsi nemmeno, allungò il passo.
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«Olà!» gridò di nuovo il gabelliere, con una voce però che indicava più
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impazienza che risoluzione di farsi ubbidire; e non essendo ubbidito,
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alzò le spalle, e tornò nella sua casaccia, come persona a cui premesse
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più di non accostarsi troppo ai passeggieri, che d'informarsi de' fatti
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loro.
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La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come adesso, diritta
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fino al canale detto il _Naviglio_: i lati erano siepi o muri d'orti,
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chiese e conventi, e poche case. In cima a questa strada, e nel mezzo
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di quella che costeggia il canale, c'era una colonna, con una croce
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detta la croce di sant'Eusebio. E per quanto Renzo guardasse innanzi,
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non vedeva altro che quella croce. Arrivato al crocicchio che divide la
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strada circa alla metà, e guardando dalle due parti, vide a diritta, in
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quella strada che si chiama lo stradone di santa Teresa, un cittadino
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che veniva appunto verso di lui.--Un cristiano, finalmente!--disse tra
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sè; e si voltò subito da quella parte, pensando di farsi insegnar la
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strada da lui. Questo pure aveva visto il forestiero che s'avanzava;
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e andava squadrandolo da lontano, con uno sguardo sospettoso; e tanto
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più, quando s'accorse che, in vece d'andarsene per i fatti suoi, gli
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veniva incontro. Renzo, quando fu poco distante, si levò il cappello,
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da quel montanaro rispettoso che era; e tenendolo con la sinistra,
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mise l'altra mano nel cocuzzolo, e andò più direttamente verso lo
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sconosciuto. Ma questo, stralunando gli occhi affatto, fece un passo
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addietro, alzò un noderoso bastone e voltata la punta, ch'era di ferro,
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alla vita di Renzo, gridò: «via! via! via!»
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«Oh oh!» gridò il giovine anche lui; rimise il cappello in testa,
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e, avendo tutt'altra voglia, come diceva poi, quando raccontava la
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cosa, che di metter su lite in quel momento, voltò le spalle a quello
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stravagante, e continuò la sua strada, o, per meglio dire, quella in
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cui si trovava avviato.
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L'altro tirò avanti anche lui per la sua, tutto fremente, e voltandosi,
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ogni momento, indietro. E arrivato a casa, raccontò che gli s'era
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accostato un untore, con un'aria umile, mansueta, con un viso d'infame
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impostore, con lo scatolino dell'unto, o l'involtino della polvere
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(non era ben certo qual de' due) in mano, nel cocuzzolo del cappello,
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per fargli il tiro, se lui non l'avesse saputo tener lontano. «Se mi
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s'accostava un passo di più,» soggiunse, «l'infilavo addirittura,
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prima che avesse tempo d'accomodarmi me, il birbone. La disgrazia fu
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ch'eravamo in un luogo così solitario, che se era in mezzo Milano,
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chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo. Sicuro che gli si
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trovava quella scellerata porcheria nel cappello. Ma lì da solo a solo,
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mi son dovuto contentare di fargli paura, senza risicare di cercarmi
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un malanno; perchè un po' di polvere è subito buttata; e coloro hanno
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una destrezza particolare; e poi hanno il diavolo dalla loro. Ora sarà
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in giro per Milano: chi sa che strage fa!» E fin che visse, che fu per
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molt'anni, ogni volta che si parlasse d'untori, ripeteva la sua storia,
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e soggiungeva: «quelli che sostengono ancora che non era vero, non lo
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vengano a dire a me; perchè le cose bisogna averle viste.»
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Renzo, lontano dall'immaginarsi come l'avesse scampata bella, e
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agitato più dalla rabbia che dalla paura, pensava, camminando,
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a quell'accoglienza, e indovinava bene a un di presso ciò che
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lo sconosciuto aveva pensato di lui; ma la cosa gli pareva così
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irragionevole, che concluse tra sè che colui doveva essere un qualche
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mezzo matto.--La principia male,--pensava però:--par che ci sia un
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|
pianeta per me, in questo Milano. Per entrare, tutto mi va a seconda;
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e poi, quando ci son dentro, trovo i dispiaceri lì apparecchiati.
|
|
Basta.... coll'aiuto di Dio.... se trovo.... se ci riesco a
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trovare.... eh! tutto sarà stato niente.--
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Arrivato al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra, nella strada di
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san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse condurre verso l'interno
|
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della città. E andando avanti, guardava in qua e in là, per veder se
|
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poteva scoprire qualche creatura umana; ma non ne vide altra che uno
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sformato cadavere nel piccol fosso che corre tra quelle poche case (che
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allora erano anche meno), e un pezzo della strada. Passato quel pezzo,
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sentì gridare: «o quell'uomo!» e guardando da quella parte, vide poco
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lontano, a un terrazzino d'una casuccia isolata, una povera donna, con
|
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una nidiata di bambini intorno; la quale, seguitandolo a chiamare, gli
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fece cenno anche con la mano. Ci andò di corsa; e quando fu vicino, «o
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quel giovine,» disse quella donna: «per i vostri poveri morti, fate la
|
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carità d'andare a avvertire il commissario che siamo qui dimenticati.
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|
Ci hanno chiusi in casa come sospetti, perchè il mio povero marito è
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morto; ci hanno inchiodato l'uscio, come vedete; e da ier mattina,
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|
nessuno è venuto a portarci da mangiare. In tante ore che siam qui, non
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m'è mai capitato un cristiano che me la facesse questa carità: e questi
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|
poveri innocenti moion di fame.»
|
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«Di fame!» esclamò Renzo; e, cacciate le mani nelle tasche, «ecco,
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|
ecco,» disse, tirando fuori i due pani: «calatemi giù qualcosa da
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metterli dentro.»
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«Dio ve ne renda merito; aspettate un momento,» disse quella donna; e
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andò a cercare un paniere, e una fune da calarlo, come fece. A Renzo
|
|
intanto gli vennero in mente que' pani che aveva trovati vicino alla
|
|
croce, nell'altra sua entrata in Milano, e pensava:--ecco: è una
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restituzione, e forse meglio che se gli avessi restituiti al proprio
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padrone; perchè qui è veramente un'opera di misericordia.--
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|
«In quanto al commissario che dite, la mia donna,» disse poi, mettendo
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i pani nel paniere, «io non vi posso servire in nulla; perchè, per
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|
dirvi la verità, son forestiero, e non son niente pratico di questo
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paese. Però, se incontro qualche uomo un po' domestico e umano, da
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potergli parlare, lo dirò a lui.»
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La donna lo pregò che facesse così, e gli disse il nome della strada,
|
|
onde lui sapesse indicarla.
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|
«Anche voi,» riprese Renzo, «credo che potrete farmi un piacere, una
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vera carità, senza vostro incomodo. Una casa di cavalieri, di gran
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signoroni, qui di Milano, casa ***, sapreste insegnarmi dove sia?»
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|
«So che la c'è questa casa,» rispose la donna: «ma dove sia, non lo
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so davvero. Andando avanti di qua, qualcheduno che ve la insegni, lo
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troverete. E ricordatevi di dirgli anche di noi.»
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«Non dubitate,» disse Renzo, e andò avanti.
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|
A ogni passo, sentiva crescere e avvicinarsi un rumore che già aveva
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cominciato a sentire mentre era lì fermo a discorrere: un rumor di
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ruote e di cavalli, con un tintinnío di campanelli, e ogni tanto
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un chioccar di fruste, con un accompagnamento d'urli. Guardava
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innanzi, ma non vedeva nulla. Arrivato allo sbocco di quella strada,
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scoprendosegli davanti la piazza di san Marco, la prima cosa che gli
|
|
diede nell'occhio, furon due travi ritte, con una corda, e con certe
|
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carrucole; e non tardò a riconoscere (ch'era cosa famigliare in quel
|
|
tempo) l'abbominevole macchina della tortura. Era rizzata in quel
|
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luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle strade
|
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più spaziose, affinchè i deputati d'ogni quartiere, muniti a questo
|
|
d'ogni facoltà più arbitraria, potessero farci applicare immediatamente
|
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chiunque par esse loro meritevole di pena: o sequestrati che uscissero
|
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di casa, o subalterni che non facessero il loro dovere, o chiunque
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|
altro. Era uno di que' rimedi eccessivi e inefficaci de' quali, a quel
|
|
tempo, e in que' momenti specialmente, si faceva tanto scialacquío.
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Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando perchè possa essere
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|
alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre più il rumore, e vede
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spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello:
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era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo,
|
|
e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli,
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un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro;
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|
e di qua e di là, monatti alle costole de' cavalli, spingendoli, a
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frustate, a punzoni, a bestemmie. Eran que' cadaveri, la più parte
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|
ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati,
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intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano
|
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al tepore della primavera; che, a ogni intoppo, a ogni scossa, si
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vedevan que' mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente,
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e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia
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svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all'occhio già inorridito
|
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come un tale spettacolo poteva divenire più doloroso e più sconcio.
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Il giovine s'era fermato sulla cantonata della piazza, vicino alla
|
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sbarra del canale, e pregava intanto per que' morti sconosciuti. Un
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atroce pensiero gli balenò in mente:--forse là, là insieme, là sotto...
|
|
Oh, Signore! fate che non sia vero! fate ch'io non ci pensi!--
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Passato il convoglio funebre, Renzo si mosse, attraversò la piazza,
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prendendo lungo il canale a mancina, senz'altra ragione della scelta,
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se non che il convoglio era andato dall'altra parte. Fatti que'
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quattro passi tra il fianco della chiesa e il canale, vide a destra il
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ponte Marcellino; prese di lì, e riuscì in Borgo Nuovo. E guardando
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innanzi, sempre con quella mira di trovar qualcheduno da farsi
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insegnar la strada, vide in fondo a quella un prete in farsetto, con
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un bastoncino in mano, ritto vicino a un uscio socchiuso, col capo
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chinato, e l'orecchio allo spiraglio; e poco dopo lo vide alzar la
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mano e benedire. Congetturò quello ch'era di fatto, cioè che finisse
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di confessar qualcheduno; e disse tra sè:--questo è l'uomo che fa per
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me. Se un prete, in funzion di prete, non ha un po' di carità, un po'
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d'amore e di buona grazia, bisogna dire che non ce ne sia più in questo
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mondo.--
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Intanto il prete, staccatosi dall'uscio, veniva dalla parte di Renzo,
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tenendosi, con gran riguardo, nel mezzo della strada. Renzo, quando gli
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fu vicino, si levò il cappello, e gli accennò che desiderava parlargli,
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fermandosi nello stesso tempo, in maniera da fargli intendere che non
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si sarebbe accostato di più. Quello pure si fermò, in atto di stare a
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sentire, puntando però in terra il suo bastoncino davanti a sè, come
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per farsene un baluardo. Renzo espose la sua domanda, alla quale il
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prete soddisfece, non solo con dirgli il nome della strada dove la
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casa era situata, ma dandogli anche, come vide che il poverino n'aveva
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bisogno, un po' d'itinerario; indicandogli, cioè, a forza di diritte
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e di mancine, di chiese e di croci, quell'altre sei o otto strade che
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aveva da passare per arrivarci.
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«Dio la mantenga sano, in questi tempi, e sempre,» disse Renzo: e
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mentre quello si moveva per andarsene, «un'altra carità,» soggiunse;
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e gli disse della povera donna dimenticata. Il buon prete ringraziò
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lui d'avergli dato occasione di fare una carità così necessaria; e,
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dicendo che andava ad avvertire chi bisognava, tirò avanti. Renzo
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si mosse anche lui, e, camminando, cercava di fare a sè stesso una
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ripetizione dell'itinerario, per non esser da capo a dover domandare
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a ogni cantonata. Ma non potreste immaginarvi come quell'operazione
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gli riuscisse penosa, e non tanto per la difficoltà della cosa in
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sè, quanto per un nuovo turbamento che gli era nato nell'animo. Quel
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nome della strada, quella traccia del cammino l'avevan messo così
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sottosopra. Era l'indizio che aveva desiderato e domandato, e del
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quale non poteva far di meno; nè gli era stato detto nient'altro,
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da che potesse ricavare nessun augurio sinistro; ma che volete?
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quell'idea un po' più distinta d'un termine vicino, dove uscirebbe
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d'una grand'incertezza, dove potrebbe sentirsi dire: è viva, o sentirsi
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dire: è morta; quell'idea l'aveva così colpito, che, in quel momento,
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gli sarebbe piaciuto più di trovarsi ancora al buio di tutto, d'essere
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al principio del viaggio, di cui ormai toccava la fine. Raccolse però
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le sue forze, e disse a sè stesso:--ehi! se principiamo ora a fare il
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ragazzo, com'anderà?--Così rinfrancato alla meglio, seguitò la sua
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strada, inoltrandosi nella città.
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Quale città! e cos'era mai, al paragone, quello ch'era stata l'anno
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avanti, per cagion della fame!
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Renzo s'abbatteva appunto a passare per una delle parti più squallide e
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più desolate: quella crociata di strade che si chiamava il _carrobio_
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di porta Nuova. (C'era allora una croce nel mezzo, e, dirimpetto ad
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essa, accanto a dove ora è san Francesco di Paola, una vecchia chiesa
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col titolo di sant'Anastasia.) Tanta era stata in quel vicinato la
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furia del contagio, e il fetor de' cadaveri lasciati lì, che i pochi
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rimasti vivi erano stati costretti a sgomberare: sicchè, alla mestizia
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che dava al passeggiero quell'aspetto di solitudine e d'abbandono,
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s'aggiungeva l'orrore e lo schifo delle tracce e degli avanzi della
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recente abitazione. Renzo affrettò il passo, facendosi coraggio col
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pensare che la meta non doveva essere così vicina, e sperando che,
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prima d'arrivarci, troverebbe mutata, almeno in parte, la scena; e
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infatti, di lì a non molto riuscì in un luogo che poteva pur dirsi
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città di viventi; ma quale città ancora, e quali viventi! Serrati,
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per sospetto e per terrore, tutti gli usci di strada, salvo quelli
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che fossero spalancati per esser le case disabitate, o invase; altri
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inchiodati e sigillati, per esser nelle case morta o ammalata gente
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di peste; altri segnati d'una croce fatta col carbone, per indizio ai
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monatti, che c'eran de' morti da portar via: il tutto più alla ventura
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che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che là un qualche
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commissario della Sanità o altro impiegato, che avesse voluto eseguir
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gli ordini, o fare un'angheria. Per tutto cenci e, più ributtanti
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de' cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle
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finestre; talvolta corpi, o di persone morte all'improvviso, nella
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strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o
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cascati da' carri medesimi, o buttati anch'essi dalle finestre: tanto
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l'insistere e l'imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli
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animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale!
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Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze,
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ogni grido di venditori, ogni chiacchierío di passeggieri, era ben
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raro che quel silenzio di morte fosse rotto da altro che da rumor di
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carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichío d'infermi, da urli
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di frenetici, da grida di monatti. All'alba, a mezzogiorno, a sera,
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una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate
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dall'arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell'altre
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chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a
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pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti,
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che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto.
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Morti a quell'ora forse i due terzi de' cittadini, andati via o
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ammalati una buona parte del resto, ridotto quasi a nulla il concorso
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della gente di fuori, de' pochi che andavan per le strade, non se ne
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sarebbe per avventura, in un lungo giro, incontrato uno solo in cui
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non si vedesse qualcosa di strano, e che dava indizio d'una funesta
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mutazione di cose. Si vedevano gli uomini più qualificati, senza
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cappa nè mantello, parte allora essenzialissima del vestiario civile;
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senza sottana i preti, e anche de' religiosi in farsetto; dismessa
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in somma ogni sorte di vestito che potesse con gli svolazzi toccar
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qualche cosa, o dare (ciò che si temeva più di tutto il resto) agio
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agli untori. E fuor di questa cura d'andar succinti e ristretti il
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più che fosse possibile, negletta e trasandata ogni persona; lunghe
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le barbe di quelli che usavan portarle, cresciute a quelli che prima
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costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature, non
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solo per quella trascuranza che nasce da un invecchiato abbattimento,
|
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ma per esser divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e
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condannato, come untor famoso, uno di loro, Giangiacomo Mora: nome
|
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che, per un pezzo, conservò una celebrità municipale d'infamia, e ne
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meriterebbe una ben più diffusa e perenne di pietà. I più tenevano
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da una mano un bastone, alcuni anche una pistola, per avvertimento
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minaccioso a chi avesse voluto avvicinarsi troppo; dall'altra pasticche
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odorose, o palle di metallo o di legno traforate, con dentro spugne
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inzuppate d'aceti medicati; e se le andavano ogni tanto mettendo al
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naso, o ce le tenevano di continuo. Portavano alcuni attaccata al collo
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una boccetta con dentro un po' d'argento vivo, persuasi che avesse
|
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la virtù d'assorbire e di ritenere ogni esalazione pestilenziale; e
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avevan poi cura di l'innovarlo ogni tanti giorni. I gentiluomini, non
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solo uscivano senza il solito seguito, ma si vedevano, con una sporta
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in braccio, andare a comprar le cose necessarie al vitto. Gli amici,
|
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quando pur due s'incontrassero per la strada, si salutavan da lontano,
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con cenni taciti e frettolosi. Ognuno, camminando, aveva molto da fare,
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per iscansare gli schifosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era
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sparso e, in qualche luogo, anche affatto ingombro: ognuno cercava di
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stare in mezzo alla strada, per timore d'altro sudiciume, o d'altro
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più funesto peso che potesse venir giù dalle finestre; per timore
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delle polveri venefiche che si diceva essere spesso buttate da quelle
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su' passeggieri; per timore delle muraglie, che potevan esser unte.
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Così l'ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia, aggiungeva
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ora angustie all'angustie, e dava falsi terrori, in compenso de'
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ragionevoli e salutari che aveva levati da principio.
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Tal era ciò che di meno deforme e di men compassionevole si faceva
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|
vedere intorno, i sani, gli agiati: chè, dopo tante immagini di
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miseria, e pensando a quella ancor più grave, per mezzo alla quale
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dovrem condurre il lettore, non ci fermeremo ora a dir qual fosse
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lo spettacolo degli appestati che si strascicavano o giacevano per
|
|
le strade, de' poveri, de' fanciulli, delle donne. Era tale, che il
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riguardante poteva trovar quasi un disperato conforto in ciò che ai
|
|
lontani e ai posteri fa la più forte e dolorosa impressione; nel
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|
pensare, dico, nel vedere quanto que' viventi fossero ridotti a pochi.
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In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del
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suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui
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doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale si
|
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faceva distinguere quel solito orribile tintinnío.
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Arrivato alla cantonata della strada, ch'era una delle più larghe, vide
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|
quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di granaglie, si
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vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi,
|
|
tale era il movimento in quel luogo: monatti ch'entravan nelle case,
|
|
monatti che n'uscivano con un peso su le spalle, e lo mettevano su
|
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l'uno o l'altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel
|
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distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari
|
|
colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d'allegria, in
|
|
tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un'altra finestra, veniva una
|
|
voce lugubre: «qua, monatti!» E con suono ancor più sinistro, da quel
|
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tristo brulichío usciva qualche vociaccia che rispondeva: «ora, ora.»
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Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai
|
|
quali i monatti rispondevano con bestemmie.
|
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Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar
|
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quegl'ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il
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|
suo sguardo s'incontrò in un oggetto singolare di pietà, d'una pietà
|
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che invogliava l'animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi
|
|
senza volerlo.
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Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva verso il
|
|
convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza
|
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avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e
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offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor
|
|
mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel
|
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sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli
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|
occhi non davan lacrime, ma portavan segno d'averne sparse tante; c'era
|
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in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava
|
|
un'anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo
|
|
suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente
|
|
alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e
|
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ammortito ne' cuori. Portava essa in collo una bambina di forse
|
|
nov'anni morta; ma tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla
|
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fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l'avessero
|
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adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Nè
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|
la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto
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appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina
|
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bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata
|
|
gravezza, e il capo posava sull'omero della madre, con un abbandono più
|
|
forte del sonno: della madre, chè, se anche la somiglianza de' volti
|
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non n'avesse fatto fede, l'avrebbe detto chiaramente quello de' due
|
|
ch'esprimeva ancora un sentimento.
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Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una
|
|
specie però d'insolito rispetto, con un'esitazione involontaria. Ma
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|
quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno nè disprezzo,
|
|
«no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel
|
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carro: prendete.» Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa,
|
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e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò:
|
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«promettetemi di non levarle un filo d'intorno, nè di lasciar che altri
|
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ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.»
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Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi
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|
ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che
|
|
per l'inaspettata ricompensa, s'affaccendò a far un po' di posto sul
|
|
carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte,
|
|
la mise lì come sur un letto, ce l'accomodò, le stese sopra un panno
|
|
bianco, e disse l'ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace!
|
|
Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per
|
|
noi; ch'io pregherò per te e per gli altri.» Poi voltatasi di nuovo al
|
|
monatto, «voi,» disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere
|
|
anche me, e non me sola.»
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Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'affacciò alla
|
|
finestra, tenendo in collo un'altra bambina più piccola, viva, ma coi
|
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segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne
|
|
esequie della prima, finchè il carro non si mosse, finchè lo potè
|
|
vedere; poi disparve. E che altro potè fare, se non posar sul letto
|
|
l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come
|
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il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora
|
|
in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l'erbe del prato.
|
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«O Signore!» esclamò Renzo: «esauditela! tiratela a voi, lei e la sua
|
|
creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!»
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Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi
|
|
in mente l'itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare,
|
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e se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro
|
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e diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi
|
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lamenti, un pianger di donne, un mugolío di fanciulli.
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Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura aspettativa.
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|
Arrivato al crocicchio, vide da una parte una moltitudine confusa che
|
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s'avanzava, e si fermò lì, per lasciarla passare. Erano ammalati che
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|
venivan condotti al lazzeretto; alcuni, spinti a forza, resistevano
|
|
in vano, in vano gridavano che volevan morire sul loro letto, e
|
|
rispondevano con inutili imprecazioni alle bestemmie e ai comandi de'
|
|
monatti che li guidavano; altri camminavano in silenzio, senza mostrar
|
|
dolore, nè alcun altro sentimento, come insensati; donne co' bambini in
|
|
collo; fanciulli spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella
|
|
compagnia, più che dal pensiero confuso della morte, i quali ad alte
|
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strida imploravano la madre e le sue braccia fidate, e la casa loro.
|
|
Ahi! e forse la madre, che credevano d'aver lasciata addormentata
|
|
sul suo letto, ci s'era buttata, sorpresa tutt'a un tratto dalla
|
|
peste; e stava lì senza sentimento, per esser portata sur un carro
|
|
al lazzeretto, o alla fossa, se il carro veniva più tardi. Forse, o
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|
sciagura degna di lacrime ancor più amare! la madre, tutta occupata
|
|
de' suoi patimenti, aveva dimenticato ogni cosa, anche i figli, e
|
|
non aveva più che un pensiero: di morire in pace. Pure, in tanta
|
|
confusione, si vedeva ancora qualche esempio di fermezza e di pietà:
|
|
padri, madri, fratelli, figli, consorti, che sostenevano i cari loro,
|
|
e gli accompagnavano con parole di conforto: nè adulti soltanto, ma
|
|
ragazzetti, ma fanciulline che guidavano i fratellini più teneri, e,
|
|
con giudizio e con compassione da grandi, raccomandavano loro d'essere
|
|
ubbidienti, gli assicuravano che s'andava in un luogo dove c'era chi
|
|
avrebbe cura di loro per farli guarire.
|
|
|
|
In mezzo alla malinconia e alla tenerezza di tali viste, una cosa
|
|
toccava più sul vivo, e teneva in agitazione il nostro viaggiatore.
|
|
La casa doveva esser lì vicina, e chi sa se tra quella gente....
|
|
Ma passata tutta la comitiva, e cessato quel dubbio, si voltò a un
|
|
monatto che veniva dietro, e gli domandò della strada e della casa di
|
|
don Ferrante. «In malora, tanghero,» fu la risposta che n'ebbe. Nè si
|
|
curò di dare a colui quella che si meritava; ma, visto, a due passi,
|
|
un commissario che veniva in coda al convoglio, e aveva un viso un po'
|
|
più di cristiano, fece a lui la stessa domanda. Questo, accennando con
|
|
un bastone la parte donde veniva, disse: «la prima strada a diritta,
|
|
l'ultima casa grande a sinistra.»
|
|
|
|
Con una nuova e più forte ansietà in cuore, il giovine prende da quella
|
|
parte. È nella strada; distingue subito la casa tra l'altre, più basse
|
|
e meschine; s'accosta al portone che è chiuso, mette la mano sul
|
|
martello, e ce la tien sospesa, come in un'urna, prima di tirar su la
|
|
polizza dove fosse scritta la sua vita, o la sua morte. Finalmente alza
|
|
il martello, e dà un picchio risoluto.
|
|
|
|
Dopo qualche momento, s'apre un poco una finestra; una donna fa
|
|
capolino, guardando chi era, con un viso ombroso che par che dica:
|
|
monatti? vagabondi? commissari? untori? diavoli?
|
|
|
|
«Quella signora,» disse Renzo guardando in su, e con voce non troppo
|
|
sicura: «ci sta qui a servire una giovine di campagna, che ha nome
|
|
Lucia?»
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|
|
|
«La non c'è più; andate,» rispose quella donna, facendo atto di
|
|
chiudere.
|
|
|
|
«Un momento, per carità! La non c'è più? Dov'è?»
|
|
|
|
«Al lazzeretto;» e di nuovo voleva chiudere.
|
|
|
|
«Ma un momento, per l'amor del cielo! Con la peste?»
|
|
|
|
«Già. Cosa nuova, eh? Andate.»
|
|
|
|
«Oh povero me! Aspetti: era ammalata molto? Quanto tempo è....?»
|
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|
|
Ma intanto la finestra fu chiusa davvero.
|
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|
|
«Quella signora! quella signora! una parola, per carità! per i suoi
|
|
poveri morti! Non le chiedo niente del suo: ohe!» Ma era come dire al
|
|
muro.
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|
|
Afflitto della nuova, e arrabbiato della maniera, Renzo afferrò ancora
|
|
il martello, e, così appoggiato alla porta, andava stringendolo e
|
|
storcendolo, l'alzava per picchiar di nuovo alla disperata, poi lo
|
|
teneva sospeso. In quest'agitazione, si voltò per vedere se mai ci
|
|
fosse d'intorno qualche vicino, da cui potesse forse aver qualche
|
|
informazione più precisa, qualche indizio, qualche lume. Ma la prima,
|
|
l'unica persona che vide, fu un'altra donna, distante forse un venti
|
|
passi; la quale, con un viso ch'esprimeva terrore, odio, impazienza e
|
|
malizia, con cert'occhi stravolti che volevano insieme guardar lui,
|
|
e guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a
|
|
più non posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia
|
|
scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa
|
|
d'artigli, come se cercasse d'acchiappar qualcosa, si vedeva che
|
|
voleva chiamar gente, in modo che qualcheduno non se n'accorgesse.
|
|
Quando s'incontrarono a guardarsi, colei, fattasi ancor più brutta, si
|
|
riscosse come persona sorpresa.
|
|
|
|
«Che diamine....?» cominciava Renzo, alzando anche lui le mani verso
|
|
la donna; ma questa, perduta la speranza di poterlo far cogliere
|
|
all'improvviso, lasciò scappare il grido che aveva rattenuto fin
|
|
allora: «l'untore! dagli! dagli! dagli all'untore!»
|
|
|
|
«Chi? io! ah strega bugiarda! sta zitta,» gridò Renzo; e fece un salto
|
|
verso lei, per impaurirla e farla chetare. Ma s'avvide subito, che
|
|
aveva bisogno piuttosto di pensare ai casi suoi. Allo strillar della
|
|
vecchia, accorreva gente di qua e di là; non la folla che, in un caso
|
|
simile, sarebbe stata, tre mesi prima; ma più che abbastanza per poter
|
|
fare d'un uomo solo quel che volessero. Nello stesso tempo, s'aprì di
|
|
nuovo la finestra, e quella medesima sgarbata di prima ci s'affacciò
|
|
questa volta, e gridava anche lei: «pigliatelo, pigliatelo; che
|
|
dev'essere uno di que' birboni che vanno in giro a unger le porte de'
|
|
galantuomini.»
|
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Renzo non istette lì a pensare: gli parve subito miglior partito
|
|
sbrigarsi da coloro, che rimanere a dir le sue ragioni: diede
|
|
un'occhiata a destra e a sinistra, da che parte ci fosse men gente, e
|
|
svignò di là. Rispinse con un urtone uno che gli parava la strada; con
|
|
un gran punzone nel petto, fece dare indietro otto o dieci passi un
|
|
altro che gli correva incontro; e via di galoppo, col pugno in aria,
|
|
stretto, nocchiuto, pronto per qualunque altro gli fosse venuto tra'
|
|
piedi. La strada davanti era sempre libera; ma dietro le spalle sentiva
|
|
il calpestío e, più forti del calpestío, quelle grida amare: «dagli!
|
|
dagli! all'untore!» Non sapeva quando fossero per fermarsi; non vedeva
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dove si potrebbe mettere in salvo. L'ira divenne rabbia, l'angoscia
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si cangiò in disperazione; e, perso il lume degli occhi, mise mano al
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suo coltellaccio, lo sfoderò, si fermò su due piedi, voltò indietro
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il viso più torvo e più cagnesco che avesse fatto a' suoi giorni; e,
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col braccio teso, brandendo in aria la lama luccicante, gridò: «chi ha
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cuore, venga avanti, canaglia! che l'ungerò io davvero con questo.»
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[Illustrazione: Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci...... (pag.
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508)]
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Ma, con maraviglia, e con un sentimento confuso di consolazione, vide
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che i suoi persecutori s'eran già fermati, e stavan lì come titubanti,
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e che, seguitando a urlare, facevan, con le mani per aria, certi cenni
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da spiritati, come a gente che venisse di lontano dietro a lui. Si
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voltò di nuovo, e vide (chè il gran turbamento non gliel aveva lasciato
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vedere un momento prima) un carro che s'avanzava, anzi una fila di
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que' soliti carri funebri, col solito accompagnamento; e dietro, a
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qualche distanza, un altro mucchietto di gente che avrebbero voluto
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anche loro dare addosso all'untore, e prenderlo in mezzo; ma eran
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trattenuti dall'impedimento medesimo. Vistosi così tra due fuochi, gli
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venne in mente che ciò che era di terrore a coloro, poteva essere a lui
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di salvezza; pensò che non era tempo di far lo schizzinoso; rimise il
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coltellaccio nel fodero, si tirò da una parte; prese la rincorsa verso
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i carri, passò il primo, e adocchiò nel secondo un buono spazio vôto.
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Prende la mira, spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col
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sinistro in aria, e con le braccia alzate.
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«Bravo! bravo!» esclamarono, a una voce, i monatti, alcuni de' quali
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seguivano il convoglio a piedi, altri eran seduti sui carri, altri, per
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dire l'orribil cosa com'era, sui cadaveri, trincando da un gran fiasco
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che andava in giro. «Bravo! bel colpo!»
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«Sei venuto a metterti sotto la protezione de' monatti; fa conto
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d'essere in chiesa,» gli disse uno de' due che stavano sul carro
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dov'era montato.
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I nemici, all'avvicinarsi del treno, avevano, i più, voltate le
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spalle, e se n'andavano, non lasciando di gridare: «dagli! dagli!
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all'untore!» Qualcheduno si ritirava più adagio, fermandosi ogni tanto,
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e voltandosi, con versacci e con gesti di minaccia, a Renzo; il quale,
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dal carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria.
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«Lascia fare a me,» gli disse un monatto; e strappato d'addosso a un
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cadavere un laido cencio, l'annodò in fretta, e, presolo per una delle
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cocche, l'alzò come una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste
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di buttarglielo, gridando: «aspetta, canaglia!» A quell'atto, fuggiron
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tutti, inorriditi; e Renzo non vide più che schiene di nemici, e
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calcagni che ballavano rapidamente per aria, a guisa di gualchiere.
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Tra i monatti s'alzò un urlo di trionfo, uno scroscio procelloso di
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risa, un «uh!» prolungato, come per accompagnar quella fuga.
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«Ah ah! vedi se noi sappiamo proteggere i galantuomini?» disse a Renzo
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quel monatto: «vai più uno di noi che cento di que' poltroni.»
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«Certo, posso dire che vi devo la vita,» rispose Renzo: «e vi ringrazio
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con tutto il cuore.»
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«Di che cosa?» disse il monatto: «tu lo meriti: si vede che sei un
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bravo giovine. Fai bene a ungere questa canaglia: ungili, estirpali
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costoro, che non vaglion qualcosa, se non quando son morti; che, per
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ricompensa della vita che facciamo, ci maledicono, e vanno dicendo che,
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finita la moría, ci voglion fare impiccar tutti. Hanno a finir prima
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loro che la moría; e i monatti hanno a restar soli, a cantar vittoria,
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e a sguazzar per Milano.»
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«Viva la moría, e moia la marmaglia!» esclamò l'altro; e, con questo
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bel brindisi, si mise il fiasco alla bocca, e, tenendolo con tutt'e due
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le mani, tra le scosse del carro, diede una buona bevuta, poi lo porse
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a Renzo, dicendo: «bevi alla nostra salute.»
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«Ve l'auguro a tutti, con tutto il cuore,» disse Renzo: «ma non ho
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sete; non ho proprio voglia di bere in questo momento.»
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«Tu hai avuto una bella paura, a quel che mi pare,» disse il monatto:
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«m'hai aria d'un pover'uomo; ci vuoi altri visi a far l'untore.»
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«Ognuno s'ingegna come può,» disse l'altro.
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«Dammelo qui a me,» disse uno di quelli che venivano a piedi accanto
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al carro, «chè ne voglio bere anch'io un altro sorso, alla salute del
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suo padrone, che si trova qui in questa bella compagnia.... lì, lì,
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appunto, mi pare, in quella bella carrozzata.»
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E, con un suo atroce e maledetto ghigno, accennava il carro davanti a
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quello su cui stava il povero Renzo. Poi, composto il viso a un atto
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di serietà ancor più bieco e fellonesco, fece una riverenza da quella
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parte, e riprese: «si contenta, padron mio, che un povero monattuccio
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assaggi di quello della sua cantina? Vede bene: si fa certe vite: siam
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quelli che l'abbiam messo in carrozza, per condurlo in villeggiatura. E
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poi, già a loro signori il vino fa subito male: i poveri monatti han lo
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stomaco buono.»
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E tra le risate de' compagni, prese il fiasco, e l'alzò; ma, prima di
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bere, si voltò a Renzo, gli fissò gli occhi in viso, e gli disse, con
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una cert'aria di compassione sprezzante: «bisogna che il diavolo col
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quale hai fatto il patto, sia ben giovine; chè se non eravamo lì noi a
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salvarti, lui ti dava un bell'aiuto.» E tra un nuovo scroscio di risa,
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s'attaccò il fiasco alle labbra.
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«E noi? eh! e noi?» gridaron più voci dal carro ch'era avanti. Il
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birbone, tracannato quanto ne volle, porse, con tutt'e due le mani, il
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gran fiasco a quegli altri suoi simili, i quali se lo passaron dall'uno
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all'altro, fino a uno che, votatolo, lo prese per il collo, gli fece
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fare il mulinello, e lo scagliò a fracassarsi sulle lastre, gridando:
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«viva la moría!» Dietro a queste parole, intonò una loro canzonaccia; e
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subito alla sua voce s'accompagnaron tutte l'altre di quel turpe coro.
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La cantilena infernale, mista al tintinnío de' campanelli, al cigolío
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de' carri, al calpestío de' cavalli, risonava nel vôto silenzioso delle
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strade, e, rimbombando nelle case, stringeva amaramente il cuore de'
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pochi che ancor le abitavano.
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Ma cosa non può alle volte venire in acconcio? cosa non può far piacere
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in qualche caso? Il pericolo d'un momento prima aveva resa più che
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tollerabile a Renzo la compagnia di que' morti e di que' vivi; e ora fu
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a' suoi orecchi una musica, sto per dire, gradita, quella che lo levava
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dall'impiccio d'una tale conversazione. Ancor mezzo affannato, e tutto
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sottosopra, ringraziava intanto alla meglio in cuor suo la Provvidenza,
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d'essere uscito d'un tal frangente, senza ricever male nè farne; la
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pregava che l'aiutasse ora a liberarsi anche da' suoi liberatori; e
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dal canto suo, stava all'erta, guardava quelli, guardava la strada,
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per cogliere il tempo di sdrucciolar giù quatto quatto, senza dar loro
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occasione di far qualche rumore, qualche scenata, che mettesse in
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malizia i passeggieri.
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Tutt'a un tratto, a una cantonata, gli parve di riconoscere il luogo:
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guardò più attentamente, e ne fu sicuro. Sapete dov'era? Sul corso
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di porta orientale, in quella strada per cui era venuto adagio, e
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tornato via in fretta, circa venti mesi prima. Gli venne subito in
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mente che di lì s'andava diritto al lazzeretto; e questo trovarsi sulla
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strada giusta, senza studiare, senza domandare, l'ebbe per un tratto
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speciale della Provvidenza, e per buon augurio del rimanente. In quel
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punto, veniva incontro ai carri un commissario, gridando a' monatti di
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fermare, e non so che altro: il fatto è che il convoglio si fermò, e la
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musica si cambiò in un diverbio rumoroso. Uno de' monatti ch'eran sul
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carro di Renzo, saltò giù: Renzo disse all'altro: «vi ringrazio della
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vostra carità: Dio ve ne renda merito;» e giù anche lui, dall'altra
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parte.
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«Va, va, povero untorello,» rispose colui: «non sarai tu quello che
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spianti Milano.»
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Per fortuna, non c'era chi potesse sentire. Il convoglio era fermato
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sulla sinistra del corso: Renzo prende in fretta dall'altra parte, e,
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rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa, continua
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per la strada del borgo, riconosce il convento de' cappuccini, è vicino
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alla porta, vede spuntar l'angolo del lazzeretto, passa il cancello, e
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gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto: un indizio
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appena e un saggio, e già una vasta, diversa, indescrivibile scena.
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Lungo i due lati che si presentano a chi guardi da quel punto, era
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tutto un brulichío; erano ammalati che andavano, in compagnie, al
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lazzeretto; altri che sedevano o giacevano sulle sponde del fossato che
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lo costeggia; sia che le forze non fosser loro bastate per condursi
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fin dentro al ricovero, sia che, usciti di là per disperazione, le
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forze fosser loro ugualmente mancate per andar più avanti. Altri
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meschini erravano sbandati, come stupidi, e non pochi fuor di sè
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affatto; uno stava tutto infervorato a raccontar le sue immaginazioni
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a un disgraziato che giaceva oppresso dal male; un altro dava nelle
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smanie; un altro guardava in qua e in là con un visino ridente, come
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se assistesse a un lieto spettacolo. Ma la specie più strana e più
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rumorosa d'una tal trista allegrezza, era un cantare alto e continuo,
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il quale pareva che non venisse fuori da quella miserabile folla,
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e pure si faceva sentire più che tutte l'altre voci: una canzone
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contadinesca d'amore gaio e scherzevole, di quelle che chiamavan
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villanelle; e andando con lo sguardo dietro al suono, per iscoprire chi
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mai potesse esser contento, in quel tempo, in quel luogo, si vedeva un
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meschino che, seduto tranquillamente in fondo al fossato, cantava a più
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non posso, con la testa per aria.
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Renzo aveva appena fatti alcuni passi lungo il lato meridionale
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dell'edifizio, che si sentì in quella moltitudine un rumore
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straordinario, e di lontano voci che gridavano: guarda! piglia! S'alza
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in punta di piedi, e vede un cavallaccio che andava di carriera, spinto
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da un più strano cavaliere: era un frenetico che, vista quella bestia
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sciolta e non guardata, accanto a un carro, c'era montato in fretta a
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bisdosso, e, martellandole il collo co' pugni, e facendo sproni de'
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calcagni, la cacciava in furia; e monatti dietro, urlando; e tutto si
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ravvolse in un nuvolo di polvere, che volava lontano.
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Così, già sbalordito e stanco di veder miserie, il giovine arrivò
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alla porta di quel luogo dove ce n'erano adunate forse più che non
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ce ne fosse di sparse in tutto lo spazio che gli era già toccato di
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percorrere. S'affaccia a quella porta, entra sotto la vôlta, e rimane
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un momento immobile a mezzo del portico.
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CAPITOLO XXXV.
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S'immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici
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mila appestati; quello spazio tutt'ingombro, dove di capanne e di
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baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe
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di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di
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cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi
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immenso covile, un brulichío, come un ondeggiamento; e qua e là, un
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andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di
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convalescenti, di frenetici, di serventi. Tale fu lo spettacolo che
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riempì a un tratto la vista di Renzo, e lo tenne lì, sopraffatto e
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compreso. Questo spettacolo, noi non ci proponiam certo di descriverlo
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a parte a parte, nè il lettore lo desidera; solo, seguendo il nostro
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giovine nel suo penoso giro, ci fermeremo alle sue fermate, e di ciò
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che gli toccò di vedere diremo quanto sia necessario a raccontar ciò
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che fece, e ciò che gli seguì.
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Dalla porta dove s'era fermato, fino alla cappella del mezzo, e di là
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all'altra porta in faccia, c'era come un viale sgombro di capanne e
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d'ogni altro impedimento stabile; e alla seconda occhiata, Renzo vide
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in quello un tramenío di carri, un portar via roba, per far luogo;
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vide cappuccini e secolari che dirigevano quell'operazione, e insieme
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mandavan via chi non ci avesse che fare. E temendo d'essere anche lui
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messo fuori in quella maniera, si cacciò addirittura tra le capanne,
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dalla parte a cui si trovava casualmente voltato, alla diritta.
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Andava avanti, secondo che vedeva posto da poter mettere il piede, da
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capanna a capanna, facendo capolino in ognuna, e osservando i letti
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ch'eran fuori allo scoperto, esaminando volti abbattuti dal patimento,
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o contratti dallo spasimo, o immobili nella morte, se mai gli venisse
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fatto di trovar quello che pur temeva di trovare. Ma aveva già fatto
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un bel pezzetto di cammino, e ripetuto più e più volte quel doloroso
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esame, senza veder mai nessuna donna: onde s'immaginò che dovessero
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essere in un luogo separato. E indovinava; ma dove fosse, non n'aveva
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indizio, nè poteva argomentarlo. Incontrava ogni tanto ministri, tanto
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diversi d'aspetto e di maniere e d'abito, quanto diverso e opposto
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era il principio che dava agli uni e agli altri una forza uguale di
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vivere in tali servizi: negli uni l'estinzione d'ogni senso di pietà,
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negli altri una pietà sovrumana. Ma nè agli uni nè agli altri si
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sentiva di far domande, per non procacciarsi alle volte un inciampo; e
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deliberò d'andare, andare, fin che arrivasse a trovar donne. E andando
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non lasciava di spiare intorno; ma di tempo in tempo era costretto a
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ritirare lo sguardo contristato, e come abbagliato da tante piaghe. Ma
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dove rivolgerlo, dove riposarlo, che sopra altre piaghe?
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L'aria stessa e il cielo accrescevano, se qualche cosa poteva
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accrescerlo, l'orrore di quelle viste. La nebbia s'era a poco a poco
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addensata e accavallata in nuvoloni che, rabbuiandosi sempre più,
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davano idea d'un annottar tempestoso; se non che, verso il mezzo di
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quel cielo cupo e abbassato, traspariva, come da un fitto velo, la
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spera del sole, pallida, che spargeva intorno a sè un barlume fioco e
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sfumato, e pioveva un calore morto e pesante. Ogni tanto, tra mezzo al
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ronzío continuo di quella confusa moltitudine, si sentiva un borbottar
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di tuoni, profondo, come tronco, irresoluto; nè, tendendo l'orecchio,
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avreste saputo distinguere da che parte venisse; o avreste potuto
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crederlo un correr lontano di carri, che si fermassero improvvisamente.
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Non si vedeva, nelle campagne d'intorno, moversi un ramo d'albero,
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nè un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la rondine,
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comparendo subitamente di sopra il tetto del recinto, sdrucciolava
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in giù con l'ali tese, come per rasentare il terreno del campo; ma
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sbigottita da quel brulichío, risaliva rapidamente, e fuggiva. Era
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|
uno di que' tempi, in cui, tra una compagnia di viandanti non c'è
|
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nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina pensieroso,
|
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con lo sguardo a terra; e la villana, zappando nel campo, smette di
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|
cantare, senza avvedersene; di que' tempi forieri della burrasca, in
|
|
cui la natura, come immota al di fuori, e agitata da un travaglio
|
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interno, par che opprima ogni vivente, e aggiunga non so quale gravezza
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|
a ogni operazione, all'ozio, all'esistenza stessa. Ma in quel luogo
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|
destinato per sè al patire e al morire, si vedeva l'uomo già alle prese
|
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col male soccombere alla nuova oppressione; si vedevan centinaia e
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|
centinaia peggiorar precipitosamente; e insieme, l'ultima lotta era più
|
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affannosa, e nell'aumento de' dolori, i gemiti più soffogati: nè forse
|
|
su quel luogo di miserie era ancor passata un'ora crudele al par di
|
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questa.
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Già aveva il giovine girato un bel pezzo, e senza frutto, per
|
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quell'andirivieni di capanne, quando, nella varietà de' lamenti e nella
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|
confusione del mormorío, cominciò a distinguere un misto singolare di
|
|
vagiti e di belati; fin che arrivò a un assito scheggiato e sconnesso,
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|
di dentro il quale veniva quel suono straordinario. Mise un occhio a
|
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un largo spiraglio, tra due asse, e vide un recinto con dentro capanne
|
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sparse, e, così in quelle, come nel piccol campo, non la solita
|
|
infermeria, ma bambinelli a giacere sopra materassine, o guanciali,
|
|
o lenzoli distesi, o topponi; e balie e altre donne in faccende; e,
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|
ciò che più di tutto attraeva e fermava lo sguardo, capre mescolate
|
|
con quelle, e fatte loro aiutanti: uno spedale d'innocenti, quale
|
|
il luogo e il tempo potevan darlo. Era, dico, una cosa singolare a
|
|
vedere alcune di quelle bestie, ritte e quiete sopra questo e quel
|
|
bambino, dargli la poppa; e qualche altra accorrere a un vagito, come
|
|
con senso materno, e fermarsi presso il piccolo allievo, e procurar
|
|
d'accomodarcisi sopra, e belare, e dimenarsi, quasi chiamando chi
|
|
venisse in aiuto a tutt'e due.
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|
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|
Qua e là eran sedute balie con bambini al petto; alcune in tal atto
|
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d'amore, da far nascer dubbio nel riguardante, se fossero state
|
|
attirate in quel luogo dalla paga, o da quella carità spontanea che
|
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va in cerca de' bisogni e de' dolori. Una di esse, tutta accorata,
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|
staccava dal suo petto esausto un meschinello piangente, e andava
|
|
tristamente cercando la bestia, che potesse far le sue veci. Un'altra
|
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guardava con occhio di compiacenza quello che le si era addormentato
|
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alla poppa, e baciatolo mollemente, andava in una capanna a posarlo
|
|
sur una materassina. Ma una terza, abbandonando il suo petto al
|
|
lattante straniero, con una cert'aria però non di trascuranza, ma
|
|
di preoccupazione, guardava fisso il cielo: a che pensava essa, in
|
|
quell'atto, con quello sguardo, se non a un nato dalle sue viscere,
|
|
che, forse poco prima, aveva succhiato quel petto, che forse c'era
|
|
spirato sopra? Altre donne più attempate attendevano ad altri servizi.
|
|
Una accorreva alle grida d'un bambino affamato, lo prendeva, e lo
|
|
portava vicino a una capra che pascolava a un mucchio d'erba fresca,
|
|
e glielo presentava alle poppe, gridando l'inesperto animale e
|
|
accarezzandolo insieme, affinchè si prestasse dolcemente all'ufizio.
|
|
Questa correva a prendere un poverino, che una capra tutt'intenta a
|
|
allattarne un altro, pestava con una zampa: quella portava in qua e
|
|
in là il suo, ninnandolo, cercando, ora d'addormentarlo col canto,
|
|
ora d'acquietarlo con dolci parole, chiamandolo con un nome ch'essa
|
|
medesima gli aveva messo. Arrivò in quel punto un cappuccino con la
|
|
barba bianchissima, portando due bambini strillanti, uno per braccio,
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|
raccolti allora vicino alle madri spirate; e una donna corse a
|
|
riceverli, e andava guardando tra la brigata e nel gregge, per trovar
|
|
subito chi tenesse lor luogo di madre.
|
|
|
|
Più d'una volta il giovine, spinto da quello ch'era il primo, e il più
|
|
forte de' suoi pensieri, s'era staccato dallo spiraglio per andarsene;
|
|
e poi ci aveva rimesso l'occhio, per guardare ancora un momento.
|
|
|
|
Levatosi di lì finalmente, andò costeggiando l'assito, fin che un
|
|
mucchietto di capanne appoggiate a quello, lo costrinse a voltare. Andò
|
|
allora lungo le capanne, con la mira di riguadagnar l'assito, d'andar
|
|
fino alla fine di quello, e scoprir paese nuovo. Ora, mentre guardava
|
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innanzi, per studiar la strada, un'apparizione repentina, passeggiera,
|
|
istantanea, gli ferì lo sguardo, e gli mise l'animo sottosopra. Vide, a
|
|
un cento passi di distanza, passare e perdersi subito tra le baracche
|
|
un cappuccino, un cappuccino che, anche così da lontano e così di
|
|
fuga, aveva tutto l'andare, tutto il fare, tutta la forma del padre
|
|
Cristoforo. Con la smania che potete pensare, corse verso quella parte;
|
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e lì, a girare, a cercare, innanzi, indietro, dentro e fuori, per
|
|
quegli andirivieni, tanto che rivide, con altrettanta gioia, quella
|
|
forma, quel frate medesimo; lo vide poco lontano, che, scostandosi da
|
|
una caldaia, andava, con una scodella in mano, verso una capanna; poi
|
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lo vide sedersi sull'uscio di quella, fare un segno di croce sulla
|
|
scodella che teneva dinanzi; e, guardando intorno, come uno che stia
|
|
sempre all'erta, mettersi a mangiare. Era proprio il padre Cristoforo.
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|
La storia del quale, dal punto che l'abbiam perduto di vista, fino a
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quest'incontro, sarà raccontata in due parole. Non s'era mai mosso da
|
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Rimini, nè aveva pensato a moversene, se non quando la peste scoppiata
|
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in Milano gli offrì occasione di ciò che aveva sempre tanto desiderato,
|
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di dar la sua vita per il prossimo. Pregò, con grand'istanza, d'esserci
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richiamato, per assistere e servire gli appestati. Il conte zio era
|
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morto; e del resto c'era più bisogno d'infermieri che di politici:
|
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sicchè fu esaudito senza difficoltà. Venne subito a Milano; entrò nel
|
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lazzeretto; e c'era da circa tre mesi.
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|
Ma la consolazione di Renzo nel ritrovare il suo buon frate, non fu
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intera neppure un momento: nell'atto stesso d'accertarsi ch'era lui,
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dovette vedere quant'era mutato. Il portamento curvo e stentato; il
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viso scarno e smorto; e in tutto si vedeva una natura esausta, una
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carne rotta e cadente, che s'aiutava e si sorreggeva, ogni momento, con
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uno sforzo dell'animo.
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Andava anche lui fissando lo sguardo nel giovine che veniva verso
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di lui, e che, col gesto, non osando con la voce, cercava di farsi
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distinguere e riconoscere. «Oh padre Cristoforo!» disse poi, quando gli
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fu vicino da poter esser sentito senza alzar la voce.
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«Tu qui!» disse il frate, posando in terra la scodella, e alzandosi da
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sedere.
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«Come sta, padre? come sta?»
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«Meglio di tanti poverini che tu vedi qui,» rispose il frate: e la sua
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voce era fioca, cupa, mutata come tutto il resto. L'occhio soltanto
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era quello di prima, e un non so che più vivo e più splendido; quasi
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la carità, sublimata nell'estremo dell'opera, ed esultante di sentirsi
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vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco più ardente e più puro
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di quello che l'infermità ci andava a poco a poco spegnendo.
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«Ma tu,» proseguiva, «come sei qui? perchè vieni così ad affrontar la
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peste?»
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«L'ho avuta, grazie al ciclo. Vengo... a cercar di... Lucia.»
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«Lucia! è qui Lucia?»
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«È qui: almeno spero in Dio che ci sia ancora.»
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«È tua moglie?»
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«Oh caro padre! no che non è mia moglie. Non sa nulla di tutto quello
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che è accaduto?»
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«No, figliuolo: da che Dio m'ha allontanato da voi altri, io non n'ho
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saputo più nulla; ma ora ch'Egli mi ti manda, dico la verità che
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desidero molto di saperne. Ma... e il bando?»
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«Le sa dunque, le cose che m'hanno fatto?»
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«Ma tu, che avevi fatto?»
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«Senta; se volessi dire d'aver avuto giudizio, quel giorno in Milano,
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direi una bugia; ma cattive azioni non n'ho fatte punto.»
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«Te lo credo, e lo credevo anche prima.»
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«Ora dunque le potrò dir tutto.»
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«Aspetta,» disse il frate; e andato alcuni passi fuor della capanna,
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chiamò: «padre Vittore!» Dopo qualche momento, comparve un giovine
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cappuccino, al quale disse: «fatemi la carità, padre Vittore, di
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guardare anche per me, a questi nostri poverini, intanto ch'io me
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ne sto ritirato; e se alcuno però mi volesse, chiamatemi. Quel tale
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principalmente! se mai desse il più piccolo segno di tornare in sè,
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avvisatemi subito, per carità.»
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«Non dubitate,» rispose il giovine; e il vecchio, tornato verso Renzo,
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«entriamo qui,» gli disse. Ma...» soggiunse subito, fermandosi, «tu mi
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pari ben rifinito: devi aver bisogno di mangiare.»
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«È vero,» disse Renzo: «ora che lei mi ci fa pensare, mi ricordo che
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sono ancora digiuno.»
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«Aspetta,» disse il frate; e, presa un'altra scodella, l'andò a empire
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alla caldaia: tornato, la diede, con un cucchiaio, a Renzo; lo fece
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sedere sur un saccone che gli serviva di letto; poi andò a una botte
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ch'era in un canto, e ne spillò un bicchier di vino, che mise sur un
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tavolino, davanti al suo convitato; riprese quindi la sua scodella, e
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si mise a sedere accanto a lui.
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«Oh padre Cristoforo» disse Renzo: «tocca a lei a far codeste cose? Ma
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già lei è sempre quel medesimo. La ringrazio proprio di cuore.»
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«Non ringraziar me,» disse il frate: «è roba de' poveri; ma anche tu
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sei un povero, in questo momento. Ora dimmi quello che non so, dimmi di
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quella nostra poverina; e cerca di spicciarti; chè c'è poco tempo, e
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molto da fare, come tu vedi.»
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Renzo principiò, tra una cucchiaiata e l'altra, la storia di Lucia:
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com'era stata ricoverata nel monastero di Monza, come rapita...
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All'immagine di tali patimenti e di tali pericoli, al pensiero d'essere
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stato lui quello che aveva indirizzata in quel luogo la povera
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innocente, il buon frate rimase senza fiato; ma lo riprese subito,
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sentendo com'era stata mirabilmente liberata, resa alla madre, e
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allogata da questa presso a donna Prassede.
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«Ora le racconterò di me,» prosegui Renzo; e raccontò in succinto la
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giornata di Milano, la fuga; e come era sempre stato lontano da casa,
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e ora, essendo ogni cosa sottosopra, s'era arrischiato d'andarci; come
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non ci aveva trovato Agnese; come in Milano aveva saputo che Lucia era
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al lazzeretto. «E son qui,» concluse, «son qui a cercarla, a veder se è
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viva, e se... mi vuole ancora... perchè... alle volte...»
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«Ma,» domandò il frate, «hai qualche indizio dove sia stata messa,
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quando ci sia venuta?»
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«Niente, caro padre; niente se non che è qui, se pur la c'è che Dio
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voglia!»
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«Oh poverino! ma che ricerche hai tu finora fatte qui?»
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«Ho girato e rigirato; ma, tra l'altre cose, non ho mai visto quasi
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altro che uomini. Ho ben pensato che le donne devono essere in un luogo
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a parte, ma non ci sono mai potuto arrivare: se è così, ora lei me
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l'insegnerà.»
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«Non sai, figliuolo, che è proibito d'entrarci agli uomini che non ci
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abbiano qualche incombenza?»
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«Ebbene, cosa mi può accadere?»
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«La regola è giusta e santa, figliuolo caro; e se la quantità e la
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gravezza de' guai non lascia che si possa farla osservar con tutto il
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rigore, è una ragione questa perchè un galantuomo la trasgredisca?»
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«Ma, padre Cristoforo!» disse Renzo: «Lucia doveva esser mia moglie;
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lei sa come siamo stati separati; son venti mesi che patisco, e ho
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pazienza; son venuto fin qui, a rischio di tante cose, l'una peggio
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dell'altra, e ora...»
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«Non so cosa dire,» riprese il frate, rispondendo piuttosto a' suoi
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pensieri che alle parole del giovine: «tu vai con buona intenzione;
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e piacesse a Dio che tutti quelli che hanno libero l'accesso in quel
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luogo, ci si comportassero come posso fidarmi che farai tu. Dio, il
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quale certamente benedice questa tua perseveranza d'affetto, questa tua
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fedeltà in volere e in cercare colei ch'Egli t'aveva data; Dio, che
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è più rigoroso degli uomini, ma più indulgente, non vorrà guardare a
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quel che ci possa essere d'irregolare in codesto tuo modo di cercarla.
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Ricordati solo, che, della tua condotta in quel luogo, avremo a render
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conto tutt'e due; agli uomini facilmente no, ma a Dio senza dubbio.
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Vien qui.» In così dire, s'alzò, e nel medesimo tempo anche Renzo;
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il quale, non lasciando di dar retta alle sue parole, s'era intanto
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consigliato tra sè di non parlare, come s'era proposto prima, di quella
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tal promessa di Lucia.--Se sente anche questo,--aveva pensato,--mi fa
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dell'altre difficoltà sicuro. O la trovo; e saremo sempre a tempo a
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discorrerne; o... e allora! che serve?--
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Tiratolo sull'uscio della capanna, ch'era a settentrione, il frate
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riprese: «Senti; il nostro padre Felice, che è il presidente qui del
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lazzeretto, conduce oggi a far la quarantina altrove i pochi guariti
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che ci sono. Tu vedi quella chiesa lì nel mezzo....» e, alzando la mano
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scarna e tremolante, indicava a sinistra nell'aria torbida la cupola
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della cappella, che torreggiava sopra le miserabili tende; e proseguì:
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«là intorno si vanno ora radunando, per uscire in processione dalla
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porta per la quale tu devi essere entrato.»
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«Ah! era per questo dunque, che lavoravano a sbrattare la strada.»
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«Per l'appunto: e tu devi anche aver sentito qualche tocco di quella
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campana.»
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«N'ho sentito uno.»
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«Era il secondo: al terzo saran tutti radunati: il padre Felice farà
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loro un piccolo discorso; e poi s'avvierà con loro. Tu, a quel tocco,
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portati là; cerca di metterti dietro quella gente, da una parte della
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strada, dove, senza disturbare, nè dar nell'occhio, tu possa vederli
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passare; e vedi... vedi... se la ci fosse. Se Dio non ha voluto
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che la ci sia; quella parte,» e alzò di nuovo la mano, accennando
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il lato dell'edifizio che avevan dirimpetto: «quella parte della
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fabbrica, e una parte del terreno che è lì davanti, è assegnata alle
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donne. Vedrai uno stecconato che divide questo da quel quartiere,
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ma in certi luoghi interrotto, in altri aperto, sicchè non troverai
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difficoltà per entrare. Dentro poi, non facendo tu nulla che dia
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ombra a nessuno, nessuno probabilmente non dirà nulla a te. Se però
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ti si facesse qualche ostacolo, dì che il padre Cristoforo da *** ti
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conosce, e renderà conto di te. Cercala lì; cercala con fiducia e...
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|
con rassegnazione. Perchè, ricordati che non è poco ciò che tu sei
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venuto a cercar qui: tu chiedi una persona viva al lazzeretto! Sai tu
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quante volte io ho veduto rinnovarsi questo mio povero popolo! quanti
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ne ho veduti portar via! quanti pochi uscire!... Va preparato a fare un
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sacrifizio...»
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«Già; intendo anch'io,» interruppe Renzo stravolgendo gli occhi, e
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cambiandosi tutto in viso; «intendo! Vo: guarderò, cercherò, in un
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|
luogo, nell'altro, e poi ancora, per tutto il lazzeretto, in lungo e in
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largo... e se non la trovo!...»
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«Se non la trovi?» disse il frate, con un'aria di serietà e
|
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d'aspettativa, e con uno sguardo che ammoniva.
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|
Ma Renzo, a cui la rabbia riaccesa dall'idea di quel dubbio aveva fatto
|
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perdere il lume degli occhi, ripetè e seguitò: «se non la trovo, vedrò
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|
di trovare qualchedun altro. O in Milano, o nel suo scellerato palazzo,
|
|
o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante che
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ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe
|
|
mia, da venti mesi; e se eravamo destinati a morire, almeno saremmo
|
|
morti insieme. Se c'è ancora colui, lo troverò....»
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«Renzo!» disse il frate, afferrandolo per un braccio, e guardandolo
|
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ancor più severamente.
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«E se lo trovo,» continuò Renzo, cieco affatto dalla collera,
|
|
«se la peste non ha già fatto giustizia..... Non è più il tempo
|
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che un poltrone, co' suoi bravi d'intorno, possa metter la gente
|
|
alla disperazione, e ridersene: è venuto un tempo che gli uomini
|
|
s'incontrino a viso a viso: e.... la farò io la giustizia!»
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«Sciagurato!» gridò il padre Cristoforo, con una voce che aveva ripresa
|
|
tutta l'antica pienezza e sonorità: «sciagurato!» e la sua testa
|
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cadente sul petto s'era sollevata; le gote si colorivano dell'antica
|
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vita; e il fuoco degli occhi aveva un non so che di terribile.
|
|
«Guarda, sciagurato!» E mentre con una mano stringeva e scoteva forte
|
|
il braccio di Renzo, girava l'altra davanti a sè, accennando quanto
|
|
più poteva della dolorosa scena all'intorno. «Guarda chi è Colui che
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gastiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che
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perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai,
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|
tu, quale sia la giustizia! Va, sciagurato, vattene! Io, speravo....
|
|
si, ho sperato che, prima della mia morte, Dio m'avrebbe data questa
|
|
consolazione di sentir che la mia povera Lucia fosse viva, forse di
|
|
vederla, e di sentirmi prometter da lei che rivolgerebbe una preghiera
|
|
là verso quella fossa dov'io sarò. Va, tu m'hai levata la mia speranza.
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|
Dio non l'ha lasciata in terra per te; e tu, certo, non hai l'ardire di
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|
crederti degno che Dio pensi a consolarti. Avrà pensato a lei, perchè
|
|
lei è una di quell'anime a cui son riservate le consolazioni eterne.
|
|
Va! non ho più tempo di darti retta.»
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|
E così dicendo, rigettò da sè il braccio di Renzo, e si mosse verso una
|
|
capanna d'infermi.
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«Ah padre!» disse Renzo, andandogli dietro in atto supplichevole: «mi
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vuol mandar via in questa maniera?»
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«Come!» riprese, con voce non meno severa, il cappuccino. «Ardiresti
|
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tu di pretendere ch'io rubassi il tempo a questi afflitti, i quali
|
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aspettano ch'io parli loro del perdono di Dio, per ascoltar le tue voci
|
|
di rabbia, i tuoi proponimenti di vendetta? T'ho ascoltato quando tu
|
|
chiedevi consolazione e aiuto; ho lasciata la carità per la carità;
|
|
ma ora tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me? vattene. Ne
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|
ho visti morire qui degli offesi che perdonavano; degli offensori che
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|
gemevano di non potersi umiliare davanti all'offeso: ho pianto con gli
|
|
uni e con gli altri; ma con te che ho da fare?»
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«Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre!» esclamò
|
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il giovine.
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|
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|
«Renzo!» disse, con una serietà più tranquilla, il frate: «pensaci; e
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|
dimmi un poco quante volte gli hai perdonato.»
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E, stato alquanto senza ricever risposta, tutt'a un tratto abbassò
|
|
il capo, e, con voce cupa e lenta, riprese: «tu sai perchè io porto
|
|
quest'abito.»
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|
Renzo esitava.
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|
«Tu lo sai!» riprese il vecchio.
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«Lo so,» rispose Renzo.
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«Ho odiato anch'io: io, che t'ho ripreso per un pensiero, per una
|
|
parola, l'uomo ch'io odiavo cordialmente, che odiavo da gran tempo, io
|
|
l'ho ucciso.»
|
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«Sì, ma un prepotente, uno di quelli....»
|
|
|
|
«Zitto!» interruppe il frate: «credi tu che, se ci fosse una buona
|
|
ragione, io non l'avrei trovata in trent'anni? Ah! s'io potessi ora
|
|
metterti in cuore il sentimento che dopo ho avuto sempre, e che ho
|
|
ancora, per l'uomo ch'io odiavo! S'io potessi! io? ma Dio lo può: Egli
|
|
lo faccia!.... Senti, Renzo: Egli ti vuol più bene di quel che te ne
|
|
vuoi tu: tu hai potuto macchinar la vendetta; ma Egli ha abbastanza
|
|
forza e abbastanza misericordia per impedirtela: ti fa una grazia di
|
|
cui qualchedun altro era troppo indegno. Tu sai, tu l'hai detto tante
|
|
volte, ch'Egli può fermar la mano d'un prepotente; ma sappi che può
|
|
anche fermar quella d'un vendicativo. E perchè sei povero, perchè sei
|
|
offeso, credi tu ch'Egli non possa difendere contro di te un uomo che
|
|
ha creato a sua immagine? Credi tu ch'Egli ti lascerebbe fare tutto
|
|
quello che vuoi? No! ma sai tu cosa puoi fare? Puoi odiare, e perderti;
|
|
puoi, con un tuo sentimento, allontanar da te ogni benedizione. Perchè,
|
|
in qualunque maniera t'andassero le cose, qualunque fortuna tu avessi,
|
|
tien per certo che tutto sarà gastigo, finchè tu non abbia perdonato in
|
|
maniera da non poter mai più dire: io gli perdono.»
|
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|
|
«Sì, sì,» disse Renzo, tutto commosso, e tutto confuso: «capisco che
|
|
non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho parlato da bestia,
|
|
e non da cristiano: e ora, con la grazia del Signore, sì, gli perdono
|
|
proprio di cuore.»
|
|
|
|
«E se tu lo vedessi?»
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|
|
«Pregherei il Signore di dar pazienza a me, e di toccare il cuore a
|
|
lui.»
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|
|
«Ti ricorderesti che il Signore non ci ha detto di perdonare a' nostri
|
|
nemici, ci ha detto d'amarli? Ti ricorderesti ch'Egli lo ha amato a
|
|
segno di morir per lui?»
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|
|
|
«Sì, col suo aiuto.»
|
|
|
|
«Ebbene, vieni con me. Hai detto: lo troverò; lo troverai. Vieni, e
|
|
vedrai con chi tu potevi tener odio, a chi potevi desiderar del male,
|
|
volergliene fare, sopra che vita tu volevi far da padrone.»
|
|
|
|
E, presa la mano di Renzo, e strettala come avrebbe potuto fare un
|
|
giovine sano, si mosse. Quello, senza osar di domandar altro, gli andò
|
|
dietro.
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|
|
|
Dopo pochi passi, il frate si fermò vicino all'apertura d'una capanna,
|
|
fissò gli occhi in viso a Renzo, con un misto di gravità e di
|
|
tenerezza; e lo condusse dentro.
|
|
|
|
La prima cosa che si vedeva, nell'entrare, era un infermo seduto sulla
|
|
paglia nel fondo; un infermo però non aggravato, e che anzi poteva
|
|
parer vicino alla convalescenza; il quale, visto il padre, tentennò
|
|
la testa, come accennando di no: il padre abbassò la sua, con un atto
|
|
di tristezza e di rassegnazione. Renzo intanto, girando, con una
|
|
curiosità inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, vide tre o quattro
|
|
infermi, ne distinse uno da una parte sur una materassa, involtato in
|
|
un lenzolo, con una cappa signorile indosso, a guisa di coperta: lo
|
|
fissò, riconobbe don Rodrigo, e fece un passo indietro; ma il frate,
|
|
facendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui lo teneva, lo
|
|
tirò appiè del covile, e, stesavi sopra l'altra mano, accennava col
|
|
dito l'uomo che vi giaceva.
|
|
|
|
Stava l'infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo;
|
|
pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra:
|
|
l'avreste detto il viso d'un cadavere, se una contrazione violenta
|
|
non avesse reso testimonio d'una vita tenace. Il petto si sollevava
|
|
di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della
|
|
cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita,
|
|
livide tutte, e sulla punta nere.
|
|
|
|
«Tu vedi!» disse il frate, con voce bassa e grave. «Può esser
|
|
gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora
|
|
per quest'uomo che t'ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che
|
|
tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei
|
|
benedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza dar segno
|
|
di sentimento. Forse il Signore è pronto a concedergli un'ora di
|
|
ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne
|
|
lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola
|
|
preghiera, alla preghiera d'un cuore afflitto e rassegnato. Forse la
|
|
salvezza di quest'uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento
|
|
di perdono, di compassione... d'amore!»
|
|
|
|
[Illustrazione: Stava l'infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza
|
|
sguardo.... (pag. 528)]
|
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|
|
Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò: Renzo
|
|
fece lo stesso.
|
|
|
|
Erano da pochi momenti in quella positura, quando scoccò la campana.
|
|
Si mossero tutt'e due, come di concerto; e uscirono. Nè l'uno fece
|
|
domande, nè l'altro proteste: i loro visi parlavano.
|
|
|
|
«Va ora,» riprese il frate, «va preparato, sia a ricevere una grazia,
|
|
sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, qualunque sia l'esito delle tue
|
|
ricerche. E qualunque sia, vieni a darmene notizia; noi lo loderemo
|
|
insieme.»
|
|
|
|
Qui, senza dir altro, si separarono; uno tornò dond'era venuto; l'altro
|
|
s'avviò alla cappella, che non era lontana più d'un cento passi.
|
|
|
|
|
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|
CAPITOLO XXXVI.
|
|
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|
|
Chi avrebbe mai detto a Renzo, qualche ora prima, che, nel forte d'una
|
|
tal ricerca, al cominciar de' momenti più dubbiosi e più decisivi,
|
|
il suo cuore sarebbe stato diviso tra Lucia e don Rodrigo? Eppure
|
|
era così: quella figura veniva a mischiarsi con tutte l'immagini
|
|
care o terribili che la speranza o il timore gli mettevan davanti a
|
|
vicenda, in quel tragitto; le parole sentite appiè di quel covile, si
|
|
cacciavano tra i sì e i no, ond'era combattuta la sua mente; e non
|
|
poteva terminare una preghiera per l'esito felice del gran cimento,
|
|
senza attaccarci quella che aveva principiata là, e che lo scocco della
|
|
campana aveva troncata.
|
|
|
|
La cappella ottangolare che sorge, elevata d'alcuni scalini, nel
|
|
mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva, aperta da
|
|
tutti i lati, senz'altro sostegno che di pilastri e di colonne, una
|
|
fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata un arco tra due
|
|
intercolunni; dentro girava un portico intorno a quella che si direbbe
|
|
più propriamente chiesa, non composta che d'otto archi, rispondenti a
|
|
quelli delle facciate, con sopra una cupola; di maniera che l'altare
|
|
eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze
|
|
del recinto, e quasi da ogni punto del campo. Ora, convertito
|
|
l'edifizio a tutt'altr'uso, i vani delle facciate son murati; ma
|
|
l'antica ossatura, rimasta intatta, indica chiaramente l'antico stato,
|
|
e l'antica destinazione di quello.
|
|
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|
Renzo s'era appena avviato, che vide il padre Felice comparire nel
|
|
portico della cappella, e affacciarsi sull'arco di mezzo del lato che
|
|
guarda verso la città; davanti al quale era radunata la comitiva, al
|
|
piano, nella strada di mezzo; e subito dal suo contegno s'accorse che
|
|
aveva cominciata la predica.
|
|
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|
Girò per quelle viottole, per arrivare alla coda dell'uditorio, come
|
|
gli era stato suggerito. Arrivatoci, si fermò cheto cheto, lo scorse
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tutto con lo sguardo; ma non vedeva di là altro che un folto, direi
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quasi un selciato di teste. Nel mezzo, ce n'era un certo numero coperte
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di fazzoletti, o di veli: in quella parte ficcò più attentamente gli
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occhi; ma, non arrivando a scoprirci dentro nulla di più, gli alzò
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anche lui dove tutti tenevan fissi i loro. Rimase tocco e compunto
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dalla venerabil figura del predicatore; e, con quel che gli poteva
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restar d'attenzione in un tal momento d'aspettativa, sentì questa parte
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del solenne ragionamento.
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«Diamo un pensiero ai mille e mille che sono usciti di là;» e, col
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dito alzato sopra la spalla, accennava dietro sè la porta che mette
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al cimitero detto di san Gregorio, il quale allora era tutto, si può
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dire, una gran fossa: «diamo intorno un'occhiata ai mille e mille che
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rimangon qui, troppo incerti di dove sian per uscire; diamo un'occhiata
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a noi, così pochi, che n'usciamo a salvamento. Benedetto il Signore!
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Benedetto nella giustizia, benedetto nella misericordia! benedetto
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nella morte, benedetto nella salute! benedetto in questa scelta che
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ha voluto far di noi! Oh! perchè l'ha voluto, figliuoli, se non per
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serbarsi un piccol popolo corretto dall'afflizione, e infervorato dalla
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gratitudine? se non a fine che, sentendo ora più vivamente, che la vita
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è un suo dono, ne facciamo quella stima che merita una cosa data da
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Lui, l'impieghiamo nell'opere che si possono offrire a Lui? se non a
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fine che la memoria de' nostri patimenti ci renda compassionevoli e
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soccorrevoli ai nostri prossimi? Questi intanto, in compagnia de' quali
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abbiamo penato, sperato, temuto; tra i quali lasciamo degli amici,
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de' congiunti; e che tutti son poi finalmente nostri fratelli; quelli
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tra questi, che ci vedranno passare in mezzo a loro, mentre forse
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riceveranno qualche sollievo nel pensare che qualcheduno esce pur salvo
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di qui, ricevano edificazione dal nostro contegno. Dio non voglia che
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possano vedere in noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d'avere
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scansata quella morte, con la quale essi stanno ancor dibattendosi.
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Vedano che partiamo ringraziando per noi, e pregando per loro; e possan
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dire: anche fuor di qui, questi si ricorderanno di noi, continueranno a
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pregare per noi meschini. Cominciamo da questo viaggio, da' primi passi
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che siam per fare, una vita tutta di carità. Quelli che sono tornati
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nell'antico vigore, diano un braccio fraterno ai fiacchi; giovani,
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sostenete i vecchi; voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete,
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intorno a voi, quanti figliuoli rimasti senza padre! siatelo per loro!
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E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri
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dolori.»
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Qui un sordo mormorío di gemiti, un singhiozzío che andava crescendo
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nell'adunanza, fu sospeso a un tratto, nel vedere il predicatore
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mettersi una corda al collo, e buttarsi in ginocchio: e si stava in
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gran silenzio, aspettando quel che fosse per dire.
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«Per me,» disse, «e per tutti i miei compagni, che, senza alcun nostro
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merito, siamo stati scelti all'alto privilegio di servir Cristo in voi;
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io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo degnamente adempito un sì
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gran ministero. Se la pigrizia, se l'indocilità della carne ci ha resi
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meno attenti alle vostre necessità, men pronti alle vostre chiamate; se
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un'ingiusta impazienza, se un colpevol tedio ci ha fatti qualche volta
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comparirvi davanti con un volto annoiato e severo; se qualche volta
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il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portati a
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non trattarvi con tutta quell'umiltà che si conveniva, se la nostra
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fragilità ci ha fatti trascorrere a qualche azione che vi sia stata di
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scandolo; perdonateci! Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito, e vi
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benedica.» E, fatto sull'udienza un gran segno di croce, s'alzò.
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Noi abbiam potuto riferire, se non le precise parole, il senso almeno,
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il tema di quelle che proferì davvero; ma la maniera con cui furon
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dette non è cosa da potersi descrivere. Era la maniera d'un uomo che
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chiamava privilegio quello di servir gli appestati, perchè lo teneva
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per tale; che confessava di non averci degnamente corrisposto, perchè
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sentiva di non averci corrisposto degnamente; che chiedeva perdono,
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perchè era persuaso d'averne bisogno. Ma la gente che s'era veduti
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d'intorno que' cappuccini non occupati d'altro che di servirla, e
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tanti n'aveva veduti morire, e quello che parlava per tutti, sempre
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il primo alla fatica, come nell'autorità, se non quando s'era trovato
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anche lui in fin di morte; pensate con che singhiozzi, con che lacrime
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rispose a tali parole. Il mirabil frate prese poi una gran croce ch'era
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appoggiata a un pilastro, se la inalberò davanti, lasciò sull'orlo del
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portico esteriore i sandali, scese gli scalini, e, tra la folla che gli
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fece rispettosamente largo, s'avviò per mettersi alla testa di essa.
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Renzo, tutto lacrimoso, nè più nè meno che se fosse stato uno di quelli
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a cui era chiesto quel singolare perdono, si ritirò anche lui, e andò
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a mettersi di fianco a una capanna; e stette lì aspettando, mezzo
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nascosto, con la persona indietro e la testa avanti, con gli occhi
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spalancati, con una gran palpitazion di cuore, ma insieme con una certa
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nuova e particolare fiducia, nata, cred'io, dalla tenerezza che gli
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aveva ispirata la predica, e lo spettacolo della tenerezza generale.
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Ed ecco arrivare il padre Felice, scalzo, con quella corda al collo,
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con quella lunga e pesante croce alzata; pallido e scarno il viso, un
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viso che spirava compunzione insieme e coraggio; a passo lento, ma
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risoluto, come di chi pensa soltanto a risparmiare l'altrui debolezza;
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e in tutto come un uomo a cui un di più di fatiche e di disagi desse
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la forza di sostenere i tanti necessari e inseparabili da quel suo
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incarico. Subito dopo lui, venivano i fanciulli più grandini, scalzi
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una gran parte, ben pochi interamente vestiti, chi affatto in camicia.
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Venivan poi le donne, tenendo quasi tutte per la mano una bambina, e
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cantando alternativamente il _Miserere_; e il suono fiacco di quelle
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voci, il pallore e la languidezza di que' visi eran cose da occupar
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tutto di compassione l'animo di chiunque si fosse trovato lì come
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semplice spettatore. Ma Renzo guardava, esaminava, di fila in fila,
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di viso in viso, senza passarne uno; chè la processione andava tanto
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adagio, da dargliene tutto il comodo. Passa e passa; guarda e guarda;
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sempre inutilmente: dava qualche occhiata di corsa alle file che
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rimanevano ancora indietro: sono ormai poche; siamo all'ultima; son
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passate tutte; furon tutti visi sconosciuti. Con le braccia ciondoloni,
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e con la testa piegata sur una spalla, accompagnò con l'occhio quella
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schiera, mentre gli passava davanti quella degli uomini. Una nuova
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attenzione, una nuova speranza gli nacque nel veder, dopo questi,
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comparire alcuni carri, su cui erano i convalescenti che non erano
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ancora in istato di camminare. Lì le donne venivan l'ultime; e il treno
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andava così adagio, che Renzo potè ugualmente esaminarle tutte, senza
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che gliene sfuggisse una. Ma che? esamina il primo carro, il secondo,
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il terzo, e via discorrendo, sempre con la stessa riuscita, fino a uno,
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dietro al quale non veniva più che un altro cappuccino, con un aspetto
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serio, e con un bastone in mano, come regolatore della comitiva. Era
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quel padre Michele che abbiam detto essere stato dato per compagno nel
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governo al padre Felice.
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Così svanì affatto quella cara speranza; e, andandosene, non solo
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portò via il conforto che aveva recato, ma, come accade le più volte,
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lasciò l'uomo in peggiore stato di prima. Ormai quel che ci poteva
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esser di meglio, era di trovar Lucia ammalata. Pure, all'ardore
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d'una speranza presente sottentrando quello del timore cresciuto,
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il poverino s'attaccò con tutte le forze dell'animo a quel tristo e
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debole filo; entrò nella corsia, e s'incamminò da quella parte di
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dove era venuta la processione. Quando fu appiè della cappella, andò
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a inginocchiarsi sull'ultimo scalino; e lì fece a Dio una preghiera,
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o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi
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interrotte, d'esclamazioni, d'istanze, di lamenti, di promesse: uno di
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que' discorsi che non si fanno agli uomini, perchè non hanno abbastanza
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penetrazione per intenderli, nè pazienza per ascoltarli; non son grandi
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abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo.
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S'alzò alquanto più rincorato; girò intorno alla cappella; si trovò
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nell'altra corsia che non aveva ancora veduta, e che riusciva all'altra
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porta; dopo pochi passi, vide lo stecconato di cui gli aveva parlato
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il frate, ma interrotto qua e là, appunto come questo aveva detto;
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entrò per una di quelle aperture, e si trovò nel quartiere delle donne.
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Quasi al primo passo che fece, vide in terra un campanello, di quelli
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che i monatti portavano a un piede; gli venne in mente che un tale
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strumento avrebbe potuto servirgli come di passaporto là dentro; lo
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prese, guardò se nessuno lo guardava, e se lo legò come usavan quelli.
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E si mise subito alla ricerca, a quella ricerca, che, per la quantità
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sola degli oggetti sarebbe stata fieramente gravosa, quand'anche gli
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oggetti fossero stati tutt'altri; cominciò a scorrer con l'occhio, anzi
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a contemplar nuove miserie, così simili in parte alle già vedute, in
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parte così diverse: chè, sotto la stessa calamità, era qui un altro
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patire, per dir così, un altro languire, un altro lamentarsi, un altro
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sopportare, un altro compatirsi e soccorrersi a vicenda; era, in chi
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guardasse, un'altra pietà e un altro ribrezzo.
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Aveva già fatto non so quanta strada, senza frutto e senza accidenti;
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quando si sentì dietro le spalle un «oh!» una chiamata, che pareva
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diretta a lui. Si voltò e vide, a una certa distanza, un commissario,
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che alzò una mano, accennando proprio a lui, e gridando: «là nelle
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stanze, chè c'è bisogno d'aiuto: qui s'è finito ora di sbrattare.»
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Renzo s'avvide subito per chi veniva preso, e che il campanello era la
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cagione dell'equivoco; si diede della bestia d'aver pensato solamente
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agl'impicci che quell'insegna gli poteva scansare, e non a quelli che
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gli poteva tirare addosso; ma pensò nello stesso tempo alla maniera di
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sbrigarsi subito da colui. Gli fece replicatamente e in fretta un cenno
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col capo, come per dire che aveva inteso, e che ubbidiva; e si levò
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dalla sua vista, cacciandosi da una parte tra le capanne.
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Quando gli parve d'essere abbastanza lontano, pensò anche a liberarsi
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dalla causa dello scandolo; e, per far quell'operazione senz'essere
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osservato, andò a mettersi in un piccolo spazio tra due capanne che si
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voltavan, per dir così, la schiena. Si china per levarsi il campanello,
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e stando così col capo appoggiato alla parete di paglia d'una delle
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capanne, gli vien da quella all'orecchio una voce... Oh cielo! è
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possibile? Tutta la sua anima è in quell'orecchio: la respirazione è
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sospesa... Sì! sì! è quella voce... «Paura di che?» diceva quella voce
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soave: «abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite
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finora, ci custodirà anche adesso.»
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Se Renzo non cacciò un urlo, non fu per timore di farsi scorgere, fu
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perchè non n'ebbe il fiato. Gli mancaron le ginocchia, gli s'appannò
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la vista; ma fu un primo momento; al secondo, era ritto, più desto, più
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vigoroso di prima; in tre salti girò la capanna, fu sull'uscio, vide
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colei che aveva parlato, la vide levata, chinata sopra un lettuccio. Si
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volta essa al rumore; guarda, crede di travedere, di sognare; guarda
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più attenta, e grida: «oh Signor benedetto!»
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«Lucia! v'ho trovata! vi trovo! siete proprio voi! siete viva!» esclamò
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Renzo, avanzandosi, tutto tremante.
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«Oh Signor benedetto!» replicò, ancor più tremante, Lucia: «voi? che
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cosa è questa! in che maniera? perchè? La peste!»
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«L'ho avuta. E voi...?»
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«Ah!.... anch'io. E di mia madre...?»
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«Non l'ho vista, perchè è a Pasturo; credo però che stia bene. Ma
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voi.... come siete ancora pallida! come parete debole! Guarita però,
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siete guarita?»
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«Il Signore m'ha voluto lasciare ancora quaggiù. Ah Renzo! perchè siete
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voi qui?»
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«Perchè?» disse Renzo avvicinandosele sempre più: «mi domandate perchè?
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Perchè ci dovevo venire? Avete bisogno che ve lo dica? Chi ho io a cui
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pensi? Non mi chiamo più Renzo, io? Non siete più Lucia, voi?»
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«Ah cosa dite! cosa dite! Ma non v'ha fatto scrivere mia madre...?»
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«Sì: pur troppo m'ha fatto scrivere. Belle cose da fare scrivere a un
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povero disgraziato, tribolato, ramingo, a un giovine che, dispetti
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almeno, non ve n'aveva mai fatti!»
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«Ma, Renzo! Renzo! giacchè sapevate... perchè venire? perchè?»
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«Perchè venire? Oh Lucia! perchè venire, mi dite? Dopo tante promesse!
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Non siam più noi? Non vi ricordate più? Che cosa ci mancava?»
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«Oh Signore!» esclamò dolorosamente Lucia, giungendo le mani, e alzando
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gli occhi al cielo: «perchè non m'avete fatta la grazia di tirarmi
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a Voi...! Oh Renzo! cos'avete mai fatto? Ecco; cominciavo a sperare
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che... col tempo... mi sarei dimenticata...»
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«Bella speranza! belle cose da dirmele proprio sul viso!»
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«Ah, cos'avete fatto! E in questo luogo! tra queste miserie, tra questi
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spettacoli! qui dove non si fa altro che morire, avete potuto...!»
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«Quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro, e sperare che
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anderanno in un buon luogo; ma non è giusto, nè anche per questo, che
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quelli che vivono abbiano a viver disperati....»
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«Ma, Renzo! Renzo! voi non pensate a quel che dite. Una promessa alla
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Madonna!... Un voto!»
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«E io vi dico che son promesse che non contan nulla.»
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«Oh Signore! Cosa dite? Dove siete stato in questo tempo? Con chi avete
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trattato? Come parlate?»
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«Parlo da buon cristiano; e della Madonna penso meglio io che voi;
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perchè credo che non vuol promesse in danno del prossimo. Se la Madonna
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avesse parlato, oh, allora! Ma cos'è stato? una vostra idea. Sapete
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cosa dovete promettere alla Madonna? Promettetele che la prima figlia
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che avremo, le metteremo nome Maria: chè questo son qui anch'io a
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prometterlo: queste son cose che fanno ben più onore alla Madonna:
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queste son divozioni che hanno più costrutto, e non portan danno a
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nessuno.»
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«No no; non dite così: non sapete quello che vi dite: non lo sapete voi
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cosa sia fare un voto: non ci siete stato voi in quel caso: non avete
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provato. Andate, andate, per amor del cielo!»
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E si scostò impetuosamente da lui, tornando verso il lettuccio.
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«Lucia!» disse Renzo, senza moversi: «ditemi almeno, ditemi: se non
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fosse questa ragione.... sareste la stessa per me?»
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«Uomo senza cuore!» rispose Lucia, voltandosi, e rattenendo a stento
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le lacrime: «quando m'aveste fatte dir delle parole inutili, delle
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parole che mi farebbero male, delle parole che sarebbero forse peccati,
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sareste contento? Andate, oh andate! dimenticatevi di me: si vede che
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non eravamo destinati! Ci rivedremo lassù: già non ci si deve star
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molto in questo mondo. Andate; cercate di far sapere a mia madre che
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son guarita, che anche qui Dio m'ha sempre assistita, che ho trovato
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un'anima buona, questa brava donna, che mi fa da madre; ditele che
|
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spero che lei sarà preservata da questo male, e che ci rivedremo quando
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Dio vorrà, e come vorrà.... Andate, per amor del cielo, e non pensate a
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me.... se non quando pregherete il Signore.»
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E, come chi non ha più altro da dire, nè vuol sentir altro, come chi
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vuol sottrarsi a un pericolo, si ritirò ancor più vicino al lettuccio,
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dov'era la donna di cui aveva parlato.
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«Sentite, Lucia, sentite!» disse Renzo, senza però accostarsele di più.
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«No, no; andate per carità!»
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«Sentite: il padre Cristoforo....»
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«Che?»
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«È qui.»
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«Qui? dove? Come lo sapete?»
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«Gli ho parlato poco fa; sono stato un pezzo con lui; e un religioso
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della sua qualità, mi pare....»
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«È qui! per assistere i poveri appestati, sicuro. Ma lui? l'ha avuta la
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peste?»
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«Ah Lucia! ho paura, ho paura pur troppo...» e mentre Renzo esitava
|
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così a proferir la parola dolorosa per lui, e che doveva esserlo tanto
|
|
a Lucia, questa s'era staccata di nuovo dal lettuccio, e si ravvicinava
|
|
a lui: «ho paura che l'abbia adesso!»
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«Oh povero sant'uomo! Ma cosa dico, pover'uomo? Poveri noi! Com'è? è a
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letto? è assistito?»
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«È levato, gira, assiste gli altri; ma se lo vedeste, che colore che
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ha, come si regge! Se n'è visti tanti e tanti, che pur troppo... non si
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sbaglia!»
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«Oh poveri noi! E è proprio qui!»
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«Qui, e poco lontano; poco più che da casa vostra a casa mia.... se vi
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ricordate....!»
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«Oh Vergine santissima!»
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«Bene, poco più. E pensate se abbiam parlato di voi! M'ha detto delle
|
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cose... E se sapeste cosa m'ha fatto vedere! Sentirete; ma ora voglio
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cominciare a dirvi quel che m'ha detto prima, lui, con la sua propria
|
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bocca. M'ha detto che facevo bene a venirvi a cercare, e che al Signore
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gli piace che un giovine tratti così, e m'avrebbe aiutato a far che vi
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trovassi; come è proprio stato la verità: ma già è un santo. Sicchè,
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vedete!»
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«Ma, se ha parlato così, è perchè lui non sa....»
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|
|
«Che volete che sappia lui delle cose che avete fatte voi di vostra
|
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testa, senza regola e senza il parere di nessuno? Un brav'uomo, un
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uomo di giudizio, come è lui, non va a pensar cose di questa sorte. Ma
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quel che m'ha fatto vedere!» E qui raccontò la visita fatta a quella
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capanna: Lucia, quantunque i suoi sensi e il suo animo, avessero, in
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quel soggiorno, dovuto avvezzarsi alle più forti impressioni, stava
|
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tutta compresa d'orrore e di compassione.
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«E anche lì,» proseguì Renzo, «ha parlato da santo: ha detto che il
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Signore forse ha destinato di far la grazia a quel meschino.... (ora
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non potrei proprio dargli un altro nome)... che aspetta di prenderlo in
|
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un buon punto; ma vuole che noi preghiamo insieme per lui.... Insieme!
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avete inteso?»
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«Sì, sì; lo pregheremo, ognuno dove il Signore ci terrà: le orazioni le
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sa mettere insieme Lui.»
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«Ma se vi dico le sue parole....!»
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«Ma Renzo, lui non sa...»
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«Ma non capite che, quando è un santo che parla, è il Signore che lo fa
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parlare? e che non avrebbe parlato così, se non dovesse esser proprio
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così.... E l'anima di quel poverino? Io ho bensì pregato, e pregherò
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per lui: di cuore ho pregato, proprio come se fosse stato per un mio
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fratello. Ma come volete che stia nel mondo di là, il poverino, se di
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qua non s'accomoda questa cosa, se non è disfatto il male che ha fatto
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lui? Che se voi intendete la ragione, allora tutto è come prima: quel
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che è stato è stato: lui ha fatto la sua penitenza di qua....»
|
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«No, Renzo, no. Il Signore non vuole che facciamo del male, per far Lui
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misericordia. Lasciate fare a Lui, per questo: noi, il nostro dovere
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è di pregarlo. S'io fossi morta quella notte, non gli avrebbe dunque
|
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potuto perdonare? E se non son morta, se sono stata liberata...»
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«E vostra madre, quella povera Agnese, che m'ha sempre voluto tanto
|
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bene, e che si struggeva tanto di vederci marito e moglie, non ve l'ha
|
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detto anche lei che l'è un'idea storta? Lei, che v'ha fatto intender la
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ragione anche dell'altre volte, perchè, in certe cose, pensa più giusto
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di voi....»
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«Mia madre! volete che mia madre mi desse il parere di mancare a un
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voto! Ma, Renzo! non siete in voi.»
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«Oh! volete che ve la dica? Voi altre donne, queste cose non le
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potete sapere. Il padre Cristoforo m'ha detto che tornassi da lui a
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raccontargli se v'avevo trovata. Vo: lo sentiremo: quel che dirà lui...»
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«Sì, sì; andate da quel sant'uomo; ditegli che prego per lui, e che
|
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preghi per me, che n'ho bisogno tanto tanto! Ma, per amor del cielo,
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per l'anima vostra, per l'anima mia, non venite più qui, a farmi del
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male, a... tentarmi. Il padre Cristoforo, lui saprà spiegarvi le cose,
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e farvi tornare in voi; lui vi farà mettere il cuore in pace.»
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«Il cuore in pace! Oh! questo, levatevelo dalla testa. Già me l'avete
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fatta scrivere questa parolaccia; e so io quel che m'ha fatto patire;
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e ora avete anche il cuore di dirmela. E io in vece vi dico chiaro e
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tondo che il cuore in pace non lo metterò mai. Voi volete dimenticarvi
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di me; e io non voglio dimenticarmi di voi. E vi prometto, vedete,
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che, se mi fate perdere il giudizio, non lo racquisto più. Al diavolo
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il mestiere, al diavolo la buona condotta! Volete condannarmi a essere
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arrabbiato per tutta la vita; e da arrabbiato viverò.... E quel
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disgraziato! Lo sa il Signore se gli ho perdonato di cuore; ma voi...
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Volete dunque farmi pensare per tutta la vita che se non era lui...?
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Lucia! avete detto ch'io vi dimentichi: ch'io vi dimentichi! Come devo
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fare? A chi credete ch'io pensassi in tutto questo tempo?... E dopo
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tante cose! dopo tante promesse! Cosa v'ho fatto io, dopo che ci siamo
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lasciati? Perchè ho patito, mi trattate così? perchè ho avuto delle
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disgrazie? perchè la gente del mondo m'ha perseguitato? perchè ho
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passato tanto tempo fuori di casa, tristo, lontano da voi? perchè, al
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primo momento che ho potuto, son venuto a cercarvi?»
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Lucia, quando il pianto le permise di formar parole, esclamò, giungendo
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di nuovo le mani, e alzando al cielo gli occhi pregni di lacrime: «o
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Vergine santissima, aiutatemi voi! Voi sapete che, dopo quella notte,
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un momento come questo non l'ho mai passato. M'avete soccorsa allora;
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soccorretemi anche adesso!»
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«Sì, Lucia; fate bene d'invocar la Madonna; ma perchè volete credere
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che Lei che è tanto buona, la madre delle misericordie, possa aver
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piacere di farci patire.... me almeno.... per una parola scappata in
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un momento che non sapevate quello che vi dicevate? Volete credere
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che v'abbia aiutata allora, per lasciarci imbrogliati dopo?... Se
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poi questa fosse una scusa; se è ch'io vi sia venuto in odio....
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ditemelo.... parlate chiaro.»
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«Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri morti, finitela,
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finitela; non mi fate morire... Non sarebbe un buon momento. Andate
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dal padre Cristoforo, raccomandatemi a lui, non tornate più qui, non
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tornate più qui.»
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«Vo; ma pensate se non voglio tornare! Tornerei se fosse in capo al
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mondo, tornerei.» E disparve.
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Lucia andò a sedere, o piuttosto si lasciò cadere in terra, accanto
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al lettuccio; e, appoggiata a quello la testa, continuò a piangere
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dirottamente. La donna, che fin allora era stata a occhi e orecchi
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aperti, senza fiatare, domandò cosa fosse quell'apparizione, quella
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contesa, questo pianto. Ma forse il lettore domanda dal canto suo chi
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fosse costei; e, per soddisfarlo, non ci vorranno, nè anche qui, troppe
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parole.
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Era un'agiata mercantessa, di forse trent'anni. Nello spazio di pochi
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giorni, s'era visto morire in casa il marito e tutti i figliuoli:
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di lì a poco, venutale la peste anche a lei, era stata trasportata
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al lazzeretto, e messa in quella capannuccia, nel tempo che Lucia,
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dopo aver superata, senza avvedersene, la furia del male, e cambiate,
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ugualmente senza avvedersene, più compagne, cominciava a riaversi, e
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a tornare in sè; chè, fin dal principio della malattia, trovandosi
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ancora in casa di don Ferrante, era rimasta come insensata. La capanna
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non poteva contenere che due persone: e tra queste due, afflitte,
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derelitte, sbigottite, sole in tanta moltitudine, era presto nata
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un'intrinsichezza, un'affezione, che appena sarebbe potuta venire
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da un lungo vivere insieme. In poco tempo, Lucia era stata in grado
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di potere aiutar l'altra, che s'era trovata aggravatissima. Ora che
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questa pure era fuori di pericolo, si facevano compagnia e coraggio
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e guardia a vicenda; s'eran promesse di non uscir dal lazzeretto, se
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non insieme; e avevan presi altri concerti per non separarsi neppur
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dopo. La mercantessa che, avendo lasciata in custodia d'un suo fratello
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commissario della sanità, la casa e il fondaco e la cassa, tutto ben
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fornito, era per trovarsi sola e trista padrona di molto più di quel
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che le bisognasse per viver comodamente, voleva tener Lucia con sè,
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come una figliuola o una sorella. Lucia aveva aderito, pensate con che
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gratitudine per lei, e per la Provvidenza; ma soltanto fin che potesse
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aver nuove di sua madre, e sapere, come sperava, la volontà di essa.
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Del resto, riservata com'era, nè della promessa dello sposalizio,
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nè dell'altre sue avventure straordinarie, non aveva mai detta una
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parola. Ma ora, in un così gran ribollimento d'affetti, aveva almen
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tanto bisogno di sfogarsi, quanto l'altra desiderio di sentire. E,
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stretta con tutt'e due le mani la destra di lei, si mise subito a
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soddisfare alla domanda, senz'altro ritegno, che quello che le facevano
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i singhiozzi.
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Renzo intanto trottava verso il quartiere del buon frate. Con un po'
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di studio, e non senza dover rifare qualche pezzette di strada, gli
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riuscì finalmente d'arrivarci. Trovò la capanna; lui non ce lo trovò;
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ma, ronzando e cercando nel contorno, lo vide in una baracca, che,
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piegato a terra, e quasi bocconi, stava confortando un moribondo. Si
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fermò lì, aspettando in silenzio. Poco dopo, lo vide chiuder gli occhi
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a quel poverino, poi mettersi in ginocchio, far orazione un momento, e
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alzarsi. Allora si mosse, e gli andò incontro.
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«Oh!» disse il frate, vistolo venire; «ebbene?»
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«La c'è: l'ho trovata!»
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«In che stato?»
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«Guarita, o almeno levata.»
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«Sia ringraziato il Signore!»
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«Ma....» disse Renzo, quando gli fu vicino da poter parlar sottovoce:
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«c'è un altro imbroglio.»
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«Cosa c'è?»
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«Voglio dire che... Già lei lo sa come è buona quella povera giovine;
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ma alle volte è un po' fissa nelle sue idee. Dopo tante promesse, dopo
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tutto quello che sa anche lei, ora dice che non mi può sposare, perchè
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dice, che so io? che, quella notte della paura, s'è scaldata la testa,
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e s'è, come a dire, votata alla Madonna. Cose senza costrutto, n'è
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vero? Cose buone, chi ha la scienza e il fondamento da farle, ma per
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noi gente ordinaria, che non sappiamo bene come si devon fare.... n'è
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vero che son cose che non valgono?»
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«Dimmi: è molto lontana di qui?»
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«Oh no: pochi passi di là dalla chiesa.»
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«Aspettami qui un momento,» disse il frate: «e poi ci anderemo insieme.»
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«Vuoi dire che lei le farà intendere....»
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«Non so nulla, figliuolo; bisogna ch'io senta lei.»
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«Capisco,» disse Renzo, e stette con gli occhi fissi a terra, e con le
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braccia incrociate sul petto, a masticarsi la sua incertezza, rimasta
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intera. Il frate andò di nuovo in cerca di quel padre Vittore, lo
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pregò di supplire ancora per lui, entrò nella sua capanna, n'uscì con
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la sporta in braccio, tornò da Renzo, gli disse: «andiamo;» e andò
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innanzi, avviandosi a quella tal capanna, dove, qualche tempo prima,
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erano entrati insieme. Questa volta, entrò solo, e dopo un momento
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ricomparve, e disse: «niente! Preghiamo; preghiamo.» Poi riprese: «ora,
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conducimi tu.»
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E senza dir altro, s'avviarono.
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Il tempo s'era andato sempre più rabbuiando, e annunziava ormai certa
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e poco lontana la burrasca. De' lampi fitti rompevano l'oscurità
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cresciuta, e lumeggiavano d'un chiarore istantaneo i lunghissimi tetti
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e gli archi de' portici, la cupola della cappella, i bassi comignoli
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delle capanne; e i tuoni scoppiati con istrepito repentino, scorrevano
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rumoreggiando dall'una all'altra regione del cielo. Andava innanzi il
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giovine, attento alla strada, con una grand'impazienza d'arrivare, e
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rallentando però il passo, per misurarlo alle forze del compagno; il
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quale, stanco dalle fatiche, aggravato dal male, oppresso dall'afa,
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camminava stentatamente, alzando ogni tanto al cielo la faccia smunta,
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come per cercare un respiro più libero.
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Renzo, quando vide la capanna, si fermò, si voltò indietro, disse con
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voce tremante: «è qui.»
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Entrano.... «Eccoli!» grida la donna del lettuccio. Lucia si volta,
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s'alza precipitosamente, va incontro al vecchio, gridando: «oh chi
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vedo! O padre Cristoforo!»
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«Ebbene, Lucia! da quante angustie v'ha liberata il Signore! Dovete
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esser ben contenta d'aver sempre sperato in Lui.»
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«Oh sì! Ma lei, padre? Povera me, come è cambiato! Come sta? dica: come
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sta?»
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«Come Dio vuole, e come, per sua grazia, voglio anch'io,» rispose, con
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volto sereno, il frate. E, tiratala in un canto, soggiunse: «sentite:
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io non posso rimaner qui che pochi momenti. Siete voi disposta a
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confidarvi in me, come altre volte?»
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«Oh! non è lei sempre il mio padre?»
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«Figliuola, dunque; cos'è codesto voto che m'ha detto Renzo?»
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«È un voto che ho fatto alla Madonna.... oh! in una gran
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tribolazione!.... di non maritarmi.»
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«Poverina! Ma avete pensato allora, ch'eravate legata da una promessa?»
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«Trattandosi del Signore e della Madonna!... non ci ho pensato.»
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«Il Signore, figliuola, gradisce i sagrifizi, l'offerte, quando le
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tacciamo del nostro. È il cuore che vuole, è la volontà: ma voi non
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potevate offrirgli la volontà d'un altro, al quale v'eravate già
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obbligata.»
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«Ho fatto male?»
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«No, poverina, non pensate a questo: io credo anzi che la Vergine santa
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avrà gradita l'intenzione del vostro cuore afflitto, e l'avrà offerta
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a Dio per voi. Ma ditemi; non vi siete mai consigliata con nessuno su
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questa cosa?»
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«Io non pensavo che fosse male, da dovermene confessare: e quel poco
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bene che si può fare, si sa che non bisogna raccontarlo.»
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«Non avete nessun altro motivo che vi trattenga dal mantener la
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promessa che avete fatta a Renzo?»
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«In quanto a questo.... per me.... che motivo...? Non potrei proprio
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dire...» rispose Lucia, con un'esitazione che indicava tutt'altro
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che un'incertezza del pensiero; e il suo viso ancora scolorito dalla
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malattia, fiorì tutt'a un tratto del più vivo rossore.
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«Credete voi,» riprese il vecchio, abbassando gli occhi, «che Dio ha
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data alla sua Chiesa l'autorità di rimettere e di ritenere, secondo che
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torni in maggior bene, i debiti e gli obblighi che gli uomini possono
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aver contratti con Lui?»
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«Sì, che lo credo.»
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«Ora sappiate che noi, deputati alla cura dell'anime in questo luogo,
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abbiamo, per tutti quelli che ricorrono a noi, le più ampie facoltà
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della Chiesa; e che per conseguenza, io posso, quando voi lo chiediate,
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sciogliervi dall'obbligo, qualunque sia, che possiate aver contratto a
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cagion di codesto voto.»
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«Ma non è peccato tornare indietro, pentirsi d'una promessa fatta
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alla Madonna? Io allora l'ho fatta proprio di cuore....» disse Lucia,
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violentemente agitata dall'assalto d'una tale inaspettata, bisogna pur
|
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dire speranza, e dall'insorgere opposto d'un terrore fortificato da
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tutti i pensieri che, da tanto tempo, eran la principale occupazione
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dell'animo suo.
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«Peccato, figliuola?» disse il padre: «peccato il ricorrere alla
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Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell'autorità che
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ha ricevuto da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in
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che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e, certo, se mai
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m'è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli:
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ora non vedo perchè Dio v'abbia a voler separati. E lo benedico che
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m'abbia dato, indegno come sono, il potere di parlare in suo nome, e
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di rendervi la vostra parola. E se voi mi chiedete ch'io vi dichiari
|
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sciolta da codesto voto, io non esiterò a farlo; e desidero anzi che me
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lo chiediate.»
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«Allora...! allora...! lo chiedo;» disse Lucia, con un volto non
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turbato più che di pudore.
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Il frate chiamò con un cenno il giovine, il quale se ne stava nel
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cantuccio il più lontano, guardando (giacchè non poteva far altro)
|
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fisso fisso al dialogo in cui era tanto interessato; e, quando quello
|
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fu lì, disse, a voce più alta, a Lucia: «con l'autorità che ho dalla
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Chiesa, vi dichiaro sciolta dal voto di verginità, annullando ciò che
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ci potè essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione che
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poteste averne contratta.»
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Pensi il lettore che suono facessero all'orecchio di Renzo tali parole.
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Ringraziò vivamente con gli occhi colui che le aveva proferite; e cercò
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|
subito, ma invano, quelli di Lucia.
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|
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|
«Tornate, con sicurezza e con pace, ai pensieri d'una volta,» seguì
|
|
a dirle il cappuccino: «chiedete di nuovo al Signore le grazie che
|
|
Gli chiedevate, per essere una moglie santa; e confidate che ve le
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|
concederà più abbondanti, dopo tanti guai. E tu,» disse, voltandosi
|
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a Renzo, «ricordati, figliuolo, che se la Chiesa ti rende questa
|
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compagna, non lo fa per procurarti una consolazione temporale e
|
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mondana, la quale, se anche potesse essere intera, e senza mistura
|
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d'alcun dispiacere, dovrebbe finire in un gran dolore, al momento
|
|
di lasciarvi; ma lo fa per avviarvi tutt'e due sulla strada della
|
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consolazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di viaggio, con
|
|
questo pensiero d'avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi
|
|
per sempre. Ringraziate il cielo che v'ha condotti a questo stato, non
|
|
per mezzo dell'allegrezze turbolente e passeggiere, ma co' travagli e
|
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tra le miserie, per disporvi a un'allegrezza raccolta e tranquilla.
|
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Se Dio vi concede figliuoli, abbiate in mira d'allevarli per Lui,
|
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d'istillar loro l'amore di Lui e di tutti gli uomini; e allora li
|
|
guiderete bene in tutto il resto. Lucia! v'ha detto,» e accennava
|
|
Renzo, «chi ha visto qui?»
|
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|
«Oh padre, me l'ha detto!»
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|
[Illustrazione: C'era un movimento straordinario.... per ripararsi dalla
|
|
burrasca imminente. (pag. 546)]
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«Voi pregherete per lui! Non ve ne stancate. E anche per me
|
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pregherete!... Figliuoli! voglio che abbiate un ricordo del povero
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|
frate.» E qui levò dalla sporta una scatola d'un legno ordinario, ma
|
|
tornita e lustrata con una certa finitezza cappuccinesca; e proseguì:
|
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«qui dentro c'è il resto di quel pane... il primo che ho chiesto per
|
|
carità; quel pane, di cui avete sentito parlare! Lo lascio a voi altri:
|
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serbatelo; fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo
|
|
mondo, e in tristi tempi, in mezzo a' superbi e a' provocatori: dite
|
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loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto! e che preghino, anche
|
|
loro, per il povero frate!»
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E porse la scatola a Lucia, che la prese con rispetto, come si farebbe
|
|
d'una reliquia. Poi, con voce più tranquilla, riprese: «ora ditemi; che
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appoggi avete qui in Milano? Dove pensate d'andare a alloggiare, appena
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uscita di qui? E chi vi condurrà da vostra madre, che Dio voglia aver
|
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conservata in salute?»
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«Questa buona signora mi fa lei intanto da madre: noi due usciremo di
|
|
qui insieme, e poi essa penserà a tutto.»
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|
«Dio la benedica,» disse il frate, accostandosi al lettuccio.
|
|
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|
«La ringrazio anch'io,» disse la vedova, «della consolazione che ha
|
|
data a queste povere creature; sebbene io avessi fatto conto di tenerla
|
|
sempre con me, questa cara Lucia. Ma la terrò intanto; l'accompagnerò
|
|
io al suo paese, la consegnerò a sua madre; e,» soggiunse poi
|
|
sottovoce, «voglio farle io il corredo. N'ho troppa della roba; e di
|
|
quelli che dovevan goderla con me, non ho più nessuno!»
|
|
|
|
«Così,» rispose il frate, «lei può fare un gran sacrifizio al Signore,
|
|
e del bene al prossimo. Non le raccomando questa giovine: già vedo che
|
|
è come sua: non c'è che da lodare il Signore, il quale sa mostrarsi
|
|
padre anche ne' flagelli, e che, col farle trovare insieme, ha dato
|
|
un così chiaro segno d'amore all'una e all'altra. Orsù,» riprese poi,
|
|
voltandosi a Renzo, e prendendolo per una mano: «noi due non abbiam più
|
|
nulla da far qui: e ci siamo stati anche troppo. Andiamo.»
|
|
|
|
«Oh padre!» disse Lucia: «la vedrò ancora? Io sono guarita, io che non
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fo nulla di bene a questo mondo; e lei...!»
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|
|
|
«È già molto tempo,» rispose con tono serio e dolce il vecchio, «che
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chiedo al Signore una grazia, e ben grande: di finire i miei giorni in
|
|
servizio del prossimo. Se me la volesse ora concedere, ho bisogno che
|
|
tutti quelli che hanno carità per me, m'aiutino a ringraziarlo. Via;
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|
date a Renzo le vostre commissioni per vostra madre.»
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|
«Raccontatele quel che avete veduto,» disse Lucia al promesso sposo:
|
|
«che ho trovata qui un'altra madre, che verrò con questa più presto che
|
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potrò, e che spero, spero di trovarla sana.»
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«Se avete bisogno di danari,» disse Renzo, «ho qui tutti quelli che
|
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m'avete mandati, e...»
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«No, no,» interruppe la vedova: «ne ho io anche troppi.»
|
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«Andiamo,» replicò il frate.
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|
«A rivederci, Lucia...! e anche lei, dunque, quella buona signora,»
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|
disse Renzo, non trovando parole che significassero quello che sentiva.
|
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«Chi sa che il Signore ci faccia la grazia di rivederci ancora tutti!»
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|
esclamò Lucia.
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|
«Sia Egli sempre con voi, e vi benedica,» disse alle due compagne fra
|
|
Cristoforo; e uscì con Renzo dalla capanna.
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|
|
Mancava poco alla sera, e il tempo pareva sempre più vicino a
|
|
risolversi. Il cappuccino esibì di nuovo al giovine di ricoverarlo per
|
|
quella notte nella sua baracca. «Compagnia, non te ne potrò fare,»
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soggiunse: «ma avrai da stare al coperto.»
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Renzo però si sentiva una smania d'andare; e non si curava di rimaner
|
|
più a lungo in un luogo simile, quando non poteva profittarne per veder
|
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Lucia, e non avrebbe neppur potuto starsene un po' col buon frate.
|
|
In quanto all'ora e al tempo, si può dire che notte e giorno, sole e
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|
pioggia, zeffiro e tramontano, eran tutt'uno per lui in quel momento.
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|
Ringraziò dunque il frate, dicendo che voleva andar più presto che
|
|
fosse possibile in cerca d'Agnese.
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Quando furono nella strada di mezzo, il frate gli strinse la mano, e
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|
disse: «se la trovi, che Dio voglia! quella buona Agnese, salutala
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anche in mio nome; e a lei, e a tutti quelli che rimangono, e si
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ricordano di fra Cristoforo, dì che preghin per lui. Dio t'accompagni,
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e ti benedica per sempre.»
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«Oh caro padre...! ci rivedremo? ci rivedremo?»
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«Lassù, spero.» E con queste parole, si staccò da Renzo; il quale,
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|
stato lì a guardarlo fin che non l'ebbe perso di vista, prese in fretta
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|
verso la porta, dando a destra e a sinistra l'ultime occhiate di
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compassione a quel luogo di dolori. C'era un movimento straordinario,
|
|
un correr di monatti, un trasportar di roba, un accomodar le tende
|
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delle baracche, uno strascicarsi di convalescenti a queste e ai
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|
portici, per ripararsi dalla burrasca imminente.
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|
CAPITOLO XXXVII.
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Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto, e preso a
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diritta, per ritrovar la viottola di dov'era sboccato la mattina sotto
|
|
le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi,
|
|
che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un
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minuto polverío; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse
|
|
alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d'inquietarsene,
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|
ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel
|
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susurrío, in quel brulichío dell'erbe e delle foglie, tremolanti,
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|
gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e
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|
pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente
|
|
e più vivamente quello che s'era fatto nel suo destino.
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|
Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se
|
|
Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che
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|
quell'acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto,
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|
se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva,
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|
almeno non n'avrebbe più ingoiati altri; che, tra una settimana, si
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vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di
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quarantina; e della peste non rimarrebbe se non qualche resticciolo qua
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e là; quello strascico che un tal flagello lasciava sempre dietro a sè
|
|
per qualche tempo!
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|
Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato
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nè dove, nè come, nè quando, nè se avesse da fermarsi la notte,
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|
premuroso soltanto di portarsi avanti, d'arrivar presto al suo paese,
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di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter
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presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d'Agnese. Andava,
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con la mente tutta sottosopra dalle cose di quel giorno; ma di sotto le
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miserie, gli orrori, i pericoli, veniva sempre a galla un pensierino:
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l'ho trovata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, e
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con ciò dava un'annaffiata all'intorno, come un can barbone uscito
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dall'acqua; qualche volta si contentava d'una fregatina di mani; e
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avanti, con più ardore di prima. Guardando per la strada, raccattava,
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per dir così, i pensieri, che ci aveva lasciati la mattina e il giorno
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avanti, nel venire; e con più piacere quelli appunto che allora aveva
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più cercato di scacciare, i dubbi, le difficoltà, trovarla, trovarla
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viva, tra tanti morti e moribondi!--E l'ho trovata viva!--concludeva.
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Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella
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giornata; si figurava con quel martello in mano: ci sarà o non ci
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sarà? e una risposta così poco allegra; e non aver nemmeno il tempo
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di masticarla, che addosso quella furia di matti birboni; e quel
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lazzeretto, quel mare! lì ti volevo a trovarla! E averla trovata!
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Ritornava su quel momento quando fu finita di passare la processione
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de' convalescenti: che momento! che crepacore non trovarcela! e ora non
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gliene importava più nulla. E quel quartiere delle donne! E là dietro
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a quella capanna, quando meno se l'aspettava, quella voce, quella voce
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proprio! E vederla, vederla levata! Ma che? c'era ancora quel nodo
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del voto, e più stretto che mai. Sciolto anche questo. E quell'odio
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contro don Rodrigo, quel rodío continuo che esacerbava tutti i guai, e
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avvelenava tutte le consolazioni, scomparso anche quello. Talmentechè
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non saprei immaginare una contentezza più viva, se non fosse stata
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l'incertezza intorno ad Agnese, il tristo presentimento intorno al
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padre Cristoforo, e quel trovarsi ancora in mezzo a una peste.
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Arrivò a Sesto, sulla sera; nè pareva che l'acqua volesse cessare. Ma,
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sentendosi più in gambe che mai, e con tante difficoltà di trovar dove
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alloggiare, e così inzuppato, non ci pensò neppure. La sola cosa che
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l'incomodasse, era un grand'appetito; chè una consolazione come quella
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gli avrebbe fatto smaltire altro che la poca minestra del cappuccino.
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Guardò se trovasse anche qui una bottega di fornaio; ne vide una; ebbe
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due pani con le molle, e con quell'altre cerimonie. Uno in tasca e
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l'altro alla bocca, e avanti.
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Quando passò per Monza, era notte fatta: nonostante, gli riuscì di
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trovar la porta che metteva sulla strada giusta. Ma meno questo,
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che, per dir la verità, era un gran merito, potete immaginarvi come
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fosse quella strada, e come andasse facendosi di momento in momento.
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Affondata (com'eran tutte; e dobbiamo averlo detto altrove) tra due
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rive, quasi un letto di fiume, si sarebbe a quell'ora potuta dire,
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se non un fiume, una gora davvero; e ogni tanto pozze, da volerci
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del buono e del bello a levarne i piedi, non che le scarpe. Ma Renzo
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n'usciva come poteva, senz'atti d'impazienza, senza parolacce, senza
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pentimenti; pensando che ogni passo, per quanto costasse, lo conduceva
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avanti, e che l'acqua cesserebbe quando a Dio piacesse, e che, a suo
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tempo, spunterebbe il giorno, e che la strada che faceva intanto,
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allora sarebbe fatta.
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E dirò anche che non ci pensava se non proprio quando non poteva far
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di meno. Eran distrazioni queste; il gran lavoro della sua mente era
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di riandare la storia di que' tristi anni passati: tant'imbrogli,
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tante traversíe, tanti momenti in cui era stato per perdere anche la
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speranza, e fare andata ogni cosa; e di contrapporci l'immaginazioni
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d'un avvenire così diverso: e l'arrivar di Lucia, e le nozze, e il
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metter su casa e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita.
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Come la facesse quando trovava due strade; se quella poca pratica, con
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quel poco barlume, fossero quelli che l'aiutassero a trovar sempre la
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buona, o se l'indovinasse sempre alla ventura, non ve lo saprei dire;
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chè lui medesimo, il quale soleva raccontar la sua storia molto per
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minuto, lunghettamente anzi che no (e tutto conduce a credere che il
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nostro anonimo l'avesse sentita da lui più d'una volta), lui medesimo,
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a questo punto, diceva che, di quella notte, non se ne rammentava che
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come se l'avesse passata in letto a sognare. Il fatto sta che, sul
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finir di essa, si trovò alla riva dell'Adda.
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Non era mai spiovuto; ma, a un certo tempo, da diluvio era diventata
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pioggia, e poi un'acquerugiola fine fine, cheta cheta, ugual uguale:
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i nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto, ma leggiero
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e diafano; e il lume del crepuscolo fece vedere a Renzo il paese
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d'intorno. C'era dentro il suo; e quel che sentì, a quella vista,
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non si saprebbe spiegare. Altro non vi so dire, se non che que'
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monti, quel _Resegone_ vicino, il territorio di Lecco, era diventato
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tutto come roba sua. Diede un'occhiata anche a sè, e si trovò un po'
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strano, quale, per dir la verità, da quel che si sentiva, s'immaginava
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già di dover parere: sciupata e attaccata addosso ogni cosa: dalla
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testa alla vita, tutto un fradiciume, una grondaia; dalla vita alla
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punta de' piedi, melletta e mota: le parti dove non ce ne fosse si
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sarebbero potute chiamare esse zacchere e schizzi. E se si fosse
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visto tutt'intero in uno specchio, con la tesa del cappello floscia
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e cascante, e i capelli stesi e incollati sul viso, si sarebbe fatto
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ancor più specie. In quanto a stanco, lo poteva essere, ma non ne
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sapeva nulla: e il frescolino dell'alba aggiunto a quello della notte e
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di quel poco bagno, non gli dava altro che una fierezza, una voglia di
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camminar più presto.
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È a Pescate; costeggia quell'ultimo tratto dell'Adda, dando però
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un'occhiata malinconica a Pescarenico; passa il ponte; per istrade e
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campi, arriva in un momento alla casa dell'ospite amico. Questo, che
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s'era levato allora, e stava sull'uscio, a guardare il tempo, alzò gli
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occhi a quella figura così inzuppata, così infangata, diciam pure così
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lercia, e insieme così viva e disinvolta: a' suoi giorni non aveva
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visto un uomo peggio conciato e più contento.
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«Ohe!» disse: «già qui? e con questo tempo? Com'è andata?»
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«La c'è,» disse Renzo: «la c'è: la c'è.»
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«Sana?»
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«Guarita, che è meglio. Devo ringraziare il Signore e la Madonna fin
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che campo. Ma cose grandi, cose di fuoco: ti racconterò poi tutto.»
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«Ma come sei conciato!»
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«Son bello eh?»
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«A dir la verità, potresti adoprare il da tanto in su, per lavare il da
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tanto in giù. Ma, aspetta, aspetta; che ti faccia un buon fuoco.»
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«Non dico di no. Sai dove la m'ha preso? proprio alla porta del
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lazzeretto. Ma niente! il tempo il suo mestiere, e io il mio.»
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L'amico andò e tornò con due bracciate di stipa: ne mise una in terra,
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l'altra sul focolare, e, con un po' di brace rimasta della sera
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avanti, fece presto una bella fiammata. Renzo intanto s'era levato il
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cappello, e, dopo averlo scosso due o tre volte, l'aveva buttato in
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terra; e, non così facilmente, s'era tirato via anche il farsetto. Levò
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poi dal taschino de' calzoni il coltello, col fodero tutto fradicio,
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che pareva stato in molle; lo mise su un panchetto, e disse: «anche
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costui è accomodato a dovere; ma l'è acqua! l'è acqua! sia ringraziato
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il Signore.... Sono stato lì lì....! Ti dirò poi.» E si fregava le
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mani. «Ora fammi un altro piacere,» soggiunse: «quel fagottino che ho
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lasciato su in camera, va a prendermelo, chè prima che s'asciughi
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questa roba che ho addosso....!»
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Tornato col fagotto, l'amico disse: «penso che avrai anche appetito:
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capisco che da bere, per la strada, non te ne sarà mancato; ma da
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mangiare....»
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«Ho trovato da comprar due pani, ieri sul tardi; ma, per dir la verità,
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non m'hanno toccato un dente.»
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«Lascia fare,» disse l'amico; mise l'acqua in un paiolo, che attaccò
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poi alla catena; e soggiunse: «vado a mungere: quando tornerò col
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latte, l'acqua sarà all'ordine; e si fa una buona polenta. Tu intanto
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fa il tuo comodo.»
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Renzo, rimasto solo, si levò, non senza fatica, il resto de' panni,
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che gli s'eran come appiccicati addosso; s'asciugò, si rivestì da capo
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a piedi. L'amico tornò, e andò al suo paiolo: Renzo intanto si mise a
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sedere, aspettando.
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«Ora sento che sono stanco,» disse: «ma è una bella tirata! Però questo
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è nulla. Ne ho da raccontartene per tutta la giornata. Com'è conciato
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Milano! Le cose che bisogna vedere! Le cose che bisogna toccare! Cose
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da farsi poi schifo a sè medesimo. Sto per dire che non ci voleva meno
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di quel bucatino che ho avuto. E quel che m'hanno voluto fare que'
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signori di laggiù! Sentirai. Ma se tu vedessi il lazzeretto! C'è da
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perdersi nelle miserie. Basta; ti racconterò tutto.... E la c'è, e la
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verrà qui, e sarà mia moglie; e tu devi far da testimonio, e, peste o
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non peste, almeno qualche ora, voglio che stiamo allegri.»
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Del resto mantenne ciò che aveva detto all'amico, di voler
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raccontargliene per tutta la giornata; tanto più, che, avendo sempre
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continuato a piovigginare, questo la passò tutta in casa, parte seduto
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accanto all'amico, parte in faccende intorno a un suo piccolo tino, e a
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una botticina, e ad altri lavori, in preparazione della vendemmia; ne'
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quali Renzo non lasciò di dargli una mano; chè, come soleva dire, era
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di quelli che si stancano più a star senza far nulla, che a lavorare.
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Non potè però tenersi di non fare una scappatina alla casa d'Agnese,
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per rivedere una certa finestra, e per dare anche lì una fregatina di
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mani. Tornò senza essere stato visto da nessuno; e andò subito a letto.
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S'alzò prima che facesse giorno; e, vedendo cessata l'acqua, se non
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ritornato il sereno, si mise in cammino per Pasturo.
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Era ancor presto quando ci arrivò: chè non aveva meno fretta e voglia
|
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di finire, di quel che possa averne il lettore. Cercò d'Agnese; sentì
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che stava bene, e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava.
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Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s'affacciò di
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corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori
|
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non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: «Lucia
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è guarita: l'ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho,
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ne ho delle cose da dirvi.»
|
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Tra la sorpresa dell'apparizione, e la contentezza della notizia, e la
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smania di saperne di più, Agnese cominciava ora un'esclamazione, ora
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una domanda, senza finir nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch'era
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solita a prendere da molto tempo, disse: «vengo ad aprirvi.»
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«Aspettate: e la peste?» disse Renzo: «voi non l'avete avuta, credo.»
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«Io no: e voi?»
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«Io sì; ma voi dunque dovete aver giudizio. Vengo da Milano; e,
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|
sentirete, sono proprio stato nel contagio fino agli occhi. È vero
|
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che mi son mutato tutto da capo a piedi; ma l'è una porcheria che
|
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s'attacca alle volte come un malefizio. E giacchè il Signore v'ha
|
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preservata finora, voglio che stiate riguardata fin che non è finito
|
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quest'influsso; perchè siete la nostra mamma: e voglio che campiamo
|
|
insieme un bel pezzo allegramente, a conto del gran patire che abbiam
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fatto, almeno io.»
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«Ma....» cominciava Agnese.
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«Eh!» interruppe Renzo: «non c'è ma che tenga. So quel che volete dire;
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ma sentirete, sentirete, che de' ma non ce n'è più. Andiamo in qualche
|
|
luogo all'aperto, dove si possa parlar con comodo, senza pericolo; e
|
|
sentirete.»
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Agnese gl'indicò un orto ch'era dietro alla casa; e soggiunse: «entrate
|
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lì, e vedrete che c'è due panche, l'una in faccia all'altra, che paion
|
|
messe apposta. Io vengo subito.»
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[Illustrazione: ....passa il ponte.... (pag. 550)]
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Renzo andò a mettersi a sedere sur una: un momento dopo, Agnese
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si trovò lì sull'altra: e son certo che se il lettore, informato
|
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come è delle cose antecedenti, avesse potuto trovarsi lì in terzo,
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a veder con gli occhi quella conversazione così animata, a sentir
|
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con gli orecchi que' racconti, quelle domande, quelle spiegazioni,
|
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quell'esclamare, quel condolersi, quel rallegrarsi, e don Rodrigo, e il
|
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padre Cristoforo, e tutto il resto, e quelle descrizioni dell'avvenire,
|
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chiare e positive come quelle del passato, son certo, dico, che ci
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avrebbe preso gusto, e sarebbe stato l'ultimo a venir via. Ma d'averla
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sulla carta tutta quella conversazione, con parole mute, fatte
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d'inchiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di parere che
|
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non se ne curi molto, e che gli piaccia più d'indovinarla da sè. La
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|
conclusione fu che s'anderebbe a metter su casa tutti insieme in quel
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paese del bergamasco dove Renzo aveva già un buon avviamento: in quanto
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al tempo, non si poteva decider nulla, perchè dipendeva dalla peste,
|
|
e da altre circostanze: appena cessato il pericolo, Agnese tornerebbe
|
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a casa, ad aspettarvi Lucia, o Lucia ve l'aspetterebbe: intanto Renzo
|
|
farebbe spesso qualche altra corsa a Pasturo, a veder la sua mamma, e a
|
|
tenerla informata di quel che potesse accadere.
|
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Prima di partire, offrì anche a lei danari, dicendo: «gli ho qui tutti,
|
|
vedete, que' tali: avevo fatto voto anch'io di non toccarli, fin che la
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cosa non fosse venuta in chiaro. Ora, se n'avete bisogno, portate qui
|
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una scodella d'acqua e aceto; vi butto dentro i cinquanta scudi belli e
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|
lampanti.»
|
|
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«No, no,» disse Agnese: «ne ho ancora più del bisogno per me: i vostri,
|
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serbateli, che saran buoni per metter su casa.»
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|
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Renzo tornò al paese con questa consolazione di più d'aver trovata sana
|
|
e salva una persona tanto cara. Stette il rimanente di quella giornata,
|
|
e la notte, in casa dell'amico; il giorno dopo, in viaggio di nuovo, ma
|
|
da un'altra parte, cioè verso il paese adottivo.
|
|
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Trovò Bortolo, in buona salute anche lui, e in minor timore di
|
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perderla; chè, in que' pochi giorni, le cose, anche là, avevan preso
|
|
rapidamente una bonissima piega. Pochi eran quelli che s'ammalavano;
|
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e il male non era più quello; non più que' lividi mortali, nè quella
|
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violenza di sintomi; ma febbriciattole, intermittenti la maggior
|
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parte, con al più qualche piccol bubbone scolorito, che si curava come
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|
un fignolo ordinario. Già l'aspetto del paese compariva mutato; i
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rimasti vivi cominciavano a uscir fuori, a contarsi tra loro, a farsi
|
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a vicenda condoglianze e congratulazioni. Si parlava già di ravviare i
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lavori: i padroni pensavano già a cercare e a caparrare operai, e in
|
|
quell'arti principalmente dove il numero n'era stato scarso anche prima
|
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del contagio, com'era quella della seta. Renzo, senza fare il lezioso,
|
|
promise (salve però le debite approvazioni) al cugino di rimettersi al
|
|
lavoro, quando verrebbe accompagnato, a stabilirsi in paese. S'occupò
|
|
intanto de' preparativi più necessari: trovò una casa più grande; cosa
|
|
divenuta pur troppo facile e poco costosa; e la fornì di mobili e
|
|
d'attrezzi, intaccando questa volta il tesoro, ma senza farci un gran
|
|
buco, chè tutto era a buon mercato, essendoci molta più roba che gente
|
|
che la comprassero.
|
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|
Dopo non so quanti giorni, ritornò al paese nativo, che trovò ancor più
|
|
notabilmente cambiato in bene. Trottò subito a Pasturo; trovò Agnese
|
|
rincoraggita affatto, e disposta a ritornare a casa quando si fosse;
|
|
di maniera che ce la condusse lui: nè diremo quali fossero i loro
|
|
sentimenti, quali le parole, al rivedere insieme que' luoghi.
|
|
|
|
Agnese trovò ogni cosa come l'aveva lasciata. Sicchè non potè far a
|
|
meno di non dire che, questa volta, trattandosi d'una povera vedova e
|
|
d'una povera fanciulla, avevan fatto la guardia gli angioli. «E l'altra
|
|
volta,» soggiungeva, «che si sarebbe creduto che il Signore guardasse
|
|
altrove, e non pensasse a noi, giacchè lasciava portar via il povero
|
|
fatto nostro; ecco che ha fatto vedere il contrario, perchè m'ha
|
|
mandato da un'altra parte di bei danari, con cui ho potuto rimettere
|
|
ogni cosa. Dico ogni cosa, e non dico bene; perchè il corredo di
|
|
Lucia che coloro avevan portato via bell'e nuovo, insieme col resto,
|
|
quello mancava ancora; ma ecco che ora ci viene da un'altra parte. Chi
|
|
m'avesse detto, quando io m'arrapinavo tanto a allestir quell'altro: tu
|
|
credi di lavorar per Lucia: eh povera donna! lavori per chi non sai: sa
|
|
il cielo, questa tela, questi panni, a che sorte di creature anderanno
|
|
indosso: quelli per Lucia, il corredo davvero che ha da servire per
|
|
lei, ci penserà un'anima buona, la quale tu non sai nè anche che la sia
|
|
in questo mondo.»
|
|
|
|
Il primo pensiero d'Agnese fu quello di preparare nella sua povera
|
|
casuccia l'alloggio il più decente che potesse, a quell'anima buona:
|
|
poi andò in cerca di seta da annaspare; e lavorando ingannava il tempo.
|
|
|
|
Renzo, dal canto suo, non passò in ozio que' giorni già tanto lunghi
|
|
per sè: sapeva far due mestieri per buona sorte; si rimise a quello
|
|
del contadino. Parte aiutava il suo ospite, per il quale era una
|
|
gran fortuna l'avere in tal tempo spesso al suo comando un'opera, e
|
|
un'opera di quell'abilità; parte coltivava, anzi dissodava l'orticello
|
|
d'Agnese, trasandato affatto nell'assenza di lei. In quanto al suo
|
|
proprio podere, non se n'occupava punto, dicendo ch'era una parrucca
|
|
troppo arruffata, e che ci voleva altro che due braccia a ravviarla. E
|
|
non ci metteva neppure i piedi; come nè anche in casa: chè gli avrebbe
|
|
fatto male a vedere quella desolazione; e aveva già preso il partito
|
|
di disfarsi d'ogni cosa, a qualunque prezzo, e d'impiegar nella nuova
|
|
patria quel tanto che ne potrebbe ricavare.
|
|
|
|
Se i rimasti vivi erano, l'uno per l'altro, come morti resuscitati,
|
|
Renzo, per quelli del suo paese, lo era, come a dire, due volte:
|
|
ognuno gli faceva accoglienze e congratulazioni, ognuno voleva sentir
|
|
da lui la sua storia. Direte forse: come andava col bando? L'andava
|
|
benone: lui non ci pensava quasi più, supponendo che quelli i quali
|
|
avrebbero potuto eseguirlo, non ci pensassero più nè anche loro: e non
|
|
s'ingannava. E questo non nasceva solo dalla peste che aveva fatto
|
|
monte di tante cose; ma era, come s'è potuto vedere anche in vari
|
|
luoghi di questa storia, cosa comune a que' tempi, che i decreti, tanto
|
|
generali quanto speciali, contro le persone, se non c'era qualche
|
|
animosità privata e potente che li tenesse vivi, e li facesse valere,
|
|
rimanevano spesso senza effetto, quando non l'avessero avuto sul primo
|
|
momento; come palle di schioppo, che, se non fanno colpo, restano in
|
|
terra, dove non danno fastidio a nessuno. Conseguenza necessaria della
|
|
gran facilità con cui li seminavano que' decreti. L'attività dell'uomo
|
|
è limitata; e tutto il di più che c'era nel comandare, doveva tornare
|
|
in tanto meno nell'eseguire. Quel che va nelle maniche, non può andar
|
|
ne' gheroni.
|
|
|
|
Chi volesse anche sapere come Renzo se la passasse con don Abbondio, in
|
|
quel tempo d'aspetto, dirò che stavano alla larga l'uno dall'altro: don
|
|
Abbondio, per timore di sentire intonar qualcosa di matrimonio: e, al
|
|
solo pensarci, si vedeva davanti agli occhi don Rodrigo da una parte,
|
|
co' suoi bravi, il cardinale dall'altra, co' suoi argomenti: Renzo,
|
|
perchè aveva fissato di non parlargliene che al momento di concludere,
|
|
non volendo risicare di farlo inalberar prima del tempo, di suscitar,
|
|
chi sa mai? qualche difficoltà, e d'imbrogliar le cose con chiacchiere
|
|
inutili. Le sue chiacchiere, le faceva con Agnese. «Credete voi che
|
|
verrà presto?» domandava l'uno. «Io spero di sì,» rispondeva l'altro: e
|
|
spesso quello che aveva data la risposta, faceva poco dopo la domanda
|
|
medesima. E con queste e con simili furberie, s'ingegnavano a far
|
|
passare il tempo, che pareva loro più lungo, di mano in mano che n'era
|
|
più passato.
|
|
|
|
Al lettore noi lo faremo passare in un momento tutto quel tempo,
|
|
dicendo in compendio che, qualche giorno dopo la visita di Renzo al
|
|
lazzeretto, Lucia n'uscì con la buona vedova; che, essendo stata
|
|
ordinata una quarantina generale, la fecero insieme, rinchiuse nella
|
|
casa di quest'ultima; che una parte del tempo fu spesa in allestire
|
|
il corredo di Lucia, al quale, dopo aver fatto un po' di cerimonie,
|
|
dovette lavorare anche lei; e che, terminata che fu la quarantina, la
|
|
vedova lasciò in consegna il fondaco e la casa a quel suo fratello
|
|
commissario; e si fecero i preparativi per il viaggio. Potremmo anche
|
|
soggiunger subito: partirono, arrivarono, e quel che segue; ma, con
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|
tutta la volontà che abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son
|
|
tre cose appartenenti a quell'intervallo di tempo, che non vorremmo
|
|
passar sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il lettore
|
|
stesso dirà che avremmo fatto male.
|
|
|
|
La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue
|
|
avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse
|
|
potuto in quell'agitazione della prima confidenza, e fece menzione più
|
|
espressa della signora che l'aveva ricoverata nel monastero di Monza,
|
|
venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri,
|
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le riempiron l'animo d'una dolorosa e paurosa maraviglia. Seppe dalla
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vedova che la sciagurata, caduta in sospetto d'atrocissimi fatti, era
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stata, per ordine del cardinale, trasportata in un monastero di Milano;
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che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s'era ravveduta, s'era
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accusata; e che la sua vita attuale era supplizio volontario tale, che
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nessuno, a meno di non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più
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severo. Chi volesse conoscere un po' più in particolare questa trista
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storia, la troverà nel libro e al luogo che abbiam citato altrove, a
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proposito della stessa persona[44].
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[44] Ripam. Hist. Pat., Dec. V, Lib. VI, Cap. III.
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L'altra cosa è che Lucia, domandando del padre Cristoforo a tutti i
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cappuccini che potè vedere nel lazzeretto, sentì, con più dolore che
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maraviglia, ch'era morto di peste.
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Finalmente, prima di partire, avrebbe anche desiderato di saper
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qualcosa de' suoi antichi padroni, e di fare, come diceva, un atto del
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suo dovere, se alcuno ne rimaneva. La vedova l'accompagnò alla casa,
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dove seppero che l'uno e l'altra erano andati tra que' più. Di donna
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Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto; ma intorno a
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don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, l'anonimo ha creduto
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d'estendersi un po' più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di
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presso quello che ne lasciò scritto.
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Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante
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fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino
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all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma
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con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la
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concatenazione.
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«_In rerum natura_,» diceva, «non ci son che due generi di cose:
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sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè
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l'uno nè l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son
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qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia
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sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere;
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sicchè è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o
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composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in
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quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece
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di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera.
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Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non
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è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile.
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Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile
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all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha
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toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio.
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Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro;
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chè questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante
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prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a
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essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non
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essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di
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questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che
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se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente
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prodotto, danno in Cariddi: perchè, se è prodotto, dunque non si
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comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princípi,
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cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci...?»
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«Tutte corbellerie,» scappò fuori una volta un tale.
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«No, no,» riprese don Ferrante: «non dico questo: la scienza è scienza;
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solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi,
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bubboni violacei, foruncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili,
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che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che
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fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose,
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anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.»
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Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva
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che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi
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attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande
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l'autorità d'un dotto di professione, allorchè vuol dimostrare agli
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altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere,
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e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva
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già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma
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nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non
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si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi,
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trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa
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era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a
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pezzi e bocconi.
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«La c'è pur troppo la vera cagione,» diceva; «e son costretti a
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riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in
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aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione
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di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze
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si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi
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negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian
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lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un
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guancialino?... Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori
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medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna,
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e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate
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là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de'
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corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E
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tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove?
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brucerete Saturno?»
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_His fretus_, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna
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precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire,
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come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.
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E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i
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muriccioli.
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CAPITOLO XXXVIII.
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Una sera, Agnese sente fermarsi un legno all'uscio.--È lei, di
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certo!--Era proprio lei, con la buona vedova. L'accoglienze vicendevoli
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se le immagini il lettore.
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La mattina seguente, di buon'ora, capita Renzo che non sa nulla, e
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vien solamente per isfogarsi un po' con Agnese su quel gran tardare
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di Lucia. Gli atti che fece, e le cose che disse, al trovarsela
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davanti, si rimettono anche quelli all'immaginazion del lettore. Le
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dimostrazioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto a
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descriverle. «Vi saluto: come state?» disse, a occhi bassi, e senza
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scomporsi. E non crediate che Renzo trovasse quel fare troppo asciutto,
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e se l'avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo verso; e,
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come, tra gente educata, si sa far la tara ai complimenti, così lui
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intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava
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nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva due
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maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un'altra per tutta la gente
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che potesse conoscere.
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«Sto bene quando vi vedo,» rispose il giovine, con una frase vecchia,
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ma che avrebbe inventata lui, in quel momento.
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«Il nostro povero padre Cristoforo...!» disse Lucia: «pregate per
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l'anima sua: benchè si può esser quasi sicuri che a quest'ora prega lui
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per noi lassù.»
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«Me l'aspettavo, pur troppo,» disse Renzo. E non fu questa la sola
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trista corda che si toccasse in quel colloquio. Ma che? di qualunque
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cosa si parlasse, il colloquio gli riusciva sempre delizioso. Come
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que' cavalli bisbetici che s'impuntano, e si piantan lì, e alzano una
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zampa e poi un'altra, e le ripiantano al medesimo posto, e fanno mille
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cerimonie, prima di fare un passo, e poi tutto a un tratto prendon
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l'andare, e via, come se il vento li portasse, così era divenuto il
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tempo per lui: prima i minuti gli parevan ore; poi l'ore gli parevan
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minuti.
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La vedova, non solo non guastava la compagnia, ma ci faceva dentro
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molto bene; e certamente, Renzo, quando la vide in quel lettuccio, non
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se la sarebbe potuta immaginare d'un umore così socievole e gioviale.
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Ma il lazzeretto e la campagna, la morte e le nozze, non son tutt'uno.
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Con Agnese essa aveva già fatto amicizia; con Lucia poi era un
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piacere a vederla, tenera insieme e scherzevole, e come la stuzzicava
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garbatamente, e senza spinger troppo, appena quanto ci voleva per
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obbligarla a dimostrar tutta l'allegria che aveva in cuore.
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Renzo disse finalmente che andava da don Abbondio, a prendere i
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concerti per lo sposalizio. Ci andò, e, con un certo fare tra burlevole
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e rispettoso, «signor curato,» gli disse: «le è poi passato quel dolor
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di capo, per cui mi diceva di non poterci maritare? Ora siamo a tempo;
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la sposa c'è: e son qui per sentire quando le sia di comodo: ma questa
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volta, sarei a pregarla di far presto.» Don Abbondio non disse di no;
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ma cominciò a tentennare, a trovar cert'altre scuse, a far cert'altre
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insinuazioni: e perchè mettersi in piazza, e far gridare il suo nome,
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con quella cattura addosso? e che la cosa potrebbe farsi ugualmente
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altrove; e questo e quest'altro.
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«Ho inteso,» disse Renzo: «lei ha ancora un po' di quel mal di capo.
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Ma senta, senta.» E cominciò a descrivere in che stato aveva visto
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quel povero don Rodrigo; e che già a quell'ora doveva sicuramente
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essere andato. «Speriamo,» concluse, «che il Signore gli avrà usato
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misericordia.»
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«Questo non ci ha che fare,» disse don Abbondio: «v'ho forse detto di
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no? Io non dico di no; parlo... parlo per delle buone ragioni. Del
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resto, vedete, fin che c'è fiato... Guardatemi me: sono una conca
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fessa; sono stato anch'io, più di là che di qua: e son qui; e... se non
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mi vengono addosso de' guai... basta... posso sperare di starci ancora
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un pochino. Figuratevi poi certi temperamenti. Ma, come dico, questo
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non ci ha che far nulla.»
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Dopo qualche altra botta e risposta, nè più nè meno concludenti, Renzo
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strisciò una bella riverenza, se ne tornò alla sua compagnia, fece la
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sua relazione, e finì con dire: «son venuto via, che n'ero pieno, e per
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non risicar di perdere la pazienza, e di levargli il rispetto. In certi
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momenti, pareva proprio quello dell'altra volta; proprio quella mutria,
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quelle ragioni: son sicuro che, se la durava ancora un poco, mi tornava
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in campo con qualche parola in latino. Vedo che vuol essere un'altra
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lungagnata: è meglio fare addirittura come dice lui, andare a maritarsi
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dove andiamo a stare.»
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«Sapete cosa faremo?» disse la vedova: «voglio che andiamo noi altre
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donne a fare un'altra prova, e vedere se ci riesce meglio. Così avrò
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anch'io il gusto di conoscerlo quest'uomo, se è proprio come dite. Dopo
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desinare voglio che andiamo; per non tornare a dargli addosso subito.
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Ora, signore sposo, menateci un po' a spasso noi altre due, intanto che
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Agnese è in faccende: chè a Lucia farò io da mamma: e ho proprio voglia
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di vedere un po' meglio queste montagne, questo lago, di cui ho sentito
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tanto parlare; e il poco che n'ho già visto, mi pare una gran bella
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cosa.»
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Renzo le condusse prima di tutto alla casa del suo ospite dove fu
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un'altra festa: e gli fecero promettere che, non solo quel giorno, ma
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tutti i giorni, se potesse, verrebbe a desinare con loro.
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Passeggiato, desinato, Renzo se n'andò, senza dir dove. Le donne
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rimasero un pezzette a discorrere, a concertarsi sulla maniera di
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prender don Abbondio; e finalmente andarono all'assalto.
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--Son qui loro,--disse questo tra sè; ma fece faccia tosta: gran
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congratulazioni a Lucia, saluti ad Agnese, complimenti alla forestiera.
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Le fece mettere a sedere, e poi entrò subito a parlar della peste:
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volle sentir da Lucia come l'aveva passata in que' guai: il lazzeretto
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diede opportunità di far parlare anche quella che l'era stata compagna;
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poi, com'era giusto, don Abbondio parlò anche della sua burrasca;
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poi de' gran mirallegri anche a Agnese, che l'aveva passata liscia.
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La cosa andava in lungo: già fin dal primo momento, le due anziane
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stavano alle velette, se mai venisse l'occasione d'entrar nel discorso
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essenziale: finalmente non so quale delle due ruppe il ghiaccio. Ma
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cosa volete? Don Abbondio era sordo da quell'orecchio. Non che dicesse
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di no; ma eccolo di nuovo a quel suo serpeggiare, volteggiare e saltar
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di palo in frasca. «Bisognerebbe,» diceva, «poter far levare quella
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catturaccia. Lei, signora, che è di Milano, conoscerà più o meno il
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filo delle cose, avrà delle buone protezioni, qualche cavaliere di
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peso: chè con questi mezzi si sana ogni piaga. Se poi si volesse andar
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per la più corta, senza imbarcarsi in tante storie; giacchè codesti
|
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giovani, e qui la nostra Agnese, hanno già intenzione di spatriarsi
|
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(e io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene), mi pare
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che si potrebbe far tutto là, dove non c'è cattura che tenga. Non
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vedo proprio l'ora di saperlo concluso questo parentado, ma lo vorrei
|
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concluso bene, tranquillamente. Dico la verità: qui, con quella cattura
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viva, spiattellar dall'altare quel nome di Lorenzo Tramaglino, non lo
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farei col cuor quieto: gli voglio troppo bene; avrei paura di fargli un
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cattivo servizio. Veda lei; vedete voi altre.»
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Qui, parte Agnese, parte la vedova, a ribatter quelle ragioni; don
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Abbondio a rimetterle in campo, sott'altra forma: s'era sempre da capo;
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quando entra Renzo, con un passo risoluto, e con una notizia in viso; e
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dice: «è arrivato il signor marchese ***.»
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«Cosa vuol dir questo? arrivato dove?» domanda don Abbondio, alzandosi.
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«E arrivato nel suo palazzo, ch'era quello di don Rodrigo; perchè
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questo signor marchese è l'erede per fidecommisso, come dicono; sicchè
|
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non c'è più dubbio. Per me, ne sarei contento, se potessi sapere che
|
|
quel pover'uomo fosse morto bene. A buon conto, finora ho detto per lui
|
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de' paternostri, adesso gli dirò de' _De profundis_. E questo signor
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|
marchese è un bravissim'uomo.»
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|
«Sicuro,» disse don Abbondio: «l'ho sentito nominar più d'una volta per
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un bravo signore davvero, per un uomo della stampa antica. Ma che sia
|
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proprio vero....?»
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«Al sagrestano gli crede?»
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«Perchè?»
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«Perchè lui l'ha veduto co' suoi occhi. Io sono stato solamente lì
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ne' contorni, e, per dir la verità, ci sono andato appunto perchè ho
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pensato: qualcosa là si dovrebbe sapere. E più d'uno m'ha detto lo
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stesso. Ho poi incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che
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l'ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sentire, Ambrogio?
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|
L'ho fatto aspettar qui fuori apposta.»
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|
«Sentiamo,» disse don Abbondio. Renzo andò a chiamare il sagrestano.
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|
Questo confermò la cosa in tutto e per tutto, ci aggiunse altre
|
|
circostanze, sciolse tutti i dubbi; e poi se n'andò.
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|
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|
«Ah! è morto dunque! è proprio andato!» esclamò don Abbondio. «Vedete,
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|
figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che
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l'è una gran cosa! un gran respiro per questo povero paese! chè non ci
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si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è
|
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anche stata _una scopa_; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli
|
|
miei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava
|
|
dire che chi era destinato a far loro l'esequie, era ancora in
|
|
seminario, a fare i latinucci. E in un batter d'occhio, sono spariti, a
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|
cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri
|
|
dietro, con quell'albagia, con quell'aria, con quel palo in corpo, con
|
|
quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua
|
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degnazione. Intanto, lui non c'è più, e noi ci siamo. Non manderà più
|
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di quell'imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a
|
|
tutti, vedete: chè adesso lo possiamo dire.»
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|
«Io gli ho perdonato di cuore,» disse Renzo.
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|
«E fai il tuo dovere,» rispose don Abbondio: «ma si può anche
|
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ringraziare il cielo, che ce n'abbia liberati. Ora, tornando a noi,
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|
vi ripeto: fate voi altri quel che credete. Se volete che vi mariti
|
|
io, son qui; se vi torna più comodo in altra maniera, fate voi altri.
|
|
In quanto alla cattura, vedo anch'io che, non essendoci ora più
|
|
nessuno che vi tenga di mira, e voglia farvi del male, non è cosa da
|
|
prendersene gran pensiero: tanto più, che c'è stato di mezzo quel
|
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decreto grazioso, per la nascita del serenissimo infante. E poi la
|
|
peste! la peste! ha dato di bianco a di gran cose la peste! Sicchè, se
|
|
volete.... oggi è giovedì.... domenica vi dico in chiesa; perchè quel
|
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che s'è fatto l'altra volta, non conta più niente, dopo tanto tempo; e
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|
poi ho la consolazione di maritarvi io.»
|
|
|
|
«Lei sa bene ch'eravamo venuti appunto per questo,» disse Renzo.
|
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|
|
«Benissimo; e io vi servirò: e voglio darne parte subito a sua
|
|
eminenza.»
|
|
|
|
«Chi è sua eminenza?» domandò Agnese.
|
|
|
|
«Sua eminenza,» rispose don Abbondio, «è il nostro cardinale
|
|
arcivescovo, che Dio conservi.»
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|
«Oh! in quanto a questo mi scusi,» replicò Agnese: «chè, sebbene io
|
|
sia una povera ignorante, le posso accertare che non gli si dice così;
|
|
perchè, quando siamo state la seconda volta per parlargli, come parlo
|
|
a lei, uno di que' signori preti mi tirò da parte, e m'insegnò come si
|
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doveva trattare con quel signore, e che gli si doveva dire vossignoria
|
|
illustrissima, e monsignore.
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|
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|
«E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe che gli va dato
|
|
dell'eminenza: avete inteso? Perchè il Papa, che Dio lo conservi anche
|
|
lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia
|
|
questo titolo. E sapete perchè sarà venuto a questa risoluzione? Perchè
|
|
l'illustrissimo, ch'era riservato a loro e a certi principi, ora,
|
|
vedete anche voi altri, cos'è diventato, a quanti si dà: e come se lo
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|
succiano volentieri! E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti?
|
|
Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima.
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|
Dunque ha trovato un bonissimo ripiego. A poco a poco poi, si comincerà
|
|
a dar dell'eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i
|
|
proposti: perchè gli uomini son fatti così; sempre voglion salire,
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sempre salire; poi i canonici....»
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|
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|
«Poi i curati,» disse la vedova.
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|
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«No, no,» riprese don Abbondio: «i curati a tirar la carretta: non
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|
abbiate paura che gli avvezzin male, i curati: del reverendo, fino alla
|
|
fin del mondo. Piuttosto, non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i
|
|
quali sono avvezzi a sentirsi dar dell'illustrissimo, a esser trattati
|
|
come i cardinali, un giorno volessero dell'eminenza anche loro. E se
|
|
la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa
|
|
che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali. Orsù,
|
|
ritorniamo alle nostre cose: domenica vi dirò in chiesa; e intanto,
|
|
sapete cos'ho pensato per servirvi meglio? Intanto chiederemo la
|
|
dispensa per l'altre due denunzie. Hanno a avere un bel da fare laggiù
|
|
in curia, a dar dispense, se la va per tutto come qui. Per domenica
|
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ne ho già.... uno.... due.... tre; senza contarvi voi altri: e ne
|
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può capitare ancora. E poi vedrete, andando avanti, che affare vuol
|
|
essere: non ne deve rimanere uno scompagnato. Ha proprio fatto uno
|
|
sproposito Perpetua a morire ora; chè questo era il momento che trovava
|
|
l'avventore anche lei: E a Milano, signora, mi figuro che sarà lo
|
|
stesso.»
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|
|
«Eccome! si figuri che, solamente nella mia cura, domenica passata,
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|
cinquanta denunzie.»
|
|
|
|
«Se lo dico; il mondo non vuol finire. E lei, signora, non hanno
|
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principiato a ronzarle intorno de' mosconi?»
|
|
|
|
«No, no; io non ci penso, nè ci voglio pensare.»
|
|
|
|
«Sì, sì, che vorrà esser lei sola. Anche Agnese, veda; anche Agnese....»
|
|
|
|
«Uh! ha voglia di scherzare, lei,» disse questa.
|
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|
|
«Sicuro che ho voglia di scherzare: e mi pare che sia ora finalmente.
|
|
Ne abbiam passate delle brutte, n'è vero, i miei giovani? delle brutte
|
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n'abbiam passate: questi quattro giorni che dobbiamo stare in questo
|
|
mondo, si può sperare che vogliano essere un po' meglio. Ma! fortunati
|
|
voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete ancora un pezzo da
|
|
parlare de' guai passati: io in vece, sono alle ventitrè e tre quarti,
|
|
e.... i birboni posson morire; della peste si può guarire; ma agli anni
|
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non c'è rimedio: e, come dice, _senectus ipsa est morbus._»
|
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|
«Ora,» disse Renzo: «parli pur latino quanto vuole; che non me
|
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n'importa nulla.»
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|
«Tu l'hai ancora col latino, tu: bene bene, t'accomoderò io: quando mi
|
|
verrai davanti, con questa creatura, per sentirvi dire appunto certe
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paroline in latino, ti dirò: latino tu non ne vuoi: vattene in pace. Ti
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piacerà?»
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«Eh! so io quel che dice,» riprese Renzo; «non è quel latino lì che
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mi fa paura: quello è un latino sincero, sacrosanto, come quel della
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messa: anche loro, lì, bisogna che leggano quel che c'è sul libro.
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Parlo di quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso a
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tradimento, nel buono d'un discorso. Per esempio, ora che siam qui,
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che tutto è finito; quel latino che andava cavando fuori, lì proprio,
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in quel canto, per darmi ad intendere che non poteva, e che ci voleva
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dell'altre cose, e che so io? me lo volti un po' in volgare ora.»
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«Sta zitto, buffone, sta zitto: non rimestar queste cose; chè, se
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dovessimo ora fare i conti, non so chi avanzerebbe. Io ho perdonato
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tutto: non ne parliam più: ma me n'avete fatti de' tiri. Di te non
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mi fa specie, che sei un malandrinaccio; ma dico quest'acqua cheta,
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questa santerella, questa madonnina infilzata, che si sarebbe creduto
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far peccato a guardarsene. Ma già, lo so io chi l'aveva ammaestrata,
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lo so io, lo so io.» Così dicendo, accennava Agnese col dito, che
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prima aveva tenuto rivolto a Lucia: e non si potrebbe spiegare con che
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bonarietà, con che piacevolezza facesse que' rimproveri. Quella notizia
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gli aveva dato una disinvoltura, una parlantina, insolita da gran
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tempo; e saremmo ancor ben lontani dalla fine, se volessimo riferir
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tutto il rimanente di que' discorsi, che lui tirò in lungo, ritenendo
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più d'una volta la compagnia che voleva andarsene, e fermandola poi
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ancora un pochino sull'uscio di strada, sempre a parlar di bubbole.
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Il giorno seguente, gli capitò una visita, quanto meno aspettata tanto
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più gradita: il signor marchese del quale s'era parlato: un uomo tra la
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virilità e la vecchiezza, il cui aspetto era come un attestato di ciò
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che la fama diceva di lui: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso,
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e qualcosa che indicava una mestizia rassegnata.
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«Vengo,» disse, «a portarle i saluti del cardinale arcivescovo.»
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«Oh che degnazione di tutt'e due!»
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«Quando fui a prender congedo da quest'uomo incomparabile, che m'onora
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della sua amicizia, mi parlò di due giovani di codesta cura, ch'eran
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promessi sposi, e che hanno avuto de' guai, per causa di quel povero
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don Rodrigo. Monsignore desidera d'averne notizia. Son vivi? E le loro
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cose sono accomodate?»
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«Accomodato ogni cosa. Anzi, io m'era proposto di scriverne a sua
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eminenza; ma ora che ho l'onore....»
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«Si trovan qui?»
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«Qui; e, più presto che si potrà, saranno marito e moglie.»
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«E io la prego di volermi dire se si possa far loro del bene, e anche
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d'insegnarmi la maniera più conveniente. In questa calamità, ho perduto
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i due soli figli che avevo, e la madre loro, e ho avute tre eredità
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considerabili. Del superfluo, n'avevo anche prima: sicchè lei vede che
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il darmi una occasione d'impiegarne, e tanto più una come questa, è
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farmi veramente un servizio.»
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«Il cielo la benedica! Perchè non sono tutti come lei i...? Basta;
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la ringrazio anch'io di cuore per questi miei figliuoli. E giacchè
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vossignoria illustrissima mi dà tanto coraggio, sì signore, che ho un
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espediente da suggerirle, il quale forse non le dispiacerà. Sappia
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dunque che questa buona gente son risoluti d'andare a metter su casa
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altrove, e di vender quel poco che hanno al sole qui: una vignetta
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il giovine, di nove o dieci pertiche, salvo il vero, ma trasandata
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affatto: bisogna far conto del terreno, nient'altro; di più una
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casuccia lui, e un'altra la sposa: due topaie, veda. Un signore come
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vossignoria non può sapere come la vada per i poveri, quando voglion
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disfarsi del loro. Finisce sempre a andare in bocca di qualche furbo,
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che forse sarà già un pezzo che fa all'amore a quelle quattro braccia
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di terra, e quando sa che l'altro ha bisogno di vendere, si ritira, fa
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lo svogliato; bisogna corrergli dietro, e dargliele per un pezzo di
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pane: specialmente poi in circostanze come queste. Il signor marchese
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ha già veduto dove vada a parare il mio discorso. La carità più fiorita
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che vossignoria illustrissima possa fare a questa gente, è di cavarli
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da quest'impiccio, comprando quel poco fatto loro. Io, per dir la
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verità, do un parere interessato, perchè verrei ad acquistare nella mia
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cura un compadrone come il signor marchese; ma vossignoria deciderà
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secondo che le parrà meglio: io ho parlato per ubbidienza.»
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Il marchese lodò molto il suggerimento; ringraziò don Abbondio, e lo
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pregò di voler esser arbitro del prezzo, e di fissarlo alto bene; e lo
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fece poi restar di sasso, col proporgli che s'andasse subito insieme a
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casa della sposa, dove sarebbe probabilmente anche lo sposo.
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|
Per la strada, don Abbondio, tutto gongolante, come vi potete
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immaginare, ne pensò e ne disse un'altra. «Giacchè vossignoria
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illustrissima è tanto inclinato a far del bene a questa gente, ci
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sarebbe un altro servizio da render loro. Il giovine ha addosso una
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cattura, una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha fatta
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in Milano, due anni sono, quel giorno del gran fracasso, dove s'è
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trovato impicciato, senza malizia, da ignorante, come un topo nella
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trappola: nulla di serio, veda: ragazzate, scapataggini: di far del
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male veramente, non è capace: e io posso dirlo, che l'ho battezzato,
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e l'ho veduto venir su: e poi, se vossignoria vuoi prendersi il
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divertimento di sentir questa povera gente ragionar su alla carlona,
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potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà. Ora, trattandosi di
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cose vecchie, nessuno gli dà fastidio; e, come le ho detto, lui pensa
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d'andarsene fuor di stato; ma, col tempo, o tornando qui, o altro, non
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si sa mai, lei m'insegna che è sempre meglio non esser su que' libri.
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Il signor marchese, in Milano, conta, come è giusto, e per quel gran
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cavaliere, e per quel grand'uomo che è.... No, no, mi lasci dire; chè
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la verità vuole avere il suo luogo. Una raccomandazione, una parolina
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d'un par suo, è più del bisogno per ottenere una buona assolutoria.»
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«Non c'è impegni forti contro codesto giovine?»
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«No, no; non crederei. Gli hanno fatto fuoco addosso nel primo momento;
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ma ora credo che non ci sia più altro che la semplice formalità.»
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«Essendo così, la cosa sarà facile; e la prendo volentieri sopra di me.»
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«E poi non vorrà che si dica che è un grand'uomo. Lo dico, e lo voglio
|
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dire; a suo dispetto, lo voglio dire. E anche se io stessi zitto, già
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non servirebbe a nulla, perchè parlan tutti; e _vox populi, vox Dei._»
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Trovarono appunto le tre donne e Renzo. Come questi rimanessero, lo
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|
lascio considerare a voi: io credo che anche quelle nude e ruvide
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pareti, e l'impannate, e i panchetti, e le stoviglie si maravigliassero
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di ricever tra loro una visita così straordinaria. Avviò lui la
|
|
conversazione, parlando del cardinale e dell'altre cose, con aperta
|
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cordialità, e insieme con delicati riguardi. Passò poi a far la
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|
proposta per cui era venuto. Don Abbondio, pregato da lui di fissare
|
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il prezzo, si fece avanti; e, dopo un po' di cerimonie e di scuse, e
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|
che non era sua farina, e che non potrebbe altro che andare a tastoni,
|
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e che parlava per ubbidienza, e che si rimetteva, proferì, a parer
|
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suo, uno sproposito. Il compratore disse che, per la parte sua, era
|
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contentissimo, e, come se avesse franteso, ripetè il doppio; non volle
|
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sentir rettificazioni, e troncò e concluse ogni discorso invitando la
|
|
compagnia a desinare per il giorno dopo le nozze, al suo palazzo, dove
|
|
si farebbe l'istrumento in regola.
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--Ah!--diceva poi tra sè don Abbondio, tornato a casa:--se la peste
|
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facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe
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proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni
|
|
generazione; e si potrebbe stare a patti d'averla; ma guarire, ve'.--
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[Illustrazione: ...se non che Renzo era un po' incomodato del peso de'
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quattrini che portava via. (pag. 569)]
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Venne la dispensa, venne l'assolutoria, venne quel benedetto giorno:
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i due promessi andarono, con sicurezza trionfale, proprio a quella
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chiesa, dove, proprio per bocca di don Abbondio, furono sposi. Un
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altro trionfo, e ben più singolare, fu l'andare a quel palazzotto; e
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vi lascio pensare che cose dovessero passar loro per la mente, in far
|
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quella salita, all'entrare in quella porta; e che discorsi dovessero
|
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fare, ognuno secondo il suo naturale. Accennerò soltanto che, in mezzo
|
|
all'allegria, ora l'uno, ora l'altro motivò più d'una volta, che, per
|
|
compir la festa, ci mancava il povero padre Cristoforo. «Ma per lui,»
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dicevan poi, «sta meglio di noi sicuramente.»
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Il marchese fece loro una gran festa, li condusse in un bel tinello,
|
|
mise a tavola gli sposi, con Agnese e con la mercantessa; e prima di
|
|
ritirarsi a pranzare altrove con don Abbondio, volle star lì un poco a
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far compagnia agl'invitati, e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà,
|
|
spero, in testa di dire che sarebbe stata cosa più semplice fare
|
|
addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per un brav'uomo, ma non per
|
|
un originale, come si direbbe ora; v'ho detto ch'era umile, non già che
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|
fosse un portento d'umiltà. N'aveva quanta ne bisognava per mettersi al
|
|
di sotto di quella buona gente, ma non per istar loro in pari.
|
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|
Dopo i due pranzi, fu steso il contratto per mano d'un dottore, il
|
|
quale non fu l'Azzecca-garbugli. Questo, voglio dire la sua spoglia,
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|
era ed è tuttavia a Canterelli. E per chi non è di quelle parti,
|
|
capisco anch'io che qui ci vuole una spiegazione.
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Sopra Lecco forse un mezzo miglio, e quasi sul fianco dell'altro paese
|
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chiamato Castello, c'è un luogo detto Canterelli, dove s'incrocian
|
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due strade; e da una parte del crocicchio, si vede un rialto, come un
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|
poggetto artificiale, con una croce in cima; il quale non è altro che
|
|
un gran mucchio di morti in quel contagio. La tradizione, per dir la
|
|
verità, dice semplicemente i morti del contagio; ma dev'esser quello
|
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senz'altro, che fu l'ultimo, e il più micidiale di cui rimanga memoria.
|
|
E sapete che le tradizioni, chi non le aiuta, da sè dicon sempre troppo
|
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poco.
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|
Nel ritorno non ci fu altro inconveniente, se non che Renzo era un po'
|
|
incomodato dal peso de' quattrini che portava via. Ma l'uomo, come
|
|
sapete, aveva fatto ben altre vite. Non parlo del lavoro della mente,
|
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che non era piccolo, a pensare alla miglior maniera di farli fruttare.
|
|
A vedere i progetti che passavan per quella mente, le riflessioni,
|
|
l'immaginazioni; a sentire i pro e i contro, per l'agricoltura e per
|
|
l'industria, era come se ci si fossero incontrate due accademie del
|
|
secolo passato. E per lui l'impiccio era ben più reale; perchè, essendo
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un uomo solo, non gli si poteva dire: che bisogno c'è di scegliere?
|
|
l'uno e l'altro, alla buon'ora; chè i mezzi, in sostanza, sono i
|
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medesimi; e son due cose come le gambe, che due vanno meglio d'una sola.
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Non si pensò più che a fare i fagotti, e a mettersi in viaggio: casa
|
|
Tramaglino per la nuova patria, e la vedova per Milano. Le lacrime,
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|
i ringraziamenti, le promesse d'andarsi a trovare furon molte. Non
|
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meno tenera, eccettuate le lacrime, fu la separazione di Renzo e della
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|
famiglia dall'ospite amico: e non crediate che con don Abbondio le cose
|
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passassero freddamente. Quelle buone creature avevan sempre conservato
|
|
un certo attaccamento rispettoso per il loro curato; e questo, in
|
|
fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que' benedetti affari, che
|
|
imbroglian gli affetti.
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|
Chi domandasse se non ci fu anche del dolore in distaccarsi dal paese
|
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nativo, da quelle montagne; ce ne fu sicuro: chè del dolore, ce n'è,
|
|
sto per dire, un po' per tutto. Bisogna però che non fosse molto
|
|
forte, giacchè avrebbero potuto risparmiarselo, stando a casa loro,
|
|
ora che i due grand'inciampi, don Rodrigo e il bando, eran levati.
|
|
Ma, già da qualche tempo, erano avvezzi tutt'e tre a riguardar come
|
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loro il paese dove andavano. Renzo l'aveva fatto entrare in grazia
|
|
alle donne, raccontando l'agevolezze che ci trovavano gli operai, e
|
|
cento cose della bella vita che si faceva là. Del resto, avevan tutti
|
|
passato de' momenti ben amari in quello a cui voltavan le spalle; e
|
|
le memorie triste, alla lunga guastan sempre nella mente i luoghi che
|
|
le richiamano. E se que' luoghi son quelli dove siam nati, c'è forse
|
|
in tali memorie qualcosa di più aspro e pungente. Anche il bambino,
|
|
dice il manoscritto, riposa volentieri sul seno della balia, cerca con
|
|
avidità e con fiducia la poppa che l'ha dolcemente alimentato fino
|
|
allora; ma se la balia, per divezzarlo, la bagna d'assenzio, il bambino
|
|
ritira la bocca, poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca;
|
|
piangendo sì, ma se ne stacca.
|
|
|
|
Cosa direte ora, sentendo che, appena arrivati e accomodati nel nuovo
|
|
paese, Renzo ci trovò de' disgusti bell'e preparati? Miserie; ma ci
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|
vuol così poco a disturbare uno stato felice! Ecco, in poche parole, la
|
|
cosa.
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Il parlare che, in quel paese, s'era fatto di Lucia, molto tempo prima
|
|
che la ci arrivasse; il saper che Renzo aveva avuto a patir tanto per
|
|
lei, e sempre fermo, sempre fedele; forse qualche parola di qualche
|
|
amico parziale per lui e per tutte le cose sue, avevan fatto nascere
|
|
una certa curiosità di veder la giovine, e una certa aspettativa della
|
|
sua bellezza. Ora sapete come è l'aspettativa: immaginosa, credula,
|
|
sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa: non trova mai tanto
|
|
che le basti, perchè, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e
|
|
fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione. Quando
|
|
comparve questa Lucia, molti i quali credevan forse che dovesse avere
|
|
i capelli proprio d'oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l'uno
|
|
più bello dell'altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle,
|
|
ad arricciare il naso, e a dire: «eh! l'è questa? Dopo tanto tempo,
|
|
dopo tanti discorsi, s'aspettava qualcosa di meglio. Cos'è poi? Una
|
|
contadina come tant'altre. Eh! di queste e delle meglio, ce n'è per
|
|
tutto.» Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un
|
|
difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta
|
|
affatto.
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|
|
|
Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo, queste cose;
|
|
così non c'era gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali
|
|
che gliele rapportarono: e Renzo, che volete? ne fu tocco sul vivo.
|
|
Cominciò a ruminarci sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene
|
|
parlava, e più a lungo tra sè.--E cosa v'importa a voi altri? E chi
|
|
v'ha detto d'aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che
|
|
la fosse bella? E quando me lo dicevate voi altri, v'ho mai risposto
|
|
altro, se non che era una buona giovine? È una contadina! V'ho detto
|
|
mai che v'avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la
|
|
guardate. N'avete delle belle donne: guardate quelle.--
|
|
|
|
E vedete un poco come alle volte una corbelleria basta a decidere dello
|
|
stato d'un uomo per tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la
|
|
sua in quel paese, secondo il suo primo disegno, sarebbe stata una
|
|
vita poco allegra. A forza d'esser disgustato, era ormai diventato
|
|
disgustoso. Era sgarbato con tutti, perchè ognuno poteva essere uno de'
|
|
critici di Lucia. Non già che trattasse proprio contro il galateo; ma
|
|
sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole della
|
|
buona creanza: fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in
|
|
ogni sua parola; in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che,
|
|
se faceva cattivo tempo due giorni di seguito, subito diceva: «eh già,
|
|
in questo paese!» Vi dico che non eran pochi quelli che l'avevan già
|
|
preso a noia, e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo,
|
|
d'una cosa nell'altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con
|
|
quasi tutta la popolazione, senza poter forse nè anche lui conoscer la
|
|
prima cagione d'un così gran male.
|
|
|
|
Ma si direbbe che la peste avesse preso l'impegno di raccomodar tutte
|
|
le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d'un altro
|
|
filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l'erede, giovine
|
|
scapestrato, che in tutto quell'edifizio non trovava che ci fosse nulla
|
|
di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo
|
|
prezzo; ma voleva i danari l'uno sopra l'altro, per poterli impiegar
|
|
subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di
|
|
Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero
|
|
potuti sperare; ma quella condizione de' pronti contanti guastava
|
|
tutto, perchè quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza
|
|
di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l'amico
|
|
in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l'affare al cugino,
|
|
e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi
|
|
economici di Renzo, che si risolvette subito per l'industria, e disse
|
|
di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi
|
|
padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per
|
|
nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non
|
|
dispiacque; e Renzo venne a risapere che s'era detto da più d'uno:
|
|
«avete veduto quella bella baggiana che c'è venuta?» L'epiteto faceva
|
|
passare il sostantivo.
|
|
|
|
E anche del dispiacere che aveva provato nell'altro paese, gli restò
|
|
un utile ammaestramento. Prima d'allora era stato un po' lesto nel
|
|
sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna
|
|
d'altri, e ogni cosa. Allora s'accorse che le parole fanno un effetto
|
|
in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po' più d'abitudine
|
|
d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.
|
|
|
|
Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio anche lì.
|
|
L'uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un
|
|
gusto un po' strano in fatto di similitudini; ma passategli anche
|
|
questa, che avrebbe a esser l'ultima), l'uomo, fin che sta in questo
|
|
mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno,
|
|
e vede intorno a sè altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a
|
|
livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce
|
|
di cambiare, appena s'è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a
|
|
sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme:
|
|
siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo,
|
|
soggiunge l'anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star
|
|
bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po' con gli
|
|
argani, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. Per altro,
|
|
prosegue, dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che
|
|
abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu,
|
|
da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici,
|
|
delle più invidiabili; di maniera che, se ve l'avessi a raccontare, vi
|
|
seccherebbe a morte.
|
|
|
|
Gli affari andavan d'incanto: sul principio ci fu un po' d'incaglio
|
|
per la scarsezza de' lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni
|
|
de' pochi ch'eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le
|
|
paghe degli operai; malgrado quest'aiuto, le cose si rincamminarono,
|
|
perchè alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un
|
|
altro editto, un po' più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da
|
|
ogni carico reale e personale ai forestieri che venissero a abitare in
|
|
quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.
|
|
|
|
Prima che finisse l'anno del matrimonio, venne alla luce una bella
|
|
creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità
|
|
a Renzo d'adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e
|
|
potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non
|
|
so quant'altri, dell'uno e dell'altro sesso: e Agnese affaccendata a
|
|
portarli in qua e in là, l'uno dopo l'altro, chiamandoci cattivacci,
|
|
e stampando loro in viso de' bacioni, che ci lasciavano il bianco
|
|
per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che
|
|
imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacchè la c'era
|
|
questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.
|
|
|
|
Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre
|
|
col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio
|
|
in avvenire. «Ho imparato,» diceva, «a non mettermi ne' tumulti: ho
|
|
imparato a non predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo
|
|
il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte,
|
|
quando c'è lì d'intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non
|
|
attaccarmi un campanello al piede, prima d'aver pensato quel che ne
|
|
possa nascere.» E cent'altre cose.
|
|
|
|
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sè, ma non n'era
|
|
soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A
|
|
forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni
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volta, «e io,» disse un giorno al suo moralista, «cosa volete che
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abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono
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venuti a cercar me. Quando non voleste dire,» aggiunse, soavemente
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sorridendo, «che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e
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di promettermi a voi.»
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Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare
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insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è
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dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a
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tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la
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fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore.
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Questa conclusione, benchè trovata da povera gente, c'è parsa così
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giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la
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storia.
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La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha
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scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se invece
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fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.
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FINE.
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